Lettera di Marsilio Ficino al «suo amantissimo Antonio Serafico, filosofo». «Qual sia un’huomo sapiente e felice».

Già nel titolo della lettera, si evidenzia il tema.

Marsilio invita l’uomo ad alzare gli occhi al cielo, verso lo Zenit, laddove avrebbe riposo il pensiero di Dio. Allora l’uomo non temerebbe alcun male, essendo capace di cogliere sempre il meglio da alcun accadimento terrestre.

Sciogliere la propria dipendenza dell’io, la quale ci costringe – al contrario – a guardare in basso, verso la terra, in cui siamo stati generati, nella fisicità e quindi nell’incompletezza.

L’uomo – spirituale, che alza la testa verso Οὐρανός, sa come sia costretto a dover subire il Dualismo, legato a codesta dimensione, ma – nello stesso tempo – saprà camminare su quell’invisibile linea che divide il bianco dal nero, mai cadendo vittima dell’una o dell’altra falsa realtà, ma riconducendo all’Unità. Ed è perciò che all’inizio della lettera – a nostro avviso – Marsilio Ficino indica all’uomo di credere ad «un solo Iddio».

L’uomo – spirituale sa scorgere nella profondità della terra la liberazione di ogni elemento, grazie all’ispirazione, che riceverebbe nella nuova predisposizione interiore acquisita.

Il suo giudizio non proverrebbe solo da una sana e ragionata conversazione, ma acquisirebbe quella sapientia cordis, che gli permetterebbe così di elevare le sue parole dal significato fisico, creando vibrazioni, che alleggerirebbero gli uditori, conducendoli verso nuove e potenti emozioni, come fu per Pitagora, Socrate e Platone.

Ficino, infine, si raccomanda all’amico, perché si conservi di «buoni costumi».

Io penso, che quello huomo sia sapiente e felice, che dependendo da un solo Iddio, viva nel mezzo di tutte le calamità lieto e contento. Il quale nella tema di cosa alcuna impaurisca, né dolore alcuno molesti, né piacere corrompi, né libidine infiammi o accenda. Il quale tra le folte, e spessissime spine colga piacevoli e vaghi fiori, del bruttissimo sterco cavi pretiose pietre. Il quale essendo in profondissime tenebre scorsa però chiaramente, il quale da ceppi ritenuto, e da lacci legato come se libero, e sciolto fusse e tutto liberamente trascorra.

E finalmente colui, che è da un divino e santo spirito aiutato e ispirato. E però seguita come ha incominciato di imitare Phitagora, Socrate e Platone, li quali tutti non meno bene operando, che altamente disputando a malgrado della fortuna attendevono a la filosofia e quella esercitavano. E quella filosofia che molti con la lingua solamente dimostravano, eglino con tutto il cuore honoravano, e mettevano ad effetto.

In vano Serafico mio sa colui, che con saper giovare a se stesso. Sta sano. E persevera ne li tuoi buoni costumi. Marsilio Ficino.

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