Gabriele D’Annunzio al Teatro Augusteo di Roma

Il 24 maggio del 1919, Gabriele D’Annunzio pronunciò un violento discorso presso il Teatro Augusteo di Roma

«Romani, Italia! Se oggi la volontà di tutti gli uomini liberi della nazione deve parlare per la bocca di uno solo, ritorni nel nostro cuore il silenzio sublime della notte di maggio, della prima notte di guerra, quando tutto tacque, dopo tanto tumulto, dopo tanti sforzi, dopo tanta ambascia. Tacque; e del suo silenzio umano e del silenzio, che riempie la bocca dei suoi archi, dei suoi fori, delle sue terme, dei suoi circhi, fece una potenza nuova: una potenza vivente e formidabile. Avremo serrata la nostra anima intorno alla nostra verità e le nostre ambasce sul nostro proposito. Maschio esempio; insegnamento per oggi.

In quella prima notte di guerra, sotto un cielo tumultuante di nuvole e di chiarori, il popolo non gridò, non ingombrò le vie, non agitò le bandiere, non minacciò né ingiuriò il nemico, non cantò intorno alle colonne venerande ed alle statue illustri. Rimase in una gravita silenziosa che sembrava fare di lui una massa più compatta di quella che voi fate qui nel chiuso, tra i monumenti che la torbida notte rendeva pia vasti e solenni, la volontà del popolo sembrava innalzarsi come il più vasto e solenne dei monumenti. Roma ridiveniva romana come al tempo austero della sua repubblica. Nell’atto di offrire il sacrificio sapendo quale sacrificio ella offrisse, non esclamava più, non parlava più. Severo spettacolo, maschio esempio. Rimaneva taciturna, come chi guarda il proprio fato e si sente a lui pari, anzi a lui sovrastante.

Oggi noi vogliamo celebrare quel silenzio, italiani non altro che quel silenzio guerriero. L Italia aveva partorito il suo futuro con uno spasimo atrocissimo. Aveva ansato prima di assalire aveva sanguinato prima di combattere. Nell’ultima notte le grida della moltitudine

 sembravano grida di implorazione verso un Dio redentore. Ed essa taceva, quando la sua gente cominciava a morire sul suolo, quando la sua gente cominciava a morire sul mare, quando il suo sangue cominciava a scorrere, quando il suo migliore sangue cominciava a fumare davanti ad una grandezza invisibile che era la sua grandezza promessa.

Oggi vogliamo celebrare quel silenzio. Ve ne ricordate? Io me ne ricordo. Vegliai, aspettai l’alba. Credetti. Il destino era senza misura e l’aspetto di Roma gli era pari. La speranza non aveva limiti, il sogno non aveva confini. I muti lampi, che a tratti illuminavano l’orizzonte dietro le cupole, parevano bagliori di un’opera in fusione, i riverberi di una creazione rovente. Il solco di Roma, il segno della città quadrata sembrava divenuto la cintura della terra.

Vogliamo celebrare quel silenzio, italiani! Con un atto dello spirito vogliamo riedificare e riaprire il tempio della fede pubblica che il Lazio già venerava prima dell’avvento di Romolo. Con una opera di anima, accanto al tempio della fede, vogliamo riedificare, riaprire quello della costanza virile. Vogliamo sentire la nostra romanità e la nostra italianità, sino alle intime radici, sino ai ruderi più profondi, sino alla più occulta testimonianza. Vogliamo sentire la nostra italianità in tutto il tempo, in tutto lo spazio degli avi, sino al crepuscolo in cui i nostri mari cominciarono ad essere illuminati dalla bellezza dei nostri lidi, sino all’ora fatale in cui, per la prima volta, sulla spiaggia latina suonò dall’alto di una prua il nome d’Italia e sino alla rivendicazione ed alla rivincita di domani e sino alla fecondazione ed aria conquista del più remoto avvenire.

Siamo italiani dell’eternità e per l’italianità. E se oggi Cristo ci ribattezza nel dolore, Roma ci ristampa nell’orgoglio. Fatelo di Roma ed in Cristo. Il tempio della Fede e quello della Costanza sono in noi un tempio solo: sono la nostra basilica. E la Fede e la Costanza non sono due divinità del culto esterno, ma due virtù dell’animo popolare. E dove è commemorato il sacrificio, ivi è la basilica ideale. Questa è la basilica. E qui celebriamo il rito di maggio; non officio di morti, ma la santificazione del sangue effuso. Oggi è l’Ognissanti della Patria. E l’Ognissanti della Patria non è un giorno d’autunno ma un giorno di primavera, un giorno di primavera piena, un giorno che cresce, un giorno che culmina. Non importa che questo luogo sia chiuso. Abbiamo tutti sulla nostra divozione il nostro cielo, il nostro più alto privilegio, il nostro più alto amare, il nostro cielo eroico, quello che affissavano i feriti cadenti, gli uccisi spirando, quello che fu bevuto dall’ultimo sguardo degli eroi, quello che penetrò nei loro petti quando il respiro fu esalato. C’era un cielo sul San Michele, c’era un cielo sul monte Nero, dal Vodice all’Hermada, da Tolmino al Pertinco, da Sagrado a Plezaso, da Flavia Dobrdò, c’era un cielo disteso da ghiacciai del Cevedale al forti del Timavo, c’era un ciclo di coraggio e di concordia.  Tra il Montello ed il Grappa c’era un cielo di offerte e di sacrifici, di aneliti e di fuoco. E’ un potere mille e mille volte più forte di quello che voltò la nostra cupola vaticana e soffiò nella nostra Sistina. Lo spirito di creazione oggi vagita su di noi. Tutti quei cieli formano un solo arco di gloria. E se la parola fa tutto presente, se il verbo si fa carne ed il verbo si fa pietra. I 24 mila morti del Grappa — come quegli angeli che a miracolo traslatavano per l’aria le case di Dio — sorgono e sollevano il monte e trasportano il monte all’orizzonte di Roma perché sia veduto. Io lo vedo. Non lo vedete voi? Tutti lo vedono, tutti lo vedranno. E’ là senza crolli sull’omero dei fanti. E se il figliuolo dell’uomo, il Cristo delle nostre battaglie, che vedemmo nel crocicchio sotto il fuoco perdere i due piedi, come un fante colpito da una grossa scheggia e rimanere tuttavia fisso al legno per la mano sinistra e protendere verso l’avversario la mano destra tutta irta di chiodi come di un’arma disperata, se il Figliuolo di Dio dovesse eleggere un monte per una nuova Trasfigurazione, io dico che eleggerebbe quello. Lo elegge l’Italia che nell’ora oscura ci parve aver un volto somigliante a quel volto, quando senza prezzo partiva e lottava pel riscatto del mondo Vi ricordate quel passo? «E i discepoli, udito ciò caddero col viso a terra, e furono presi da grande timore. Ma Gesù, accostatosi, li toccò e disse: — Levatevi e non temete ! — Ed essi, alzati gli occhi, non videro se non Gesù tutto solo».

Alzate gli occhi, vedete tutta sola l’Italia sfolgorante. Agli italiani l’Italia viva e vera grida oggi, nel senso della prova e della lotta: Levatevi e non temete. Siamo tuttora levati. I primi, come gli ultimi, e non temiamo. Non temiamo la luce e non temiamo la verità.

Per prendere le armi lottammo. Avendole prese, le moltiplicammo e le portammo alla vittoria, anzi alla sola, intera vittoria di tutta la guerra, alla sola vittoria piena ottenuta in campo aperto. Non eravamo preparati. Non dovevamo levare se non un mezzo milione di uomini. Ne levammo cinque milioni, ordinati in un esercito gagliardo e flessibile che avanzava in modo romano, assodando le strade e combattendo là dove non era pur giunto l’artiglio delle aquile. Il popolo fu il legionario eroico. Non avevamo se non scarse industrie. Per foggiare le armi e gli arnesi non avevamo se non fiacche officine e confuse opere e dappertutto, si accesero i fuochi: le macchine e l’uomo si collegarono: l’ingegno, allo sforzo, sfavillò come acciaio sotto il maglio; inventò, fu un aspetto della prodezza. Il popolo fu operaio eroico. Non avevamo le materie brute, non miniere da forzare, non biade da crescere, non alimento da distribuire, non navi bastevoli al traffico e dovemmo tutto comprare a caro prezzo dallo straniero. Sopperimmo alla penuria con un regime più duro che ci dà anche il primato nel patimento e nella pazienza. Ardemmo i tre quarti della nostra ricchezza. Potemmo vivere e combattere in terra ed in mare, non consumando se non un terzo di carbone necessario ai bisogni. Per le nostre industrie, per le nostre navi, per le nostre locomotive non bruciammo più della quantità di carbone che serviva agli alleati per riscaldare le case. Le nostre erano fredde. Ogni attività non utile alla guerra fu soppressa: ogni comodità abolita. Una lunga disciplina: silenziosa, un’abnegazione oscura, una virtù inesauribile nell’esaurimento di tutto. Il popolo fu il paziente eroico.

Così, per mille giorni sopra alle fiacchezze, ai dissensi, alle frodi, ai tradimenti, a tutti gli errori ed a tutte le miserie, creammo ogni giorno il nostro coraggio, le nostre armi, il nostro utensile, la nostra perizia, il nostro credito, il nostro numero, come il profeta, rivelante il futuro sotto l’ispirazione del suo Dio. Il popolo ritrovò la migliore impronta della razza per rigenerarsi in quella. Poi respirò i quattro venti del mondo e tutte le novità lo trovarono pronto e spedito, come se fossero nate dal suo stesso genio. Così, con la nostra volontà nobilissima, con le nostre armi improvvise, decidemmo la sorte della grande guerra, non tre volte, ma cinque. La prima volta, quando rifiutammo di aggredire la Francia già invasa e le demmo il modo di compiere il suo miracolo della Marna. La seconda quando entrammo nel grande giuoco, mentre i russi da Leopoli a Riga piegavano all’urto austro-tedesco, che dal nostro accorrere fu menomato, deviato, interrotto. La terza quando il tradimento ed il dissolvimento russo ci lasciarono soli contro l’Austria intera e non ci disanimarono ed ancora avanzammo e poiché fummo subito percossi da un destino, che non era davanti a noi ma dietro a noi, e soli ci ritrovammo al Piave e soli tenemmo quel confine tremendo e soli ci distendemmo tutti in quella azione sapendo che non ce ne poteva essere altra per noi in tutta la terra e soli, nella nostra anima demmo il nome di Caporetto alla nostra dodicesima vittoria da scolpire sul frontone dell’arco, la più severa dopo le più severe di Roma. E la quarta volta fu nella vittoria solare di giugno, quando la falce diede ai feriti la paglia fresca, le baionette, il pane nuovo. E la quinta fu l’estrema, fu la vittoria massima, fu la vittoria classica, la forza del cuneo romano che spezza l’avversario in due tronchi convulsi. Erano cinquanta ed una divisione italiane, tre britanniche, due francesi, una czeco-slovacca ed un reggimento americano contro settantatré divisioni austro-ungariche.

Queste cifre sono ormai incise nel marmo e nel bronzo per tutta l’Italia ed ogni comune italiano oggi inghirlanda di lauro e di quercie le lapidi.

Noi rileggiamo il principio e la fine dell’annunzio come l’entrata e la chiusa di una ode. Tutti in piedi! La guerra contro l’Austria-Ungheria. La guerra contro l’Austria – Ungheria, che sotto la guida di S. M., duce supremo, l’esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e con tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranze le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Tutti in piedi! Evviva l’Italia1 Viva l’esercito! Viva l’Italia! Viva l’esercito! l’Italia! Viva il Re!

Ma oggi noi dobbiamo essere noi, dobbiamo sentirci e dobbiamo scolpirci tre volte italiani.

Con spirito italiano facemmo la guerra, con spirito italiano sapremo volgere il male in bene. Perché facciamo la guerra ? — chiesi una sera ad un mucchio di reclute del ’99 dietro un argine del fiume maschio. — Per  acquistare un serto di Alpi, la falce di un golfo, un grappolo di terra appesa sul mare, un orlo gemmato di spiaggia latina? Si, certo, anche per questo. Ma la grande causa non è la causa del suolo, è la causa dell’anima e la causa dell’immortalità. Siamo tutti in piedi oggi e serrati e col cuore saldo e con la vista chiara a difendere la causa dell’anima, a lottare per la causa dell’immortalità. Come allora, come in quell’autunnale sera di vento, il giuoco estremo è tra noi ed il destino tra noi è la vita futura. Ed anche in quest’altra lotta, nessuno veramente ci aiuta, fuorché la nostra volontà unanime. Come noi soli abbiamo data a noi la nostra vittoria, così noi soli daremo a noi il frutto della nostra vittoria. Nessun amico, noi soli! E come nessuno ci aiuta e ci comprende, aggiungeremo orgoglio ad orgoglio. Questa è una parola del Piave. Il pregio del sacrificio è sempre in misura della forza che l’uomo riceve. Anche questa è una parola del Piave, una parola del Grappa. Ma perché la forza del nostro sacrificio non sia in noi oppressa, è necessario distruggere tutte le menzogne che tutti ci ingombrano. Basta. Fu il comando del popolo italiano nel primo maggio della guerra giusta che disse basta; è il comando del popolo italiano in questo quarto anniversario severo e fiero…

Qui da questa tribuna fu detto che la nostra salute è soltanto nel nostro ardire italiano. Fu detto per le imprese esterne e fu ridetto per le imprese interne. Se il popolo italiano ardirà di trapassare senza esitazioni e senza conciliazioni da un regime rappresentativo bugiardo ad una forma di rappresentanza sincera che rivelasse ed innalzasse i produttori sinceri della ricchezza nazionale e creatori sinceri della potenza nazionale contro i parassiti e gli inetti dell’odiosa casta politica, non inutili saranno state le sette e sette vittorio dalle Alpi al Carso ed il piano impallidirebbe dinanzi a questa meravigliosa vittoria civile. Ma noi non abbiamo fatto la guerra per giungere a questo. La nostra guerra non l’abbiamo noi guerreggiata per giungere ad un rinnovamento vittoriale? Non intendevamo che fosse questa la causa delle anime, della reclute del ’99 e del 1900, gli ultimi gemiti della madre sanguinosa? La rivincita non è sognata e non è premeditata se non dai vinti. Ma se tanto il popolo italiano potesse e volesse una volta, i vincitori veri avrebbero la rivincita vera.

L’Italia deve dare alla vita del mondo questo miracolo. Come nel bandire la guerra il popolo precorse lo Stato, così, nel conseguire la sua purificazione, la sua rivelazione, la sua comprensione, deve avanzare lo Stato senza indugio.

Sopporterete ancora d’essere condotti dai superstiti di Adua e dai complici di Caporetto? Lascerete l’attività politica nelle mani di coloro che ancora oggi non lo tendono se non per mendicare? Eredi del tempi vili, quando l’abito della servitù o della paura era diventate negli uomini di Governo una seconda pelle? Continuerete a permettere la dipendenza del potere politico all’alta banca feticcia al servizio dello straniero, come quando un uomo, che qui non si nomina riduceva la nostra vita pubblica ad un commercio furtivo tra le sue clientele ignobili ed alla degenerazione parlamentare? Ebbene, cittadini, il pericolo è sopra. State in guardia. Tra i non desiderabili candidati alla presidenza del Consiglio italiano è un altro uomo, che qui non si nomina, congiunto al primo, non soltanto dalla rima innocente. E’ costui l’uomo che al di là dell’Atlantico fu già covato dall’alta banca. Ora si fa covare da una banca paesana, che sostituisce, non senza compiacenza, la prima covatrice. Se perfettamente i due nomi rimano tra loro, non possono essi avere alcuna attinenza con l’Italia bella, con l’Italia dei morti immortali. Lo sapete, ricordatevene e state sempre in guardia. Rompete il nuovo agguato, spezzate la nuova congiura con un castigo di rito, come il getto del lanciafiamme maneggiato dall’ardito, altrimenti il vostro divino Enrico Toti vi riapparirà con la sua gamba tronca e colle sue ferite aperte e senza motto riscaglierà le sue grucce contro di voi.

Italiani! Oggi, dopo tante guerre, dopo tante vittorie, dopo tante iniquità, il fuoco ed il ferro ritornano a noi sotto altra specie, ma ugualmente agiremo. Il fuoco è l’inestinguibile amore d’Italia, il ferro è il duro dovere nazionale. Il nostro primo soldato che sul campo di battaglia non temette mai né l’uno né l’altro, ci sia mallevadore della sincerità necessaria ai nuovi ministri del culto operoso. E lui disse pur ieri: sono agli ordini del mio popolo. Dove esso è, io vi sono. E quello che vuole, io voglio.

Onore a lui! E fede intemerata in lui!

Così, non altrimenti, i vincitori veri avranno la rivincita, la rivincita vera, lo spirito di vita è con noi, lo splendore del sangue è su noi. Dove si commemora il sacrificio, ivi è la basilica ideale. Questa è la nostra basilica di un’ora fraterna e qui celebriamo il rito del buon senso italiano. Trabocca dalla tazza senza orlo, riversa dalla coppa senza labbro, una parola, la ripete come nel cenacolo chiuso: bevetene tutti ! Ripete ancora ed esclama: Bevetene tutti ! Per la terza volta ripete e grida: Bevetene tutti! E’ il sangue che colorò l’Isonzo fino allo Sdobba, è il sangue del San Michele dai quattro gioghi, è il sangue del Debeli, è il sangue del Veliki, è il sangue del Fayil, è il sangue di tutti i calvari roventi, di tutte le valli inferno, è il sangue di tutte le nostre vittorie sitibonde, è il sangue che fecondò il solco di Trieste abbandonata, la via sterile, è il sangue che fu lavato nel Timavo fiume lustrale, è il sangue che fu deterso nella Piave, fiume lustrale, e il sangue che sfolgorò sul Grappa, che sfolgorò per sempre su quel Grappa in cui videro la Patria e si affissarono cantando i fanciulli di Fonzazo. Ecco che i 24 mila uccisi del Grappa sorgono e sollevano il monte e trasportano il monte eterno nel mezzo della città eterna. Oggi non vogliamo avere altro altare che quello. Vanisce l’altare di pietà scialba con le sue statue d’oro, non vogliamo avere altro altare che quel masso di forza e di coraggio, che quel diamante indomito di volontà e di fede. Le oche ci vietano oggi il Campidoglio; cosicché il Campidoglio sembra un’altra volta salvato dalle oche. Ma tutte le mani del popolo, levate come la mia, giurano per quest’altra rupe. Ora e sempre, o Italia, di te sola, in te sola!».

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