La serpe bianca

Angela viveva felicemente col marito. Una sera, poco prima di coricarsi, informò il consorte che l’indomani si sarebbero recati in montagna, al fine di procacciare della legna e continuare a mantenere vivo il fuoco domestico.

Alle prime luci dell’alba, essi erano già sul posto, quando Angela vide spuntare dal terreno una serpe bianca. Avvisò il marito, il quale, pur osservando attentamente, non trovò alcun animale strisciante nei paraggi. La donna allora continuò a protestare, fin quando l’enorme serpe sparì, entrando in una buca profonda. La coppia, terminata la provvista di legna, rincasò.

Durante la notte, Angela sognò un frate vestito di bianco, il quale le confermò la presenza in montagna della serpe, perché doveva tornare, laddove l’animale s’era rintanato, scavare sette palate di terra, per dare la libertà ad un povero viandante, ch’era stato ucciso da tredici uomini, per occultare, al fine di non essere scoperto da alcuno, un importante ed ingente tesoro. Al defunto, costretto a manifestarsi come una paurosa serpe bianca, Angela avrebbe dovuto dedicare tre messe nella basilica di S. Pietro, ed altrettanto nella chiesa di S. Agostino. Il frate le ordinò di scavare senza tema, ed avrebbe rinvenuto una cassetta, contenente molte monete d’oro, che avrebbe dovuto tenere per sé. Qualora avesse avuto paura dell’operazione, avrebbe potuto recare con sé un bambino di sette anni. Le consegnò il più assoluto silenzio su ogni particolare; quindi sparì. La donna, spaventata, si destò, svegliando anche il marito, che le dormiva accanto, al quale tacque del sogno.

L’indomani, la donna mostrò intero il suo smarrimento, che non sfuggì al consorte, il quale riuscì a convincerla di raccontargli per intero il sogno. L’uomo decise di accompagnare la moglie al magico appuntamento col tesoro, e così si avviarono verso la montagna. Quando furono giunti nel luogo, dove la serpe era sparita, Angela, non nascondendo un forte timore, iniziò a scavare colle mani. Dopo i primi tre scavi, delle urla agghiaccianti spaventarono, ancor di più, la donna, immediatamente rassicurata dal marito, che l’era vicino, per infonderle coraggio. Al settimo scavo, un forte rumore di catene la costrinse ad indietreggiare, mentre un uccello nero le sbatté sul volto, provocandole uno svenimento. Il marito si precipitò a soccorrere la moglie, quindi le prestò i primi soccorsi, perché rinvenisse, dedicandosi allo scavo, onde recuperare il prezioso bottino. Improvvisamente delle mani invisibili iniziarono a picchiarlo, così fu costretto ad abbandonare la buca. La coppia velocemente rincasò.

Angela iniziò ogni notte a sognare il frate, che appariva muto e con un dito sulle labbra, indicandole il silenzio. La donna una mattina si recò presso la chiesa di S. Agostino, dov’era custodita la Madonna del parto, per confessarsi e svuotarsi dell’accaduto. I frati si recarono nel posto, indicato dalla donna, ma trovarono, dopo tanto e faticoso scavare, delle foglie secche.

Viddi un fiore che non era aperto,

Un omo senza braccia lo cojeva,

Un muto che faceva raggionamento,

Un cieco da lontano lo vedeva,

Un zoppo che coreva ppiù der vento,

Un sordo da lontano lo sentiva;

Volesse ‘r celo fosse lo mi’ amore

Che da lontano sentisse ‘sto core.

Il cuore, la sapientia cordis, la conoscenza sottile, impalpabile, sublimata, che solo il cuore sa offrire all’uomo, è l’assoluto protagonista di questa fabula. Nei brevi versi finali, troviamo la chiave del racconto; il Vero non attiene alla sfera della intellettualità, ma supera gl’inevitabili ostacoli posti da una conoscenza prettamente razionale (di primaria e fondamentale importanza, per accedere a forme di conoscenza superiore). Solo Angela, la predestinata, la prescelta, vede quella serpe tanto mostruosa e perigliosa, la quale non rivolge le sue pericolose attenzioni verso la donna; anzi, sparendo all’interno di una cavità, le indica il punto esatto, dove troverà il tesoro della sua conoscenza. Il Vero può essere conosciuto solo attraversando la «porta stretta», nel buio della nostro Io, nel silenzio impenetrabile dai rumori quotidiani, nella fissità e pesantezza saturnina, che abita i recessi e gli antri sconosciuti all’uomo, ma che sono la sua parte fondante, poiché ciò che è in basso, è come ciò che è in alto.

Nella fabula, si accenna al sogno, quale strumento di mediazione – a nostro avviso – tra l’Apparire fenomenico e l’Essere invisibile. E’ da notare come torni due volte il numero 7 (palate di terra) + 7 (gli anni del bambino). La quattordicesima lettera dell’alfabeto ebraico, נ (nun) indica la caduta e la risalita (la catabasi e l’anabasi iniziatica). Il primo numero (le palate di terra) indicherebbero il lavoro, che ogni uomo dovrebbe svolgere dentro se stesso, per giungere alla propria essenza saturnina e modellarla, al fine di estrarne la scintilla primordiale. Ed è quindi una dantesca discesa agl’inferi; mentre il bambino innocente, termine dell’anabasi, è quella scintilla, che ci riporta all’Inizio, al mai corrotto, al mai degradato e che spesso, travolti dall’esperienza nefanda della quotidianità, dimentichiamo stupidamente (la nostra deità). Il bambino quindi rappresenta la rinascita necessaria dell’iniziato, poiché «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli1».

Il frate – versione del proprio spirito – colui che ha superato (o dovrebbe aver superato) ogni tensione fisico – gravitazionale, le chiede di ordinare delle messe per il poveretto, che è stato ucciso da tredici uomini. Molto interessante – anche qui – la scelta del numero, che ricorda i tredici apostoli, da cui si sarebbe espulso Giuda, affinché si ricomponesse il numero dodici, di cui conosciamo la sacralità. La tredicesima lettera dell’alfabeto ebraico ,ם (mem) indica il «rivelato ed il nascosto» (nei tarocchi è la carta della Morte); ricordandoci come il fenomeno sia manifestazione del vero, il quale si trova, per essenza, laddove le mani non possono stringere, le parole non possono spiegare, gli occhi non possono vedere, le orecchie non possono ascoltare. Ciò è anche evidente, poiché «nil inultum remanebit2».

Le Messe, che dovranno essere dedicate al povero defunto, saranno espressamente sei, la lettera ebraica  (vav), il pilastro della verità; anche questa tecnica indicherebbe la necessità che tutto ciò che è nascosto (il tesoro) debba essere raccolto, per elevarci da «homo» a «vir».

La coppia l’indomani si reca nel posto, in cui Angela aveva visto scomparire la serpe (l’anima in pena). Non vi è traccia del bambino e così al terzo (sappiamo le inclinazioni magiche del numero) scavo delle urla agghiaccianti richiamano un uccello nero, che colpisce la donna in pieno volto, provocandone la caduta per svenimento. Forse, se avesse avuto il bimbo vicino, se avesse finalmente compiuto in solitudine ciò non sarebbe accaduto. Il fatto ci rammenta che nella ricerca spirituale non dobbiamo volgere il nostro sguardo verso alcun maestro, e rifiutare qualsiasi insegnamento (effetto del dogma), ma accettare qualsiasi indicazione, che essendo relativa non è un ordine. La donna ha sbagliato nell’informare il marito; così come l’iniziato deve tacere su tutto, non deve comunicare i risultati della sua ricerca, ma mantenere il più completo silenzio sulle apparenti certezze acquisite, poiché saranno sicuramente abbandonate a favore di altre certezze, che, a loro volta, saranno dimenticate. Nella ricerca spirituale, non vi è approdo; nella ricerca interiore non si giunge ad alcuna certezza metatemporale, per non cristallizzare il risultato, trasformandolo in dogma, che negherebbe qualsiasi ed ulteriore sviluppo della propria ricerca di perfezione interiore.

L’uomo, avido di denaro, di possesso, di avere e quindi di apparire, dopo aver soccorso la moglie, si precipita nell’antro (il luogo di ricerca che non gli appartiene e non attiene alla sua ricerca spirituale) ansioso di possedere ciò che a lui non è destinato. Ulteriore conferma che nella ricerca del Vero, ogni uomo deve percorrere un sentiero svuotato da presenze, nudo, sgombro da ogni pregiudizio, da ogni certezza. L’unica certezza sarà il desiderio di percorrere incessantemente la Via, che ci porterà all’incontro con noi stessi.

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(1) Matteo 18, 2.

(2) Messa da Requiem.

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