La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Tutta la vita e l’arte di Giacomo Leopardi si compendiano in un’alta quanto vana aspirazione all’amore, che fu tediata dalla fredda educazione ricevuta dai genitori, dalla severità della madre, verso cui avrebbe sentito un timoroso rispetto. Unica gioia per il Poeta fu l’affettività delle nonne e soprattutto della sorella Paolina, ch’egli amava, unica fedele compagna negli studi e nei giochi infantili.

Il suo ardore si placava nello studio, divenuto vera passione, con cui sognare qualcosa di grande, di lontano e di sommamente desiderabile. E lì che avvenne la sua maturazione di uomo e di letterato, rivolgendosi alla nobiltà dell’arte, al pensiero profondo: Virgilio, Omero e Dante sarebbero stati i suoi rifugi. Sull’«Eneide», egli «andava del continuo spasimando, e cercando di far sue, ove si potesse in alcuna guisa, quelle divine bellezze: né mai trovò pace finché non ebbe patteggiato con se medesimo, e non si fu avventato al secondo libro del sommo poema, il quale più degli altri lo aveva tocco».

Lo stato di salute, tristissimo, gli procurava forti sofferenze, tanto da presumere una vicina morte liberatrice e così l’immagine della donna, come amante, gli apparve fra i beni più preziosi della sua disperata gioventù. Nell’«Appressamento della morte» (1816), la visione dell’amore e gli storici ricordi dei grandi amanti dell’antichità si legano ai «Trionfi» del Petrarca ed alla «Commedia». Nell’animo del giovane solitario e amante della solitudine, a causa della sua grandezza, che gli avrebbe meritato lo sdegno delle compagnie, tumultuavano affetti e speranze nuove.

Nell’estate del 1816, maturò, per la prima volta, l’idea di scrivere una tragedia, protagonista una donna, bella e infelice: Maria Antonietta.

Nel dicembre 1817, Geltrude Cassi Lazzari, di ventisei anni, si recò a Recanati, ospite di Monaldo, onde assumere la figlia settenne presso il monastero dell’Assunta. Era bella, maestosa nella figura, di portamento regale, occhi nerissimi, scintillanti e sibillini, per cui soprannominata Giunone da Carlo Leopardi, univa alla bellezza una buona cultura.

Il giovane Giacomo s’innamorò pazzamente; lui sparuto e deforme, ammalato e triste, lei così bella ed altera, tanto da apparirgli una prima realtà alle sue speranze. Non osò rivolgerle la parola, nascondendo sagacemente la sua passione, e così raccolse le emozioni nelle «Memorie sopra alcuni giorni della sua gioventù»:

«In quel tempo – vergò Carlo – egli prese a scrivere giorno per giorno tutti i pensieri che gli nascevano alla vista di questa donna. Eran scritti, mi ricordo, in tanti foglietti di carta che Giacomo veniva a leggermi ogni giorno». Gli appunti, che avrebbero rappresentato un’analisi minuta dei sentimenti vissuti, sarebbero finiti tra le mani del Ranieri.

Risvegliato l’estro poetico, Giacomo scrisse il «Primo Amore» e «Dove son? Dove fui? Che m’addolora».

Geltrude, lieta e briosa, non s’accorse di quel disperato amore, vissuto da quel giovanetto confuso e muto davanti a lei, consapevole dell’impossibilità di essere amato. La partenza dell’amata gettò nello sconforto il Poeta, che, fortunatamente, riprese il timone dei suoi sentimenti, sentendo un poco alla volta spegnere quell’amara e dolorosa fiamma.

All’età di ventisei anni, Giacomo conseguì la certezza che, apprendendo cure ed attenzioni, avrebbe potuto allontanare la morte e, seppur costretto ad una vita infelice, avrebbe affrontato le difficoltà senza viltà. Le sue prime sofferenze si sarebbero ripresentate:

«E massimamente soffrirò — scriveva al Giordani il 15 febbraio 1818 — quando mi succederà, come necessariamente mi deve succedere, una cosa più fiera di tutte della quale adesso non vi parlo».

Alludeva alla passione amorosa? Pensiamo sia possibile.

Di fronte al palazzo dei Leopardi, si apre una strada dove abitava, in un appartamento del babbo, Monaldo, la famiglia del cocchiere, Giuseppe Fattorini. L’ultima delle figlie, Teresa, era nata nel 1797; fanciulla graziosa, di media statura, accurata nelle vesti; Giacomo, dalle finestre della sua biblioteca, vedeva la giovane e ne sentiva il canto. Il Poeta spirò un amore malinconico, perché conosceva lo stato di salute cagionevole della bella, che gl’ispirava una soave tenerezza. Forse si sentì compreso in una fraternità di sventura e di dolore, di purezza e di virtù, fino a quando la debole vita si spense, nel settembre 1818. Aumentò così l’amarezza, che poté sfogare nella «Canzone per una donna malata di malattia lunga e mortale» (1819), dove il racconto si snoda su una tenera e dolorosa meditazione, in cui l’amore è trasformato in un accento di pietà intensa.

La Fattorini sarà la protagonista de «Il sogno» (1820), in cui il Poeta la immagina morta, parlandole del suo tenero affetto. Nel 1819, rievocherà ancora una volta il ricordo della fanciulla perduta in «Per morte di donna amata», ancorando la memoria alla grazia ed alla dolcezza d’ispirazione e squisita musicalità. Il Poeta ritrova Teresa nell’immagine di una betulla candida e le strofe avrebbero fornito a Carlo Pepoli i versi per la meravigliosa melodia de «I Puritani» di Vincenzo Bellini, «Qui la voce sua soave», che avrebbe commosso il Recanatese, amante della musica e profondo stimatore della melodia del grande Catanese. Dieci anni dopo la scomparsa di Teresa, Giacomo continuò ad individuarne la nitida e fulgente figura ne «A Silvia» (1828), scritta Pisa in un periodo di tranquillità, fecondo di sogni e poetici ricordi. La protagonista, dagli occhi ridenti e fuggitivi, percorre con mano veloce la tela, riempiendo le stanze di una canto vago e sereno. Nel cantare il suo amore per Silvia, Leopardi risente più amaro lo sconforto dei pensieri perduti, la fine delle speranze e, commosso al canto della tessitrice, rivide certamente in qualsiasi fanciulla laboriosa l’immagine adombrata della candida Teresa.

In una bellissima notte d’estate, ascoltò il canto di una giovane, intenta a governare le stanze. Immediatamente, il ricordo corse a Teresa, poiché la nuova protagonista soffriva, anche lei, di tisi: Maria Belardinelli, candida, bionda, soave e signorile, che avrebbe offerto l’ispirazione per Nerina de «Le ricordanze» (1829). Gli occhi giovanilmente soavi mentre colloquia con un suo vicino alla finestra, in cui rivede Teresa, figura principale d’ogni lieto quadro, che immagina, divenendo il simbolo della giovinezza e della speranza. Silvia e Nerina furono amate spiritualmente dal giovane Poeta, senza alcun intervento carnale, perché degne di un fuoco incontaminato e puro, in un’eterna primavera di gioventù, unico anelito nell’esistenza priva di gioia, di consolazione e di conforto.

Negl’«Idilli» – a nostro avviso – il Poeta raccolse l’emanazione dei suoi sogni, che spesso sfociava in una tristezza pura e serena, salvo che negli accenti cupi e disperati de «La sera del dì di festa» (1820), in cui la luce di una lampada penetra sottilmente tra le pieghe della notte, mentre ella (forse la marchesina Serafina Basvecchi di Recanati) dorme indisturbata, ignorando l’amore che ha accesso nel giovane Giacomo. I suoi occhi non brillarono che di pianto, tantoché da invocare la morte quale suprema liberazione dal dolore. Probabilmente, egli arse d’amore davvero per la donna, la quale, qualche tempo più tardi, si sarebbe fidanzata ufficialmente, gettando la sua anima in una tempesta di dolore.

Nel 1820, Leopardi compose «Nello strazio di una giovane», che avrebbe provocato le ire di Monaldo, il quale, in preda ad un atto di celere bigottismo, aveva rubricato il componimento quale luogo di intenzioni lascive. La Canzone fu ispirata da un fatto di cronaca: un seduttore, servendosi della complicità di un chirurgo, aveva ordinato l’uccisione dell’amata e del nascituro. Giacomo nutrì sempre un particolare affetto per quella giovane donna, alle cui sventure non poteva certo rimaner indifferente.

La sua anima, dopo quegli accenti così pesanti, s’invaghì nella contemplazione del classico ideale in «Per le nozze della sorella Paolina» (1821). Egli amava davvero intensamente la sorella, ma l’educazione rigida ricevuta, che non permetteva alcun afflato sentimentale, avrebbe tolto ogni tenera effusione al Canto, illustrando nell’antica matrona la delicata Paolina. Ella stava per sposare un uomo molto più anziano e punto amato; Giacomo cerca d’infonderle coraggio, soprattutto verso i doveri della maternità.

Nel 1822, scrisse il «Consalvo» (che sarà pubblicato nel 1835), ispirato all’ardente desiderio della pietà femminile, ponendo in scena un uomo amante ed una donna pietosa, nel bacio della quale morirà confortato. Egli dipinge se stesso, nell’attimo in cui alla disperazione cedeva il posto la malinconia nell’immaginazione della pietà di una donna, che illuminasse di luce soave quei momenti.

Nell’«Ultimo canto di Saffo» (1822), chiede l’ardore dei suoi primi affetti o almeno l’illusione anche di trovare una donna, che gl’infonda le gioie della speranza. Egli rappresenta l’infelicità di un animo delicato, nobile, posto in un corpo brutto e giovane ed allora si rivolge all’unica donna, forse, che lo avrebbe potuto comprendere. Saffo nutriva diletto per la notte, la luna, le stelle dell’alba, fino a quando s’innamorò, non ricambiata, di una giovane greca. La lotta per i disperati affetti si nutre d’un inspiegabile gaudio dai moti della natura ed attende alla beltà del cielo divino, che non ricambia così tanto ardore e la natura sembra anche ammutolirsi, privando l’anima dei due Poeti di quell’inspiegabile gaudio. Perché tanto dolore? Quale la colpa? Perché muto è l’animo degli dei, insensibile al richiamo disperato del Poeta? Non trova risposta,

arcano è tutto,

fuor che il nostro dolor. Negletta prole

nascemmo al pianto, e la ragione in grembo

de’ celesti si posa.

Allora la morte sembra un sollievo: sparse a terra le membra, l’anima rifuggirà nei regni eterni. Prima dell’ultimo addio, si rivolge all’amata, scemata l’ira e scomparso l’odio, con sentimenti di affetto e di dolore.

Nel novembre del 1822, Giacomo, per spezzare la monotonia della vita di provincia compì il suo viaggio a Roma, da cui sarebbe tornato assai insoddisfatto. L’universo femminile lo aveva fortemente deluso, solo il Teatro gli concesse l’illusione d’un mondo diverso dal reale. Si recò al Teatro Argentina, per assistere a «La donna del lago» di Gioachino Rossini e così commentò a Carlo in una lettera del 5 febbraio 1823:

«Potrei piangere ancor io se il dono de le lacrime non mi fosse stato sospeso, giacché mi avvedo pure di non averlo perduto affatto».

Nella Canzone «A la sua donna» (1823), esaltò l’eterno femminino, tanto caro da Dante a Goethe, il cui fascino risulta nella lontananza, nel mistero, nel determinarsi irraggiungibile ed inafferrabile.

Ben altra impressione nutrì per il viaggio, compiuto a Bologna e rallegrato dalla tenera simpatia per Marianna Brighenti.

Nutrì un’ardente passione per Rosa Padovani, dalle forme giunoniche, l’aspetto florido e dagli occhi arditi, reminiscenza di una dea dell’età classica. Era ammirata e vezzeggiata da molti uomini e senza dubbio gradì anche l’omaggio del giovane Letterato, pur non comprendendone compiutamente l’alto ingegno e la profondità d’animo. Di lei avrebbe scritto a Carlo Pepoli:

«La mia signora è maritata, benché non abbia qui il marito per la ragion sufficiente che il marito sta a Modena. È distinta per un paio d’occhi che a me paion belli e per una persona che a me e ad alcuni altri è paruta bella. Ma che abbia altre distinzioni non so e non credo».

Ed al Papadopoli:

«Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono tanto grandi che ci vuol molta forza a resistere».

Un amore fortemente disperato fu per la colta dama Teresa Marniani Calvezzi, la cui grazia e la pietosa affabilità lo affascinarono al punto tale da convincersi, vanamente, che potesse essere corrisposto negli amorosi affetti.

Eppure tutto il suo dolore sarebbe svanito se il sorriso di una «Leonora» gli avesse aperto il cuore alla tanto agognata felicità. Nel dialogo «Torquato Tasso e il suo genio familiare» (1824), gli dei inviarono in terra una mente eccelsa, destinata al dolore; il Tasso parla di Leonora e riassume tutti i sapori degli amari amori leopardiani: se l’amata da vicino è una donna, da lontano si trasfigura in una dea. Lo spirito del Poeta nella dolorosa meditazione s’inasprisce: dal sogno al dolore, dal dolore all’amarezza, dall’amarezza al sarcasmo; così si riassume la storia di quell’anima.

«Sono nato ad amare, ho amato e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva. Oggi, benché non sono ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, rie forse anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno fuorché me stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è possibile. Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento agli altri».

Ne «Il passero solitario» (1829), torna la dicotomia di chi trascorre la gioventù, come gli uccelli

contenti, a gara insieme

Per lo libero ciel fan mille giri,

e lui, Giacomo

pensoso in disparte il tutto miri;

egli non è partecipe del tutto, ma, scavata una nicchia nella sua vita interiore, partecipa, spettatore inesausto, a quel gioco di gioia e libertà, vittima della tristezza pura e serena. La sua calda anima pare che si sopisca nella quiete pomeridiana, nella pace e nel silenzio della natura. Quando s’accorse di poter amare, la salute era già compromessa insieme alla deformità, immiserendolo per sempre. Egli spegne, allora, il suo cuore, immobilizzandolo quasi in un ferreo sopore, estraneo ad ogni moto soave, quando basterebbe solo il volto di una fanciulla, per ridestargli l’anima in canto.

A Firenze, Leopardi provò l’ultima, terribile passione della sua vita, illusione che durò a lungo, procurandogli tormenti e dolorose sofferenze.

Carlotta Lenzioni De’ Medici, gentildonna abbastanza colta, accoglieva in casa i più insigni letterati di Firenze, tra cui il Leopardi. Rimase stregata dall’eccezionale ingegno del Poeta, rimanendone attratta, ma respinta da Giacomo, che preferì rinunciare all’affetto.

In Via Ghibellina di Firenze, abitava Fanny Targioni Tozzetti; più che trentenne conobbe Giacomo, che rimase stregato dalla rara bellezza unita ad una grande amabilità ed ad una perfetta arte di piacere. Il marito, Antonio, professore di medicina, invitava in casa uomini insigni, tra cui il Poeta, che si trovò assai bene, ammirando la leggiadria e la grazia della Fanny e l’ingegno del professore. Durante la primavera, stagione foriera di cauto ottimismo per il risveglio del ciclo della natura, Giacomo divampò d’amore, tantoché, per mostrarsi attento ai desiderata dell’amata, si preoccupava di procurar autografi. All’inizio, la sua anima fu invasa da inenarrabili dolcezze, narrate ne «Il pensiero dominante» (1830), laddove il pensiero amoroso dilegua ogni altro, compreso quello, sempre presente, della morte. Egli è in un nuovo paradiso, dove dimentica lo stato terreno, ma la dolce estasi non dura molto, così torna alla sua antica abitudine: neanche il più puro tra gli amori potrà rendere sopportabile il peso della vita. Ritrona ad invocare la morte come atto di pietà. Questa fu la più vera e terribile passione tutta umana del Leopardi, che, consapevole della sua inferiorità, non palesò a Fanny, che aveva compreso l’affetto.

Il 1° ottobre 1831, seguì Ranieri a Roma e trattò il domicilio come un esilio acerbo. Forse Fanny gli chiese di allontanarsi? Il Poeta la raggiunse per via epistolare, manifestandole i suoi profondi sentimenti ed avvertendola che non sarebbe stato facile dimenticarla presto. Il 22 marzo, tornò a Firenze, ancora intollerabilmente appassionato per la sua Fanny, ma non più ricambiato neanche per gioco e ciò non sarebbe bastato a spegnere le fiamme del cuore. Nell’agosto del 1832, il Poeta ricevette un biglietto dalla donna, che s’era trasferita a Livorno, per passarvi la stagione estiva, a cui avrebbe risposto:

«Ranieri è sempre a Bologna, e sempre occupato in quel suo amore, che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l’amore e la morte sono le sole cose delle che ha il mondo e le sole, solissime degne di essere desiderate.

Pensiamo, se l’amore fa l’uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono né belle, né degne dell’uomo Addio, della e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi a le bambine e credetemi sempre vostro».

L’autunno e l’inverno trascorsero tristemente, Giacomo accusava sempre più problemi di salute, resa assai precaria dalla fine di quell’amore, che tanto lo esacerbava, così chiese a Ranieri di seguirlo a Napoli. I ricordi del dolore furono riversati in «A se stesso» (1833); si rivelarono i più tragicamente desolati che siano usciti, forse, dal cuore dell’uomo.

Nel 1834, aveva licenziato «Aspasia», ricordando la Targioni Tozzetti, bella, colta, ospitale, nel suo appartamento pieno di fiori primaverili, dove la conobbe in una veste violetta, adagiata sopra un divano ricoperto di pelli. Egli parla dell’amore e delle conseguenti pene, che tramutano il Poeta da eroe innamorato della donna, ad anima capace di disprezzarne la natura. Il pessimismo forse fu attenuato sul finir dell’esistenza, quando, grazie alle devote cure del Ranieri ed all’amicizia con Antonietta Tommasini, godé di una certa calma, che leggiamo ne «Sopra un bassorilievo antico sepolcrale» (1831), dove una giovane morta è rappresentata nell’atto di partire, salutando per sempre i suoi. Probabilmente, il Poeta ripensò a Silvia, a Nerina, morte anch’esse assai giovani e belle, mentre descrive il dolore degli abbandonati.

Trascorse l’intera esistenza alla ricerca dell’amore e mai n’ebbe finanche l’illusione. Desiderava ardentemente di trovare una donna, che lo amasse, pur non credendo di poterla trovare, consapevole dell’altissimo ingegno, che comunque non avrebbe potuto persuadere una donna a compensare la sua disavvenenza. Allora lei era sempre lontana, irraggiungibile, eterea, tra le voci mute della natura. Purtuttavia, egli sempre adorò la bellezza quasi misticamente, avido di tutti i grandi sentimenti prevedeva un futuro magnifico di gioia e di gloria. Purtroppo, le sue condizioni fisiche lo circoscrissero alla contemplazione, lo ridussero al silenzio ed alla tristezza. Non riuscì a sradicare l’ultima speranza, nascosta nel suo intimo: la pietosa affettività di una donna. Il suo fu il destino dei grandi infelici; ridotto a vivere solo nell’eterna giovinezza della sua anima, fiera e pura, disperante di tutto e maledicente della vita, gettò verso l’umanità, inascoltato, il suo grido di dolore.

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