Il mito di Sisifo

Sisifo nacque da Eolo e Enarete.

Omero (VIII sec. a. C.)

Fu fondatore e re della città di Corinto. Si dimostrò immediatamente il più furbo tra i mortali, come affermò Omero, nell’amministrazione della Res publica, favorendo i commerci e la navigazione, ammettendo la fraudolenza e l’astuzia, al fine di ottenere quanto desiderato.

Una versione mitologica racconta quando Sisifo si scontrò con Autolico, figlio di Mercurio, il quale aveva il potere di rendere invisibili gli oggetti, che toccava. Un giorno che pascolava le sue greggi accanto a quelle di Sisifo, decise un poco alla volta d’impadronirsene. Il derubato allora colò del piombo sugli zoccoli dei suoi animali, scrivendo la seguente frase: «Mi ha rubato Autolico».  Così, il figlio di Mercurio dovette ammettere il furto. Secondo questa versione, lo sconfitto gli concesse la figlia, Anticlea, con cui avrebbe generato Ulisse.

Un giorno, vide Zeus mentre stava rapinando la ninfa Egina, figlia del fiume Asopo. Si recò dal fiume, promettendogli che gli avrebbe rivelato il nome del rapitore della figlia, se avesse portato le sue acque nella città di Corinto, che in quel momento rischiava la siccità. Appena la richiesta fu esaudita, accusò del rapimento Zeus, il quale fu costretto a trasformare se stesso e la ninfa in pietra, rinunciando ai suoi propositi sensuali. L’Olimpico poi ordinò a Thanatos, il demone della morte, di recare Sisifo nell’Ade, perché ivi fosse punito, spingendo per l’eternità un masso verso la cima di una montagna, a memoria della pietra in cui Giove s’era trasformato.

Quando Sisifo si accorse di essere preda di Thanatos, con una manovra precisa ed accorta, riuscì ad incatenarlo, così i mortali smisero di morire, ma non tutti furono contenti, poiché molti, invecchiando, erano costretti a vivere coi propri inguaribili dolori.

Un giorno, Thanatos, grazie all’intervento pronto di Marte, fu liberato dalle catene, così poté eseguire l’ordine di Zeus. Il prigione si rivolse alla moglie, Merope, prima di essere portato via, ordinandole di non eseguire conventi funebri.

Quando fu precipitato nell’Ade, si lamentò con Plutone e Proserpina a proposito dell’irriconoscente comportamento della consorte, la quale non stava dedicando onori funebri al marito. Per ciò chiese insistentemente alla coppia infernale di tornare sulla terra, per avviarla alla giusta punizione. Gli dei inferi, dopo innumerevoli suppliche, gli concessero il permesso. Appena giunse sulla terra, Sisifo non ebbe idea di rientrare nell’Ade, dedicandosi alle sue azioni riprovevoli, tese quasi sempre ad ingannare il prossimo, sicché gli dei furono costretti ad Ares d’intervenire nuovamente, per ricollocare il condannato negl’inferi.

E così, il fondatore della città di Corinto, fu ricondotto nell’Ade, dove ancora oggi spinge quel masso verso la cima della montagna, che precipita a valle ogni qualvolta che sta per toccare l’agognata meta, simbolo dell’inutile accanirsi dell’uomo contro il proprio destino.

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