I riformatori della Chiesa dell’alto medioevo

Durante l’alto medioevo, le condizioni della Chiesa e la stratificazione dei dogmi originarono delle proteste, che presto sarebbero passate dal piano teologico a quello sociale.

Martin Lutero (1483 – 1546)

Già nel XIII secolo (ben trecento anni prima di Lutero) alcuni movimenti contestarono il ritorno alla chiesa delle origini.

Un secolo più tardi, alcuni ordini monacali – come i Frati minori – furono quasi tacciati di eresia, poiché desideravano riportare la Chiesa alla povertà evangelica.

A seguito della cattività avignonese (1305 – 1377), diversi contestatori dissentirono sulla dottrina del Purgatorio, stabilita dal Concilio di Lione del 1274, la quale  affidava alla Chiesa il compito di rimettere le colpe e di accorciare le pene inflitte da Dio, grazie al tesoro lasciato dai santi. Al fine di ottenere quindi delle promozioni per l’anima purgante, i familiari si riconciliavano coi propri nemici, depositavano parte dei guadagni nelle chiese della città di Roma durante i giubilei, finanziavano le crociate e partecipavano all’edificazione dei luoghi di culto.

I contestatori mostrarono tutto il loro disappunto per il mercimonio e per la conseguente corruzione del papato, che spesso abusava nell’uso delle scomuniche. Il divieto di leggere la Bibbia ai fedeli fu un altro, importante capitolo ben avversato, poiché la gerarchia – di fatto – si arrogava di essere l’unico (e di conseguenza veritiero) interprete delle Scritture.

Sempre nel XIII secolo, nelle Fiandre, si sviluppò un movimento femminile, le Beghine, il quale si armò di semplici e condivise regole: vivere in castità, mettendo a disposizione di tutti il proprio patrimonio personale. Repentina fu la reazione della Chiesa, che non mancò di far sentire la sua voce, scomunicando le adepte.

Seguito ben maggiore (e quindi più pericoloso per la gerarchia), ebbero due importanti figure riformatrici: in Inghilterra, John Wyclif (1330? – 1384); in Boemia, Jan Hus (1371? – 1415).

John Wyclif (1330 ca. – 1384)

La statura del teologo Wyclif si affermò con il De statu innocentiae, il De civili dominio ed il De Ecclesia, in cui annotò come il sacerdote dovesse essere in stato di perenne grazia (quindi non doveva aver commesso peccato), al fine d’impartire i sacramenti e godere dei benefici derivati dal suo stato. La posizione espressa risultò in contrasto con l’insegnamento della Chiesa, per cui Wyclif ebbe a soffrire d’un processo istruito nel 1377 dal vescovo di Londra, William Courtenay.

Gregorio XI (1330 – 1378)

L’incriminazione fu sospesa, attendendo il ritorno a Roma di papa Gregorio XI dalla cattività avignonese, che chiese l’arresto alle autorità inglesi del teologo per alcune proposizioni del suo trattato.

Urbano VI (1318 – 1389)
Clemente VI (1291 – 1352)

La divisione della Chiesa di Roma colla nomina di due pontefici, Urbano VI nell’Urbe e Clemente VI nel Regno di Napoli, avvenuta nel 1378 e protrattasi fino al 1418, permise allo Wyclif di radicalizzare la sua spinta riformatrice, in cui contestò la tradizionale divisione tra clero e laici, mise in dubbio la transustanziazione, considerando di carattere solo simbolico la presenza di Cristo. Le sue tesi furono condannate nel 1380 da un gruppo di prelati.

L’anno successivo, Wyclif si ritirava in una parocchia del Leicestershire, per dedicarsi alla prima traduzione della Bibbia in lingua inglese ed iniziare l’opera di proselitismo.

Enrico IV d’Inghilterra (1367 – 1413)

Nel 1382, l’rcivescovo di Canterbury, William Courtenay, condannò le ventiquattro tesi del teologo e chiese al Parlamento di vietare il proselitismo. La persecuzione proseguì dopo la sua morte, avvenuta nel dicembre del 1384, e si concluse col rogo, voluto da Enrico IV nel 1401, in cui arsero molti dei suoi seguaci. Con essi, morì nuovamente il dichiarato eretico, di cui furono riesumate le ceneri, perché bruciassero e fossero disperse.

Le sue teorie gli sopravvissero grazie alla pubblicazioni di alcuni manoscritti, che giunsero nella città di Praga, al tempo dell’imperatore e re di Boemia, Venceslao IV, che promosse un concilio, per sanare lo Scisma.

I suoi buoni propositi furono avversati dall’opera di Jan Milič (1320 – 1374), fondatore del gruppo millaneristico Nuova Gerusalemme, dedito alla comunione dei beni ed alla povertà.

Jan Hus (1317 – 1415)

Le sue dottrine avrebbero ispirato Jan Hus, che oltretutto unì, rielaborate, le tesi di Wyclif, nel testo De Ecclesia (1412).

Nel caos del movimentismo religioso della nord Europa, continuava l’impossibile convivenza tra le due curie pontificie: il romano Gregorio XII e l’avignonese Benedetto XIII, ognuna se dicente di possedere la successione di Pietro. Ormai stavano maturando i tempi per la convocazione d’un Concilio, che sanasse quel terribile vulnus, e che importasse anche alcune richieste delle sette cosiddette ereticali. Molti prelati furono convocati nel 1409 a Pisa da Sigismondo, futuro re d’Ungheria e fratello di Venceslao IV, i quali non riuscirono ad accordarsi, nominando – addirittura – un terzo papa: Alessandro V.

Le dottrine ereticali furono duramente colpite, ma continuarono a sopravvivere per volontà di Venceslao IV, il quale aveva a cuore la promozione dello spirito nazionale boemo grazie anche alle prediche di Hus, che per ciò fu imposto quale rettore dello Facoltà delle Arti di Praga (1409). Pur aprendosi un immediato processo inquisitorio, a causa della divisione della Curia, e grazie alla protezione del sovrano, Hus non si presentò a Roma. Tre anni dopo, giunse la scomunica, ed essendosi appesantita la situazione in Praga, il teologo preferì continuare la sua opera predicatrice nelle campagne.

Martino V (1369 – 1421)

Con l’apertura del Concilio di Costanza (1414 – 1418), finalmente fu affrontato e risolto lo Scisma d’Occidente, che durava sin dal 1378, colla  contemporanea deposizione dei tre papi, e la legittima scelta e nomina di papa Martino V (1417), il quale giurò di condividere il governo della Chiesa col Collegio episcopale. Le buone intenzioni durarono molto poco, poiché presto fu ripristinato l’antico privilegio del papa – re. I padri conciliari convocarono Jan Hus, al quale fu riservato un salvacondotto imperiale, non accettato dall’assemblea, che non ebbe timore di arrestare il sospetto eretico per le tesi contenute nel De ecclesia. Il 16 luglio 1415, fu acceso il rogo, dove perì con l’accusa di aver contestato le scomuniche e le indulgenze, di aver pronunciato frasi sprezzanti contro la Chiesa, e di non riconoscere il potere supremo del papa. Nonostante la condanna, molti suoi proseliti continuarono a seguire i suoi insegnamenti, leggendo la Bibbia, abbandonando la lingua latina nel servizio liturgico e valorizzando il laicato nella vita della chiesa.

A seguito della morte di Venceslao, avvenuta nel 1419, gli hussiti non riconobbero Sigismondo quale successore, prendendo le armi, che avrebbero deposto solo nel 1431.

Il movimento luterano avrebbe riconosciuto a Wyclif ed Hus le stigmate del martirio, riconoscendoli, altresì, quali precursori dei movimenti, che posero fine all’unità della Chiesa.

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