Dante: continua l’esilio in casa di Cangrande Della Scala

«Morto dipoi lo ’mperadore Arrigo, il ogni speranza al tutto fu perduta da Dante: perocché di grazia lui medesimo si avea tolto la via per lo parlare e scrivere contro i cittadini che governavano la republica, e forza non ci restava, per la quale più sperar potesse: sì che, deposta ogni speranza, povero assai trapassò il resto della sua vita, dimorando in varii luoghi per Lombardia e per Toscana e per Romagna, sotto il sussidio di varii Signori, per infino che finalmente si ridusse a Ravenna, dove finì la sua vita1».

Il conte Bosone Raffaelli di Gubbio, a parte ghibellina, strinse sincera amicizia col Poeta nel 1304, quando la famiglia era residente in Arezzo; probabilmente ospitò Dante, quando rimpatriò in Umbria. Dal 1313, lo Scrittore passò a servizio di Cangrande Della Scala.

Clemente V (1264 – 1314(

Il 20 aprile 1314, morì in Francia Clemente V ed il conclave era deciso nell’eleggere un pontefice, che avrebbe garantito il sicuro ripristino della sede romana, nonostante le chiare resistenze del partito avignonese.

Dante inviò una lettera ai cardinali italiani, con cui li invocava a servire il bene della Chiesa e dell’Italia, nominando un papa italiano, poiché tanto era lo strazio provato nel vedere vacante la sede romana ed il proliferare delle eresie. Si raccomandò ai cardinali Napoleone Orsini e Francesco Caetani, perché volgessero il loro sguardo alla città di Roma, privata oltreché del pontefice anche dell’imperatore. Purtroppo, le note dantesche non sollevarono la fazione italiana, che si rivelò assai più debole di quella francese, la quale ebbe anche l’apporto della mano armata, che s’introdusse nel conclave, per ordinare lo sgombero immediato della porzione italiana. Il trono restò quindi vacante per più di due anni, fin quando fu innalzato al soglio Giovanni XXII, Jacques-Arnaud Duèze o d’Euse.

Uguccione della Faggiola (1250 ca. – 1319)

Nella seconda metà dell’anno 1314, Dante si portò a Lucca, signoreggiata dall’amico Uguccione della Faggiola, dove s’innamorò di Gentucca, cui accenna nel Canto XXIV del «Purgatorio»

El mormorava; e non so che «Gentucca»

sentiv’io là, ov’el sentia la piaga

de la giustizia che sì li pilucca2.

Il 6 novembre 1315, Dante ricevette la conferma della condanna unitamente ai figli.

Un anno dopo circa, il suo protettore, Uguccione della Faggiola perse il potere sulle città di Pisa e Lucca, riparando in Lunigiana, sotto il protettorato di Spinetta Malaspina. Forse Dante seguì il suo antico signore.

Giovanni Boccaccio (1313 – 1375)

In Firenze, nella festività di S. Giovanni, che cade il 24 giugno, era possibile smacchiarsi da gravi colpe, offrendo un obolo alla chiesa, intitolata al santo. Nel 1317, tra i graziati furono anche introdotti i reati politici, ma Dante rifiutò sdegnosamente il rimpatrio. Così il Boccaccio commentò3:

«Fu il nostro poeta, oltre alle cose predette, d’animo alto e disdegnoso molto; tanto che, cercandosi per alcun suo amico, il quale ad istanzia de’ suoi prieghi il facea, che egli potesse ritornare in Fiorenza, il che egli oltre ad ogni altra cosa sommamente disiderava, né trovandosi a ciò alcuno modo con coloro li quali il governo della republica allora aveano nelle mani, se non uno, il quale era questo: che egli per certo spazio stesse in prigione, e dopo quello in alcuna solennità publica fosse misericordievolmente alla nostra principale ecclesia offerto, e per conseguente libero e fuori d’ogni condennagione per addietro fatta di lui; la qual cosa parendogli convenirsi e usarsi in qualunque e depressi e infami uomini, e non in altri; per che, oltre al suo maggiore disiderio, preelesse di stare in esilio, anzi che per cotal via tornare in casa sua».

Ai quei tempi, Cangrande della Scala era il signore di Verona, devoto al partito ghibellino. Si dimostrò un abile condottiero, quando tolse, nel 1311, Vicenza ai Padovani; aiutò Arrigo VII nell’assedio di Brescia, indi seguirlo fino a Genova. Nel settembre del 1314, riuscì a sconfiggere i vicini nemici del partito guelfo nei sobborghi di Vicenza, di cui sarebbe stato nominato potestà da Uguccione.

Dante fu accolto benevolmente da Cangrande ed a Verona sembra che fu raggiunto dal figlio:

«Sembra che in Verona facesse Dante non un semplice soggiorno, ma uno stabilimento fermo, e con intenzione che fosse durevole. Certo v’ebbe seco Piero, il figliuol suo primogenito, il quale vi continuò a vivere poi dopo la morte del padre, e v’ebbe discendenza: fors’anche altri figliuoli di Dante si ricongiunsero a lui4».

A Cangrande, Dante avrebbe dedicato il Paradiso, della cui composizione – a detta del Boccaccio – n’era tempestivamente informato; il Petrarca conferma la presenza del Tosco alla corte del Della Scala: «esule dalla patria, dimorando appresso a Can Grande, universal consolatore e rifugio allora degli afflitti, fu prima veramente da lui tenuto in onore5».

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(1) LEONARDO BRUNI. Della vita studi e costumi di Dante, a cura di G. L. Passerini, Sansoni 1917.

(2) DANTE ALIGHIERI. Purgatorio, Canto XXIV, vv. 37 – 39.

(3) GIOVANNI BOCCACCIO. Trattatello in laude di Dante. “I grandi libri Garzanti” n. 586. Garzanti 1995, p. 24.

(4) CESARE BALBO. Vita di Dante. Edizione Le Monnier, Firenze 1853.

(5) FRANCESCO PETRARCA. Rerum memorandarum. Libro 11, Cap. IV, p. 427 dell’edizione di Basilea.

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