L’infanzia di Giacomo Leopardi

Monaldo Leopardi (1776 – 1847

La famiglia del conte Monaldo Leopardi, d’antica ed indubitabile fede guelfa, si reggeva secondo consuetudini aristocratiche velatamente feudali, considerate da ogni membro della famiglia quali istituzioni domestiche. 

La casa era sobriamente vivacizzata dalla presenza di ecclesiastici, che adempivano ai diversi uffici, tra cui l’educazione dei figli, susseguiosi al rigido cerimoniale, che non prevedeva gesti d’affetto, che avrebbero potuto alimentare la confidenza o raddolcire l’assoluta autorità gerarchica genitoriale. I rapporti familiari erano ristretti in forme convenzionali rigidamente osservate.

Il conte Monaldo, nato il 16 agosto del 1776, orfano a diciott’anni, dovette ricorrere all’intervento dell’amministrazione pubblica, per correggere una clausola testamentaria, che il babbo, il conte Giacomo, aveva preteso, vietando al figlio di gestire l’ingente patrimonio, certo della poca capacità di Monaldo nella cose patrimoniali.

Pio VI (1717 – 1799)

Nel corso di pochi anni, Monaldo diede pessima prova di sé, coprendosi di debiti, che lo avrebbero assillato per oltre quarant’anni. Diverse le imprese, in cui manifestò uno spirito assai lontano dalla buona imprenditorialità. Nel 1796, raccolse l’appello del pontefice, Pio VI, fornendo due cavalli ed un milite, espressamente armato e stipendiato, per la resistenza contro i Francesi. Nel 1801, fondò un’accademia, che ospitò in casa, accollandosi tutte le spese di gestione. Acquistò molti libri, anche posti all’Indice, al fine di formare una fornita biblioteca, aperta agli amici degli amici, e che consacrò nel suo testamento.

Si mostrò un vecchio conservatore, dogmatico, saccente, attaccato alla dimensione territoriale di Recanati, orripilato dalle idee rivoluzionarie, al tempo stesso, si esercitò nella concessione di elemosine a beneficio dei poveri, in soccorsi a chi ne avesse bisogno, in doni a diverse chiese.

Adelaide Antici (1778 – 1857)

Nel 1803, fu privato dell’amministrazione disastrata del patrimonio in virtù della moglie, Adelaide, si ritrovò in ristrettezze e privazioni, pur non rinunciando ad edificare un chiostro per i Minori osservanti.

Adelaide Antici si dimostrò nel nuovo incarico assai capace, perché riuscì a restaurare il dissanguato patrimonio; non si rivelò invece altrettanto perita nell’educazione dei suoi figli, ed ancor meno comprensiva nel ruolo di moglie, come sottolineò Monaldo all’interno della sua autobiografia: «Il naturale e il carattere di mia moglie e il naturale e carattere mio sono diversi quanto sono distanti fra loro il cielo e la terra», rivelando l’insoddisfazione del riuscito rapporto matrimoniale.

Un ulteriore ritratto è stato lasciato a Teresa Teja, moglie in seconde nozze di Carlo, secondogenito di Adelaide:

«Pur troppo mancò all’infanzia dei giovani Leopardi, anime irrequiete e ardenti, la gioia ineffabile della tenerezza visibile e delle carezze della madre. La Contessa Adelaide amava i suoi figli, ma da cristiana austera, mancò a quella valente donna la soave pazienza di Santa Monica; essa spinse all’estremo la riservatezza che regnava nelle antiche famiglie, riserbatezza che non era senza salutare influenza sulla condotta dei figli e il loro contegno verso i genitori. Tutto doveva essere in loro dignitoso e imponente; e que’ cari mi dissero in più occasioni che fin dall’età della discrezione avevano compreso come i loro genitori dovevano essere sempre intenti a vigilare sulle impressioni che si risvegliavano in essi, dacché tutte le loro azioni, le loro parole, erano evidentemente regolate in modo da non provocar mai nell’animo loro una sinistra interpretazione.

La Contessa Adelaide esagerò forse questa ritenutezza, tenendo per massima di non cedere a nessuna dimostrazione di tenerezza. Essa stendeva la sua mano alle labbra de’ suoi figli, ma non se li strinse mai al seno. Le loro nonne erano più carezzevoli, e infatti la tenerezza, che per esse conservano, durò viva e ardente fino alla loro morte. Eì mio convincimento, e ardisco esprimerlo che se quelle amorevoli matrone avessero sopravvissuto alla loro gioventù, proteggendoli della loro santa e dolce influenza, il destino di Giacomo sarebbe stato diverso: egli non avrebbe disertato sì spesso la casa paterna per poi non tornarvi più».

Spesso vestì i figli con abiti logori ed, a ragione del marchese Solari, antico amico di casa Leopardi, l’eccessiva severità avrebbe causato la tentata fuga di Giacomo nel 1819.

Paolina Leopardi (1800 – 1869)
Carlo Leopardi (1799 – 1878)

Egli nacque il 29 giugno 1798, sotto il segno zodiacale del Cancro, dominato dalla Luna; trascorse l’intera fanciullezza nei primi studi composti coi fratelli Carlo, Paolina e Luigi, di poco minori, condotti dal gesuita messicano Giuseppe Torres, già maestro del conte Monaldo, don Sebastiano Sanchini e col pedagogo Vincenzo Diotallevi, che abitavano in casa. Giacomo non avrebbe valutato positivamente i primi rudimenti appresi. Quando il tempo non era dedicato nell’apprendimento, i fratelli giocavano tra loro, benedetti dal babbo, Monaldo, preoccupato anche della loro gracilità fisica. Scrisse Teresa Teja a riguardo:

«Il conte Monaldo spesso li animava a quegli esercizi che giudicava molto atti a svilupparne le membra; e aveva fatto fabbricare a Recanati per essi palle, manubri, e quanto poteva servire ad una specie di ginnastica. Quando si mettevano fuori e si riponevano nella serra i vasi degli aranci, limoni cedri ecc. era per loro tempo di gran festa. Mi faceva vedere le basse carriole sulle quali si trasportavano le casse, e che servivano di carro al trionfatore, che era sempre Giacomo, già s’intende: Carlo e Luigi erano i littori, gli schiavi, secondo ordinava Giacomo ai suoi fratelli e ai contadinelli che s’insinuavano nel giardino, seguendo i propri padri e fratelli».

La naturale vivacità di spirito avrebbe sprigionato in lui quell’immaginazione, che sarebbe stata sorgente per le sue gloriose composizioni e anche delle sue infinite amarezze. Giacomo spesso s’improvvisava abile oratore, raccontando delle storie interminabili, animate dai tipi dei suoi vicini, trasformati in personaggi comici, che sprigionavano risate nei fratelli, attenti ascoltatori. Facile riconoscere nel tiranno la figura del babbo, Monaldo, verso cui segretamente nei figli ribolliva una ribellione al  carattere ed all’autorità.

Nel gennaio del 1808, Giacomo dette un pubblico saggio, rispondendo a domande di grammatica e sintassi latina; l’anno appresso, su tesi latine di retorica e di geografica astronomica; nel febbraio del 1810 su quesiti di aritmetica, geometria e storia, tesi latine di retorica e sui due primi libri delle Odi di Orazio, tradotte nello stesso metro dell’autore in lingua italiana, finalmente leggendo propri composizioni in prosa ed in poesia.

Giulio Perticari (1779 – 1822)

Scrisse il Poeta al Giulio Perticari, ricordando quegli anni, nel 1821:

«Dall’età di dieci anni senz’altro aiuto che l’ignoranza di chiunque ha mai conversato meco. Io mi diedi furiosamente agli studi»; le lezioni dei buoni istitutori non bastavano alla brillantissima mente del grande Recanatese.

Il periodo degli studi furiosi lo costringevano ad abbandonare ogni altro svago e diletto, assentandosi perfino dal desco e perseverando nella notte inoltrata. Monaldo, uomo di lettere, vedendo il figlio appassionarsi alla patristica, comporre prose e versi d’argomento accademico e religioso, immaginò un futuro nella dignità della Chiesa; infatti Giacomo ricevette, la prima tonsura nel 1810, a sedici anni disse in chiesa l’ultimo panegirico e nel 1816 vestì da abatino.

I genitori parevano non accorgersi della realtà fisica di Giacomo, tantoché il marchese Antici, zio di Giacomo, nel 1813 rimproverò Monaldo di prendersi cura della salute del figlio:

«Ma quando veggo e so che il suo lungo e profondo studio non è interrotto che da qualche sedentaria rappresentazione di cerimonie ecclesiastiche io mi sgomento col pensiero che avete voi un figlio ed io un nipote di animo forte e di corpo gracile e poco durevole».

Giacomo trascorrevea tutto il tempo nella biblioteca paterna, studiando e scrivendo, e concedendosi qulche svago nelle ore serali. Nel 1811, presentò il travestimento in ottava rima dell’Arte poetica di Orazio e la tragedia, Pompeo in Egitto, ch’egli offrì al babbo come regalo di Natale. Nel 1812, unì molti epigrammi, introdotti dal Discorso preliminare sopra l’epigramma, ed una voluminosa Storia dell’astronomia dall’origine all’anno 1811. Lo zio Carlo insistette sulla necessità d’intervenire, al fine di rallentare l’impegno di Giacomo nello studio, per dedicarsi allo svago ed al divertimento tanto necessari per quell’età. Scriveva a Monaldo:

«Non vi fate vincere dall’eccessivo genio del vostro o per dir meglio del nostro Giacomo allo studio. Scuotetelo a suo dispetto, conservate, invigorite la sua salute con esercizi corporali. Per esempio invece di lasciarlo fra i libri, nelle prime due ore della sera, portatelo a discutere nel crocchio di Gualandi. Mandatelo presto a Roma».

Monaldo rispondeva che Giacomo trovava così estremo diletto dallo studio, che sarebbe stato impossibile distoglierlo e per ciò che concerne il viaggio romano, pur valutandolo quale positiva esperienza per il figlio, ne avrebbe assai sofferto, non sentendosi disponibile ad un tale sacrificio.

Nel 1814, presentò due lavori sopra Esichio Milesio (in italiano) e sopra Porfirio (in latino); i Commentari de vita et scriptis Rhetorum quorumdam qui secundo post Christum saeculo, vel primo declinante vixerunt, nei quali illustrò le opere di Dione Crisostomo, Elio Aristide, Ermogene e Frontone e certe epistole di Filostrato, Teofilatto e Sidonio Apollinare, nonché l’argomento dei Deipnosofisti di Ateneo; tra il 1814 ed il ’15, due poderosi lavori sugli Scrittori greci di storia ecclesiastica. Monaldo avrebbe desiderato ordinare alle stampe tali lavori, ma ne fu impedito dal costo. Sempre nel 1815, licenziò il Saggio sugli errori popolari degli antichi, ch rivestirà ragguardevole importanza nella storia del pensiero e dell’opera letteraria del Leopardi, poiché dimostrerebbe come egli attingesse elementi dalla fede, che era ancor ben viva nello spirito, e dalle sacre scritture; e dalla lettura degli scrittori francesi. Nell’opera, si manifesta il sentimento della lotta eterna dell’errore e del vero, alla fatale disposizione del volgo a ricevere pregiudizi, che precluderanno in futuro conclusioni in materia di filosofia e di religione.

Nell’Orazione agli Italiani (1815), egli rimprovera i moti rivoluzionari; di particolare attenzione il ponderosissimo lavoro sopra la vita e le opere di Giulio Africano, con versione latina, rappresenta l’ultimo elaborato d’erudizione. Fin verso la metà dell’anno, egli si dedicò all’investigazione, alla fine del medesimo anno la sua indagine si rivolse alla poesia ed al culto della lingua italiana. Di questo periodo sono i lavori sopra gl’idilli del Mosco e la Batrocomachia con le relative versioni. Cominciò ad amare i poeti greci dell’età aurea, intravedendo la corrispondenza tra l’organigramma del periodo greco e quello italiano; amò Dante, Virgilio, Omero, che causeranno la sua conversione letteraria.

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