Il mito di Fetonte nel racconto delle «Metamorfosi» di Ovidio

Sebastiano Ricci (1659 – 1734) – La caduta di Fetonte

Fetonte, figlio del Sole era orgoglioso d’avere Febo (epiteto di Apollo) come padre. Un giorno si vantava d’essere superiore a Epafo, nipote d’Inaco, grazie agl’illustri natali, e suscitò la rabbia di quest’ultimo, il quale lo accusò di non aver avuto prova di essere figlio del Sole.

Fetonte, allora, si condusse dalla madre, l’oceanina Climene, a chiedere spiegazioni; ella rassicurò il frastornato figlio, di averlo concepito col Sole. Fetonte, non contento delle pur esaustive dichiarazioni della mamma, si diresse ad est ed, in prossimità del babbo, si fermò, al fine di non essere accecato, osservandolo nel composto ordine del Tempo e delle Stagioni. Il figlio, preso coraggio, chiese al Dio una prova inconfutabile della paternità ed egli, abbracciandolo, gli rispose che tutto gli avrebbe concesso per suffragare tale tesi.

Apollo Khitaroidos Altemps (restauro del XVII secolo)

Fetonte, a questo punto, non dimostra stima negli dei, poiché non reclama a sua difesa la parola di una deità, ma pretende ciò che non è ammesso all’uomo avere: una prova tangibile, quindi una prova umana. Gli Dei non parlano il linguaggio degli umani, non possono offrire prove umane, quindi il processo di umanizzazione, chiesto da Fetonte, è una bestemmia all’ordine del dio.

Fetonte chiese di guidare il cocchio con i cavalli, ma Febo reclamò inesatta la richiesta, perché adatta ad un dio e non ad un mortale. Al fine di dissuaderlo, gli descrisse il moto del carro: ripido per raggiungere mezzogiorno e quindi una rapidissima discesa fino ad entrare nelle onde del mare. Conoscendo la spinta delle forze universali, solo Febo era in grado di guidare il cocchio, rimanendo sempre in perfetto equilibrio. Il perigliosissimo viaggio lo avrebbe avventurato tra le corna del Toro, le fauci del Leone, evitando le chele dello Scorpione ed infine quelle del Cancro.

I dubbi, espressi da Febo, non convincono Fetonte a desistere dal proposito, neanche la sincera preoccupazione espressa per una prova così ardua. Anzi, il figlio getta la braccia al collo del babbo, onde assicurarlo; egli crede di essere superiore agli Dei! E’ vittima del suo ego e quindi pagherà molto caramente.

Fetonte sopra il carro del Sole

Spenta ogni speranza, Febo conduce il figlio presso il cocchio d’oro poco prima che spuntasse l’Aurora. Le Ore aggiogano i quattro cavalli: Eoo, Pirois, Eton e Flegon, mentre il Babbo unge con un unguento magico (anticipando l’uso comune ai mortali di spargere creme protettive, prima della tintarella) il volto del figlio, perché sia immune dall’aggressione delle fiamme. Febo consiglia di non usare mai la frusta, ma le briglie; attenzione quindi all’istinto, all’Ego mai frustarlo, per scatenarlo ulteriormente, ma sarebbe doveroso imbrigliarlo coll’azione della ragione.

Inizia la veloce corsa nel cielo; quando i quattro cavalli si accorgono di non essere guidati da sicura mano, ognuno prende una libera direzione, provocando un disordinato movimento. Fetonte li può solo assecondare, come l’uomo, schiavo dell’Io, che non oppone la resistenza della ragione, egli è schiavo delle proprie passioni, che esercita così in modo disordinato e caotico, procurandosi solo del dolore.

Raggiunto il mezzogiorno (nel segno el Cancro), la terra appare così lontana tanto da spaventare lo sconsiderato guidatore, che inizia a pentirsi di sì tanto sciocca pretesa. Entrato nella costellazione dello Scorpione, si vede minacciato dal nero veleno degli aculei, per cui lascia le briglie ed i cavalli aumentano il disordinato galoppo, causando incidenti con le stelle ed iniziando a bruciare le montagne della terra. Il grande calore sprigionato provoca il cambio del colore della pelle agli Etiopi ed il deserto nella terra libica, mentre bruciano i fiumi anche il regno di Plutone è minacciato dalla luce, che penetra attraverso gli squarci terrestri.

Gea, allora, visto il volto dissacrato dall’inaudito e scriteriato volo di Fetonte, chiese aiuto agli Dei, i quali, riuniti in consiglio, decisero per l’intervento di Zeus, che, con i suoi fulmini, avrebbe spento i fuochi, che sembravano inestinguibili.

Fetonte, intanto, precipita vorticosamente su se stesso, lasciando una lunga scia, simile a stella cadente; lo accoglie il fiume Eridano, mentre le Naiadi seppelliscono il corpo incenerito dal fulmine gioviano e sulla lapide incidono i seguenti versi:

«Qui giace Fetonte, auriga del cocchio di suo padre; e se non seppe guidarlo, pure egli cadde in una grande impresa».

La storia di un mortale, che si credeva superiore agli dei

Simone Mosca (1492 – 1554) – La caduta di Fetonte
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