Delitto Matteotti. L’ombra della Massoneria nella cronaca dei giornali dell’epoca

Venerdì 20 giugno 1924, l’organo La Stampa dedicò ampi articoli al caso – Matteotti.

Benito Mussolini (1883 – 1945)
Luigi Federzoni (1878 – 1967)

La situazione politica. Nonostante i cambiamenti effettuati da Mussolini all’interno della compagine governativa, cedendo il Ministero dell’Interno a Luigi Federzoni e dimissionando il capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, Cesare Rossi, la situazione politica non mutò affatto, anzi prese corpo su alcuni quotidiani la inevitabile responsabilità politica del Governo, su cui si sarebbero addensate nubi piuttosto gravi di pioggia.

Il 24 giugno si tenne la riunione plenaria dei rappresentanti dell’Opposizione, in cui si sarebbero stabilite la condotta politica e l’organizzazione delle esequie pubbliche al Matteotti.

«Fra le proposte da presentarsi vi sono quelle di cinque minuti di silenzio e di sospensione del lavoro in tutta Italia. La seconda manifestazione politica, non meno interessante, sarà la riunione del Senato che sarà tenuta domani a Palazzo Madama», che avrebbe trattato sull’uccisione del deputato socialista e «sulla possibile interferenza con la discussione che deve avvenire in Senato sulla risposta all’indirizzo della Corona».

Vincenzo Giuffrida (1878 – 1940)

La Commissione parlamentare, che aveva in esame milleduecento decreti legge presentati dal Gabinetto Mussolini, respinse la proposta, presentata dal deputato d’Opposizione, Vincenzo Giuffrida, di stralciare tutti i decreti riguardanti la Milizia fascista.

«Nel campo ministeriale si segnala una viva tendenza alla separazione delle responsabilità.

Nel campo dell’Opposizione la tendenza è di ottenere luce completa, senza riguardi per alcuno, nonché di esaminare a fondo le responsabilità del Governo anche per l’evidente salvataggio di talune persone.

Notevoli sono infine le dichiarazioni del nuovo ministro degli Interni onorevole Federzoni che nessun provvedimento restrittivo per la stampa sarà adottato».

Il Comitato di Maggioranza votò il seguente ordine del giorno:

«Il Comitato, dopo la decisione presa e l’opera svolta nei giorni immediatamente successivi all’ultima seduta della Camera nei riguardi delle necessità della vita politica, considera assolto il suo compito in rapporto alla situazione attuale; e riaffermando la sua piena fiducia nella fermezza del Governo e nell’opera epuratrice e restauratrice della giustizia, delibera di sospendere le sue riunioni sino alla ripresa dei lavori parlamentari.

Aldo Finzi (1891 – 1944)

Anche il caso Finzi — soggiungevano i membri del Comitato — è, per quanto ci riguarda, esaurito». 

La stampa continuò invece, e con un certo interesse, ad occuparsi dell’ex sottosegretario.

«L’ex-sottosegretario Finzi segue una tattica di un’evidenza chiarissima. Continua a dosare le sue rivelazioni: promette assai di più di quello che non dia.

Stamane ad un redattore del “Sereno” ha fatto le seguenti dichiarazioni:

«Ho deciso di non rispondere in nessun modo alle critiche e alle induzioni dei giornali. Ho sempre dimostrato di non temere nessun pericolo. Dopo la lettera da me inviata al Comitato di maggioranza, non mi occuperei della prosa dei giornali, neanche se qualcuno scoprisse che ho ucciso mio padre.

Richiesto se avesse letto quanto scrive l’«Unità» circa i suoi rapporti con la fabbrica di automobili Alfa Romeo, l’onorevole Finzi ha detto:

«Che vuole che le dica: accuse che non possono che mettermi di buon umore e far sorridere quanti mi conoscono. E’ dall’età di 21 anni che tengo sempre un paio di automobili e — non vi spiaccia — anche lussuose. Non ho atteso la marcia su Roma per possedere delle automobili».

«L’onorevole Finzi è apparso, secondo il giornale, estremamente calmo e sicuro di sé, sicuro di resistere all’onda che lo investe senza essere travolto, sicuro principalmente di non rimanere a lungo sotto il peso del discredito, in cui l’atteggiamento della maggioranza parlamentare e quello della stampa lo ha innegabilmente messo, costringendolo alle dimissioni.

Sembra anche accertato che l’onorevole Mussolini farà intorno al caso Matteotti, e specialmente in merito ai suoi riferimenti politici, dichiarazioni al Senato quando martedì 24 giugno la Camera riprenderà le sue riunioni.

Tommaso Tittoni (1855 – 1931)

Intanto, domani sera alle ore 21 è stata convocata una riunione di senatori per uno scambio di idee intorno alla prossima ripresa dei lavori dell’assemblea. Tale riunione, a quanto assicura il “Giornale d’Italia”, sarebbe ispirata dal desiderio manifestato dall’onorevole Tittoni di fissare e predisporre l’andamento e l’epilogo delle prossime discussioni, che si svolgeranno innanzi al Senato.

Allo stesso giornale risulta altresì che sarebbe stata accettata dal relatore, e dal Governo una breve quanto lieve variante al primitivo testo di indirizzo di risposta al discorso della Corona, testo che era stato in procedenza approvato senza emendamento alcuno».

Giacomo Acerbo (1888 – 1969)

L’ombra della Massoneria. Il Popolo illustrò in un articolo le supposte tensioni tra Aldo Finzi, dimissionato sottosegretario agl’Interni, e Giacomo Acerbo, dimissionato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

«Il contrastò fra i due già sottosegretari fu dovuto al fatto che l’onorevole Finzi si era rifiutato di inscriversi alla Massoneria di Piazza del Gesù, il cui Gran Maestro è il commendator Palermi. Questi avrebbe fatto presente al Finzi che moltissimi uomini esponenti del regime fascista, e cioè l’onorevole Acerbo, Michele Bianchi, Cesare Rossi, il generale De Bono, fanno parte della Massoneria di piazza del Gesù. Ad ogni modo Aldo Finzi rispose categoricamente di no alle profferte del Palermi.

Di qui sarebbe derivata la lotta tra Finzi, da una parte, gli onorevoli Acerbo e Rossi, il generale De Bono dall’altra. I termini della lotta erano i seguenti: Finzi voleva avere intera, effettiva l’autorità inerente alla sua carica di sottosegretario agli Interni. Acerbo, Rossi e De Bono erano coalizzati nel limitargliela in ogni modo, volendo che le funzioni non andassero al dì là della cerchia amministrativa.

L’onorevole Finzi accusa Acerbo di essersi prestato al giuoco dei suoi nemici che si prodigavano ad accreditare lo voci più calunniose sul suo conto, sia che si riferiscano a losche imprese affaristiche, sia alla sua complicità nel terribile delitto. I moventi dell’onorevole Acerbo, in questa contingenza, non potranno essere documentati che dall’onorevole Finzi in persona».

La Massoneria di Rito Scozzese di Piazza del Gesù comunicò:

«”Il Popolo” di Roma, in un’edizione straordinaria, attribuisce all’onorevole Aldo Finzi dichiarazioni tra le quali una ci riguarda e che dobbiamo recisamente smentire.

Non è verosimile che l’onorevole Finzi abbia detto che il Gran Maestro Raoul Palermi lo abbia invitato ad entrare nell’organizzazione di Piazza del Gesù, essendo ciò assolutamente infondato. Del resto, non si fanno mai inviti di questo genere, specialmente a chi sta già così in alto. E’ ugualmente infondato che il Palermi avesse indicato all’onorevole Finzi dei nomi di membri dell’ordine. Nessun nome venne fatto e tanto meno quelli di illustri personaggi ben noti per le loro pregiudiziali individuali. E sarebbe stata un’eccessiva ingenuità riferirli all’onorevole Finzi, il quale con ragione avrebbe procurato delle energiche smentite.

Emilio De Bono (1866 – 1944)

E’ altresì di pubblica e privata notorietà che il generale De Bono, l’onorevole Michele Bianchi ed altri nomi indicati, non appartennero mai all’organizzazione di Piazza del Gesù, anzi si dichiararono avversari come tanti altri che erano e che sono in alto.

Michele Bianchi (1882 – 1930)

Il deputato fascista, Michele Bianchi replicò:

«Un giornale romano della sera pubblica a titolo di indiscrezioni avute da amici del sottosegretario di stato agli Interni onorevole Aldo Finzi, alcune notizie delle quali talune che mi si riferiscono. Ribatto punto per punto per ciò che mi riguarda, senza entrare in polemiche.

Si afferma che io farei parte o avrei fatto parte della Massoneria di Piazza del Gesù, falso. Non sono mai stato e non sono massone né di Piazza del Gesù, né di Piazza Giustiniani, né di alcun ordine o Grande Oriente che si dica. Sono anti-massone.

In seno al Gran Consiglio del fascismo sostenni senza restrizioni di sorta l’assoluta incompatibilità tra fascismo e massoneria.

Si afferma che, d’accordo con Cesare Rossi, avrei partecipato ad una lotta sorda per scalzare l’onorevole Finzi. Falso. Mai, mai dico, è accaduto che io partecipassi a complottamenti contro chicchessia. E se dicessi che si colpirebbe di più nel segno rovesciando l’accusa, potrebbero gli altri confessare con serena coscienza altrettanto nei miei riguardi?»

Amerigo Dumini (1894 – 1967)

La cronaca. Proseguì l’opera della magistratura, chiamata all’esame di alcuni reperti appartenuti a Giacomo Matteotti, rinvenuti all’interno della valigia di Amerigo Dumini: «un frammento di tappezzeria dell’automobile, che combacia perfettamente con quella tagliata nella parte interna dello sportello, alcuni abiti intrisi di sangue sono elementi schiaccianti che illuminano la generica del delitto».

Tutto lasciò suppore come Matteotti avesse subito una morte tragica e violenta all’interno della vettura.

La polizia, su ordine della magistratura, avviò una vasta perquisizione all’interno dei locali del Corriere italiano.

 «Oggetto di particolare esime e stata la stanza del direttore Filippelli. I funzionari hanno sequestrato voluminosi pacchi di documenti. E’ stata pure aperta la cassaforte che era assolutamente vuota. La perquisizione in questa stanza è durata 2 ore e 50 minuti. La polizia è quindi scesa nei locali della tipografia, dove ha sequestrato numerosi manoscritti relativi al fatto Matteotti, articoli redazionali e trafiletti polemici contro il Matteotti anteriori al mostruoso delitto in cui è così gravemente implicato il direttore del “Corriere Italiano”. Le ricerche della polizia alla sede dell’ex-giornale fascista proseguiranno nei giorni venturi».

Il Sereno pubblicò delle indiscrezioni sull’interrogatorio dei Filippo Filippelli, «il quale avrebbe detto che, prestando l’automobile al Dumini, sapeva che il Dumini stesso, di cui gli erano perfettamente noti i rapporti con la gerarchia del partito e con alcuni uomini del governo (il Filippelli ha precisato anche i nomi), si sarebbe recato con alcuni amici a compiere l’azione organizzata e richiesta da quegli uomini, alle cui dipendenze egli era.

L’azione doveva aver per oggetto l’onorevole Matteotti. Questo fatto era perfettamente noto a lui, ma il Filippelli ignorava che l’azione avesse per finalità la soppressione del deputato unitario.

Il Filippelli ha poi confermato i particolari già noti sulla maniera attraverso la quale fu effettuata la consegna dell’automobile. Fu la sera di martedì che il Dumini e il Putato, reduci dalla triste avventura, si formarono con l’automobile dinanzi al “Corriere Italiano” e si recarono a informare il Filippelli dell’esito dell’impresa criminosa.

Fu allora che il Filippelli rimase vivamente colpito dalla notizia svenne. Riavutosi pensò col Dumini ed il Putato alla maniera di far sparire le tracce del truce delitto.

Non sapendo dove riparare l’automobile, che aveva bisogno di essere sottoposta ad una pulitura abbastanza energica il Filippelli pensò di farla ricoverare nel villino del commendator Nello Quilici, redattore capo del “Corriere Italiano”. Al Quilici il Filippelli fece intendere di aver comprato a prezzo eccezionale un’altra macchina, che aveva bisogno di urgenti riparazioni e che egli non sapeva per quella notte dove farla riparare. Chiese se egli, il Quilici, non avesse avuto difficoltà ad ospitarla nel giardino del suo villino. Il Quilici aderì all’invito, e, liberato dalle cure del giornale, uscì per prendere in consegna la macchina, che nel frattempo era stata fermata in Piazza Poli. A condurre la macchina si offrì il Dumini; il Quilici prese posto vicino allo chauffeur.

Nell’interno erano il Putato e un altro individuo dei cinque che avevano partecipato alla criminosa azione. Arrivati alla villa, il Dumini e i suoi amici ritornarono indietro, in un taxi e l’automobile rimase nel giardino.

L’indomani nessuno si recò a ritirare la macchina, che appariva in condizioni alquanto deplorevoli. Solo il Dumini si presentò a ritirarla. Però egli non riuscì a metterla in marcia e la lasciò nella villa, dichiarando che sarebbe andato a cercare persona più pratica di lui. Fu allora che al villino del Quilici, senza per altro farsi vedere e riconoscere da alcuno, si recò il Filippelli in persona, il quale con il Dumini riuscì a mettere in moto la macchina e portarla via. La macchina fu poi consegnata allo chauffeur Colini che la portò al garage Flaminia».

Nel pomeriggio, gl’inquirenti interrogarono il Marinelli a Regina Coeli, il quale confessò il coinvolgimento di altri uomini dell’apparato fascista.

La Tribuna ipotizzò che i magistrati fossero «alla ricerca di un pezzo grosso, su cui pende mandato di cattura e il cui nome non può essere reso pubblico per non intralciare l’opera della Polizia».

Luigi Freddi (1895 – 1967)

Si sparse la voce dell’imminente arresto del capo ufficio stampa del Partito Fascista, Luigi Freddi:

«Si parla di un mandato di cattura contro di me. La voce è insussistente ed ha origine dal fatto che è stata richiesta dal Serenissimo una mia fotografia che probabilmente molti hanno creduto servisse all’autorità giudiziaria per rintracciarmi. Mi reco immediatamente dal giudice istruttore a mettermi a sua completa deposizione per tutto quanto possa essere necessario in questo momento alla giustizia por la luce sul delitto».

Al fine di chiarire la posizione assunta all’interno dell’intricata vicenda, il Freddi inviò una lettera al Direttorio provvisorio del Partito Nazionale Fascista:

«Carissimi amici. Poiché in alcune dichiarazioni dell’onorevole Cesare Forni è fatto il mio nome, formulandosi apprezzamenti coi quali si tende a contestare la mia attività di partito e le mie funzioni, domando al Direttorio di voler accettare le mie dimissioni da capo dell’Ufficio stampa del Partito Nazionale Fascista, per potere con tutta libertà provvedere in sede opportuna alla tutela della mia dignità». Il Direttorio accettò le dimissioni.

Giovanni Marinelli (1879 – 1944)

Destò molto scalpore l’inaspettato arresto di Giovanni Marinelli, “il ministro delle finanze del partito” con l’accusa di «avere determinato altri a privare della libertà personale l’onorevole Matteotti», essendo accusato, sin dai primi giorni, di essere uno dei mandanti dell’omicidio del deputato socialista.

«Fin dai primi giorni le voci indicavano il Marinelli come uno dei mandanti dell’assassinio Matteotti.

Il commendator Giovanni Marinelli è una delle persone più rappresentative del Partito Fascista dalla sua origine ad oggi. Prima era un socialista rivoluzionario. Fra i primi appartenenti alla organizzazione, come tale ebbe all’inizio la carica di segretario amministrativo, che tenne costantemente attraverso tutte le successive Direzioni, mantenendo, a traverso la lunga serie dei capi dell’organizzazione, la continuità della gestione amministrativa. Come è comprensibile, la vastità del partito e la importanza delle azioni compiute sia negli anni precedenti la marcia su Roma, che dopo, resero necessario il maneggio delicatissimo, o per una parte anche riservato, di cospicue somme. Questo maneggio di fondi avvenne sempre sotto la direzione e la responsabilità del Marinelli, il quale venne a personificare così l’inquadratura amministrativa del movimento, la cura del tesseramento, delle inchieste, delle molteplici e varie erogazioni, e come tale apparve inamovibile.

Egli fu, insieme al quadrumviro Cesare Rossi, fra coloro che rifiutarono la elezione a deputato per rimanere a capo della organizzazione, in quell’occasione si ricorda, anzi, che l’onorevole Mussolini ebbe a scrivere al Marinelli una calda lettera, elogiando la sua opera di «ministro delle Finanze del Partito fascista». Fu solamente pochi giorni or sono che, dopo lunghi anni di ininterrotta permanenza, lasciò la sua carica. Infatti egli faceva parte del Quadrumvirato, con il Rossi, Forges Davanzati, e Melchiorre.

Il Marinelli era notissimo a Roma. Giuntovi in non floride condizioni finanziario, faceva ora vita dispendiosissima.

La improvvisa fortuna del segretario amministrativo del Partito fascista doveva provocare naturalmente commenti poco benevoli, tra altro persone, che avevano interesso a soffocare questo voci, riuscirono ad evitare, un grave scandalo. Naturalmente il Marinelli era, anche un moralista convinto. Anche lui voleva la epurazione, anche lui proclamava la necessità di faro la luce completa sul delitto Matteotti, ecc. ecc.

Peraltro tutta Roma sapeva che tra il Marinelli o il Rossi correvano rapporti non soltanto amichevoli; e più precisamente qualcuno affermava che il Marinelli facesse parte della famigerata, banda terroristica».

Le indagini. «L’industriale Anzalone confessò alla polizia di aver saputo da due amici di Monterotondo, in merito a due misteriose automobili, una delle quali avrebbe conservato il cadavere di Matteotti «per il quale si cercava affannosamente una segreta sepoltura in qualche località di quel territorio.

La Questura non credette, neppure, per scrupolo di coscienza, di fare un sopraluogo per rendersi conto di quanto lo ora stato riferito e per vagliare i particolari di quella stranissima gitarella di due automobili contrassegnato, una con il numero di provincia, e descritta l’altra come somigliante alla famosa «Lancia» del crimine. Solo oggi, la Questura ha fatto una sua visita a Monterotondo, con esito finora negativo per ciò che riguarda il sospetto che ivi sia sepolto l’onorevole Matteotti.

Due fascisti di Mentana hanno ammesso durante un interrogatorio di aver visto la sera di mercoledì scorso due automobili.

Uno di essi ha narrato di aver visto in quella sera una automobile segnata col numero 38 innanzi alla sede del fascio di Mentana, e di averla vista quindi ripartire alla volta di Monterotondo. L’altro afferma di aver veduto detta vettura a Monterotondo fermarsi presso la sede di quel fascio.  Furono fermati anche due segretari del Partito Fascista locale.

Il mondo dell’associazionismo. Riportò la dichiarazione dell’avvocato Vittorio Scialoia, presidente dei Consigli professionali forensi di Roma, secondo cui giustizia dovesse essere fatta, «pronta e completa». Il Consiglio degli avvocati di Genova espresse piena fiducia nella magistratura, augurandosi «che anche tutti gli altri organi del potere esecutivo sapranno trarre dalla non equivoca manifestazione della pubblica opinione la fermezza e il coraggio di stabilire seriamente l’imperio della legge contro tutti, senza distinzione di partito e di posizioni pubbliche e private».

L’associazione degli studenti universitari, Corda Fratres, protestò al Ministro della Pubblica Istruzione la sincera commozione per l’assassinio di Giacomo Matteotti, che tanto aveva turbato gli animi studenteschi «sensibili, per tradizionale definizione, ad ogni causa di umanità a di dolore».

Cardinale Alessio Ascalesi (1872 – 1952)

Anche la Chiesa, attraverso l’arcivescovo di Napoli, Alessio Ascalesi, chiese pubblicamente che le indagini andassero a fondo, soprattutto in quell’«ambiente di avventurieri, di spostati, di parvenus, di profittatori, e, infine, di criminali, che si tratta di raggiungere, isolare ed eliminare. Costoro infatti si sarebbero infiltrati molto in alto, in certi organismi politici e statali, che avevano assunto il dominio sulla vita del Paese. Siamo certi che  molti, moltissimi iscritti allo stesso partito fascista, possano sentirsi indignati sinceramente all’idea di esser messi in fascio colla «Ceca», le cui gesta, bene anteriori e ben più ampie del delitto Matteotti, riempiono oramai le colonne dei giornali. Infine un caloroso invito a non indugiare nel riconoscere altre esistenti responsabilità, dirette e specifiche, di carattere politico che invocano, prese per sé, una diversa sanzione — politica, appunto — ma di questa hanno pure esse bisogno».

L’Associazione Nazionale Combattenti in un comunicato espresse ardenti voti, sicuri che il «Governo di Benito Mussolini, e la Magistratura sapranno colpire alla radice le responsabilità del recente misfatto e di tutte quelle violenze che, legate ad una stessa origine, rimangono da troppo tempo impunite. Confida che Mussolini, illuminato dal tragico evento e dal solenne contegno degli italiani, continuerà a camminare con volontà ferrea verso quella meta della conciliazione nazionale da lui fermamente segnata, e sentirà tutta la grandezza del compito affidato alle sue mani: restaurare lo Stato italiano purificandolo dalle infezioni, innalzare l’impero della legge al disopra di ogni e qualsiasi partito».

«I Combattenti Italia Libera»  hanno diramato stanotte il seguente comunicato:

«I rappresentanti della sezione milanese del Partito Socialista Unitario, del Partito Socialista Italiano, del Partito Popolare, del Partito Repubblicano, del Partito Democratico Indipendente, dell’Associazione del Controllo democratico, ai quali le ultime elezioni hanno confermato il diritto di parlare a nome della maggioranza dei cittadini milanesi, convocati per iniziativa del gruppo milanese dei «Combattenti Italia Libera» segnalano il tentativo di isolare il più recente grave delitto dalle responsabilità collettive del fascismo e del regime, che hanno creato l’ambiente psicologico per il quale fu possibile la preparazione del delitto nella sede del Ministero dell’Interno.

Rilevano come il partito al Governo, in evidente contrasto colla prova di disciplina data dal popolo italiano, superato il primo disorientamento, già abbia ripreso la sua triste, attività criminosa e l’usato linguaggio di minaccia; plaude all’azione svolta dal Comitato Parlamentare dell’Opposizione, nella fiducia che essa varrà a riconoscere e rivendicare come condizione indispensabile per l’invocato ritorno alla civiltà e alla libertà: le dimissioni del Governo; lo scioglimento della milizia di parte; lo scioglimento della Camera e le elezioni generali sulla base della proporzionale.

Riaffermano che solo così non sarà reso sterile il martirio di Giacomo Matteotti».

La stampa estera. «Un informatore della “Westminster Gazette” pubblica oggi dei particolari postumi sulla visita di Matteotti.

«L’onorevole Matteotti si abboccò il 21 aprile a Denison House nel quartiere parlamentare, coi dirigenti del Labour Party, confessando loro i rigori cui era soggetto il Partito Socialista sotto il regimo fascista. Egli dichiarò che, durante la sua visita in Inghilterra, era sorvegliato da agenti fascisti e di avere un presentimento della sua morte. Dopo aver preso tutti gli accordi per la pubblicazione in Inghilterra della traduzione del suo libro: “Un anno di fascismo in Italia”, tornò in Italia il 26 aprile.

In questo libro sono raccolti numerosi avvenimenti ed incidenti avvenuti in Italia. Tale pubblicazione circolò alla chetichella in Italia durante gli ultimi quattro mesi e fu senza dubbio la principale causa delle ostilità contro di lui. Una traduzione del libro sarà fra breve pubblicata in Inghilterra».

L’informatore della “Westminster” riferisce le linee generali del discorso che l’onorevole Matteotti avrebbe pronunciato alla Camera: una analisi critica del regime fascista, ma è chiaro che non si può garantire l’esattezza della redazione a circa ventitré giorni di distanza.

Riferisco da ultimo il pensiero e le impressioni ricevute dal signor Gillies, segretario del Labour Party per le relazioni internazionali:

«Matteotti — dice il Gillies — non era affatto un demagogo. Era invece un uomo di garbo e di coltura, che quando non parlava di questioni politiche si interessava di arte e di letteratura. Diceva di aver il presentimento della sua morte. Egli parlò di membri del Partito Socialista Italiano della scomparsa dei quali non si è più udito parlare. — In questi giorni — disse — sarà deciso il mio destino.

Aggiunse di non aver potuto recarsi per due anni a Firenze in una sua proprietà, perché la sua vita non era sicura in quelle contrade, mentre nelle grandi città faceva affidamento sulla protezione della folla».

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