Delitto Matteotti: in attesa delle confessioni del quadrumviro Cesare Rossi, nella cronaca della stampa dell’epoca

Martedì 24 giugno 1924, il quotidiano La Stampa di Torino annunziò l’imminente intervento del Capo del Governo sulla spinosa questione del caso Matteotti.

La situazione politica. «Dopo tanti giorni di agitazione, dovrebbe incominciare il ritorno alla calma, come conseguenza non solo dell’energica azione della giustizia punitiva, ma come frutto di provvedimenti deliberati e da deliberare dal Governo. Questo piano di «normalizzazione» è stato esposto e discusso stasera in Consiglio dei ministri, ed avrà il suo graduale svolgimento a cominciare dalla seduta di domani del Senato.

Benito Mussolini (1883 – 1945)

Lo svolgimento di questa pacificazione continuerà nella riunione della maggioranza parlamentare, che mercoledì l’onorevole Mussolini presiederà a Palazzo Venezia. Ciò a prescindere da altri sviluppi successivamente possibili».

Luigi Federzoni (1878 – 1967)
Alfredo Frassati (1868- 1961)

Il clima generale era stato ulteriormente aizzato dal tentato assalto da parte di alcuni fascisti all’abitazione privata in Torino del senatore Alfredo Frassati, immediatamente stigmatizzato dal Ministro dell’Interno, Luigi Federzoni, il quale assicurò provvedimenti severi, procedendo alla sostituzione del prefetto, ed ordinando contestualmente che «i colpevoli fossero immediatamente e attivamente ricercati, e denunciati all’Autorità giudiziaria». Quindi inviò un telegramma alla vittima della vile aggressione:

«Con riferimento a mio telegramma di ieri, informo V. S. che, dopo il rinvenimento della automobile usata dagli autori dell’invasione della sua casa, ho rinnovato ordini tassativi affinché siano proseguite e intensificate attivissime indagini per l’identificazione dei colpevoli.

Devo tuttavia rilevare francamente che l’atteggiamento del giornale “La Stampa” esce dai limiti di una cronaca obbiettiva degli avvenimenti e di quella che dovrebbe essere una leale e serena opposizione al Governo ed al fascismo, ma tende manifestamente a fomentare inquietudine negli animi e ad inasprire lo spirito pubblico, rendendo più difficile il ritorno alla normalità. — F.to: Ministro Federzoni».

Quindi il Presidente del Consiglio informò i Ministri a proposito dell’intervento, che avrebbe tenuto in Senato, assai atteso dal mondo parlamentare. Trapelarono poche e scarne notizie a tal proposito:

«Riprovazione dell’attentato e netta separazione, di ogni responsabilità del Governo da quella degli autori del delitto; opera inesorabile della giustizia compiuta mediante l’arresto, già avvenuto, di quasi tutti i responsabili, cominciando dai maggiori, senza rispetto alcuno per gli amici politici del Governo; resistenza, però, del Governo a qualunque speculazione basata sul senso di opposizione sull’affare Matteotti.

Il Governo — dirà approssimativamente il presidente del Consiglio — è deciso a che luce completa inesorabile sia fatto anche a carico dei suoi più devoti amici, ma non permetterà che la discussione sul processo Matteotti possa trasformarsi in una battaglia politica contro il fascismo ed impegnerà tutte le armi di cui dispone per impedirlo.

II Governo sembra certo che queste dichiarazioni saranno bene accolte dal Senato, dove esso dispone tuttora di molte simpatie, malgrado la diffidenza di cui in altri ambienti la situazione ministeriale è circondata».

Il Governo avrebbe allora chiesto un voto di fiducia.

Con questo intervento, Mussolini desiderava ricollocare la situazione generale in un clima di pacifica convivenza, avviando quella «normalizzazione che i fascisti dicono sempre voluta dal presidente e mai potuta effettuare».

Le Opposizioni evitarono qualsiasi speculazione politica, chiedendo a più voci che fosse fatta luce «completa sul tenebroso delitto senza che si pongano al processo in corso dei limiti i quali si risolverebbero in salvataggio di elementi responsabili e farebbero della politica uno strumento contro la giustizia».

I commenti della stampa sulla situazione politica. Il Giornale d’Italia:

«Il delitto contro l’onorevole Matteotti deve essere severissimamente punito in tutti i suoi autori diretti ed indiretti; la politica del Governo volgerà verso la pacificazione interna e si fonderà sulla piattaforma della stretta legalità, ma la situazione politica attuale è ancora viva e vitale, e non devo né può essere travolta da manovre di opposizione.

Il fascismo, a sua volta, ha capacità, possibilità e volontà di separarsi dalle scorie impura e di rimanere profondamente inserito nell’anima della Nazione, nonché di collaborare lealmente e cordialmente colle altre forze nazionali. Inoltre, l’onorevole Mussolini esporrà le ragioni che lo determinarono alla nomina del nuovo Ministro degli Interni, e spiegherà l’opera svolta dal Governo per assicurare alla giustizia i responsabili diretti ed indiretti, materiali e morali, dal crimine consumato contro l’onorevole Matteotti.

Al discorso in Senato, l’onorevole Mussolini farà seguirà mercoledì quello che egli indirizzerà alla maggioranza parlamentare. Probabilmente, l’onorevole Mussolini farà presenti le conclusioni delle sue dichiarazioni al Senato, indicando i modi per realizzarle sul terreno parlamentare, col dare chiare direttive alla maggioranza.

I liberali non sono usi a piantare gli amici nell’ora del pericolo, né a vibrare coltellate nella schiena, malgrado le molte e svariate scortesie ricevute. E pertanto i liberali sono ancora e malgrado tutto a fianco del Governo; ma non potrebbero rimanervi se non si lasciasse definitivamente il terreno della violenza. Occorre non solamente che si faccia giustizia contro gli assassini dell’onorevole Matteotti, ma che si muti sistema dai fascisti, e nelle parole e negli atti.

La prepotenza della gente non sempre meritevole, venuta su con la marcia di Roma, deve essere contenuta. Basta con le parole grosse, con le minacce nella capitale e in provincia. Basta con i maltrattamenti della gente da bene e soprattutto freno agli arrivismi inauditi di individui impreparatissimi, nonché agli appetiti insaziabili di taluni elementi della nuova gerarchia politica. Il potere non è e non deve essere la curée.

La confusione che si fa da molti fascisti del proprio interesse personale con l’interesse del paese è un fenomeno che non può essere lasciato ulteriormente sviluppare. Probità, competenza, legalità ecco il trinomio di un buon regime. Bisogna mutare rotta. Il fascismo deve al paese e a se stesso questa prova di civismo».

Vittorio Emanuele III (1869 – 1947)

Sull’auspicio che il Re prendesse la parola, così fu commentato:

«L’alta parola dal Re sola e veramente può avere significato e una efficacia superiore a quella di qualsiasi uomo e qualsiasi partito, e da sola significa la garanzia più alta e assoluta di quello che possa dire qualunque ministro di S. M.

E’ fortuna dell’Italia che questa parola non sia mancata nelle ore tragiche in cui si decidevano i suoi destini, ed è sicura riprova dell’intima saggezza dei nostri ordinamenti: è la volontà, superiore ai partiti, della Corona stessa, in determinati momenti, e sempre nelle forme più rispettose della volontà nazionale e della sua rappresentanza, intervenire a decidere le questioni più gravi e scegliere i ministri fra gli uomini designati dalla fiducia del Parlamento i più adatti alle contingenze della varie situazioni».

La Tribuna scrisse a proposito del discorso di Benito Mussolini:

«L’onorevole Mussolini prospetterà, non ne dubitiamo, una nuova disciplina: quella del diritto a cui Stato e partiti si devono sottoporre. Soltanto in questo modo l’opinione pubblica continuerà a vedere nell’onorevole Mussolini il simbolo di quella rivalutazione di sentimento patriottico che è stata l’unica, la vera, la grande giustificazione della marcia su Roma».

Quindi soggiunse sull’ipotesi che prendesse la parola il Re:

«Il voler dare questa occasione al Re di parlare alla Nazione significa volere che la parola augusta, al disopra dei partiti, giunga al Paese voce ammonitrice che l’ora è giunta in cui tutti, senza distinzione, devono pensare alla Patria prima che a se stessi, e devono in una rinnovata concordia ridare al Paese il suo ritmo di vita normale».

L’Epoca polemizzò «con gli oppositori che intendono fare il processo alla rivoluzione fascista e – dichiarò – che questo sarebbe nel momento attuale inopportuno e impolitico.

Sarebbe bene che gli oppositori riflettessero dell’ora, appunto perché delicata, e gli avvenimenti trascorsi perché gravi, pongono di nuovo all’ordine del giorno della Nazione il problema della sincera collaborazione.

Le dichiarazioni di Mussolini al Senato ed alla maggioranza sono attese con molta aspettazione ma con molta fiducia. Noi pensiamo che Mussolini forse riporrà il problema.

Oggi, non si tratta di salvare o di abbattere un governo. Si tratta di essere con o contro Mussolini, per collaborare e migliorare la situazione, frutto di un movimento destinato a segnare un periodo della nostra storia. Abbiamo già scritto che non approviamo le minacce, ma siamo convinti che non sia una minaccia il richiamo alla responsabilità, che è un problema di maggioranza e di minoranza, di fascismo non meno che di opposizioni».

II Popolo ricordò come «la legge antecedente alla marcia su Roma che condanna e colpisce tutti i delitti, tutti i reati, tutte le sopraffazioni, tutte le violenze; è la legge uguale per tutti i cittadini, fascisti e non fascisti, e non è duplice e variabile nelle sue sanzioni; è la legge che non può arrestarsi a colpire un fatto singolo perché questo ha destato allarme e riprovazione di tutta la Nazione, ma è la legge che deve perseguire i responsabili di tutti i delitti rimasti impuniti, i quali, ove il diritto di grazia del Sovrano non sia sceso a cancellarli, devono essere ricercati, perseguiti e colpiti con le sanzioni che essa prescrive e gradua.

E se questo non è stato possibile finora, perché, con una infernale organizzazione segretamente protetta da coloro che erano vicini ai detentori del pubblico potere e da coloro che come capi della polizia avevano l’iniziativa della ricerca dei reati, si è impedito che la luce si facesse si è fatto perdere le tracce delle prove dei mandanti e degli esecutori di tanti delitti non meno gravi di quest’ultimo, che colmando la misura ha provocato la ribellione della coscienza pubblica ed ha costretto il Governo a promettere che giustizia sia fatta, ciò non può costituire una sanatoria per tutto il resto, e non si può impedire, che la giustizia venga a capo delle fila misteriose che risalivano così vicino al Governo stesso e persegua tutti i reati e faccia luce piena sui colpevoli, ristabilendo quell’ordine morale e giuridico turbato coll’irrogare le sanzioni e col dare legittima soddisfazione alle vittime ed alla società offesa».

Il Mondo concentrò la sua analisi sulle «ragioni politiche che possono essere dominate e sopraffatte dalle pure esigenze dell’astratta giustizia che un vano artificio vorrebbe attribuire alle opposizioni.

Noi rimaniamo fermi senza equivoci, senza diversivi sul terreno di un problema morale e giudiziario.

Questi negatori del diritto e dell’astratta giustizia cercano rifugio tra l’assurdità e la minaccia di una intollerabile manovra politica.

Se la banda del Viminale risulta colpevole, oltre che dell’assassinio dell’onorevole Matteotti, anche di altri delitti, di fronte ai quali per un complesso di ragioni che si identificano con un sistema di impunita violenza, l’azione della giustizia si arrestò paralizzata, il magistrato non deve dunque compiere il suo dovere, assolvere la sua funzione, che è quella di accertare i reati e perseguire i rei. E se gli anelli della criminosa catena si ritrovano in alcuni fra i più alti circoli fascisti, è lecito affermare per questo che il potere giudiziario non può né deve spazzarli? Porre dinanzi a manifestazioni di delittuosa violenza perpetrata da una organizzazione anti-sociale il contrasto tra le ragioni politiche e le esigenze della giustizia, come fa l’incauta preoccupazione di certi zelatori, e cioè stabilire una fondamentale incompatibilità fra il diritto ed un determinato regime politico, significa praticamente negare e distruggere la funzione e le guarentigie del potere giudiziario per il presunto interesse di una parte politica contro la pace, la sicurezza e l’onore della collettività. E significa altresì confessare che il regime politico che si difende e si serve è per sua natura e par sua necessità l’illegalismo, la sopraffazione e l’arbitrio, in quanto si manifesta impotente a resistere alla normale attività degli organi della legge. Chiedere di vigilare a che il diritto trionfi al di sopra degli interessi politici non è speculazione.

La coscienza nazionale vuole difendere sul terreno del diritto il prestigio della patria, che non si identifica colla retorica pomposa, ma si misura dalla forza e dalla disciplina dai valori morali. E coloro chi, in contrasto colla giustizia e dell’azione di chi la invoca e la pretende, vanno blaterando di mentalità caporettistica, si illudono grandemente e suppongono che il popolo italiano sia disposto a consentire che quella che potrebbe essere la Caporetto di un partito si tramuti nella Caporetto della nazione».

La cronaca giudiziaria. Il quadrumviro Cesare Rossi, ex capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, si unì agl’altri detenuti, trattenuti nel carcere di Regina Coeli, indagati sul caso Matteotti: Filippo Filippelli, già direttore del Corriere Italiano; Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Partito Nazionale Fascista; Amerigo Dumini, Albino Volpi, Aldo Putato, Averardo Mazzola, Giuseppe Galassi, Chirztol Otto e Filippo Naldi. La pattuglia era così composta dai mandanti diretti, dai quattro esecutori materiali, e dai complici.

Amerigo Dumini (1894 – 1967)

L’interrogatorio cui fu sottoposto Amerigo Dumini portò ad una prima e forse attendibile ricostruzione del tragico avvenimento. Filippelli e Marinelli gli affidarono l’incarico di rapire Matteotti, che eseguì aiutato dai suoi complici. Il delitto, non richiesto dai mandanti, fu eseguito dal Dumini stesso in efferata alleanza col Putato, Volpi, Mazzola e Viola. Il cadavere fu successivamente occultato dal Galassi e dal Volpi, colla dubbia partecipazione del Filippelli. Il Chirztol partecipò alla preparazione del delitto. Naldi e Putato furono accusati di complicità nella fuga del Filippelli dopo il mandato di cattura.

Gl’inquirenti ritennero il quadro giudiziario in continuo aggiornamento col proseguo dell’istruttoria.

La costituzione di Cesare Rossi sollevò vivaci commenti all’interno del mondo politico, il quale ritenne principalmente che le eventuali dichiarazioni avrebbero potuto comporre un quadro inattendibile per la serietà del procedimento giudiziario in corso di istruttoria.

 «Si osserva, infatti, che non appare verosimile la singolare fortuna del Rossi, il quale, dopo essere stato per sette giorni nascosto in località vicina a Roma, raggiunga indisturbato la soglia di Regina Coeli, dove arriva, non solo liberato dai piccoli baffi all’americana, ma sgombro di qualsiasi documento compromettente.

Alcuni deputati rilevavano, inoltre, che il Rossi ha avuto in questi giorni la possibilità di leggere i giornali e tenersi in contatto, magari con interposta persona, con chi ha voluto. La cosa non sembrerà strana a nessuno, quando si pensi che il Rossi è riuscito perfino a far giungere una sua lettera ad un giornale. Conseguentemente, non può essere ritenuta azzardata l’ipotesi, affacciata da un parlamentare, che il Rossi abbia, concordato con personalità fasciste la sua linea di difesa.

In questo caso la sua strana presentazione significherebbe non tanto che un presunto colpevole è assicurato alla giustizia, quanto che il commendator Rossi ha ormai sistemato le sue cose.

Pure si notava a Montecitorio che indosso al Rossi non sarebbero state trovate, a quanto sembra, le chiavi di quella famosa cassaforte dell’ufficio stampa che egli ha avuto cura di lasciare ermeticamente chiusa».

I commenti della stampa. Il Popolo:

«Le storielle sulla fuga del Rossi hanno tutta l’aria di essere stato messe in giro da persone interessate a sviare le tracce del troppo poco perseguitato commendatore.

A quanto pare non ci eravamo ingannati; infatti, Cesare Rossi, costituendosi spontaneamente al direttore delle carceri di Regina Coeli, ha dichiarato con tranquillità di essere rimasto in tutti questi giorni a Roma, nascosto in casa di amici, che dichiarò però di non volere precisare.

E’ proprio vero che la P. S. non conoscesse affatto il domicilio del Rossi, o sono contrarie al vero le voci che affermano essere il ricercato ospite di persona molto altolocata? Il fatto è che domenica mattina, quando il Rossi era ancora uccello di bosco, un magistrato auspicava ad un nostro eminente collega che era imminente l’arresto del Rossi o la sua costituzione in carcere. Il particolare così circostanziato ci autorizza a supporre che l’Autorità inquirente sapesse benissimo dove il Rossi fosse nascosto, ed anzi gli abbia fatto sapere per mezzo di qualche persona amica che se non si fosse spontaneamente costituito lo avrebbero arrestato dove si trovava. Questa e non altra ci sembra la ragione del gesto clamoroso del Rossi.

Crediamo pertanto prive di fondamento tutte le altre complicate ipotesi che circolano in merito, anche perché ci sembra esagerato attribuire al provinciale ingegno del Rossi capacità machiavelliche di ordino superiore».

Il Piccolo riferì di un colloquio avuto coi parenti del Rossi

«Ci siamo recati in via Monte Santo e abbiamo conversato brevemente con i nipoti del commendator Rossi. Ancora erano sotto la dolorosa impressione del distacco avvenuto poco prima con lo zio a Regina Coeli.

Ci hanno dichiarato:

Noi non sappiamo nulla del nostro zio, che crediamo sia innocente. Anzi in questi giorni abbiamo avuto molte noie da parte della polizia. Eravamo pedinati; ogni tanto delle perquisizioni improvvise, dei fermi  e degli interrogatori! Oggi, alle 13, improvvisamente si è presentato nostro zio. Era commosso. Ci ha detto:

Prima di costituirmi, voglio baciarvi. Accompagnatemi al carcere.

 Così l’abbiamo accompagnato al carcere. Altro non sappiamo.

Riguardo al contegno di Cesare Rossi a Regina Coeli, si dice sia stato pacato e calmo.

Sulla porta della sua cella è stato apposto un cartello: «Grande sorveglianza».

Il secondino, che nella notte si è affacciato più volte dinanzi alla cella guardando dallo spioncino, ha veduto prima il detenuto passeggiare lentamente attraverso la piccola camera, come in preda a profondi pensieri, e quindi, più tardi, dormire profondamente nel piccolo letto.

Stamane il Rossi ha subito u primo interrogatorio. Oggi, nel pomeriggio, gl’inquirenti si sono recati al carcere di Regina Coeli per procedere ad un più ampio interrogatorio del Rossi che dovrebbe rispondere di mandato di omicidio. L’interrogatorio non si è esaurito questa sera perché debbono essere contestate all’imputato tutte le risultanze dell’istruttoria e le dichiarazioni già fatte dai due imputati principali: Dumini e Filippelli.

Il commendator Rossi, prima di entrare in carcere, avrebbe assicurato i congiunti di possedere… la prova documentata della sua innocenza!»

Il Messaggero pose alcuni interrogativi a proposito della confessione di Amerigo Dumini. Nell’idea originaria, Matteotti doveva essere segregato per un certo numero di giorni, al fine d’impedirgli di partecipare ai lavori della Camera. Dalle dichiarazioni del Dumini, l’uccisione avvenne, perché il deputato, tratto a forza all’interno di un’automobile, reagì violentemente contro gli aggressori, «fino a spezzare con un calcio, uno dei cristalli della vettura. Ripetutamente tentò di fuggire dalla stretta formidabile dei cinque farabutti che lo inchiodavano e quasi lo soffocavano sul sedile dell’automobile, ed allora, dopo avergli somministrato dei colpi di mano ferrata, qualcuno dei cinque gli sparò a bruciapelo dei colpi di rivoltella, poco prima che l’automobile uscisse dalla cinta daziaria».

A proposito del mancato ritrovamento del cadavere, Il Mondo pubblicò:

«Vi è nel problema del mancato rinvenimento del cadavere una larga vena di sentimento, ma vi è anche in questa incognita, che si riassume in un interrogativo angoscioso e macabro, un problema importantissimo di prova, e questo interessa non meno e forse più del primo.

La virile coscienza del popolo italiano, il quale dopo circa due settimane dal delitto, quando gli esecutori materiali ed anche i mandanti dell’atroce delitto sono già stati identificati ed arrestati ed hanno confessato indicandone anche in tutto ed in parte i mandanti, trova straordinario ed incomprensibile che sul luogo dove giace il cadavere dell’onorevole Matteotti e sulla sorte di esso non sia stata detta ancora l’ultima e definitiva parola».  

Sulla scongiurata ipotesi della cremazione, aggiunse:

«La cremazione di una salma implica un tale rogo ed un così lungo tempo e spande per un raggio di qualche chilometro un così acuto e caratteristico odore, da richiamare sul posto animali bipedi e quadrupedi e a lasciare tracce e residui inoccultabili. Tale ipotesi si rileva quindi come una postuma ed interessata fandonia e non altro. Comunque, ottenga il magistrato inquirente che Dumini, Volpi, Galassi e compagni indichino dove il rogo arse e controlli.

Resta l’altro dilemma, che qualche giornale sabato affermava la salma fu cremata in un apposito forno dopo una perizia sommarla ed illegale. Allora, se il fatto fosse vero, alla magistratura non resterebbe, una volta accertato iI fatto, che procedere contro qualsiasi autorità, persona fisica, o contro quel qualsiasi signore, reo di avere dato tale ordine, che sarebbe colpevole di complicità in assassinio, se la sua azione fosse stata commessa coll’intendimento di somministrare i mezzi per eseguire il reato o per facilitarne l’esecuzione; nell’ipotesi, cioè, che la cremazione della salma fosse già stata predeterminata insieme con la deliberazione della soppressione; e in ogni altra ipotesi, sarebbe reo di favoreggiamento, per avere aiutato i rei ad eludere le investigazioni delle autorità ed avere soppresso e disperso le tracce e gli indizi di un delitto, ciò ben inteso anche senza concerto anteriore al delitto stesso e senza avere contribuito a portarlo a conseguenze ulteriori.

Dicevamo che il ritrovamento del cadavere dell’onorevole Matteotti implica un problema gravissimo e assillante di prova. E’ nota l’importanza delle generiche in delitti siffatti. Ora sembra che già a favore dei mandanti si profili la tesi difensiva dell’eccesso di mandato. Una semplice cattura sarebbe diventato un assassinio. L’esame del cadavere può diradare o confermare una tesi siffatta.

La sede e il numero delle ferite, il tenore di esse, la possibilità di circostanziare le cause immediate della morte, sono fra i mezzi induttivi più sicuri per stabilire e fissare la volontà degli esecutori del misfatto nel momento in cui essi lo compirono e da questa è poi assai più facile risalire a quella dei mandanti.

Il ritrovamento della salma dell’onorevole Matteotti, è dunque connesso, oltreché un’inarrestabile onda di sentimento, anche, forse più, un problema importantissimo di prova».

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