Francesco d’Assisi e la donna

Chiara e Francesco (Fratello sole e sorella luna di Franco Zeffirelli)

Faciamus ei adiutorium simile sibi (Genesi 2, 18). La donna non fu concepita in qualità di schiava, ma quale coadiutrice dell’uomo, poiché creata simile e quindi uguale a lui.

Antoine Frédéric Ozanam (1813 – 1853)

Francesco conobbe il basso rango, cui era stata destinata la donna del suo tempo, e così volle estenderle la sua opera rigeneratrice. Egli visse l’epoca della cavalleria, in cui i giovani consacravano il loro braccio e le armi alla difesa della religione. Grazie alla conoscenza culturale, si esercitarono nella creazione di canzoni d’amore in un turbinio senza requie di banchetti, giostre ed allegri intrattenimenti. Lo scrittore francese Antoine-Frédéric Ozanam così ben descrisse l’atmosfera dell’epoca nel Capitolo terzo de Les Retes Franciscains en Italie.

«Nell’undicesimo e nel dodicesimo secolo gli imperatori venuti per essere incoronati dai Papi, i re di Sicilia, i marchesi d’Este e di Monferrato avevano dotato le loro corti di tutti gli spettacoli cavallereschi, tornei, giostre, cavalli ferrati in argento, fontane di dove zampillava il vino, sale riccamente decorate, ricreate continuamente dal suono dei liuti, da cantori, da trovatori che improvvisavano versi.

Più tardi, quando le città lombarde ottennero, in forza del Trattato di Costanza (1183) tutte le prerogative della sovranità batterono moneta, ed ebbero milizie proprie, e amministrarono la giustizia, esse pure pretesero di avere delle corti al pari degli imperatori e dei principi che esse avevano vinte.

Nel 1214 Treviso celebrò le feste per le quali si costruì un castello artificiale tutto parato a porpora e ad ermellino; vi si rinchiusero delle donzelle e delle dame coll’incarico di difenderlo da sole, senza l’aiuto di uomini. L’assalto veniva dato da giovanotti armati di fiori, di frutta, di noce moscata, con fialette di profumi. Le deputazioni della città vicine assistevano al combattimento, ciascuna con la propria bandiera».

La cavalleria poneva la donna al di sopra di tutto; ogni cavaliere infatti si rivolgeva alla propria dama, per rivolgerle servizi, cantare le più belle canzoni, ed omaggiarla di profumi. Spesso il racconto di queste gesta era reso in una letteratura voluttuosa, che tentava di snervare i cavalieri, abituando i giovani ai giochi, magari da eseguirsi davanti ad un pubblico femminile, dimenticando o accantonando l’amor di patria e della libertà.

Federico II e Pier delle Vigne sarebbero stato gl’iniziatori della poesia cavalleresca in lingua volgare. Non sempre la letteratura avrebbe innalzato il genere femminile, sovente operava al contrario, rendendosi estremamente e falsamente zuccherosa, al fine di ottenere servigi di carattere erotico.

Francesco amò la cavalleria, ma – nel contempo – non mancò mai il suo profondo rispetto per la donna, senza mai abbandonarsi a canzoni sensuali. Avvenuta la conversione, la castità fu collocata tra le virtù principali da seguire scrupolosamente. Quando gli assalti della carne divampavano nella sua anima, sembra che ricorresse a soluzioni estreme, ricorrendo alle acque gelide di un fiume o all’abbraccio morbido colla neve.

Pretendeva la massima attenzione nel rapporto colle donne, tanto da scrivere nel Capitolo duodecimo dell’Antica Regola:

«Tutti i frati dovunque sono e dovunque vanno si guardino dalla frequenza delle donne; e niuno si consigli solo con esse. I sacerdoti parlino con loro onestamente. Guardiamoci molto e teniamo mondi tutti i nostri membri, perché dice il Signore: ognuno il quale vedrà la donna e la desidera, ha già fornicato con essa nel suo cuore».

Nella Regola definitiva confermerà:

«Io comando fermamente a tutti i frati che non abbiano sospetti consorzi e consigli con donne, e che non stiano nei Monasteri delle Monache, eccetto quelli i quali dalla Sede Apostolica è concessa licenza speciale. Né si facciano compari di uomini o di donne, acciocché per questa ragione non nasca scandalo fra i frati o dai frati».

Si racconta che una volta Francesco raccontò ai suoi fratelli la seguente fabula, con cui dimostrava appieno la sua nobiltà, che non gli permetteva di approvare una relazione sensuale con la donna.

«Un re inviò alla regina, uno dopo l’altro, due ambasciatori. L’uno aveva dato prova d’essere assennato e serio e, ascoltata la risposta della regina, si preoccupò di riferire con sincerità quanto raccolto al re. L’altro, uomo leggero, fu distratto dalla bellezza della donna, a cui rivolse soavi parole. Quando che fu davanti al re, sentì il rimprovero, per aver osato alzare gli occhi sulla regina e fu quindi punito severamente, mentre il primo meritò ogni lode».

Francesco intendeva sottolineare come la donna appartenesse a Dio e non agli uomini, i quali, memori dell’alto riconoscimento celeste, avrebbero dovuto innalzarla alle supreme sfere.

Clara dei conti Sciffi di Assisi (Santa Chiara, 1194 – 1253)

Il Padre serafico si batté a favore delle donne ostacolate nella loro vocazione dalle famiglie come Clara dei Conti Sciffi di Assisi e la di lei sorella, Agnese.  Decisero di seguire Francesco, dopo aver appreso la vita di santità intrapreso dall’Assisano, incontrando i fermi propositi oppositori dei familiari, che desideravano darle in spose a giovani ricchi ed importanti. Esse informarono delle difficoltà il Santo, che si proclamò loro protettore, affidandole ad un gruppo di pie donne. La reazione dei familiari fu esemplare, ma non ebbe la meglio, e le due ragazze presto furono seguite da una lunga schiera di coetanee libere ed indipendenti di ritirarsi dal mondo. Tagliati i capelli, vestite con un sacco cinte da una fune, con i piedi nudi, abbandonata ogni comodità, servivano Dio in allegria, aiutandosi scambievolmente, e offrendo servizi agli ammalati. Ben presto, un gruppo di suore decise di avventurarsi nelle missioni del mondo, rinnovando in parte l’esempio dei primi martiri del Cristianesimo.

Quando nel 1229 iniziò la Crociata contro lo scomunicato Federico II, le cui truppe erano penetrate fino ad Assisi, il ricovero di San Damiano, retto da Chiara, sarebbe stato oggetto di un attacco. La donna allora per evitare il massacro, si portò su un’altura, perché potesse essere scorta dagli assalitori, contro cui elevo l’Ostia, che respinse repentinamente i soldati, i quali batterono in ritirata.

Manum suam misit ad fortia (Proverbi 31; 19)

Frate Jacopa da Settesoli (1190? – 1239?)

Nel momento del trapasso del Santo, una donna espresse la sua riconoscenza al Fondatore: Frate Iacopa, Giacoma dei Sette Soli, a cui fu permesso il bacio delle mani e dei piedi.

Particolarmente straziante fu l’estremo saluto che Chiara e le sue consorelle diedero a Francesco, così realisticamente realizzato da Giotto. Il Santo è disteso davanti la chiesa di San Damiano, mentre Chiara cerca di scuoterlo con accanto una suora inginocchiata, che devotamente bacia la mano insanguinata. Le altre suore sono disposte disordinatamente fuori San Damiano, forse perché vittime del terribile dolore interiore. Alcune pregano collo sguardo rivolto alle proprie mani congiunte. Presso l’ingresso centrale due suore parlano concitatamente tra loro, mentre una sorella è protesa verso il corpo del Santo, cercando d’individuarne il viso. Alla sinistra, un ragazzo si sta arrampicando sull’unico albero presente, per vedere la scena dall’alto. Sotto il popolo di Assisi, che assiste ammutolito al trapasso dell’Uomo della povertà.

Giotto. Morte di San Francesco (Basilica superiore di Assisi)
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