Gli sviluppi del rapimento di Giacomo Matteotti nella cronaca della stampa dell’epoca

Il 14 giugno del 1924, il quotidiano La Stampa di Torino tornò con ampi articoli sulla presunta scomparsa del deputato Giacomo Matteotti.

«Stasera (14 giugno) era corsa voce che il cadavere del deputato sarebbe stato rinvenuto sulla strada Bassano – Sutri – Vico, o, meglio, nella boscaglia di quella località. Ma gli onorevoli Baldesi e Buozzi, che vi si erano recati subito, sono tornati stasera, senza aver trovato nulla, e hanno detto che la fitta boscaglia rende assai difficili le ricerche.

Durante tutta la notte la Questura ebbe l’apparenza di un quartier generale alla vigilia di una battaglia campale. Tutte le forze erano in efficienza, dal questore, al vice-prefetto, fino all’ultimo funzionario. Le automobili dalla Questura andavano e venivano. Forti pattuglie a cavallo perlustravano le zone di campagna che circondano la città. La spedizione più importante fu compiuta dal commissario Cadolini, in compagnia di un altro funzionario e da un capitano dei carabinieri. Egli eseguì lunghe, accurate perlustrazioni intorno a via Flaminia e via Cassia. Egli, del resto, era stato preceduto in questa iniziativa da un gruppo di deputati socialisti: Baldesi, Buozzi, Gonzales, Cassinelli e Sacconi.

Sulla via Flaminia fu raccolta la testimonianza del brigadiere della guardia di finanza Cossu, il quale nel pomeriggio di martedì, verso le 16,30, notò il passaggio della famosa automobile con dentro cinque individui. L’automobile, avendo attraversato il piazzale di ponte Mollo, piegava a destra verso la salita di Tor di Quinto e si dileguava. Questa deposizione è confermata anche da altri testimoni.

Nella zona di Tor di Quinto esistono parecchie grotte, che il commissario Cadolini, accompagnato da alcuni militi, ispezionò, servendosi di torce, ma anche qui le ricerche riuscirono infruttuose. Le indagini della polizia si sono fermate particolarmente sulle rive del lago di Vico (di proprietà di tale Nativi di Caprarola) e sulla tenuta che prospetta il lago, proprietà tenuta in affitto da un tale Cocuzza. Ma anche qui nessun indizio è sicuro è stato possibile raccogliere. Vi è soltanto la testimonianza, molto vaga, di un ragazzo di undici anni, il quale racconterebbe di aver notato la sera di martedì, verso le ore 18, un’automobile nella località di Casaccia, automobile che avrebbe proseguito giù in fondo verso Macchiagrossa, dove si sarebbe trattenuta pochi minuti, per poi tornare indietro sempre di gran corsa.

Un’altra importante deposizione veniva ad aggiungersi alle precedenti. Iernotte, a tarda ora, si presentava negli uffici del “Giornale d’Italia” un giovanotto che disse di essere un impiegato, ma non volle declinare il proprio nome, forse per timore di rappresaglie. Dichiarò che alle 18,30 di martedì 10 giugno, in via XX Settembre, avrebbe veduto un’automobile del tipo descritto, con quattro o cinque individui, che lo impressionarono per il loro atteggiamento. Crede di poter garantire che trattasi della macchina rapinatrice».

La polizia diramò un comunicato, in cui si annunciava l’arresto di alcune persone, «fortemente indiziate di aver partecipato alla scomparsa dell’onorevole Matteotti. I nomi per ora non sono resi di pubblica ragione per non intralciare le ulteriori ricerche della Polizia, avviate a concreti risultati. L’automobile che avrebbe servito ad effettuare il reato è stata identificata e sequestrata.

Gli organi di stampa individuarono il nome dei presunti colpevoli: Amerigo Dumini (arrestato a Roma), Mattoli (a Firenze), Aldo Musato, Albino Volpi, e Viola (a Milano). Tuttavia, nessuno degli arrestati finora avrebbe fornito indizio sicuro sulla fine toccata all’onorevole Matteotti.

Amerigo Dumini (1894 – 1967)

Questo Dumini, fascista, è assai noto negli ambienti romani. L’ultima volta che fece parlare di sé fu per l’aggressione al giornalista Giannini, nel ridotto del Teatro Nazionale. Un redattore del «Giornale d’Italia» ha condotto un’inchiesta sull’attività recente del Dumini a Roma.

Si è assodato che negli ultimi giorni, nell’albergo in cui viveva, egli frequentava la compagnia di due individui, uno dei quali di professione meccanico e l’altro pubblicista, rispettivamente a nome di Mazzola e di Musato. Entrambi sono milanesi; essi sono partiti per Milano improvvisamente mercoledì sera e cioè la sera seguente a quella della cattura dell’on. Matteotti. La circostanza che uno dei due amici del Dumini fosse un meccanico, fa sorgere il dubbio che questi abbia potuto eventualmente condurre l’automobile che servì alla cattura, e per la quale non si richiese l’assistenza di uno autista.

Altri due amici del Dumini, milanesi anche loro, che abitarono all’«Albergo Dugoni», sono pure partiti repentinamente per Milano ieri sera. Anche essi frequentavano abitualmente la compagnia del Dumini. Essi sono, appunto, quei Volpi e Viola, che sono stati arrestati a Milano.

Il fascista Amerigo Dumini è toscano. Egli frequentava in questi ultimi tempi anche i corridoi della Camera e l’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio al Viminale.

Nel pomeriggio di ieri il Dumini si trattenne, come al solito, nei corridoi di Montecitorio durante la seduta. Nei circoli fascisti, dove si conferma che egli aveva lavorato qualche tempo in qualità di addetto straordinario all’ufficio della presidenza del Consiglio, si afferma peraltro che il Dumini da qualche tempo era stato invitato a non frequentare più il Viminale.

Peraltro l’Ufficio Stampa della presidenza del Consiglio comunica:

«La notizia comparsa su qualche giornale che il Dumini arrestato in seguito alla scomparsa dell’on. Matteotti facesse parte dell’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio e fosse anche segretario del capo del suddetto ufficio, commissario Cesare Bossi è assolutamente falsa».

Ma il nome su cui più si discorre stasera è quello dell’avvocato. Filippelli, direttore del giornale fascista il “Corriere Italiano”. Egli, già interrogato oggi più volte dal senatore De Bono, sarebbe tenuto in stato di fermo presso lo stesso suo giornale, che è infatti piantonato. Ecco come il nome del Filippelli è venuto fuori.

Emilio De Bono (1866 – 1944)

Giovanni Tommassini, proprietario del garage donde fu presa la Lancia, in cui fu rapito l’onorevole Matteotti, ha dichiarato che un autista del “Corriere italiano” mandato dall’avvocato Filippelli, direttore del giornale, si recò da lui e noleggiò un’automobile, affermando che doveva servire al Ministero degli Interni. Il Tommassini è stato a lungo interrogato dal commissario Trevi, ove è tuttora trattenuto.

D’altra parte, un redattore del “Sereno” si è recato al garage del Tommassini, in via dei Crociferi.

Egli ha parlato con tre chauffeurs, i quali già precedentemente erano stati interrogati anche essi dal commissario di Trevi. I tre chauffeurs, concordi, hanno detto: «Lunedi mattina è venuto nel nostro garage lo chauffeur Umberto Raccani del “Corriere Italiano”.

Egli ha detto al nostro padrone:

«Occorre all’avv. Filippelli una buona macchina, la quale serve al Ministero degli interni».

Poco dopo entravano nel garage tre chauffeurs, che conosciamo di vista, i quali approntarono la macchina per un lungo viaggio, caricarono quattro latte di benzina, riempiendo il serbatoio. Uno di questi tre è un mutilato di guerra toscano.

Martedì, nel pomeriggio, venne da noi uno chauffeur della Camera dei deputati, il quale ci dichiarò che la macchina si trovava al Ministero degli interni e occorreva una chiave per serrare alcuni bottoni. Dopo avergli dato la chiave, non abbiamo più visto nessuno. La macchina, come alcuni giornali hanno scritto, non è rientrata nel nostro garage. Noi siamo in grado di riconoscere tutti gli chauffeurs.

Orbene, date queste circostanze, l’avvocato Filippelli, direttore del “Corriere italiano”, subì ieri sera un primo interrogatorio da parte del generale De Bono, direttore generale della P. S.; poi si recò al giornale, dove rimase fino alle 3 del mattino e dove era stato disposto un servizio di piantonamento. Alle 3, il Filippelli rientrava all’Hotel Moderne.

Gli agenti lo piantonarono tutta la notte, e soltanto stamane se ne andarono, insieme col direttore del “Corriere Italiano”.

Subito dopo, il Filippelli ebbe un secondo abboccamento col generale De Bono. Negli ambienti ufficiali si mantiene il più grande riserbo su questo argomento. L’avvocato Filippelli tende a lasciar credere che lo chauffeur che si presentò al garage a richiedere la macchina non fosse autorizzato dal suo padrone ad agire in suo nome: questo è l’argomento dell’avvocato Filippelli, il quale nel pomeriggio di oggi era ancora nella sede del “Corriere Italiano”.

Intanto il “Corriere Italiano” è uscito stasera, alle 18,30, in edizione straordinaria, per recare le dichiarazioni del suo direttore.

«L’avvocato Filippelli dichiara che lunedì scorso si presentarono a lui, accompagnati dal Dumini, alcuni volontari di guerra dell’Alta Italia, a chiedere una automobile per fare una gita nei dintorni di Roma.

Essendo le automobili del giornale e quelle dell’avvocato Filippelli alcune in riparazione, altre impegnate, il Filippelli fece accompagnare i volontari da un suo chauffeur al garage Trevi, del signor Tommassini. I richiedenti, recatisi a prelevare la macchina presso il garage Trevi, dissero di voler pilotare la macchina essi stessi.

Soltanto ieri — continua la dichiarazione del Filippelli — nelle prime ore del pomeriggio, fui avvertito dal Dumini che la macchina aveva avuto qualche guasto. Seccato dell’eventuale mia responsabilità, ordinai al mio chaffeur di assicurarsi dell’entità dei guasti. Quest’ordine fu dato alle 17 circa di ieri.

Ma da allora non ho più veduto il mio chauffeur e ho appreso dai giornali la notizia del suo fermo».

L’avv. Filippelli esclude nel modo più assoluto che i due suoi chauffeurs abbiano partecipato all’operazione.

Esclude di aver rilasciato al Dumini un biglietto per il ritiro della macchina, e dichiara di aver passato la notte al giornale, non di essere fuggito. Infine, il Filippelli dichiara di deplorare vivissimamente quanto è accaduto, e di essere prontissimo, come cittadino e come uomo di cuore e di onore, ad aiutare la giustizia nel suo sacro dovere, ed a fornire tutti gli ulteriori dettagli del caso.

II Filippelli e il Domini furono visti Insieme? Il “Giornale d’Italia” affermava che la sera di martedì 10 giugno, verso le 23, il Filippelli e il Dumini furono visti allontanarsi insieme dalla sede del “Corriere Italiano”.

Si dice che stasera gli chauffeurs arrestati dell’avvocato Filippelli sono stati rilasciati. E per ora non si hanno altre notizie sugli arrestati e sulle ricerche.

Sempre a proposito dell’automobile, ad un giornalista che si è recato alla carrozzeria di via Flaminia, il guardiano dello stabilimento, un vecchio di 65 anni, ha raccontato di aver visto arrivare la macchina di ritorno, sulla quale erano due persone; una alta, vestita di nero, con cappello floscio, che stava al volante, e l’altra più bassa. Uno dei due disse:

«Questa macchina la mandi a…» (e qui l’uomo pronunciò un nome che il guardiano non afferrò bene). Il guardiano è stato più tardi interrogato dalla polizia.

La famosa automobile è una limousine Lancia, verniciata di bleu, con tappezzeria grigia. Essa si presenta in non buone condizioni; le gomme dei copertoni sono logore come per una marcia forzata, un copertone anteriore destro scopre tutta la trama, ed è inservibile. Il vetro anteriore è rotto. Tutta la macchina, che porta un denso strato di polvere, mostra tentativi di pulitura superficiale. Si vede che, prima di rientrare a Roma, coloro che la conducevano hanno tentato di fare toeletta alla carrozza. Nell’interno, il cuscino di cuoio presenta le tracce di un tentativo di lavaggio. Sulla pedana, sopra uno strato di terriccio, mescolato a fili d’erba si scoprono molteplici orme di piedi. Coloro che erano sulla macchina hanno dunque avuto occasione, durante il loro viaggio, di scendere e salire più volte».

Bruno Buozzi (1881 – 1944)

Alla Camera, tutti i deputati della minoranza si astennero dalla seduta, dopo una riunione tra i rappresentanti dei gruppi, presieduta dall’onorevole Buozzi. Fu quindi pubblicato il seguente documento:

«I rappresentanti dei gruppi di opposizione, riuniti in una sala di Montecitorio, si sono trovati d’accordo nel ritenere impossibile la loro partecipazione ai lavori della Camera, mentre regna la più grave incertezza intorno al sinistro episodio di cui è stato vittima il collega Matteotti. Pertanto i suddetti rappresentanti deliberano di comune accordo che i rispettivi gruppi si astengano dai lavori della Camera e si riservano di constatare quella che sarà l’azione del Governo e di prendere ulteriori deliberazioni».

Alfredo Rocco (1875 – 1935)

Alle ore 16, il Presidente della Camera, onorevole Alfredo Rocco prese la parola, per comunicare sincera la sua preoccupazione per le sorti dell’onorevole Matteotti. Assicurò il contatto continuo con gli uffici della Pubblica Sicurezza, deputati «a squarciare il velo del mistero orribile, che circonda la sorte del nostro collega. – Chiese «Giustizia pronta, inesorabile! Giustizia che sia monito severo ai facinorosi e che ristabilisca l’impero non solo dell’ordine giuridico, ma dell’ordine morale, violato oggi per il fatto inaudito che ci riempie di commozione e di orrore.

Io confido che la Camera tutta, come è unanime nell’esecrare il misfatto e nel chiedere la più severa punizione dei colpevoli, sia unanime altresì nel serbare la più severa compostezza, come richiede la gravità dell’ora e la coscienza delle sue tremende responsabilità.

Io sono sicuro, onorevoli colleghi, che ognuno farà il suo dovere. Adempirà certo il dover suo il Governo col perseguire inesorabilmente i malfattori; il Governo, dico, che oggi è il più duramente colpito nella sua missione pacificatrice, poiché questa improvvisa cagione di turbamento interviene proprio quando l’appello del Presidente del Consiglio alla concordia ed alla collaborazione stava per recare i suoi frutti.

Adempirà il suo dovere la Camera conservando la calma serena che si addice ai forti nel giorno della sventura. E adempirà, non ne dubito, il suo dovere la Nazione tutta, che tante così gravi prove ha superato facendo tacere le ire di parte e raccogliendosi concorde intorno alla bandiera della Patria».

Dino Grandi (1895 – 1988)

Dino Grandi chiese la parola, per esprimere la sua «commozione e dolore pel delitto consumato contro un membro del Parlamento. Siamo davanti ad un triste episodio dì ferocia individuale ed anarchica pel quale nessuna spiegazione, nessuna attenuante è possibile.

L’on. Matteotti era un oppositore talvolta non equanime e non sereno. Ma questa constatazione che io faccio al di sopra di ogni rancore e di ogni polemica non turba e non diminuisce di una linea sola la nostra riprovazione ed il nostro dolore.

Gli autori di sì nefando delitto non possono considerarsi nelle file di qualsiasi partito politico; essi appartengono alle zone grigie che affiorano sempre in tutti i momenti di trapassi rivoluzionari dal ciglio della lotta civile ai margini, non controllati e non controllabili, di tutte le parti in contesa. Costoro non furono come i fascisti contro una legge ma contro la legge.

Quando si crea un nuovo stato di diritto, frutto di angosciosa vigilia e di innumeri sacrifici, il delitto è l’ultimo tentativo delle zone grigie, al di fuori di ogni morale civile ed umana per resistere alla nuova legge che fatalmente li espelle come impuri, dal suo seno.

L’aggressione contro l’onorevole Matteotti non è stata meditata e consumata contro il socialismo ma contro il fascismo, contro il tronco di questo movimento rivoluzionario del quale si manifesta ogni ora più la ragione di vita.

E’ stata perpetrata contro la nostra diuturna, tormentosa fatica di conquistare alla patria, dono lo spasimo delle sue doloranti ferite, un’altra anima fatta di fierezza ma di altrettanta civiltà e nobiltà. E’ fatta contro il nostro sforzo tenace di conquistare finalmente alla patria il cuore concorde ed operoso di tutti i suoi figli migliori.

In tutto questo il fascismo non c’entra, ma appunti per questo il fascismo ha il dovere, qui, in questo momento, di fare una precisa dichiarazione

I fascisti, colla stessa franchezza di soldati, che sanno l’esperienza dura di tutte le battaglie (e appunto per questo abituati ad assalire in faccia il proprio nemico), sentono tutta l’infamia di questo delitto anonimo; colla stessa energia inflessibile con cui domandano, e sarà fatta, esemplare giustizia dei colpevoli, con altrettanta inflessibile energia impediranno che sopra questo tristissimo fatto si tenti dall’opposizione una meschina speculazione partigiana.

Il delitto è stato consumato pochi giorni dopo il discorso del Presidente del Consiglio, il quale conteneva frasi non equivocabili per l’opposizione che l’opposizione ha raccolto e dalle quali si attende una risposta.

Non vorrei che questo episodio triste rappresentasse per avventura l’alibi del silenzio ed eludesse quello risposta che non dal Governo, non dal fascismo, ma dall’opposizione attende la coscienza unanime del Paese.

Il momento è grave: ciascuno deve assumere in quest’ora tutte e piene le proprie responsabilità. Noi le assumiamo intere, ma anche per questo deve uscire ancora una volta dal nostro spirito il voto, che non e il voto solito della dialettica parlamentare, ma deve essere il categorico imperativo della nostra coscienza.

Dimentichiamo, finalmente e per sempre, presenti ed assenti, le divisioni, i dissensi, i rancori! Uno stesso lenzuolo finalmente ricopra tutti i nostri morti dell’una e dell’altra parte, perché se non altro essi, i nostri morti, tutti quanti dormono senza rancore!

Abbiamo la coscienza di essere degli strumenti in mano di Dio ed in mano della storia, restituiamo un’altra anima alle nostre contese, che possono essere feconde soltanto se un rinnovato senso di civile umanità le ispiri. Non dimentichiamo che non attraverso la patria si giunge alla umanità, bensì l’umanità è il mezzo indispensabile per conquistare a noi stessi la patria».

Marcello Soleri (1882 – 1945)

Chiese la parola il Liberale, Marcello Soleri.

«Liberi da ogni legame vi parlo, alieni dal portare elementi di precipitazione in una situazione così grave, consapevoli della responsabilità dell’ora, siamo intervenuti in questa seduta per dichiarare che rendiamo un commosso e reverente omaggio alla vittima dell’imboscata criminosa ed esprimiamo l’esecrazione per il misfatto contro la persona di un collega e contro la libertà di una parte della Camera, misfatto che è un sanguinoso insulto alle tradizioni di civiltà e di tolleranza politica del nostro paese.

Siamo intervenuti per chiedere al Governo la più energica azione contro i delitti politici che da tempo si susseguono impuniti e contro tutte le responsabilità che ad essi si collegano.

Auspichiamo che da questo fatto atroce sorga un imperioso richiamo alla gravità del pericolo che sovrasta il nostro paese e che il Governo chiami a raccolta tutte le forze sane della nazione contro quelle impure e veramente sovvertitrici delle sorti e della dignità della patria. A questa eleviamo il nostro pensiero in quest’ora di accoramento profondo con una fede che vince il nostro turbamento».

Benito Mussolini (1883 – 1945)

«Si leva subito dopo a parlare il Presidente del Consiglio.

Voi avete udito le mie dichiarazioni di ieri sera. Non vi era, e non vi poteva essere, una parola di meno ed una parola di più. In quel momento ero il rappresentante della legge e della giustizia. Dovevo dire — e lo ripeto — che i colpevoli saranno rintracciati ed affidati alla giustizia.

Le prime notizie della scomparsa sono di mercoledì alle ore 18. Nelle 24 ore successive la polizia ha identificato coi nomi e cognomi tutti coloro che hanno partecipato al fatto, quantunque, approfittando del ritardo, fossero partiti per diverse località. Uno di essi fu arrestato ieri sera a Roma. E’ il Dumini. Un altro è stato arrestato a Firenze. E’ certo Mattoli. Un altro è stato arrestato a Milano: è certo Musato. Gli altri tre o quattro sono accerchiati e se si fosse fatto un po’ meno di clamore, molto probabilmente sarebbero già relegati nel carcere.

Di ora in ora seguo la situazione. Io credo che la polizia entro oggi, al più tardi nella serata, avrà preso possesso di tutti coloro che hanno partecipato al misfatto.

Io non ho bisogno di dire che condivido pienamente tutto quello che hanno dello il Presidente, l’on. Grandi, l’on. Soleri. Se c’è qualcuno in quest’aula che abbia diritto, più di tutti, di essere addolorato ed aggiungerei esasperato, sono io. Solo un mio nemico che da lunghe notti aveste pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare il delitto che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida di indignazione.

Voi sapete che col mio discorso di sabato scorso io avevo in un certo senso superato le posizioni dell’assemblea. Se ero andato al di là della stessa nominologia di maggioranza e di minoranza, mi ero messo in diretto contatto coll’anima del paese.

Il paese, la nazione, nei suoi strati profondi e vitali, aveva accolto le mie parole, con un senso di soddisfazione vivissima. Si era determinato attraverso alla parola ardente di Delcroix e alla mia una specie di detente nell’assemblea e si era determinato una situazione di concordia e di pacificazione nel paese. Io potevo dire, senza false modestie, di essere giunto quasi al termine della mia fatica, al compimento della mia opera ed ecco che il destino, la bestialità ed il delitto turbano, non credo in maniera irreparabile, questo processo di ricostruzione morale.

La situazione, signori, è estremamente delicata; quello che è accaduto ieri sera in quest’aula è un sintomo che non può esser trascurato dal Governo. Se si tratta di deplorare; se si tratta di condannare, se si tratta di compiangere la vittima; se si tratta di procedere innanzi alla ricerca di tutti i colpevoli e di tutte le responsabilità, siamo qui a dire ed a ripetere che ciò sarà fatto tranquillamente e inesorabilmente. Ma se da questo episodio si volesse non trarre argomento per una più vasta riconciliazione degli animi sulla base di un accettato e riconosciuto bisogno di concordia nazionale ma si cercasse di inscenare una speculazione di ordine politico che dovrebbe investire il Governo, allora si sappia chiaramente che il Governo punta i piedi, che il Governo si difenderebbe a qualsiasi costo, che il Governo, avendo la coscienza enormemente tranquilla ed essendo sicuro di aver già fatto il suo dovere e di farlo in seguito, adotterebbe i mezzi necessari per sventare questo giuoco che, invece di condurre a sentimenti di concordia degli animi degli italiani, il getterebbe in condizioni di orgasmo ancor più profondo.

Questo andava detto poiché i sintomi non mancano. La legge avrà il suo corso; la polizia consegnerà i colpevoli all’autorità giudiziaria; l’autorità giudiziaria si impadronirà della questione e spiccherà i mandati di cattura necessari. Di più non si può chiedere al Governo.

Se voi gli date l’autorizzazione del giudizio sommario, allora ditelo ed il giudizio sommario sarà compiuto.

Fino a quando questo non si può chiedere – e non si deve chiedere – bisogna mantenere i nervi a posto e rifiutarsi di legare un episodio nefando e idiota ad una questione di politica generale e di politica di governo.

La nazione mostra per mille segni che ha data la sua fiducia all’opera del Governo per quello che gli spetta come potere esecutivo; e dico a voi, rappresentanti della nazione, che questa fiducia non sarà delusa. Giustizia sarà fatta! Deve esserlo! Perché, come qualcuno di voi ha detto, il delitto è un delitto orribile di antifascismo e di antinazione. Devesi distinguere, come ho sempre distinto, tra crimine e politica: la distinzione deve essere sempre più profonda e inequivocabile, perché il fascismo, appassionato alle sue idee, vuole che i buoni cittadini italiani sappiano distinguere la zona della delinquenza dalla zona del sacrificio e grida: questo è il mio dovere ed esso sarà compiuto».

Perché Giacomo Matteotti fu ucciso? La Stampa continuò nelle ipotesi.

«Dicevasi stamane a Montecitorio che Matteotti avrebbe dovuto pronunziare un forte discorso sull’esercizio provvisorio, e che avrebbe denunziato con larga documentazione una serie di loschi affari che certa gente va compiendo da tempo.

Egli avrebbe denunziato, fra l’altro, alcune speculazioni di borsa che andrebbe facendo a Milano una signora assai nota negli ambienti politici mondani della capitale. Avrebbe parlato della convenzione dei petroli, dei residuati di guerra della marina mercantile, della concessione a trattative private di molte opere pubbliche, ecc.

Molti ritengono per ciò, in via di ipotesi, che si sia voluto sopprimere la sua voce molesta non certo per il Governo e per il fascismo, ma senza dubbio, per coloro che, all’ombra del fascismo trafficano troppo apertamente.

L’onorevole Matteotti, uscendo di casa il giorno dell’aggressione, aveva con sé una voluminosa busta che conteneva gli importanti documenti».

Il Nuovo Paese, foglio vicino al Governo, confermò l’ipotesi.

«Si vuole che l’onorevole Matteotti dovesse pronunciare alla Camera sull’esercizio provvisorio, un discorso di critica alla convenzione SinclairSe questo l’onorevole Matteotti avesse fatto, sarebbe stata la prima azione patriottica da lui compiuta.

Comunque noi non dubitiamo che, se anche la sua voce dovesse mancare, e ci misuriamo che ciò non sia, sorgeranno alla Camera dagli stessi banchi fascisti degli oratori a sostenere nel merito della questione il punto di vista degli interessi d’Italia.

Chiunque non sia sfornito di senso di elementare equità, deve porsi il quesito: cui prodest? Difatti, a chi giova, anzi a chi gioverebbe un crimine contro l’onorevole Matteotti, come quello di cui si fa l’ipotesi, per ora fortunatamente non confermabile? E’ evidente che gioverebbe soltanto all’opposizione, anzi ai più irriducibili nemici del regime fascista.

Un crimine di tal fatta non potrebbe essere concepito e organizzato che da falsi amici della politica del regime fascista e in proposito abbiamo le nostre idee, che esprimiamo in altra parte del giornale. Perciò sembra a noi che le parole pronunciate dall’on. Chiesa alla Camera siano molto avventate, per non dire stolte, e denunciano uno stato d’animo predisposto alla speculazione politica.

Superando i dubbi della critica e facendo a meno delle cautele della distinzione nell’ipotesi assai verosimile, che l’onorevole Matteotti sia stato vittima di un agguato di carattere politico, una domanda sorge spontanea: Era l’on. Matteotti persona così alta e significativa, fra gli uomini della sua parte politica, da essere scelto su tutti gli altri come obiettivo di vendetta? Quale valore decisivo poteva avere la scomparsa dell’onorevole Matteotti per gli autori materiali del delitto o per i loro supposti mandanti?

C’è qui evidentemente un punto oscuro che non può essere chiarito, facendo ricorso semplicemente alla generica anormalità della situazione politica. Questa anormalità si riassume esclusivamente nello sfrenato esercizio del potere da parte di un gruppo finanziario che sta asfissiando l’Italia e compromettendo i suoi dirigenti. Noi non vorremmo essere precipitosi nel giudizio dell’atto concreto, del quale attendiamo la esatta versione. Ma, a titolo di non inutile suggestione, ci sia consentito, sempre in sede di valutazione politica, di vedere un rapporto tra il supposto delitto e quella egemonia finanziaria.

Il problema più urgente del fascismo in questo momento è quello di liberare l’Italia e se stesso da quella tirannide finanziaria e affaristica, che è madre di tutte le altre tirannidi e illegalità. Attorno al fascismo e al Governo noi vediamo le stesse forze e organizzazioni finanziarie e affaristiche, gli stessi cinici sfruttatori che furono in tempi non lontani coi bolscevichi e cogli antifascisti. Questa gente senza animo e senza coscienza politica si è inserita nel fascismo, assorbendone quello spirito di violenza che, giustificato e santificato sul terreno di una lotta per l’insurrezione, si è tramutato nella più abbietta delinquenza, quando è stato ed è esercitato al solo scopo di perpetuare, aggravandolo, il proprio dominio sfruttatorio. Questa oligarchia cinica e rapace va scartata, perché è perturbatrice della serenità ideale nella lotta politica in Italia. Noi attendiamo, sempre fiduciosi. Mussolini all’ardua e necessaria fatica».

Giuseppe Emanuele Modigliani (1872 – 1947)

Il Mondo raccolse le dichiarazioni in merito alla scomparsa dell’onorevole Matteotti del deputato socialista Emanuele Modigliani:

«Da alcuni giorni, nei corridoi di Montecitorio circolavano voci, che abbiamo giudicato sparse ad arte per fine intimidatorio. Si parlava di un buon colpo che sarebbe stato effettuato, senza giungere peraltro a dire quali sarebbero stati i designati.

Ma a Montecitorio si dicono tante chiacchere

Chi avrebbe potuto supporre, questa volta, che avremmo avuto una così tragica conferma? Non credo che alcuno possa supporre che il nostro amico portasse con sé importanti documenti.

L’onorevole Matteotti abita una casa in cui sarebbe facile a chiunque di introdursi, e perciò sin dal tempo in cui raccoglieva documenti per la pubblicazione del suo fascicolo su di un anno di dominazione fascista, egli aveva provveduto a cautelarsi contro ogni possibile furto.

Il delitto ha, del resto, per il modo come si è svolto, tutti i caratteri di una preparazione di lunga data. Perciò facilmente esso potrebbe essere stato determinato dal fatto che nel suo discorso sull’esercizio provvisorio l’on. Matteotti avrebbe dato lettura di documenti compromettenti. Sul contenuto del suo discorso l’onorevole Matteotti non aveva fatto un mistero cogli amici. Io stesso l’ho incontrato la mattina di martedì alla biblioteca della Camera, e poiché egli rileggeva un suo discorso di due anni fa me lo commentò e volle che io rileggessi un ordine del giorno di allora. Il discorso, che avrebbe pronunziato, sarebbe stato di natura tecnica ed avrebbe avuto una forte impostazione critica per quanto riguarda le finanze fasciste.

Nel pomeriggio di martedì l’onorevole Matteotti che, come le dicevo, aveva raccolto con molta cura tutti i documenti per il suo discorso, aveva appuntamento con Caldani, che doveva riferirgli circa i lavori della Commissione per i decreti – legge. All’appuntamento il nostro povero collega non ha potuto recarsi. Riprenderà egli mai la sua attività politica?

Ella suppone, onorevole, l’onorevole Matteotti sia già morto?

E chi potrebbe dirlo? Ma alcuni indizi autorizzano la supposizione che il delitto sia stato commesso nell’automobile stessa. Lo farebbe supporre il fatto delle grida udite mirante la colluttazione e che hanno risuonato allorché l’automobile si è messa in moto, grida che si sono poi taciute all’improvviso. Ciò farebbe supporre soprattutto la deposizione di chi afferma di avere veduto la vettura ferma per una panne di gomme. Qualcuno si sarebbe avvicinato attratto dalla curiosità, ma avrebbe subito visto abbassarsi le tendine. Custodiva già l’automobile un cadavere? A togliere vieppiù le speranze si aggiunge il prolungarsi dell’assenza. L’unica speranza è che l’on. Matteotti sia stato abbandonato per morto in un luogo lontano, forse privo di sensi, in luogo dove possa essere trovato ancora vivo o dal quale possa tornare colle poche forze rimastegli.

Ella, onorevole, come fu informata del fatto?

Venne a parteciparmi le sue preoccupazioni la moglie dell’onorevole Matteotti. Recandomi in Questura a 24 ore di distanza dal fatto, una cosa mi colpì e fu questa: che il questore Bertini, quando io gli dissi che era venuta da me una donna, mi interruppe, dicendomi: «La moglie dell’onorevole Matteotti? Essa è stata anche dal direttore generale della Polizia». Come lo sapeva la Questura? La signora Matteotti afferma di non essersi recata affatto dal direttore generale della Polizia e di essere invece venuta prima di ogni altri da me. Né io, né l’onorevole Turati, che credo sia la seconda persona informata delle angosce della signor, ci siamo recati a Palazzo Viminale. Da chi poteva dunque essere informata la direzione della Polizia, se non dagli agenti incaricati di seguire l’onorevole Matteotti?»

Filippo Turati (1857 – 1932)

Si registrarono altri interventi dei colleghi di partito dell’onorevole Matteotti. Lapidario Filippo Turati:

«Era il più forte ed il più degno. Doveva essere il più atrocemente colpito».

Claudio Treves (1869 – 1933)

Claudio Treves: «Il Paese ha bisogno di sapere una cosa sola: se in Italia il crimine è un’istituzione legale. Sino a che tutte le responsabilità, quali che esse siano, del delitto infaustamente consumato contro il nostro Matteotti, non siano assodate e represse energicamente, il Paese resterà nel tormento e nell’orrore di quella tremenda incertezza. Infine, un regime, qualunque regime, è essenzialmente Polizia; se no la jungla, il caos, la bestialità pazza, e selvaggia».

Arturo Labriola (1873 – 1959)

Arturo Labriola: «Un’anima di pieghevole acciaio, tutta concentrata in una fede che egli voleva servire sino alla morte. Questo nostro amico, del cui fosco destino non vogliamo ancora persuaderci, sentiva nel fascismo, nella sua azione di governo e di partito, un fiero nemico della libertà e dell’unità morale del Paese, che esso incautamente divide, e lo combatteva con ardore d’italiano e con intensità di socialista».

Il Governo mobilitò la Milizia fascista nonostante la situazione sociale fosse molto tranquilla, al di là di «un’insignificante dimostrazione svoltasi a Roma».

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