Il discorso del 14 marzo 1924 al Teatro Costanzi di Roma di Benito Mussolini

Il 14 marzo 1924, il Presidente del Consiglio, Benito Mussolini, in prossimità delle ultime elezioni politiche democratiche, che si sarebbero tenute il 6 aprile 1924, raccolse, presso il Teatro Costanzi di Roma, la platea dei Sindaci d’Italia, per festeggiare il quinto anno di fondazione del Fascismo, ripercorrendo le tappe, che lo portarono al potere.

Riportiamo quanto pubblicato dall’inviato de La Stampa di Torino nell’articolo del 14 marzo 1924.

«E’ con un senso composito di commozione e di orgoglio che io mi accingo a parlare dinnanzi a voi, o primi magistrati dei nobili Comuni d’Italia. Credo di non esagerare se affermo che da molti secoli, forse, Roma, la nostra Roma, non vide spettacolo più imponente e più solenne di questa adunata. Ho quasi l’impressione fisica di parlare non soltanto a voi, ma a tutte le popolazioni che voi rappresentate all’intera nazione. L’amministrazione è politica e la politica è amministrazione. Io vi prego di seguirmi con benevolo raccoglimento, perché non ho scritto nulla, onde evitare il pericolo di scrivere un discorso che non avrei pronunciato o di pronunciare un discorso che non ho scritto.

La nascita del Fascismo. L’idea di convocarvi a Roma per celebrare il quinto anniversario della fondazione dei fasci è mia. Si può dire che sino a ieri Roma era la capitale avulsa un poco del resto della nazione. Da quando il fascismo tiene il potere esso tende a concentrare nella capitale tutte le più grandi e le più alte manifestazioni della politica italiana. Il quinto anniversario della fondazione dei fasci doveva essere quindi celebrato a Roma. Quando, cinque anni fa, noi ci riunimmo in una oscura sala di piazza San Sepolcro, a Milano, eravamo poche diecine di persone: arditi, legionari, combattenti. Non si abusi dunque della frase: «fascisti della prima ora». Cerchiamo di non tenere sempre in mano l’orologio per constatare a quale ora precisa appartengono i fascisti, perché i fascisti della prima ora sono pochissimi. Bisogna avere il coraggio di aggiungere che per tutto il 1919 i fascisti d’Italia non arrivavano alla cifra di diecimila. Ciò nonostante, pur essendo in pochi, in pochissimi, avemmo il coraggio di affrontare immediatamente il sovversivismo, che allora spacciava tutte le tavole dei paradisi della sua demagogia, i fasci si costituiscono il 23 marzo e al 15 aprile, tre settimane dopo, essi sono già così audaci e potenti, che infrangono uno sciopero generale, disperdono una minacciosa dimostrazione bolscevica e, fatto che sembra oggi straordinario, vanno direttamente all’assalto del fortilizio nemico e l’incendiano.

Pochi mesi dopo avemmo le elezioni infauste del 1919. Molto coraggio anche allora, ma pochissimi voti. Milano me ne diede 4700. Ci fu anche una specie di funerale simbolico. Si disse e si stampò che ormai ero liquidato e sepolto. Ci raccogliemmo all’indomani di quelle elezioni i soliti, i pochi, gli audacissimi, e decidemmo di riprendere la battaglia senza esitazione e senza paura. Nel 1920 tenemmo il Diurno congresso a Milano. Già l’idea si era diffusa perché gli iscritti assommavano a 20.615. Nel 1921 erano già 248.936. Fu allora che, preceduto da polemiche vivacissime, tenemmo a Roma il nostro terzo grande congresso, che fu la rivelazione dell’immensa forza del fascismo italiano. Lo tenemmo all’Augusteo, costituimmo un partito, spezzammo uno sciopero generale che ci era stato gettato fra i piedi dai soliti elementi antinazionali. Ricordo questo congresso perché feci allora un primo tentativo infruttuoso cioè spersonalizzare il fascismo, di smussolinizzare il fascismo. A quella grande assemblea io dissi:

«Guarite di me, fate il partito con una direzione collettiva, ignoratemi, e se volete anche dimenticatemi».

Non è stato possibile. Bisogna constatarlo, come io constato, che questa è una assemblea imponente. Che cosa ci dice questo? Che i grandi movimenti storici non sono già soltanto il risultato di una addizione numerica, ma anche l’epilogo di una volontà tenacissima

Luigi Facta (1861 – 1930)

LA «RIVOLUZIONE» Nel 1922 io mi convinsi che bisognava fare la rivoluzione. Lo Stato si disintegrava. Ogni giorno di più il Parlamento non era capace di dare un governo alla Nazione. Le crisi si prolungavano e si ripetevano suscitando sempre più profonda la nausea della Nazione. Nessuno, nessuno, voleva portare sulle spalle la croce del potere. All’ultimo, poiché un gerente responsabile ci voleva in questa amministrazione, si prelevò Facta e gli si disse: «Tu devi essere il presidente del Consiglio!», e costui accettò la «corvée», sapendo o intuendo o presagendo che di lì a poco ne sarebbe stato liberato per sempre. Intanto il fascismo accresceva se stesso, come masse e come quadri, si dava una sua organizzazione militare; occupava Bologna, Ferrara, Bolzano, Trento, troncava nell’agosto l’ultimo tentativo del sovversivismo antinazionale, il famoso sciopero della «alleanza del lavoro» e finalmente si accingeva a compiere la marcia su Roma. Sono io che l’ho voluta questa marcia; io che l’ho imposta, io che ho tagliato corto a tutti gli indugi! Il 16 ottobre ho convocato a Milano quelli che dovevano essere i capi militari dell’insurrezione, e dissi loro che non ammettevo prove ulteriori, e che bisognava marciare prima che la nazione piombasse nel ridicolo e nella vergogna. Perché io chiamo rivoluzione quella dell’ottobre? Se levare delle masse, se condurle ad occupare gli edifici pubblici, se farle convergere armate verso la capitale, non significa compiere quello che è l’atto specifico di ogni involuzione, cioè una insurrezione, allora bisognerà cambiare tutto il vocabolario della lingua italiana! E perché lo insisto a proclamare che quella dell’ottobre è stata storicamente una rivoluzione? Perché le parole hanno la loro tremenda magia, perché è grottesco tentare di far credere che è stata una semplice crisi ministeriale. Ho voluto, sin d’allora, che la rivoluzione avesse dei limiti, non oltrepassasse certi confini. Distruggere è facile, non altrettanto ricostruire. Forse, se noi avessimo imitato le rivoluzioni classiche, se avessimo fatto alle nostre masse il diritto che ha ogni vittorioso, quello di spezzare il nemico, sarebbe passato, per certe schiene, quel brivido al terrore per cui oggi non ci sarebbe più discussione possibile sulla rivoluzione o meco compiuta dal fascismo.

Mi domando: la nostra longanimità è stata un bene o un male? La domanda è provocata dal fatto che molti, troppi, di questi avversari e di questi nemici, noi li ritroviamo in circolazione. Qualche volta sono inscemiti, qualche volta compiono vere e proprie opere di sovversivismo e disinformazione nazionale. Ho risolto questo interrogativo che mi ha inquietato parecchio tempo. Ritengo che allora sia stato un bene di contenere la nostra insurrezione trionfante; ritengo che sia stato un bene di non avere alle nostre spalle un corteo più o meno imponente di giustiziati. Ma ritengo anche — e bisogna gridarlo perché tutti intendano — che se fosse necessario, domani, per difendere la nostra rivoluzione, di fare quello che non facemmo, lo faremo!

Vittorio Emanuele III di Savoia (1869 – 1947)

LA COSTITUZIONE Andai, chiamato dal Re, al Quirinale. I fumi della vittoria non mi sono mai andati alla testa. Io non ero sul balcone del Quirinale quando 52 mila fascisti, armati di tutto punto, sfilarono per rendere omaggio alla maestà del Re. Io ero già alla Consulta, al mio tavolo da lavoro. Né all’indomani mi andarono i fumi alla testa, quando seppi che gli ufficiali della guarnigione di Roma mi ripromettevano di venire sotto le finestre all’Hotel Savoja a rendermi omaggio. Dissi allora, in una lettera che certi sovversivi dell’opposizione costituzionale hanno evidentemente dimenticato, che l’esercito non poteva parteggiane, che nella disciplina cieca ed assoluta era il suo privilegio, la sua forza e la sua gloria. E feci un Ministero di coalizione. Tutte le rivoluzioni si sono presi i ministri del vecchio regime, li hanno incarcerati, qualche volta anche fucilati; io, invece, ne presi uno, non so se il più ingenuo o il più innocuo, certamente il più abbordevole, lo feci Ministro dell’Industria e del Commercio e non ebbi a pentirmi! Sin da allora io ero nella Costituzione.

Che cosa è la Costituzione di cui si parla anche troppo? La Costituzione è un patto giurato in determinate circostanze di tempo e di luogo fra il sovrano ed il popolo. La Costituzione, signori, non è già una camicia di Nesso e non è nemmeno una specie di feto che deve essere conservato prudentemente, gelosamente in una scatola di vetro. I popoli camminano, si trasformano, hanno nel prosieguo del tempo nuovi bisogni e nuove passioni. Noi siamo rispettosissimi della Costituzione da quello che è lo spirito immortale della Costituzione stessa, lo spirito intangibile della Costituzione. Ma la forma di essa, come la lettera della Costituzione, non altrettanto intangibile. Un capitalo interessante della storia politica sarebbe quello che fosse dedicato a constatare quante volte la Costituzione albertina fu violata dal 1848 in poi. E permettetemi di trovare strano che si affannino oggi a difendere la Costituzione, che il fascismo non minaccia, coloro che ieri volevano chiedere alla maestà del Re il diritto di grazia e di amnistia, che volevano fare del Re non pure il notaio del Parlamento, ma il notaio delle miserabili ambizioni dei gruppi parlamentari

IL BILANCIO DEI PIENI POTERI. I CAMBI Sempre per restare nella costituzione, formato il Ministero, l’ho presentato alla Camera. Potevo sciogliere questa Camera, potevo ottenere una proroga indefinita della sessione invece, chiesi dei pieni poteri e anche questi nettamente delimitati nel loro esercizio, e non meno nettamente delimitati nel loro tempo, poiché scadevano — come sono scaduti — il 31 dicembre 1923. Bisogna fare il bilancio di questo anno di pieni poteri. Ebbene, il bilancio si chiude in un grande attivo. Nell’interno io mi sono trovato di fronte ad un problema assai delicato che può essere prospettato in questi termini: come riassorbire nello Stato tutta l’autorità dello Stato? Non era, ve lo assicuro, un compito assai semplice, poiché ogni formazione politica a base militare sottraeva una certa parcella dall’autorità dello Stato, ora vi renderete perfettamente conto come io abbia convertito lo squadrismo in milizia nazionale, e dall’altra abbia soppresso gli squadrismi di ogni altro colore. Avevo creato gli alti commissari politici. Quando mi accorsi che questi diventavano dei super – prefetti, li soppressi perché pensai che soltanto il prefetto dovesse rappresentare il Governo nelle Provincie. Per non creare equivoci anche fra fiduciario politico del fascismo e segretario politico del partito, anche il termine fiduciario è stato abolito. Tutto ciò viene dimenticato dai sovversivi dell’opposizione costituzionale.

Alberto De Stefani (1879 – 1969)

Non devo invadere il campo della finanza, perché il mio eccellente amico De Stefani sta preparando un discorso che sarà soddisfacente per tutti gli italiani. Ma in un discorso degli ultimi giorni si è fatto del pessimismo sulla questione dei cambi; si sono invitati gli italiani a meditare sulle cifre dei cambi. Orbene, i cambi denotano un miglioramento della situazione finanziaria italiana. L’area di miglioramento della nostra lira è cresciuta dall’ottobre in poi; ed il miracoloso è che la barca della nostra lira abbia potuto reggere in mezzo ai tempestosi flutti del 1923, che ha avuta la caratteristica di una nuova guerra, sotto forma speciale, tra la Francia e la Germania. Se non ci fosse stata l’occupazione della Ruhr, con tutto quello che questa occupazione pericolosa significa, credo che oggi la quotazione del cambio della nostra lira sarebbe ancora molto migliore.

Albert Thomas (1878 – 1932)

Si è detto: bisogna andare verso il popolo che lavora. Ma noi ci siamo andati. L’Italia è una delle prime nazioni che ha avuto fra le sue leggi di Stato la legge delle otto ore. L’Italia è la prima nazione che ha già ratificato tutte le convenzioni sociali di Washington. Alberto Thomas, non so se ancora, socialista e di quale tinta, è venuto a Roma l’altro giorno in nome dell’Ufficio internazionale del lavoro presso la Società delle Nazioni a raccomandarsi che il Governo fascista continui a dare esempio in materia di legislazione sociale. Non abbiamo fatto della demagogia; siamo andati incontro al lavoro con animo aperto, generoso.

Abbiamo inquadrato tutta la burocrazia; abbiamo delle colonie e non soltanto sulle carte degli uffici ministeriali; abbiamo riformato la giustizia. Nessuno più del Governo fascista è rispettoso dell’indipendenza della giustizia. Vi prego di riflettere che la punta di spillo della piramide della gerarchia nazionale è occupata da un uomo solo, il primo presidente dell’unica cassazione del Regno. Con questo, meglio che con ciarle oblique, abbiamo dimostrato quale sia il rispetto del Governo fascista per il Ministero della giustizia. Abbiamo realizzato quello che per conquant’anni è stato il voto di tutti i giuristi italiani; l’unificazione delle Cassazioni. Ho chiesto al primo presidente della Corte di Cassazione notizie sui risultati della coraggiosa riforma giuridica preparata dal mio amico Oviglio. Ed in data di ieri il primo presidente della Corte di Cassazione così mi risponde: «L’unificazione delle Cassazioni del Regno, invocata da oltre cinquant’anni da magistrati, giuristi ed uomini politici, è stata il coronamento di tutte le riforme giuridiche compiute nel campo nazionale. Essa è tra gli atti legislativi più rilevanti del Governo stesso. La Cassazione unica aveva ereditato dalle antiche Corti soppresse un arretrato di circa seimila processi civili. Grazie ad alcune riforme legislative, soprattutto grazie al ritmo accelerato dei lavori e al concorso volenteroso degli avvocati d’Italia, si può fin d’ora prevedere che il lavoro continuerà in condizioni normali rendendo il funzionamento della giustizia ancora più rapido di quello che non fosse al tempo delle cinque Corti. Per i lavori pubblici abbiamo stabilito una somma imponente che deve attrezzare l’Italia pei conti del futuro.

LA POLITICA ESTERA In politica estera il fascismo ha avuto sulle braccia delle pesanti eredità; delle eredità pesanti nell’Adriatico e non meno pesanti nel Mediterraneo. Intanto, sia detto che il governo fascista, tacciato di reazione e di antidemocrazia, ha realizzato nel Ministero degli Esteri l’abolizione della rendita ed ha aperto a tutti i cittadini volenterosi intelligenti e preparati la carriera diplomatica e consolare. Nell’Adriatico, ve lo dico subito, non abbiamo fatto grandi cose: abbiamo salvato Fiume!. Ma Fiume ci è venuta mutilata. Credo che anche gli uomini di governo responsabili jugoslavi debbano essere d’accordo con me nel riconoscere che certi tratti del confine sono assurdi. Un confine che drizza il suo muro separatorio a due o tre metri dalle case della città, mi fa pensare e dubitare che coloro che a Rapallo trattarono questo problema, ed ora la fan da maestri, non abbiano mai consultato una carta geografica.

Le direttive della politica estera del fascismo sono note. Non temete e non credete agli isolamenti. Di quando in quando salta su l’ultimo degli imbecilli a dire che l’Italia è isolata. Ebbene, o signori, bisogna scegliere: o voi volete, come dite di volere, una politica di autonomia, e allora saranno inevitabili periodi più o meno brevi di cosiddetto isolamento; o voi vorrete legarvi indissolubilmente ed allora avrete perduto la vostra autonomia. Del resto, non ci è stato né ci può essere nessun atto di portata internazionale in cui non sia rappresentata l’Italia. Nessuno può ignorare l’Italia. L’Italia è rappresentata, come sapete, nel Comitato dei periti, che stanno per consegnare il loro rapporto; è, naturalmente, rappresentata nella Commissione delle riparazioni; e nessuna decisione oggi — il dirlo è lapalissiano, — nessuna decisione può essere presa, che impegni in qualche modo l’avvenire dell’Europa, senza consultare e tenere in conto gli interessi e la volontà della nazione italiana.

Giovanni Giolitti (1842 – 1928)

L’ITALIA NON SI OPPORRA’ ALL’AMMISSIONE DELLA GERMANIA NELLA SOCIETA’ DELLE NAZIONI Si è detto dall’on. Giolitti che bisogna fare una politica di pace. La facciamo. Ché bisogna riallacciare i rapporti economici con gli altri popoli. Abbiamo fatto. Che bisogna considerare la Russia come una entità esistente nella carta politica d’Europa. L’abbiamo riconosciuta. Che sarà bene non essere contrari ad una eventuale immissione della Germania nella Lega delle Nazioni. Non sarà certo l’Italia che porrà dei veti intangibili. Tutto quello che gli avversari ci additano come un programma futuro è un fatto acquisito.

Naturalmente non si può fare una politica estera se il paese non è disciplinato e se il paese non è armato. Un uomo di governo ha delle responsabilità spaventevoli. Qualche volta queste responsabilità mi danno il senso fisico dell’oppressione, come se tutte queste preoccupazioni pesassero col loro peso fisico sulle spalle. Non si ha il diritto di credere alle ideologie umanitarie pacifiste: bellissime, notate, bellissime in teoria, utopie magnifiche, poetiche! Ma la realtà dei fatti ci ammonisce di essere assai vigilanti e di considerare il terreno per la politica estera come un terreno di mobilità massima. Per essere pronti a tutti gli eventi, è necessario avere un esercito, una marina, una aviazione. Quando io penso allo stato lagrimevele, nefando, in cui fu lasciata l’aviazione italiana, che pure aveva scritto pagine memorabili in guerra; quando, io penso agli hangar deserti, alle ali spezzate, ai piloti dispersi ed umiliati, io dico che quelli o coloro die avevano condotto l’Italia a questo baratro sono veramente traditori della patria.

LA LEGGE ELETTORALE Il discorso più sovversivo è stato pronunciato l’altro giorno a Napoli; discorso tanto sovversivo, che non per nulla i repubblicani hanno aperto al nuovo eretico della costituzione le porte dei loro asili solitari! Si è tacciata d’illegalità la legge elettorale. Si è parlato di un Senato elettivo, e soprattutto si è parlato di un quarto, di un quinto misterioso potere supremo giudiziario, che dovrebbe controllare Governo e Parlamento. Mi domando se mai si pensò più bassa e balorda violazione della costituzione. Signori! La legge elettorale ha tutti i crismi della legalità. E’ stata votata da un Consiglio dei ministri all’unanimità. Non sarà inopportuno di ripetere che fu presentata alla Camera e la Camera nominò una Commissione, che in questa Commissione i fascisti erano rappresentati da un solo deputato, che il presidente di questa Commissione era Giolitti, che si discusse a lungo prima del passaggio degli articoli, che si discusse non meno a lungo sui singoli articoli, che la legge fu approvata per appello nominale e fu approvata a scrutinio segreto con 100 voti di maggioranza, e dopo aver avuto il suggello della legalità della Camera ebbe quello della legalità del Senato con unanimità meno 40 voti contrari. Dopo che fu firmata da S. M. il Re, fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, diventò una legge dello Stato. Mi domando come si può tacciare in buona fede di anticostituzionalità la legge elettorale; la quale, del resto, è molto meno antidemocratica e reazionaria di quello che non sembri ai nostri contradditori. Si era chiesto di togliere il limite di età? Fatto. La scheda di Stato, concessa. E non sentite, d’altra parte, che l’avere un poco sradicati i cittadini italiani dai loro piccoli collegi in cui intristivano, ha dato alla lotta elettorale odierna un’ampiezza non mai supposta e un uditorio nazionale che forse era follia sperare?

OGNI REGIME HA IN SE’ LA LEGGE DEI PROPRI CONFINI Questa lotta elettorale porge ai cittadini italiani l’occasione di votare o pro o contro. Non voglio indugiarmi a fare l’elogio dell’opera mia e di quella dei miei collaboratori; ma mi è capitato fra mani, proprio in questi giorni, edito dal mio amico Ciarlantini, un libro del prof. Rignano che è un positivista, un socialista, un uomo di valore. E’ strano che questo libro, che doveva scagliare la democrazia contro il fascismo, finisce con una esaltazione del fascismo, il che potrebbe farmi supporre che l’autore covi delle tendenze senatoriali.

«Il primo e principale vantaggio — dice Rignano — dell’avvento del fascismo al Governo, non è che troppo evidente a tutti : al disordine interno, all’anarchia, un governo; al disfacimento sociale, al rinsaldamento della compagine nazionale; cessato il sabotamento del lavoro da parte degli operai più riottosi; cessata l’indisciplina nelle officine, cessati i continui scioperi; cessati gli scioperi nei servizi pubblici; cessata la guerra civile, salvo ancora fatti sporadici che accennano a diminuire di numero; rimessa in attività tutta la produzione del paese; ispirato al funzionari dello stato un maggior senso di dovere e di responsabilità; impresso un andamento più severo ed energico alle funzioni dello Stato, delle Provincie e del Comuni. Tutta questa ripresa di un ritmo produttivo, di un funzionamento statale più ordinato, più intenso, non si può negare abbiano portato ottimi frutti nella ricostruzione finanziarla ed economica del paese».

Questo signore mi avverte:

«Badate che ogni regime ha in sé la legge dei propri confini; oltre un certo limite il seme che può dare la dittatura diventa male».

Vilfredo Pareto (1848 – 1923)

Ma è appunto per questo che io, tiranno, ho rinunciato ai pieni poteri il 31 dicembre 1923. Lo stesso Consiglio me lo aveva dato uno dei miei maestri, il più illustre, Vilfredo Pareto:

«Ogni regimo ha in sé la sua giustificazione a patto però che non si prolunghi oltre le sue obbiettive necessità storiche, oltre le quali diventerebbe un anacronismo politico».

Badate che li potevo avere i pieni poteri.

Quei certi popolari, che fanno, ora i draghi che sputano fuoco, prima che io avessi parlato di chiedere la proroga dei pieni poteri me li avevano offerti. Avevano coatto, come si dice, l’analogo ordine del giorno. Credo che tutto il resto della Camera, compresi i socialisti, sarebbe stata lietissima di farmi fare il tiranno per un altro anno ancora. Io invece ho pensato che ormai tutto quello che i pieni poteri potevano dare lo avevano dato ed ho convocato le elezioni.

IL FASCISMO E LE IDEE Inutilmente, durante questo periodo elettorale, si rinnovano le vecchie accuse al fascismo; quello che io chiamo il prodotto dell’infantilismo avversario. Prima di tutto si è detto: passerà il fascismo; il fascismo è un fenomeno transitorio… E’ un transitorio che dura da cinque anni. Ma soprattutto ciò che mi stupisce e questo volere rinnegare la più evidente e palpabile realtà. Si è molto chiacchierato sulle cosiddette, beghe del dissidentismo. Può essere noioso; ma quando penso che nel fascismo sono irreggimentati circa due milioni d’individui, mi rendo conto come sia difficile pretendere che essi marcino sempre per tre come dei soldatini di piombo. Si è detto anche: «Voi non avete dottrina». Ebbene, io affermo che non vi è nessun movimento spirituale e politico che abbia una dottrina più salda e determinata della dottrina fascista. Abbiamo delle verità e delle realtà precise innanzi al nostro sguardo, e sono: lo Stato che deve essere forte, il Governo che deve difendersi e difendere la Nazione da tutti gli attacchi disintegratori, la collaborazione delle classi, il rispetto della religione, l’esaltazione di tutte le energie nazionali. Questa dottrina è una dottrina di vita, non una dottrina di morte!

Che cosa si pongono di fronte gli avversari? Niente, delle miserie. Sono ancora in arretrato di 50 anni in fatto di filosofia. Stanno postillando tutte le fantasie dei positivisti; fantasie, dico, poiché, come non v’è un uomo più pericoloso del pacifista, coìi non vi è un ideologo più pericoloso del positivista. Tutto il processo di rinnovazione spirituale delle nuove generazioni è a loro ignoto.

LA PIÙ’ VENTOSA DELLE VESCICHE: LA LIBERTA’ Che dottrina ci pone innanzi il socialismo? E quale è il vero socialismo? Perché nelle etichette sulle bottiglie se ne vedono parecchie. C’è un socialismo massimalista, uno comunista, uno unitario, ed anche uno che si dice nazionale, e forse lo è. Altrettanto dicasi per il liberalismo. Si è detto: il liberalismo ha fatto l’Italia. Adagio, non esageriamo! Io, intanto, contesto che ci sia stato un partito liberale durante il risorgimento; un partito, dico, nella concezione, moderna del termine. Ci sono stati gruppi o correnti liberali. Ma accanto al partito liberale, rappresentato magnificamente da Camillo Cavour, ci sono stati uomini non liberali, come Mazzini, Garibaldi, i fratelli Bandiera e Carlo Pisacane ed i suoi compagni, che sono andati a farsi massacrare per un sogno di libertà e di risurrezione. Prima dell’ultima guerra abbiamo avuto almeno due liberalismi: il liberalismo di Antonio Salandra, che voleva l’intervento ed il liberalismo del parecchio. Mi fanno ridere adesso questi venditori del sole d’agosto! E’ vero: il tricolore è sul Nevoso, ma se avessimo obbedito alla suggestione del liberalismo di Dionero, il tricolore sarebbe tutt’al più sulla stazione di Cervignano; forse non si sarebbe arrivati fino a Salerno. Monte Nevoso lo avremmo visto — permettetemi l’espressione trincerista — con il binocolo. Vi avremmo messo simbolicamente il palamidone di Giovanni Giolitti, mentre vi sventola il glorioso tricolore.

E vengo, o signori, a bucare con una logica spietata, la più ventosa delle vesciche di tutte lo opposizioni; la libertà. Noi guardiamo in faccia questa dea e vogliamo vederla esattamente nei suoi connotati. Il concetto di libertà non è assoluto perché nulla nella vita vi è di assoluto. La libertà non è un diritto; è un dovere. Non è una elargizione; è una conquista. Non è un’eguaglianza; è un privilegio. Il concetto di libertà muta col passare del tempo. C’è una libertà in tempo di pace che non è più una libertà in tempo di guerra. C’è una libertà in tempo di ricchezza che non può essere concessa in tempo di miseria. C’è la lotta, la grande lotta tra lo Stato e l’individuo, tra lo Stato che accentra e l’individuo che tenta di evadere, perché l’individuo lasciato a se stesso è l’individuo , che — a meno che non sia un santo, un eroe — si rifiuta di pagare le tasse, si rifiuta di obbedire alle leggi, o di andare in guerra. Quando la nazione, come ieri e come oggi, è impegnata per la vita e per la morte, inseguirete ancora le vostre rovinose chimere? Io dico: no! Di che libertà si parla? Quando in un paese è permesso di fare una campagna per la libertà, questa è la migliore prova che la libertà esiste. Nei paesi veramente tirannici, che noi conosciamo, là non è permesso nemmeno di invocarla nei libri la libertà; c’è l’indire che brucia i libri proibiti.

Gli è che ogni rivoluzione, o signori, ha i suoi emigrati. Gli emigrati di Coblenza che possano essere gli emigrati di Dronero, di Sarno o di altri paesi più o meno illustri. Costoro si sentono veramente limitati nella loro libertà. Costoro sono un poco diminuiti, non sono più dei grandi uomini, lo erano quando potevano provocare una crisi ministeriale al mese, lo erano quando si pensava che dal discorso del sig. X dipendessero le sorti del Governo. Adesso il Governo proclama la sua assoluta indifferenza davanti a queste sterili manifestazioni.

LA FORZA E’ CONSENSO C’è un altro argomento che mi interessa assai: la forza ed il consenso. Si dice: — Voi governate colla forza. Ma tutti i Governi che sono forti governano colla forza! Con le parole non si mantengono gli Stati, dice il maestro dei maestri della politica. Del resto, la forza è consenso. Non ci può essere forza se non c’è consenso ed il consenso non esiste se non c’è la forza. Ma voi, che siete qui in 5 mila e rappresentate certamente i due terzi dei Comuni italiani, non siete la mirabile, la magnifica, l’indiscutibile prova del consenso della popolazione italiana per il Governo fascista?

Si domanda: che cosa farete dopo le elezioni? Prima della rivoluzione ci domandavano: che cosa volete? Il Governo. La risposta è ora semplicissima! Adesso vogliamo conservare il Governo e governare. Sembra di dite una cosa quasi banale ma governare è invece una fatica terribile; governare significa essere sottoposti ed un martellamento quotidiano, dalle prime ore del mattino sino alle ultime della sera. Governare significa avere la visione di tutti i bisogni della nazione; governare significa sentire nel proprio cuore battere il cuore di tutto il popolo.

FAR FUNZIONARE IL PARLAMENTO, PURCHE’ FUNZIONI. E del resto, che cosa importa di snocciolare un bel programma? Io mi rifiuto allo smercio minuto della paccottiglia politica. Quello che mi propongo domani ve lo dico: far funzionare il Parlamento, purché il Parlamento funzioni.

Signori! Non dovete prendere troppo alla lettera le mie parole antiparlamentaristiche; le mia antipatie, le mie simpatie, sono note; ma su di esse non costruisco la mia politica. Quando ho parlato di ludi cartacei e ho detto che le elezioni vengono più dei collegi, io l’ho fatto per tremare un poco le impazienze schedaiole, perché non voglio che tutto il partito sia attento in breve lasso di tempo di questa malattia; voglio che un reparto del partito funzioni nel Parlamento, ma che il partito resti fuori intatto a controllare e sospingere i suoi rappresentanti; essere quello che deve essere, e cioè una riserva sempre intatta della rivoluzione fascista. E che cosa faremo facendo regolarmente funzionare il Parlamento? Perfezioneremo le riforme. Non è il mio un eccesso di onestà politica se vi dico che non tutte le riforme del Governo fascista, che ha varato 1700 leggi siano perfette, perfettissime? Le perfezioneremo.

Andremo incontro al Mezzogiorno. Non lo dico per cattivarmi le vostre simpatie, per aumentare il numero dei voti. La realtà è questa: tutta Italia ormai è giunta ad un alto grado di civiltà meccanica, è ormai allo stato di saturazione; il Mezzogiorno d’Italia ò ancora in ritardo. Le regioni sulle quali si è appuntato il mio occhio di capo del Governo sono, nell’alta Italia, l’Istria; nel Meridionale, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna. Quando si parlava della questione meridionale si diceva: la questione dell’Italia meridionale è una questione di ordine pratico: case, strade, ponti, acqua. Ebbene, il Governo fasciata ha agito su questo terreno. Il Governo fascista ha dato 240 milioni per l’Acquedotto pugliese, 85 milioni per il porto di Bari, 85 milioni per l’acquedotto della Basilicata, 500 milioni per le strade della Calabria, 500 milioni per la ricostruzione dei paesi devastali dal terremoto.

Battuti sul terreno pratico, gli avversari dicono: il Mezzogiorno d’Italia ha bisogno di risolvere il problema dello spirito, credo d’interpretare il pensiero delle popolazioni del Mezzogiorno d’Italia, verso le quali vanno le simpatie concrete del fascismo, se io dichiaro che esse hanno ferma fiducia nel Governo fascista perché solo il Governo fascista ha cominciato a risolvere il problema del Mezzogiorno.

PRESSIONE FISCALE E PRESSIONE POLITICA Richiamo la vostra attenzione su un altro punto del programma futuro. Io mi propongo, e credo di avere in ciò consenziente tutto il Governo ed anche il ministro delle Finanze, mi propongo di alleggerire la pressione di ordine tributario fiscale che abbiamo imposta al popolo italiano. Credo che si debba sempre marciare verso il pareggio, ma che bisogna arrivale al pareggio in condizioni di discreta salute. Non credo che sia nei piani del mio amico De Stefani fare arrivare la nazione ad pareggio boccheggiante, onde mai si dica, come per certe operazioni, che la clinica ha trionfato ma il paziento è morto. Faremo questo anche perché il popolo italiano è stato meraviglioso di abnegazione, di spirito eroico, di sacrifici; ha accettato queste dure necessità che gli abbiamo imposto con lo spirito di solidarietà nazionale.

E quanto alla pressione politica? Molti dei nostri avversari si domandano che cosa farà la rivoluzione fascista domani. Certo, sono interessati a saperlo. Anche qui bisogna essere in due: se si vuole che il fascismo — governo e partito, partito e milizia alleggerisca la sua pressione, bisogna che gli avversari si rassegnino al fatto compiuto.

Ma quando io leggo sopra un giornale stampato ieri sera che i sovversivi debbono moltiplicare le energie per insidiare la vita e lo sviluppo del fascismo in tutti i campi, per suscitare opposizioni, per risvegliare il sentimento combattivo delle masse, richiamare gli operai alla visione del loro interessi, quando mi capitano sotto gli occhi questi documenti, allora dichiaro solennemente che invece di alleggerire è il caso di dare un altro giro alla vite! Bisogna rendersi conto ancora una volta che noi abbiamo il sacro dovere di difendere le nostre idee, di esaltare il sacrificio dei nostri martiri, di tenere fede alla nostra rivoluzione.

CHI NON E’ CON NOI E’ CONTRO DI NOI Se i nemici o isolati o in blocco, vengono contro di noi, noi abbiamo un solo dovere: di vincerli o di stroncarli!

Signori, bisogna essere o pro o contro: o fascismo o antifascismo. Chi non è con noi è contro di noi!

La lotta politica in Italia non ebbe mai una semplificazione più precisa di questa. Il passato è la garanzia dell’avvenire. Non possiamo deflettere. La marcia può avere dei rallentamenti o delle accelerazioni, ma marciare bisogna. Bisogna andare innanzi. Bisogna fare la grande Italia. Questa è la meta infallibile del fascismo. Lo stato unitario esiste. Oserei dire che esiste da quando il fascismo ha innalzato i suoi gagliardetti di battaglia e di vittoria. Voi siete la testimonianza che lo Stato in Italia esiste; voi che rappresentate tutte le città, che rappresentate tutti i Comuni dalle Alpi alla Sicilia, anche i Comuni così detti allogeni, dove stanno del cittadini die devono essere devoti all’Italia perché ormai le loro sorti sono legate indissolubilmente alle sorti della patria comune.

Signori sindaci! Ritornate ai vostri passi, convocate il vostro popolo nelle piazze, portate ai fascisti ed al popolo tutto il saluto del Governo. Agite con me, collaborate con me per dare agli italiani il senso gioioso eroico e umano della vita. Suonate a stormo le vostre gloriose campane. Innalzate nel cielo purissimo i vostri gagliardetti ed i vostri gonfaloni e dite: giovinezza d’Italia, anche nella giornata del 6 aprile noi ti vogliamo vedere incoronata coi lauri della vittoria!

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