Brevi cenni sul Libro dei Morti

Il passaggio supremo, la grande iniziazione giunge colla morte, quando l’uomo ritorna nell’originario  λόγος, compiendo così la tappa conclusiva del suo viaggio dall’Uno al Molteplice e dal Molteplice all’Uno.

Il mondo egizio per ciò aveva ideato il Libro dei morti, attraverso il quale l’uomo avrebbe posseduto lo strumento indispensabile, al fine di accedere alla vita eterna.

Il Libro dei morti si diffuse a Tebe, nel XVIII secolo a. C., raggiungendo la massima diffusione cento anno più tardi, all’inizio del Nuovo Regno. Il testo aggruppò alcuni scritti funerari più antichi, i Testi delle piramidi (2400 a. C.), destinati ad uso dei faraoni; ed i Testi dei sarcofagi (2100 a. C.), per i personaggi di rango elevato.

Ra

Quando il corpo era pronto per essere trasferito nella tomba, il sacerdote formulava le prime preghiere, quindi apriva la bocca del morto, per riattivare simbolicamente i sensi del defunto. Iniziava il viaggio da ponente a levante, seguendo il cammino del Sole (Ra), che dal tramonto torna al punto iniziale, durante il quale il defunto affrontava gli ostacoli posti sul suo tratto da pericolose creature, tra cui il serpente Apophis, destinato alla creazione del Caos.

Nun

«Che tu sia sommerso nel Nun (l’oceano primigenio), nel luogo stabilito da tuo padre per la tua distruzione. Arretra! Si distrugga il tuo veleno!».

Il trapassato giungeva presso un labirinto protetto da ventuno porte, davanti alle quali avrebbe pronunciato una formula opportuna, colla citazione del nome della porta e del rispettivo guardiano.

Osiride

Lo scomparso quindi, superato l’ostacolo, giungeva presso la Sala delle due Maat (o doppie Verità), dove Osiride avrebbe preceduto al giudizio, aiutato da quarantadue giudici. L’estinto avrebbe pronunciato la seguente formula:

«Eccomi qui! Vi conosco Signori della Verità e della Giustizia! Non ho fatto del male agli uomini. Non ho oppresso i miei consanguinei. Non ho mentito. Non ho tradito. Non sono stato malvagio».

Il tribunale avrebbe richiesto la pesatura del cuore. Su un piatto della bilancia, sostenuta da Anubi era posta la piuma di struzzo di Maat, che simboleggiava la giustizia; sull’altro piatto il cuore, sede dell’intelletto e della coscienza, del giudicando. Solo se si fosse verificato il perfetto equilibrio, l’esito sarebbe stato positivo.

Durante il processo di mummificazione, era stato posto sul cuore del defunto lo scarabeo, un amuleto, su cui era scritta la formula Trenta del Libro dei Morti:

«Oh cuore mio di mia madre, cuore del mio essere, non ti ergere a testimone contro di me! Non ti opporre a me al cospetto del tribunale! Non essermi ostile davanti al custode della bilancia!».

Se il giudizio fosse stato negativo, il giudicato era sottoposto a varie punizioni, tra cui sopportare lo sbranamento a cura di mostruose creature, presenti al giudizio. Se, al contrario, il verdetto fosse stato positivo, si schiudevano le porte del paradiso:

«Anche se giaccio sulla terra, io non sono morto nell’Occidente (nella terra dei morti), poiché sono uno Spirito glorificato per l’eternità».

I Campi Iaru (l’Aldilà) erano immaginati come le regioni fertili dell’Egitto, in cui l’estinto avrebbe lavorato, al fine di procurarsi il proprio sostentamento, coadiuvato dagli ushabti, statuette raffigurate con le braccia incrociate e gli attrezzi agricoli in mano. Esse si ponevano all’interno del sarcofago, sicuri che avrebbe preso vita nell’Aldilà attraverso il pronunciamento di una formula, contenuta nel Libro dei Morti.

«O ushabti! Se viene chiamato l’Osiride – (nome del defunto) assolto per svolgere qualunque lavoro nell’Aldilà, tu dirai: sono qui».

Lo scomparso doveva ben custodire anche il proprio corpo, per ciò si procedeva alla mummificazione colla lettura della formula 154 del Libro dei Morti:

«Io vengo per imbalsamare queste mie membra. Questo mio corpo non si decompone. Io sono intatto come mio padre Osiride, colui il cui corpo non si decompone. Rendimi stabile, formami, tu Signore del sarcofago. Concedi che io possa camminare per l’eternità».

Era credenza immaginare che durante il giorno il defunto potesse liberamente muoversi, mentre la sera ricongiungersi al corpo mummificato.

L’Oltretomba descritto come un luogo non distante dalla realtà fisica, laddove i trapassati potevano mantenere un rapporto concreto col mondo terreno, in un continuo e perenne dialogo tra le due inscindibili realtà.

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