Delitto Matteotti: la presa di posizione del Vaticano, nei commenti della stampa dell’epoca

Vittorio Emanuele III (1869 – 1947)

Domenica 29 giugno 1924, il quotidiano La Stampa aprì colla notizia dell’auspicato rimpasto dell’Esecutivo, che si sarebbe completato il giorno seguente; mentre Sua Maestà, Vittorio Emanuele III, avrebbe tenuto nella Sala del Trono al Quirinale un importante discorso davanti alle rappresentanze della Camera e del Senato, in cui avrebbe brevemente accennato anche alla situazione politica in corso.

Benito Mussolii (1883 – 1945)

Il Presidente del Consiglio ricevette delle lettere da parte dell’intera compagine governative, in cui si rimetteva l’incarico, lasciando Mussolini unico arbitro. Alcune voci risaltarono come in bilico fossero gl’incarichi di Gabriello Carnazza (Lavori Pubblici), Costanzo Ciano (Comunicazioni), Epicarmo Corbino (Economia) e Giovanni Gentile (Istruzione). I possibili sostituti furono rintracciati in Gino Sarrocchi, avvocato penalista, alle Comunicazioni; Marcello Soleri all’Economia, Gaetano Volpi, insegnante all’Istituto Superiore di Milano all’Istruzione; e Giuseppe Paratore.

La sostituzione dei vari Ministri sarebbe avvenuta senza passare per il voto favorevole della Camera.

Il Giornale d’Italia formulò altre ipotesi sul rimpasto, individuando Sarrocchi alla Giustizia, Soleri alle Colonie, Volpi (oppure Pietro Fedele) all’Istruzione.

L’Epoca assicurò che Alessandro Casati sarebbe stato designato all’Istruzione; mentre Vincenzo Riccio alla Giustizia, ipotesi scongiurata dal Popolo, poiché evidenti erano le particolarità del candidato, che lo rendevano inadatto ad un così delicato ruolo.

La Voce Repubblicana ipotizzò l’ingresso nella nutrita squadra dei sottosegretari di: Dino Grandi (Interni), Ernesto Vassallo (Esteri) Maurizio Maraviglia (Interni), Di Pietro Lanza di Trabia (Guerra), Raffaele Paolucci (Marina), Antonello Caprino (Giustizia), Cesare Tumedei (Tesoro), Francesco D’Alessio (Finanze), Paolo Orano (Istruzione), Arturo Marescalchi (Agricoltura), Giovanni Tofani (Industria e Commercio), Agostino Lanzillo (Lavoro), Giuseppe Mazzini (Comunicazioni), Erminio Sipari (Lavori Pubblici).

La cronaca. In mattinata si riunì presso Montecitorio il Gruppo Socialista Unitario, che garantì la partecipazione ad eventuali riunioni dell’Opposizione. Anche il Partito Repubblicano, riconfermata «l’intesa con i gruppi parlamentari degli altri partiti per il superamento della situazione», mirando «all’applicazione integrale delle idealità repubblicane».

Diverse furono le dichiarazioni raccolte dagli organi di stampa dei vari rappresentanti politici dell’Opposizioni.

Giovanni Antonio Colonna Di Cesarò  (1878 – 1940)

  «Giovanni Antonio Colonna Di Cesarò (Demo-Sociale): — La dichiarazione dell’Opposizione è un atto di accusa formidabile. L’onorevole Mussolini deve ormai decidersi a scegliere fra gli elementi facinorosi del suo partito e il Paese, che vuole la pace e non può più contemplare la seconda a parole e i primi coi fatti. Ma le opposizioni, edotte dalla esperienza, pensano che egli non avrà neppure la forza di fare questa scelta.

Armando Casalini (1883 – 1924)

Armando Casalini (Unitario): — La dichiarazione dell’Opposizione contiene una linea logica evidente. Si chiedeva alla variopinta Opposizione una parola chiara, esplicita. Essa condanna il delitto, ma anche il regime in cui ha potuto sbocciare un tale fioro tosco. Intransigenza? Non può essere altrimenti fino a che dura la situazione presente. La soluzione non è nelle mani delle Opposizioni, almeno in questo senso. Esse non sollecitano posti, non mettono in evidenza uomini, si appellano per un superamento della crisi alle forze morali, facendo richiamo a quanto vi è di meglio nella coscienza nazionale.

Mario Berlinguer (1891 – 1969)

Mario Berlinguer (Democratico): — L’Opposizione ha espresso l’opinione che le minoranze hanno dovuto unirsi di fronte al problema morale e politico che può racchiudersi in questa formula: la necessità comune di assicurare le condizioni elementari di vita per le varie correnti di idee e programmi sotto l’inflessibile tutela della legalità e della libertà. A ciò contrasta finora, oltre l’esistenza di una milizia di parte e la composizione dell’attuale governo, il limite che alcuni organi fascisti pretendono di imporre alle indagini giudiziarie sulle responsabilità del nefando delitto.

Giovanni Conti (1882 – 1957)

Giovanni Conti (Repubblicano): — Il partito dominante si era esaltato oltre misura e nessuna forza interna aveva agito per infrenarlo. Le Opposizioni hanno il merito col loro atteggiamento deciso di aver costretto tutti ad un profondo esame del problema della vita nazionale e ad un esame completo della situazione politica. Il fascismo non poteva pretendere che il Paese e le opposizioni si limitassero ai risultati dei primi provvedimenti del caso.

Filippo Turati (1857 – 1932)

Il Direttorio fascista rubricò come «ipocrisia retorica» il discorso di Filippo Turati, svolto in memoria di Giacomo Matteotti.

Il Direttorio sente il dovere di non considerare quella parte della mozione votata dall’Opposizione che evidentemente mostra di contare su forze e su movimenti del Paese. Il Direttorio, infatti, obbediente alle direttive del capo del Governo, confermate nei discorsi al Senato ed alla Maggioranza, e che hanno avuto piena sanzione in consensi e voti, come quello del Senato, sul quale non è lecito equivocare, non crede nemmeno necessario soffermarsi sulla pretesa imposizione che una minoranza tenta di rivolgere alla maggioranza; né crede sia comunque da confutare quanto si presume rivolgere contro il governo di Benito Mussolini e contro la Milizia, affermatasi sempre più presidio indispensabile dello Stato nazionale.

Non può, invece, essere passato sotto silenzio, deve anzi essere indicato francamente al Paese, il pericolo ben chiaro del ritorno a quella coalizione fondamentalmente sovvertitrice, la quale tentò nel 1922 di coronare la dissoluzione del dopo guerra con lo sciopero legalitario e la conquista definitiva del potere per consegnarlo alle forze anti-nazionali.

Nessuna speculazione, come quella già lungamente protrattasi e già caduta nell’ipocrisia retorica del discorso dell’onorevole Turati, presentatosi ieri rivendicatore della Nazione e della Patria, può infatti mascherare la natura della coalizione sovvertitrice. Questa, a due anni giusti di distanza, ripete la stessa torbida amalgama della cosiddetta “Alleanza del lavoro”, lo stesso ricatto con cui le forze confessatamente nemiche della Nazione e dello Stato ed apertamente asservite a solidarietà straniere, imprigionano i complici di una social democrazia, popolare unitaria, la quale, come due anni fa, si profferisce, tutelatrice di libertà e del rispetto delle leggi.

La coalizione impudente, rimasta ostile e velenosa in una continuata propaganda antifascista, responsabile di essersi così opposta ad una più rapida normalizzazione, non ha mai mutato dalla marcia su Roma; ed oggi approfitta di un delitto che il Fascismo ha già condannato per mirare direttamente al regime, al suo capo e ricondurre la Nazione e lo Stato in prigionia delle forze avverse, il cui scatenamento è annunziato con parole indubbie in Italia e fuori da una stampa che si dichiara di nuovo, con mostruosa felicità, complice dell’offensiva straniera.

Ebbene, il Fascismo, fedele al suo capo, alle ragioni ed ai fini della marcia su Roma, deciso di essere soltanto una forza dello Stato nazionale, strumento sicuro della potenza italiana, deliberato a sopprimere ogni futura sovvertitrice azione di isolali violenti che tenti di sopravvivere nelle proprie file, dichiara che l’opera compiuta in circa due anni, e che proprio ieri ha avuto il suo riconoscimento nella più delicata e difficile ricostruzione, quella economica e finanziaria, non può e non deve essere interrotta o diminuita. L’opera continuerà sempre più volontaria, sempre più decisa, ora che la coalizione avversaria non può non confessare al Paese il pericolo di un sovvertimento e del ritorno ad una fase che il Fascismo ha decisamente vinto.

Sentano i fascisti tutti questa coscienza e questa volontà, e ne facciano ragione di compatta e fortissima disciplina, motivo di aperta e ferma propaganda ed intendano che oggi la massima forza contro gli avversari deve essere data da essi allo Stato custode della Nazione».

I commenti della stampa. Si pronunciò sulla situazione generale l’Osservatore romano:

«Le opposizioni attendono dai fatti ciò che il Governo ha promesso e si prepara a compiere. Il Paese confida quindi che il programma ulteriore di chiarificazione sia in marcia ed arrivi senza scosse, senza conflitti, senza catastrofi, a quella meta che il pacifico sviluppo degli eventi indicherà come necessaria alla completa pacificazione degli animi, alla tranquillizzazione della coscienza nazionale, al nuovo equilibrio della vita pubblica. E questo è anzitutto dovere dei dirigenti.

Gli impeti incomposti del comunismo furono contenuti; le opposizioni, attraverso il pensiero dei loro più autorevoli esponenti, hanno reagito; cosicché i «dieci minuti», i quali potevano essere forse l’attimo decisivo di un oscuro pericolo, si risolsero in un’alta manifestazione oltreché di cordoglio e di protesta, di coscienza patria e civile. E’ da confidare che questa opera moderatrice continui a spiegarsi sempre più vigile ed eloquente.

E’ da confidare altresì che negli altri campi l’opera dei dirigenti, rafforzata dall’autorità del Governo, continui senza tergiversazioni ed incertezze. Il misfatto di cui cadde vittima l’onorevole Matteotti molto ha insegnato, molto ha ammonito, ma non tutto e per tutti.

Accanto a nuove violenze a Torino, Bologna e Milano, subito represse e perseguiti i loro autori, sia pure una violenza di linguaggio la cui responsabilità pesa su persone che non possono essere confuse con quelle delle ordinarie ed episodiche reazioni.

Si apre da oggi un periodo di attesa, un esperimento definitivo. Chiunque ne sconvolgesse i termini su cui si fonda il giudizio del paese o li lasciasse sconvolgere, tradirebbe non solo l’impegno assunto ma altresì la propria causa».

Per il Giornale d’Italia «il momento attuale è meno catastrofico di quello che può parere alla prima impressione, e lo stesso atteggiamento dell’Opposizione non è così rigido da non lasciare, a chi abbia la migliore buona volontà e quel maggiore senso di responsabilità, che ad un Governo non deve mai mancare in confronto dei suoi critici e degli oppositori, la via aperta a possibilità di convivenze utili per il Paese.

Le Opposizioni non sono così cieche da chiedere un provvedimento che sarebbe pericoloso, vale a dire lo scioglimento puro e semplice della Milizia.

L’Opposizione vuole evidentemente una trasformazione, per la quale essa cessi di essere strumento di parte, strumento anzi di una parte politica. Su questa direttiva è probabile non un accordo, ma un modus vivendi tra Governo ed opposizione: o almeno tra il Governo rinnovato e decisamente avviato sulla strada della normalizzazione e quella Opposizione costituzionale che non può come le altre spingere la critica e l’attuale stato di cose sino a desiderare che si arrivi, attraverso la paralisi del Parlamento, ad una vera e propria crisi di regime. E allora, se questo è, a noi pare che la via di uscita ci sia e diciamo senza ambagi che è dovere del Governo di cercarla, di trovarla, di infilarla decisamente.

La via di uscita è semplicissima: fare seguire alle parole i fatti, alle promesse di normalizzazione solennemente rinnovate una coraggiosa opera di epurazione del Fascismo e del Governo e, soprattutto, un reale chiaro inizio di regolarizzazione della Milizia. Fare un buon ministero, governare bene e sistemare la Milizia, ecco la sola via per cui l’onorevole Mussolini potrà equilibrare la situazione».

La Tribuna: «La dichiarazione della minoranza non segna dunque, secondo noi, che una battuta di arresto nella naturale lotta politica, che con maggiore o minore vivacità domina sempre le relazioni tra Governo e minoranza; battuta di arresto che deve dare tempo al Governo di agire ed alla minoranza di giudicare e di assumere, quando si riprenderanno in ottobre i lavori parlamentari, quella posizione più o meno estrema che crederà di prendere di fronte a fatti concreti, comprovanti il nuovo indirizzo assunto nel prossimi mesi dal Governo».

II Mondo spiegò ancora le ragioni e le finalità dall’atteggiamento delle Opposizioni, «la cui parola ha assunto un valore altamente morale poiché la crisi che attraversiamo è morale più che politica.

Vi sono mali morali che si sanano soltanto mediante energiche cure di verità purificatrici e risanatrici. Vi sono periodi di ristagno spirituale che si possono attraversare soltanto se si è armati di una sincerità che non conosca vigliaccherie, in una di siffatte paludi ha rischiato e rischia ancora di impantanarsi l’Italia. Nulla è più sciocco e più ripugnante dello spettacolo offerto da un grande paese, che ha combattuto una grande guerra, che ha nei suoi archivi una grande storia, e che da 20 mesi sta confondendo le idee e la moralità del suo popolo in questo miserabile bisticcio: che esso debba riconoscere come elargizione dalla divina provvidenza il fatto di trovarsi in pieno dominio di un partito armato che ha tutti i diritti e trova tutte le complicità negli organi dello Stato asserviti e snaturati, e deve in pari tempo dare intendere a se stesso che si sente libero volonteroso della sopraffazione della Minoranza sulla Maggioranza, e che si è eletto nei modi previsti dalla legge, cioè liberamente, i suoi rappresentanti, e che il Parlamento funziona liberamente e cioè seriamente, e che il Governo, il quale pure si riserva ad ogni ora di umore truce di proclamarsi nato e fondato sulla forza trova nella libera adesione del Parlamento la sua base legale.

Il dovere di denunciare questa verità è stato assolto ieri dalle Opposizioni. Di fronte alla loro chiara e quadrata manifestazione di ieri ognuno è chiarate ad assumere la propria posizione. Se vi sono uomini e partiti i quali credono che libertà e Parlamento siano da relegare negli archivi della storia nazionale, abbiano essi finalmente il coraggio di parlare chiaro e far conoscere agli italiani questa loro opinione all’infuori di ogni mediocre transazione opportunistica. Ma se vi sono uomini e partiti i quali si rifiutano di battere simile via, ebbene abbiano essi finalmente il coraggio di avviarsi decisamente per l’altra, la grande via maestra che conduce alla restaurazione della libertà nella legge, al disopra di tutti e contro tutti, entro i confini del felice Stato italiano.

Noi crediamo che la diagnosi coraggiosa e sincera della situazione presente, il fermo proposito manifestato dalle Opposizioni di non prestarsi a volgari accomodamenti, e che piuttosto di transigere con la loro coscienza confidano nei diritti inalienabili che promanano dalla solidarietà del popolo italiano, gioverà al Paese assai più di troppo e troppo tardivi consigli di pace e di moderazione. Nessuno più di noi desidera la pace in Italia, nessuno più di noi è umiliato e sconfortato di una condizione di cose che si rivelava anche ieri, dopo l’olocausto di Matteotti, con il sequestro di un operaio a Bologna e con l’assassinio di un tranviere a Milano; ma por conquistare la pace indispensabile occorre ormai molto coraggio civile. Se ne riforniscano alquanto coloro che ci elargiscono consigli e cerchino di stare in pace con la loro coscienza».

Il Popolo, esaminando il contenuto delle richieste dell’Opposizione, osservò che a risolvere il problema della milizia «non bastasse farle giurare fedeltà al Re.

Il male della milizia sta nelle sue radici, cioè nel sistema di reclutamento che esige, come condizione per chi ne voglia far parte, l’iscrizione al Partito Fascista o la presentazione di due fascisti. Bisogna che la milizia sia nettamente, radicalmente staccata dal Fascismo; vale a dire resa del tutto e senza riserve estranea all’organizzazione e alla difesa del Fascismo e dei suoi capi, i quali come per qualsiasi altro partito e relativi capi sono da valutarsi e giudicarsi esclusivamente e risolutamente dall’opinione dei cittadini nella libera e civile gara dei principii e dei programmi politici. Senza di ciò, il giuramento di fedeltà al Re non avrebbe altro risultato che quello di dare al Sovrano la responsabilità dell’esistenza di un privilegio di armi a favore di un partito, risultato assolutamente deprecabile.

Il fascismo deve persuadersi che tutta la nazione è arcistufa degli alibi politici che esso va attribuendosi con l’adozione della formula della violenza per fini nazionali.

Se il fascismo non ha programmi di vita politica scompaia; se ne ha, deve assolutamente cessare di servirsi oltre di questa propaganda di terrorismo; e se vi è nel fascismo qualcuno che si compiaccia gettare cadaveri tra i piedi dell’onorevole Mussolini, desideroso di ridare alla patria dignità di operosa concordia cittadina, non è affare nostro suggerirgli i mezzi per liberarsi da questi nemici interni. E’ però affare nostro dichiarare che, ove il sistema di parole e di opere perdurasse, cadrebbero definitivamente tutte le possibilità normali della pacificazione tra gli italiani».

La manifestazione in Londra. Nel pomeriggio di sabato 28, si tenne a Londra un’imponente manifestazione di protesta per l’eccidio di Giacomo Matteotti. Si lessero i numerosi telegrammi giunti da varie parti dell’Inghilterra, e le lettere scritte dai deputati del Partito Laburista, il Morning Post commentò:

«La situazione al momento attuale è decisamente seria. L’affare Matteotti, come disse ieri l’onorevole Mussolini, è passato in seconda linea e l’interesse principale si concentra nella lotta tra il Governo e l’Opposizione. Quest’ultima ha da decidere se continuare ad astenersi dal Parlamento o se collaborare col Governo onde permettere al Parlamento, se e quando si riaprirà, di funzionare».

Il corrispondente continuò, chiedendo che l’Opposizione si dichiarasse favorevole al boicottaggio dell’attività parlamentare, ponendosi a «guardiana della costituzione e per creare imbarazzo a Mussolini, il quale si troverà in una situazione estremamente complessa. La serietà del colpo inferto alla posizione governativa dai recenti avvenimenti non può essere meglio dimostrata, che dal manifesto emanato oggi dalla Confederazione Generale del Lavoro, un’organizzazione largamente responsabile dello stato di cose contro il quale il Fascismo costituì una reazione».

Lodata, infine, fu la decisione d’isolare le richieste del Partito Comunista Italiano, che avrebbe desiderato scatenare la piazza con scioperi e disordini.

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