Clemente V e la cattività avignonese

Dopo la scomparsa del mite Benedetto XI (1240 – 1304), si aprì, il 18 luglio 1304, in Perugia il Conclave, che avrebbe immediatamente rivelato le forti divisioni all’interno del Sacro Collegio. Bonifacio VIII Caetani (1230 ca. – 1303) aveva irrigidito i rapporti con la Francia e dal nome del nuovo Pontefice, si sarebbe dedotto un cambio di rotta della politica vaticana nei riguardi della potenza transalpina, la quale pretendeva oltremodo anche la postuma condanna del suo antagonista.

Il Sacro Collegio era diviso tra la corrente dei «bonifaciani», capeggiata da Matteo Rosso Orsini e composta dai cardinali divenuti principi della Chiesa grazie a Papa Caetani, che si era spesso espresso in forte contraddizione con Filippo il Bello (1268 – 1314) e coloro che si erano uniti, perché fortemente osteggiati da Bonifacio VIII e pretendevano la riabilitazione dei due cardinali di casa Colonna, Giacomo (1250 – 1318) e Pietro (1260 – 1326). Attraverso la caduta dei due eminenti personalità della nobile schiatta romana, l’intero collegio cardinalizio era stato colpito ed offeso: chi auspicava una riforma della Chiesa, grazie anche all’importante intervento di un potente sovrano e chi desiderava un riavvicinamento alla Francia. I cardinali francofili Napoleone Orsini (1260 – 1342) e Niccolò Alberti da Prato (1250 – 1321), ardente ghibellino e quindi contrario al protettore dei guelfi, Papa Caetani, influenzeranno notevolmente la disputa del conclave perugino per il trionfo di una nuova stagione di proficua collaborazione coi transalpini.

La riunione cardinalizia durò circa 10 mesi e provocò la salita inutile in Perugia di Carlo II d’Angiò (1254 – 1309), perché si arrivasse ad una veloce risoluzione. Il re di Francia testimoniò, attraverso Musicatto de’ Franzesi, l’elezione di un cardinale, dotato di una personalità più potente di quella dell’angioino, appoggiando la causa dei cardinali Colonna contro i Caetani. Finalmente il Sacro Collegio si decise per l’elezione dell’arcivescovo di Bordeaux,  Bertrand de Got (1264 – 1314), sposando il riavvicinamento alla causa francese.

I rapporti tra Papato e Collegio cardinalizio erano assai compromessi sin dal regno di Celestino V (1215 – 1296); il successore di Pietro, infatti, subiva la «capitolazione elettorale», la quale avrebbe condizionato l’alto magistero, riconoscendo ad alcuni cardinali delle prerogative, che avrebbero limitato la pienezza del potere petrino. Le correnti in seno al Sacro Collegio ottennero rassicurazioni dall’elegendo pontefice, che non sarebbe stato corrivo col re di Francia e, al tempo stesso, non avrebbe rinnovato atti di arbitrio contro il Sacro Collegio commessi da Bonifacio VIII. In questo modo, il Collegio si sarebbe raccolto in funzione oligarchica accanto al potere espresso dal Papa, dipendente dalla volontà dei Principi della Chiesa.

Il 5 giugno 1305 l’arcivescovo Bernard de Got salì al soglio col nome di Clemente V.

Quattro giorni dopo la nomina, il Pontefice ricevette una lettera (scritta probabilmente dal cardinale Napoleone Orsini o Nicolò da Prato), in cui i Cardinali auspicavano il ritorno a Roma del nuovo Pietro, accompagnato da largo corteggio, offerto da Giacomo II d’Aragona (1267 – 1327). Il Pontefice rispose che si sarebbe trattenuto nel Contado Venassino, rassicurando come imminente la partenza per la Città Eterna, di cui temeva le condizioni igieniche poco favorevoli alla sua salute e le continue rivolte, che collocavano Roma nell’ampio spettro italiano caratterizzato da moti di violenza continui. Le lotte tra guelfi e ghibellini, fra bianchi neri insanguinavano tutta l’Italia centrale; le Marche erano in aperta rivolta; le signorie grandi e piccole romagnole avevano frantumato il dominio della Chiesa, minacciato anche dalle potenze estere, come in Ferrara, da parte di Venezia; in Campania, dilagava la lotta dei Caetani, per la ripresa del potere dopo la morte di Bonifacio VIII.

La permanenza in territorio francese dell’intera corte pontificia avrebbe garantito sicura protezione da parte del re, delle migliori condizioni climatiche e sanitarie e soprattutto la possibilità di vivere al centro delle questioni politiche europee, concentrate su un costante attrito fra l’Inghilterra e la Francia, che avrebbe scatenato, nel 1337, la Guerra dei cent’anni.

Per cercare una soluzione pacifica, fu organizzato il matrimonio tra il figlio e futuro erede del re inglese e Isabella di Francia, figlia di Filippo il bello, che fu benedetto dal Papa, preoccupato di recuperare i favori, per organizzare la crociata per la difesa della cattolicità dall’attacco del mondo musulmano. Il Re di Francia ottenne molte pretese dal debole  e spesso malato Clemente V, il quale non avrebbe ceduto comunque  sulla richiesta reale di condanna postuma di Bonifacio VIII e la dichiarazione infamante di eresia ed immoralità, con la conseguente dispersione delle ceneri del corpo arso.

Il 1 novembre 1305 sarebbe dovuta avvenire a Vienna, terra non soggetta al re di Francia, la sua incoronazione, che fu immediatamente ritirata al ricevimento di alcune missive da parte di Filippo, che avrebbe suggerito Lione.

Il 16 giugno 1307, il Pontefice nominò vicario «in spiritualibus» Guitto Farnese, che lo avrebbe rappresentato in Roma, inviando contestualmente ai Romani una lettera, in cui espresse il suo dolore nel non poter rispettare la volontà divina, che aveva stabilito la sede papale e fermate le fondamenta della Chiesa nella Città Eterna.

La partenza sembrò imminente nel 1308, in occasione dell’incontro a Poitiers con il re, ma ciò non avvenne; nello stesso anno infatti Clemente V avrebbe dovuto trattare la damnatio memoriae di Bonifacio, l’imposizione del trasferimento in territorio francese della corte pontificia e la igniominiosa condanna dei Templari, per cui sarebbe stato convocato un Concilio in Vienne nel 1311.

Sin dall’epifania del 1309, i cardinali, i quali continuarono a detenere i titoli delle più importanti basiliche romane, furono invitati a trasferirsi nella città di Avignone, dove la cattività di sarebbe conclusa nel 1367. Il Pontefice si sarebbe dichiarato vescovo di Roma, la Curia si sarebbe nominata romana: i legami della Chiesa con Roma erano troppo stretti e continuati da secoli, che sarebbe stato impossibile reciderli. Il primo settennio di regno si concluse tra rinvii, compromessi ed esitazioni, sicché il Petrarca scrisse: «Quello che, al principio, era stato un male medicabile, col passare del tempo si è incancrenito».

Nel dicembre 1310, una delegazione romana si recò ad Avignone, per pregare il Santo Padre di visitare l’Urbe, onde ripristinare la legalità, contrastando la prepotenza baronale, che aveva arrecato gravissimi danni alla città. Il Pontefice, in tutta risposta, si sarebbe consigliato coi suoi «fratelli» cardinali, rimandando il ritorno in Italia a causa della preparazione del Concilio di Vienne del 1311. Intanto Enrico VII di Lussemburgo scese in Italia, per porre una soluzione alla questione delle accese contese tra guelfi e ghibellini, anche usando la forza dell’esercito.

Finalmente nel 1314, non potendo più procrastinare il ritorno in Roma, la corte papale si mise in marcia, ma, appena valicato il Rodano, a Roquemaure, la morte coglieva il Cardinale de Gout, Clemente V.

Era il 20 aprile 1314.

Tra i commenti dell’epoca, riportiamo le considerazioni di Dante, che avvertì, quasi immediatamente, le conseguenze dell’elezione di Clemente V. Nel giugno 1312, avrebbe rimaneggiato il XIX Canto dell’Inferno (scritto tra il 1307 ed il 1309), condannado alla buca rovente dei simoniaci il «pastor senza legge» venuto «di ver ponente». Nell’Epistola XI, indirizzata ai cardinali italiani, giunta la notizia della dipartita del «guasco», sottolineò la cupidigia, che avrebbe trasferito altrove il ministero della prole levitica, causando anche la rovina della stessa città di Roma, cui Cristo aveva conferito il titolo di sede apostolica.

L’Alighieri conquistò l’alto merito di essere stato il primo interprete della reazione nazionale italiana contro l’«esilio» avignonese.

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