I contraccolpi politici del delitto Matteotti nella cronaca della stampa dell’epoca

Domenica 15 giugno 1924, dopo cinque giorni la sparizione dell’onorevole Giacomo Matteotti, il quotidiano La Stampa di Torino dedicò ampi servizi al terribile misfatto.

L’opinione pubblica italiana fu ferita da così efferato delitto.

Diversi fogli denunciarono il «putridume di affari e di corruzione dove la finanza più arrischiata si accoppia con la politica più affaristica», tornando a chiedere che lo Stato esercitasse «tutta la sua forza, per la sicurezza dei cittadini, per la tutela della libertà in Parlamento e ovunque, per la difesa dei pubblici averi, per l’attuazione piena della giustizia».

Si registrarono «a Roma delle dimostrazioni di una certa gravità – in riferimento – naturalmente alla scomparsa dell’onorevole Matteotti.

Qualche decina di mutilati stasera, verso le 22, vendeva in piazza Colonna il giornale “Italia libera” e gridava: “Viva la libertà! Abbasso il fascismo!”. Sono allora intervenuti in grande numero i fascisti, i quali hanno attaccato senz’altro i mutilati, impossessandosi delle copie del giornale, delle quali vennero fatti grossi falò sotto il porticato della galleria, – in cui si sviluppava – una zuffa tra mutilati ed alcune decine di simpatizzanti dei mutilati ed i fascisti. Vennero distribuite da una parte e dall’altra bastonate in grande quantità e si afferma che vi furono parecchi feriti leggeri. Sedie e tavolini del caffè sotto la galleria sono stati rovesciati e molti di essi frantumati.

Filippo Turati (1857 – 1932)

Frattanto i fascisti improvvisavano una dimostrazione contro l’Associazione della stampa che si trova in piazza Colonna. L’onorevole Turati attraversava piazza Colonna per recarsi in piazza Montecitorio ed alcuni giornalisti che si trovavano sopra la terrazza del palazzo dell’Associazione prospiciente la piazza Colonna, hanno gridato replicatamente: “Viva Turati!”. Allora i fascisti, che si trovavano nella piazza, hanno gridato alla loro volta: “Abbasso Turati!”, ed hanno cercato di invadere, senza riuscirvi, i locali dell’Associazione.

Sopraggiungevano diversi nuclei di carabinieri, che riuscivano, dopo molti sforzi, a separare i contendenti, che battagliavano sempre sotto la Galleria, e ad arrestare i più facinorosi. Gli arresti sono stati numerosissimi; però la maggior parte sono già stati rilasciati.

Sotto la Galleria e nelle vie adiacenti forti pattuglie di carabinieri perlustrano le strade per disperdere gli ultimi dimostranti. Intanto venivano tirati i cordoni nelle adiacenze della Galleria e della piazza Colonna.

Un’altra dimostrazione si è avuta contro il giornale il “Mondo”. Il pronto intervento della forza pubblica, che circondò subito gli uffici, impedì che si verificassero incidenti. Più tardi parecchie decine di fascisti si recavano a fare una dimostrazione di simpatia al Presidente del Consiglio, sotto Palazzo Chigi, gridando: “Viva Mussolini! Abbasso gli speculatori!”».

S’intrecciarono voci dissenzienti a proposito del ritrovamento del corpo dell’onorevole Matteotti. In mattinata, il questore Bertini aveva dichiarato alla stampa:

«Sono stato sempre e sono tuttora un galantuomo e per questo ho diritto di essere creduto. Vi autorizzo a pubblicare — ed occorrendo ve ne prego, sulla mia parola d’onore — che sino a questo momento nessuna notizia né diretta, né indiretta, è pervenuta circa il rinvenimento totale o parziale del cadavere dell’onorevole Matteotti. Non so che cosa potrei dire di più categorico e quali affermazioni più sincere potrei dare. Vi assicuro — e siete in parecchi a ricevere queste mie parole, — che nel caso disgraziato in cui l’onorevole Matteotti fosse trovato morto, ho dato disposizioni perché non venga toccato da alcuno e venga guardato da un quadrato di carabinieri, in attesa dell’autorità, giudiziaria».

Aldo Finzi (1891 – 1944)

Il sottosegretario agli Interni, Aldo Finzi, rassegnò le dimissioni, accomiatandosi colla seguente lettera.

«Caro Presidente, mi risulta che ieri, in una adunanza dell’opposizione, si sia fatto il mio nome in relazione, sia pure indiretta, all’orrendo delitto che io, più di qualsiasi altro, condanno reputandolo orribile, vilissimo ed inutile.

Acciocché io possa avere ogni ampia libertà e possibilità di individuare i miei nemici, che da troppo tempo con calunniose denigrazioni tentano inutilmente di intaccare la mia onorabilità privata e politica, e perché io possa difendermi invitando questi signori ad uscire dall’anonimo e dall’ambiguità, e documentare dinanzi all’opinione pubblica le loro diffamanti falsità, ti prego di esonerarmi dalla carica che copro di sottosegretario agli Interni e di vice Commissario all’Aeronautica.

Tu, che conosci la mia fedeltà dall’intervento alle giornate della barricate di via Lovanio, ed i venti mesi di governo, accoglierai questo mio desiderio. Devotamente: Aldo Finzi».

Benito Mussolini (1883 – 1945)

II Presidente del Consiglio così rispose:

«Comprendo ed apprezzo il tuo gesto nobile e coraggioso, degno di combattente e di fascista dei primi. Accolgo il desiderio.

Ma ora i tuoi avversari di tutte le specie hanno assoluto obbligo morale di specificare, documentare, uscire insomma dalle vociferazioni anonime e miserabili. Sa non lo faranno essi saranno giudicati dalla coscienza nazionale e condannati come calunniatori e speculatori.

I servizi che hai reso al fascismo e al Governo non saranno dimenticati. Cordialmente: Mussolini».

Altre eccellenti dimissioni furono quelle presentate da Cesare Rossi, capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio.

«Caro Presidente, riferimenti che mi sono pervenuti e allusioni alle mie funzioni dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, fatte sia pure in forma contenuta da giornali di opposizione, relativamente allo sciagurato episodio Matteotti, mi inducono in questo momento — in cui il regime di cui tu sei capo e di cui sono sempre stato fedele collaboratore deve essere immune da qualsiasi sospetto — a considerare l’opportunità di rassegnare le mie dimissioni. E poiché in questo gesto intendo anche riacquistare intera libertà di azione di privato cittadino, ti prego di disimpegnarmi dalla carica di membro del Quadrumvirato del partito. Tuo Cesare Rossi».

Il Presidente del Consiglio ha così risposto:

«Caro Rossi, apprezzo l’atto della tua lettera, che è inspirato a sentimenti di correttezza personale politica ed accolgo le tue dimissioni dalle cariche che ricopri all’Ufficio Stampa e alla Presidenza del Partito.

 Ti ringrazio vivamente dell’opera prestata. Il tuo atto attesta, ancora una volta, la tua consapevolezza politica. Cordialmente tuo: Mussolini».

Tale grave gesto «ha prodotto ottima impressione, specialmente nel mondo fascista, perché dimostra la decisione del Capo del Governo di procedere sino in fondo, senza riguardi per alcuno».

«Il Comitato della maggioranza parlamentare ministeriale deliberò di recarsi subito dall’onorevole Mussolini, il quale assicurò che il Governo fa tutto il suo dovere, colpendo inesorabilmente tanto gli autori materiali del delitto, quanto gli eventuali mandanti. Però l’onorevole Mussolini fu altrettanto reciso nel dichiarare che sarà inesorabile verso i responsabili di ogni tentativo di speculazione politica compiuto nel senso da lui ieri indicato alla Camera, e ciò perché qualche sintomo di tentativi simili si sarebbe verificato a Genova e a Milano.

Quindi l’onorevole Mussolini assicurò formalmente che sino al pomeriggio di oggi il cadavere del Matteotti non era stato ritrovato».

Al termine dell’incontro il Comitato della maggioranza ministeriale, produsse il seguente documento:

«Il Comitato, constatando l’alto e sereno contegno della maggioranza ministeriale negli ultimi tristi avvenimenti, e sicuro d’interpretare il pensiero e la volontà unanimi, accoglie con soddisfazione l’annunzio dei primi energici ed immediati provvedimenti del Governo, che, mentre riconfermano le prime dichiarazioni del Presidente del Consiglio, danno affidamento certo che si procederà inesorabilmente su questa via, sinché piena giustizia non sia fatta.

Il Comitato coglie quest’occasione per rinnovare al capo del Governo l’immutabile solidarietà e la profonda devozione della maggioranza parlamentare che, stringendosi sempre più intorno a lui, lo conforta nell’opera necessaria e feconda attesa dalla Nazione».

Il gruppo parlamentare del Partito Socialista Unitario diresse al Paese il seguente manifesto:

«Cittadini! Lavoratori!

Non è più lecito sperare. Giacomo Matteotti, il più forte, il più attivo, il più eroico animatore di nostra parte, è stato assassinato. Lo hanno trascinato in furibonda corsa alla morte. Il mistero stesso che avvolge i particolari della sua fine, non permettono di lagrimare sulla sua salma, e riempiono l’animo di orrore.

Una madre, una moglie e tre bambini, soffrono disperati il più terribile dei tormenti. Una cieca ira di parte, un torvo fanatismo, un fondo di sanguinaria criminalità, hanno così scritto nella storia d’Italia la pagina più esecranda. Nell’assassinio di Giacomo Matteotti culmina la teoria delle spavalde offese alla dignità ed alla vita di innumerevoli cittadini, rei di tenere fede alla libertà ed alla giustizia.

L’autorità politica assicura solerti indagini per consegnare alla giustizia i colpevoli. Ma la sua azione appare fatalmente investita dal sospetto di non volere e potere colpire le radici profonde del delitto, né svelare l’ambiente da cui i delinquenti emersero; né basterà comunque la persecuzione degli autori e dei complici, come per i comuni delitti. Occorre più solenne, più rovente ed ammonitore il giudizio nel nome della civiltà insopprimibile contro il sistema della violenza, della rappresaglia, del crimine, che disonora il paese. Il giudizio non mancherà. Sarà dell’Italia intera, di tutti i buoni, di tutti gli onesti, di tutti i liberi.

Cittadini! lavoratori!

In nome di Giacomo Matteotti, in nome delle vittime che lo hanno preceduto nella tomba, in nome dei profughi, degli umiliali, delle famiglie martoriate e languenti, si rinvigorisca la resistenza alla sopraffazione e la protesta rialzi le coscienze alla fierezza. Noi, colleghi dell’estinto, non possiamo che ripetere il giuramento di restare sino all’ultimo al nostro posto di battaglia, che il martirio di Giacomo Matteotti rende più sacro, che il pericolo rende più onorevole per noi, per i lavoratori del nostro paese, per la solidarietà che ci lega al proletariato internazionale.

Viva la memoria di Giacomo Matteotti! Viva la libertà! Viva il socialismo!».

Anche il Gruppo popolare si riunì alla sede del partito.

«Erano presenti 32 deputati ed il segretario politico del partito, onorevole Gronchi, ha riferito intorno all’adunanza tenuta ieri sera dai rappresentanti dei vari gruppi di opposizione, esprimendo il pensiero del Direttorio, intorno alla linea di condotta da seguire nell’attuale situazione.

Si è svolta quindi ampia discussione, a cui hanno partecipato quasi tutti gl’intervenuti e che si è chiusa con l’approvazione del seguente ordine del giorno:

«Il Gruppo parlamentare popolare, sentite le dichiarazioni del segretario ed approvata la linea di condotta tenuta d’accordo con gli altri gruppi dell’opposizione per il tragico misfatto che scosse così profondamente la coscienza del Paese, ed ha portato il Governo e la maggioranza al repentino rinvio dei lavori parlamentari, dà mandato al direttorio per l’ulteriore svolgimento della propria azione, d’intesa colla Segreteria politica del partito chiedendo: che le indagini, le quali hanno già dato gravissime risultanze, arrivino sino in fondo: che tutte le responsabilità siano accertate e giustizia sia fatta contro tutti i responsabili; che la Camera al più presto ritorni alla sua normale attività legislativa, indipendentemente da ogni coazione o sovrapposizione di parte, con la garanza della libertà dell’esercizio del mandato parlamentare.

Rileva la necessità che il Governo e le gerarchie fasciste si rendano finalmente conto che gli atteggiamenti di costante intimidazione negli atti di partito e nelle polemiche giornalistiche, la pratica della violenza tollerata o inadeguatamente repressa contro tutte le persone e le istituzioni avversarie, rendono vano ogni sforzo di superare la crisi ed allontanano quella normalizzazione invocata ormai da tutto il Paese, la quale non può che consistere nel pieno ristabilimento delle libertà civili e politiche, sotto la disciplina imparziale della legge.

Riafferma la propria fede nella concezione cristiana della vita ispiratrice contro ogni egoismo e sopraffazione di parte, della più vera e concorde devozione alla patria».

L’ufficio stampa della direzione del Partito Nazionale Fascista comunicò:

«Il Direttorio nazionale, rinviando a prossima data il Consiglio nazionale, ha voluto che tutti i segretari provinciali fossero al loro posto perché al loro posto di disciplina nazionale, di fedeltà al regime della vittoria  di obbedienza assoluta al duce o capo del Governo debbono essere tutti indistintamente i 600 mila inscritti degli 8000 fasci d’Italia.

Di fronte al delitto nefando non v’è parola di aggiungere a quanto al Parlamento ed alla nazione ha detto il capo del Governo, anche perché il Governo ha agito per rintracciare i colpevoli. Sono del resto le parole che può e deve pronunziare il fascismo, creato da quella generazione di combattenti che ha continuato dopo la vittoria, il sacrificio volontario per la patria, liberandola da un regime che non potrebbe ritrovare una verginità politica in un misfatto, sia pure orrendo.

II fascismo non può e non deve dimenticare i suoi martiri e non può tollerare che si dimentichi d’un tratto che la sua rivoluzione, maturata nei più grandi sacrifici, sia stata la sola che abbia raggiunto e tenuto il potere senza ricorrere alle violenze di Stato. Questo detto, e che deve essere oggi ricordato da tutti i fascisti come la tradizione insopprimibile del fascismo, e che non può essere, toccato da manovre politiche e da campagne di stampa, è necessario che tutti, nel partito, dai gregari ai capi, ai rappresentanti in Parlamento attestino il sincero, profondo proposito di concordia e di rispetto della legge, sanzionato dalla vittoria elettorale, sollevato da ogni considerazione di parte, ad una azione superiore di restaurazione, come fu proclamalo nel discorso conclusivo del capo del Governo.

Non mai come in questo momento, disciplina od obbedienza alle leggi debbono significare assoluta fedeltà fascista, consapevolezza del proprio compito, che non può essere interrotto da un crudele episodio, ed altresì ricordo vivo e presente di un tempo passato che conobbe episodi come quelli del Diana e di Empoli e che tentò anche di consumare il più grande delitto: la rovina della patria vittoriosa».

Giuseppe Bottai (1895 – 1959)

Giuseppe Bottai, deputato del PNF, comunicò:

«Mentre questo nostro scritto va in macchina, le notizie sulla sorte dell’onorevole Giacomo Matteotti divengono sempre più gravi e convergono tutte nell’ipotesi del più efferato, inumano e stupido delitto che si potesse compiere contro un uomo di parte avversa e contro l’idea che anima la nostra parte.

Soldati, combattenti in campo aperto, pronti ad assumere nella lotta tutte le responsabilità, esprimiamo senza sottintesi e senza sottilizzazioni il nostro sdegno e la nostra esecrazione contro gli esecutori del tragico delitto, e più ancora contro i probabili mandanti ed ispiratori, se mandanti ed ispiratori vi sono.

Qui non è in questione il cosiddetto revisionismo che è, secondo noi, una più meditata e cosciente preparazione alla lotta politica quale si va delineando in Italia, ma è in questione una criminale degenerazione del costume politico che chiameremo, in mancanza di altre parole, di sicarismo, vilissimo esercizio della violenza per interposte persone.

Non chiediamo una luce completa, come si dice in gergo poliziesco, ma un esame di coscienza, assoluta, senza scampo, crudele. Questo se non si vuole che l’osarne di coscienza cominci a farlo ognuno por conto proprio».

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