Giacomo Puccini parla di Giuseppe Verdi

L’interessante intervista fu pubblicata sul numero speciale de «Il Teatro illustrato» dedicato al centenario della nascita di Giuseppe Verdi, edito nel 1913.

«Vuole che le parli di Giuseppe Verdi? Mio caro, quello è un argomento scabroso; non è facile parlare di lui».

Ecco l’esordio confidenziale del Puccini, il quale rilevò come il Verdi rivelasse al mondo l’anima italiana attraverso il lungo percorso dall’«Oberto» al «Falstaff», «l’ultimo grado della sua meravigliosa ascensione», compiuto in condizioni culturali assai deficienti, educando il popolo italiano alla musica. 

Il Verdi «non possedeva una grande cultura letteraria. Eppure chi meglio di lui ha capito la grandezza del teatro scespiriano e chi ha saputo tradurla come lui in musica? Le tragedie scespiriane, da lui musicate, «Macbeth», «Otello» e «Falstaff», sono tre capolavori, dei quali ciascuna rappresenta un periodo diverso nell’attività del Maestro».

Quindi il Puccini ricordò l’idea mai realizzata di musicare il «Re Lear», adducendone anche una plausibile ragione:

«La scena del «Re Lear» che più commosse il Maestro era quella in cui il Re con la sua voce supera il rumore della tempesta. Ma dove trovate poi la voce umana, che sappia far questo? Egli disse un giorno melanconicamente ad Arrigo Boito, che lo consolò presentandogli poco dopo il libretto dell’«Otello».

Verdi possedeva «un’istintiva conoscenza di tutte le esigenze dell’arte teatrale» e, quando Arrigo Boito gli presentò una cinquantina di versi a coronazione dell’ultima scena dell’«Otello», gli chiese d’intervenire, perché riducesse la scena a soli diciotto versi. Nacque una curiosa discussione tra i due, ed alla fine la volontà del Verdi prevalse.

«Io ho conosciuto da vicino Verdi, che andavo a vedere spesso quando si fermava a Milano. Con me è stato sempre di una grande affabilità e di una straordinaria benevolenza. Non so perché, quasi tutte le volte che mi vedeva mi parlava dell’«Eneide», dalla quale diceva che si sarebbe dovuto ricavare l’argomento per qualche nuova opera».

Infine, il Puccini si dichiarò commosso «nel vedere con quanta devozione [il Verdi] è ricordato anche all’estero il centenario della sua nascita. Ho attraversato testé tutta la Germania e ho notato che da per tutto, ad Amburgo, a Lipsia, e in tutte le altri maggiori città si tengono per l’occasione cicli speciale di almeno sette opere verdiane. Anche questo serve a dimostrare quanto grande deve essere stata l’opera sua se tuttora essa può destare tanta venerazione tra gli stranieri».

Così un genio parlò di un genio.

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