«Delitto Matteotti: s’infittisce la trama dei mandanti», nei commenti della stampa dell’epoca

L’apertura de la Stampa venerdì 22 giugno 1924 aggiornò i lettori di nuovi, interessanti particolari sull’omicidio Matteotti.

La situazione politica. «La bufera creata dall’affare Matteotti si accentua anziché quietarsi. Le indagini giudiziarie assumono sempre maggiore gravità e coinvolgono ora la possibilità di arresto di alte personalità appartenenti anche al Senato.

Benito Mussolini (1883 – 1945)

La giornata fu anche oggi tempestosa. In prima linea è venuta a prendere posto l’azione del Governo che organizza con grande energia il proprio piano di azione, il quale consiste nel prepararsi l’appoggio energico della maggioranza ministeriale, convocata in Roma per mercoledì 25 aprile. A tale uopo il Presidente del Consiglio, onorevole Mussolini, ebbe oggi un lungo colloquio coll’onorevole Casertano, presidente del Comitato di maggioranza.

Michele Bianchi (1883 – 1930)

Alla seconda parte di questo colloquio assistette anche l’onorevole Michele Bianchi, membro a sua volta dello stesso Comitato. L’onorevole Mussolini ha intanto invitato il Comitato di maggioranza a riunirsi martedì sera dopo il discorso che egli terrà al Senato. Nella riunione di martedì sera saranno presi gli ultimi accordi per la riunione dell’indomani, che il capo del Governo desidera riesca imponente, essendo importantissime le comunicazioni che egli farà in tale circostanza.

Un secondo colloquio politico importante ebbe luogo poco dopo tra il Presidente della Camera, onorevole Rocco, e l’onorevole Turati.

Filippo Turati (1857 – 1932)

Il colloquio si è riferito all’inchiesta parlamentare che il Sottosegretario agli Interni dimissionario, onorevole Finzi, ha chiesto al Presidente della Camera di voler ordinare sulla sua vita pubblica e privata in seguito alle accuse rivoltogli. Il Presidente della Camera ha cioè chiesto all’onorevole Turati se, nella sua qualità di componente del Comitato di opposizione, consentiva a far parte della Commissione di indagini sull’operato dell’onorevole Finzi. Ma l’onorevole Turati ha risposto di non poter accettare, anche perché l’inchiesta non è un fatto che riguardi tutta la Camera, ma soltanto l’onorevole Finzi e la maggioranza ministeriale, in quanto l’Opposizione non ha attaccato alla Camera l’onorevole Finzi.

Alfredo Rocco (1875 – 1935)

Il Direttorio Nazionale del Partito Fascista ha esaminato la situazione, specialmente in rapporto alle imminenti manifestazioni fasciste dei prossimi giorni. Tali manifestazioni devono avvenire a Bologna (una seconda volta) ed a Firenze.

Emilio De Bono (1866 – 1944)

Il Direttorio fascista si è infine occupato della situazione che venne creata dal corso delle indagini del senatore De Bono, ex-direttore generale della P. S. ed attualmente primo comandante della Milizia fascista.

Il punto riguardante il generale De Bono è della massima importanza. Infatti, sebbene non siano confermate le voci di prossimo o futuro arresto del generale De Bono, pure questa eventualità merita di essere esaminata, anche se dovesse rimanere allo stato di ipotesi. Quindi, sebbene, non siano confermate le voci di prossimo o futuro arresto del generale De Bono, il Direttorio fascista ha prospettata l’eventualità che l’istruttoria venga a coinvolgere il generale De Bono ed in tal caso il processo non dovrebbe più svolgersi dinanzi alla Corte d’Assise, bensì dinanzi all’Alta Corte di Giustizia, il che conferirebbe al processo un nuovo e più complesso aspetto. Per ora però, ripeto, non vi sono novità sul generale De Bono, sebbene la sua posizione di comandante della Milizia fascista venga dichiarata insostenibile in taluni ambienti anche autorevoli e da parte di taluni importanti giornali.

Gaetano Giardino (1864 – 1935)

Alle ore 19 il generale De Bono ed il generale Giardino, ex-governatore di Fiume, si sono recati a Palazzo Chigi, dove hanno lungamente conferito coll’onorevole Mussolini. Le ragioni ed il risultato di questo colloquio vengono mantenuti segreti, ma intorno ad esso vengono fatte induzioni che non mancano di ragionevolezza.

Luigi Federzoni (1878 – 1967)

Si ricorda cioè che, giorni sono, quando si parlò degli studi ordinati dall’onorevole Mussolini per l’integrazione della Milizia nell’Esercito, si parlò anche della possibile nomina del generale Giardino a nuovo comandante, in sostituzione dell’onorevole De Bono. Perciò il colloquio Mussolini – De Bono – Giardino ha fatto correre la voce che possa essersi riferito alla nomina del generale Giardino a successore del De Bono. Dicesi che tale sostituzione sia voluta dal gruppo di ministri che ha voluto l’assunzione dell’onorevole Federzoni a Ministro dell’Interno.

Nel Ministero si è formato un gruppo di quattro ministri — composto degli onorevoli Federzoni, Oviglio, Corbino e Gentile — il quale preme fortemente perché si faccia alla giustizia e si ascolti l’opinione pubblica mettendo mano a radicali provvedimenti.

Il Ministero si prepara insomma a difendersi, prima dinanzi al Senato, poi dinanzi alla maggioranza ministeriale. Infine, se sarà necessario, davanti alla Camera.

Quanto all’Opposizione, “Il Mondo” afferma oggi che tende a mantenersi fuori della Camera, e si proporrebbe perciò di non intervenire alle sedute qualora la Camera fosse convocata».

Il Giornale d’Italia insistette nella constatazione che la situazione politica sarebbe potuta essere sciolta «attraverso un processo alla rivoluzione fascista.

Noi siamo convinti che la maggioranza può e deve rendere al Paese in questa circostanza molti importanti servizi. Il primo è certamente quello di dare l’esempio della serenità e di dire chiaramente al Paese che la rivelazione dell’orribile rete di delinquenza politica, che si era annidata a palazzo Viminale non distrugge la riconoscenza del Paese per quanto l’onorevole Mussolini ha fatto per la Nazione rimettendola in piedi dopo la marea bolscevica e il collasso democratico. In secondo luogo la maggioranza ha l’obbligo preciso di sostenere con tutte le sue forze il Governo nell’opera di epurazione al Viminale e di liquidazione del lassismo provinciale, opera che il Paese concorde chiede e attende con fiducia che sarebbe pericoloso e delittuoso deludere. In terzo luogo alla maggioranza soprattutto spetta di dimostrare che il funzionamento della Camera dei deputati è non solo possibile ma necessario e utile; che anzi essa è garanzia di serenità e onestà dei dibattiti politici e da essa soprattutto il Governo deve attingere la forza morale necessaria per superare la tempesta e spingere a fondo il ferro rovente nella piaga criminosa.

Noi crediamo fermamente che se la maggioranza intenderà questo suo dovere, sarà tolto ogni pretesto a un radicale mutamento nella situazione politica attuale che il Paese depreca. Se adempierà a questo preciso compito, la maggioranza sarà forte contro gli attacchi di tutti gli oppositori dentro e, cosa anche più importante, fuori dalla Camera, e salverà una situazione che corrisponde sostanzialmente alla situazione del Paese, evitando brusche scosse».

Il Mondo:

«E’ oramai assodato che nel cuore stesso del Viminale si annidava un’organizzazione criminosa il cui programma dall’aggressione contro Misuri, all’aggressione contro Amendola, all’invasione del villino Nitti, all’aggressione Forni, si svolgeva metodicamente, dopo lunga preparazione e con obbiettivi definiti.

Quale è il compito della Giustizia?

Raggiungere e colpire tutte le responsabilità, affinché tale compito, che involge altissime funzioni e la responsabilità degli organi della magistratura, non subisca deviazioni o menomazioni, che la coscienza italiana non potrebbe tollerare, è necessario che l’opera del magistrato sia veramente, assolutamente, sottratta a qualsiasi influenza negativa.

Si è constatato il movente politico del delitto, o se è vero che il Rossi e il Marinelli tradirono Mussolini, animato da intenzioni pacifiche quali sono le ragioni che li indussero al tradimento? Che c’entrano la rivoluzione e la politica? Qui è un problema giudiziario e morale.

II processo deve colpire tutti coloro che direttamente od indirettamente sono responsabili del delitto Matteotti».

Il Popolo respinse risolutamente l’accusa di speculazione politica, reclamando come il popolo italiano «vuole sapere come mai gli uomini che si definivano i restauratori della nazione abbiano potuto far fermentare entro di loro così grave tradimento degli interessi supremi della patria.

Non abbiamo alcuna pretesa di fare alcun processo alla rivoluzione fascista, ma essa non può essere invocata per attenuare l’errore e la responsabilità di un delitto quando si è valsa della forza della costituzione per trionfare e quando la costituzione, per mezzo della volontà di chi ne ha la custodia, ha assorbito e inquadrato verso i suoi confini intangibili gli elementi di tale rivoluzione.

Assorbita dalia costituzione, la rivoluzione non può pero avere una sua legge, ma deve accettare la legge dalla costituzione imposta. Perché non si può applicare al tempo stesso la legalità e la rivoluzione, come non si può volere nel tempo stesso la concordia degli animi e l’inasprimento delle contese di parte».

Il Corriere d’Italia, «prendendo lo spunto dalla riunione delle Opposizioni avvenuta a Milano, invitava queste ultime alla calma ed alla ponderazione:

«E’ necessario che le Opposizioni costituzionali comprendano l’estrema delicatezza e la responsabilità di questo momento. Se esse pensano di poter proprio far causa comune coi Socialisti nella loro attività, sulle tracce dell’ordine del giorno di Milano, correranno senza dubbio il rischio di raccogliere dalla pubblica opinione più equilibrata, a parte ogni tendenza filofascista od antifascista, lo stesso severo giudizio che ha meritato la parte peggiore del Fascismo, colpevole di aver contrastato il ritorno alla normalità ed alla libertà costituzionale».

Giuseppe Modigliani (1872 – 1947)

Le indagini. La polizia intensificò le ricerche presso Ronciglione. Giuseppe Modigliani, membro del Partito Socialista, segnalò che, da un’informazione ricevuta, il cadavere dello scomparso fosse stato sepolto presso la Casa del Pescatore. La segnalazione si sarebbe rivelata fallace, dopo il sopralluogo effettuato dalle Forze dell’Ordine.

Secondo gli inquirenti, il sequestro avvenne per azione di alcune persone già arrestate, mentre per la sparizione del cadavere avrebbe operato un’altra squadra, capitanata da Albino Volpi, il quale «sarebbe a conoscenza del punto preciso ove si trova la salma del Matteotti».

Gl’inquirenti provarono a ricostruire la scena del delitto in base alle confuse e scarne notizie ricevute:

Amerigo Dumini (1894 1967)

«Ucciso il Matteotti, Dumini e compagni, nel disfarsi in un primo tempo della loro vittima, come giunsero alla Macchia Grossa di Vico, fermatisi in luogo acconcio, avrebbero deposto il cadavere dietro una siepe od in qualche anfrattuosità del terreno, preoccupati soltanto della necessità di tornare a Roma per recare la tragica notizia e per trovare il modo di mettersi in salvo. Essi, infatti, rapidamente fecero ritorno alla Capitale, dove il Dumini si recò al «Corriere Italiano» per riferire, punto per punto l’accaduto.

Dopo un primo momento di sbigottimento e di indecisione, sarebbe stato concepito un diabolico piano, perché non fosse più possibile che altri trovasse la salma dell’onorevole Matteotti.

Probabilmente il Dumini deve aver detto che il passaggio della macchina era stato notato e che anche il breve soggiorno nella Macchia non era passato inosservato completamente. Quindi, iniziate le indagini, anche la scomparsa del deputato sarebbe stata notata e la Polizia, senza troppo difficoltà, avrebbe potuto dirigere le sue ricerche verso Vico, ove senza dubbio, poche ore dopo il cadavere sarebbe stato rintracciato.

Quale idea sorse allora nella mente degli assassini e dei loro complici?

La persuasione che era necessario far scomparire la salma. Era quindi indispensabile che della salma più non si trovasse traccia, e questo risultato poteva raggiungersi in due modi: o gettando il cadavere nel Lago, o cremando addirittura le povere spoglie».

Gl’inquirenti non credettero che la salma fosse stata gettata nel lago, ma che addirittura fosse stata bruciata su ordine del Dumini da Albino Volpi e dal segretario del Filippelli, Galassi. Gl’incaricati del macabro rito partirono da Roma, custodendo a bordo dell’automobile delle latte di benzina. Raggiunto il cadavere in prossimità di Macchia, fu prelevato dai due uomini ed introdotto nell’auto, per essere trasportato all’interno della radura, dove sarebbe avvenuto il macabro rogo. La Polizia infatti batté la zona, al fine di rinvenire i resti dell’incendio.

A tal proposito, il Popolo avanzò un’ipotesi sbalorditiva:

«La salma è stata trasportata, complice la Pubblica Sicurezza, a Roma, e bruciata addirittura nel crematorio municipale.

Nella notte dal martedì 19 giugno al mercoledì si inizia — come ormai è palese, per confessione degli stessi assassini, — il secondo atto del fosco dramma, cioè, la soppressione del cadavere di Matteotti.

Al ritorno dalla tragica corsa, il Dumini narrava la strage fatta sul Matteotti e l’abbandono del cadavere straziato nella Macchia di Vico. Abbiamo riferito già le parole che il Filipelli ha attribuito al De Bono in questa circostanza: «Accomoderemo anche questa!».

Come? Mistero! Mistero, pare, che involge la sparizione del cadavere, che non poteva essere distrutto con un rogo sommario.

Se il cadavere è stato distrutto nell’intendimento di farne sparire le tracce — e questa ipotesi è ormai certa — esso non può essere stato incenerito che in un forno crematorio di Roma o di altra città.

A questa operazione difficile e delicata la P. S. non può essere estranea e la sua opera deve essere collegata ad un complesso di complici sinora rimasti nella perfetta oscurità. Pensiamo che il cadavere sia stato ricuperato dal suo primo deposito nelle vicinanze di Macchia Grossa e quindi riportato a Roma per la via di Monterotondo e depositato in un ospedale della città. Infatti perdura nella popolazione di un rione adiacente a questo ospedale l’impressione di un grande ammassamento di carabinieri, che circuivano lo stabile, controllandone rigorosamente le entrate e le uscite».

I magistrati si recarono a Regina Coeli, per sottoporre a confronto Dumini con Filippo Filippelli.

Il Giornale d’Italia riportò:

«II confronto ha avuto dei momenti di una drammaticità impressionante ed è durato circa un’ora e mezzo. Pare che il Dumini, ammettendo di avere partecipato al delitto, chiami direttamente in causa come mandanti il Filippelli e altri.

Il Filippelli, a sua volta, si difende sostenendo di non avere dato il mandato di uccidere. In sostanza i mandanti, credendo di poter uscire per il rotto della cuffia, vorrebbero insinuare di avere limitato il loro mandato a sequestrare il Matteotti, ma non fino al punto di ucciderlo.

Le importanti dichiarazioni fatte poi in altri interrogatori dal Dumini, al quale si contestò la scoperta di oggetti insanguinati rinvenuti nella busta gialla che il Dumini voleva portare a Firenze, insieme con le due valigie, e le tergiversazioni prima e le dichiarazioni esplicite poi fatte dall’avvocato Filippelli nel suo lungo interrogatorio, debbono aver messo l’autorità giudiziaria in grado di conoscere, se non tutti, certo i principali mandanti degli esecutori materiali dell’efferato delitto di cui fu vittima l’onorevole Matteotti».

Dumini confessò d’essere stato agl’ordini dell’ex Capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, Cesare Rossi, il quale gli chiese di procedere per atto politico contro il Matteotti ed ammise i suoi rapporti coll’ex capo della Polizia, il generale De Bono. Inoltre, confessò di essere capo di una squadra, che avrebbe dovuto impedire ai nemici del Fascismo di prevalere.

Una importante deposizione dinanzi all’autorità giudiziaria fu resa da Mario Gibelli, segretario particolare dell’avvocato Filippelli.

«Oltre che uomo di fiducia del suo direttore, il Gibelli era consegnatario dei magazzini e dei mobili del giornale.

Colpito da mandato di comparizione, notificatogli da due carabinieri specializzati, il Gibelli si è recato al Palazzo di Giustizia alle ore 17,30. La sua deposizione si è protratta fin oltre le venti. Secondo quanto abbiamo potuto apprendere, nonostante il riserbo mantenuto negli ambienti della Sezione di Accusa, il Gibelli ha precisato innanzi tutto le sue mansioni al “Corriere Italiano” nei riguardi dell’avvocato Filippelli. Egli ha raccontato che la sera di giovedì, il Filippelli ricevette nel suo ufficio al “Corriere Italiano” i suoi due chauffeurs e si trattenne lungamente con essi.

«Terminato il colloquio — ha quindi deposto il Gibelli — il Filippelli mi pregò di ricevere in casa mia uno dei due chauffeurs, il Colini. Il Filippelli mi spiegò che sui suoi due chauffeurs gravavano sospetti circa la loro partecipazione ad un’azione criminosa. Occorreva sottrarli alla noia di un arresto preventivo. Poi la loro posizione si sarebbe immancabilmente chiarita.

Non potevo non aderire all’invito del direttore e portai con me il Colini a casa mia. Lo chauffeur del Filippelli si trattenne in casa mia 36 ore, cioè fino a quando avendo sentore che le cose non stavano precisamente come il Filippelli aveva affermato, io stesso indussi il Colini a costituirsi all’autorità giudiziaria.

Intanto l’altro chauffeur si era rifugiato, per consiglio del Filippelli, nella casa del Filippelli stesso».

Il magistrato ha richiesto al Gibelli se egli potesse testimoniare nulla sui rapporti corsi dopo il delitto fra il Filippelli e l’onorevole Finzi e il senatore De Bono. Il Gibelli non ha esitato a rispondere che tanto il Finzi quanto il De Bono dovevano essere perfettamente a conoscenza della cosa. Questa almeno la sua precisa impressione.

Certo è che il Gibelli assistette a conversazioni telefoniche tra l’avvocato Filippelli e l’onorevole Finzi e fra il Filippelli e De Bono nelle giornate di giovedì e venerdì.

A richiesta del magistrato, il Gibelli ha affermato che il Filippelli, nella giornata di giovedì, chiese all’onorevole Finzi quale sorte fosse riservata al Tomassini, proprietario del «garage» Trevi e all’altro chauffeur già arrestato. L’onorevole Finzi rispose che entrambi sarebbero stati messi senz’altro in libertà all’indomani. Ciò fu confermato anche dal direttore generale della Pubblica Sicurezza, generale De Bono, in una successiva telefonata.

La deposizione del Gibelli ha impressionato il magistrato, il quale ha chiesto al Gibelli se alle conversazioni telefoniche avessero assistito altre persone, avvertendolo che se le circostanze da lui precisate non fossero state confermate, egli, il Gibelli, sarebbe stato senz’altro arrestato.

Il Gibelli allora ha dichiarato che alle conversazioni telefoniche fra il Filippelli, l’onorevole Finzi e il senatore De Bono assisteva anche uno degli amministratori del giornale, il ragioniere Aristide Rotunno. Quest’ultimo, chiamato immediatamente al Palazzo di Giustizia, ha confermato per filo e per segno la deposizione del Gibelli».

Le autorità giudiziarie sottoposero ad interrogazione anche un’eminente personalità del Partito Fascista, ma non rivelarono il nome.

I commenti della stampa. Il Popolo espresse alcune interessanti considerazioni sulla possibile esistenza di una banda, capitanata dal Dumini ed in stretto rapporto colle autorità di Governo.

«Questa associazione, o «Ceka», stringeva in un patto di solidarietà i gerarchi sommi del fascismo (Rossi, Marinelli, ecc.) coi loro sicari (Dumini, Volpi, Filippelli), ed aveva la sede in un palazzo del Governo, il Viminale e l’ufficio presso l’Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio.

Non è ancora precisato con quali fondi, se privati o pubblici, la «Ceka» fosse alimentata. E’ certo però che essa rappresentava un organo costituzionale del Partito Fascista e quindi, per la nota indicazione ormai ufficiale e comune che risulta dagli stessi atti del duce, organo del Governo fascista.

Il gran cancelliere della «Ceka» era, a quanto sembra, Cesare Rossi, colui che poteva vantarsi di possedere e di girare ambo le chiavi del cuore di Mussolini, e il suo ufficio al Viminale si trovava, porta a porta con quello del Direttore generale della Pubblica Sicurezza, il generale e senatore De Bono anche egli capo di una «Ceka» particolare, addetta a scoprire complotti, pedinare personalità eminenti della politica, vigilare e mantenere contatti con i dissidenti del fascismo, come dimostrò nelle sue dichiarazioni alla “Stampa” il Sala sui suoi rapporti con il De Bono.

Tramite della «Ceka» ora il Dumini, gran vicario specializzato ed organo di collegamento fra le svariate diramazioni dell’associazione a delinquere. Una «Ceka» della polizia (De Bono) una «Ceka» della giustizia, giustizia fascista, s’intende, (Rossi) sorgevano in conclusione a fianco del Partito e del Governo fascista per eseguire l’opera di spionaggio, di intimidazione e di punizione a carico dei loro avversari politici. Queste «Ceke» erano considerate strumenti necessari per governare il paese».

Il Popolo espresse dure parole di condanna per l’ex capo della Polizia, il generale De Bono, poiché avrebbe avuto il dovere «non solo di conoscere certe cose (vogliamo riferirci alle gesta criminose della «Ceka» che stava di casa proprio al Viminale) ma, doveva prevederle e quindi prevenirle, o quanto meno reprimerle con prontezza ed energia. Non lo aveva messo per questo alla direzione generale della Pubblica Sicurezza l’onorevole Mussolini? In realtà, il De Bono non solo non ha preveduto e prevenuto nulla, ma addirittura si è guardato dall’esercitare la più piccola repressione di quei delitti che gli sono saltati negli occhi come nei casi di Amendola e Cesare Forni.

Mancanza di capacità o volontà? Qui sta la questione.

La somma delle responsabilità del senatore De Bono, per quanto avvolte ancora da molti lati misteriosi, è tuttavia, sino a questo momento così enorme e lampante, da schiacciarlo non una ma dieci volte.

E’ stato detto che l’onorevole Federzoni pose tra le principali condizioni per accettare l’incarico di Ministro degli Interni la liquidazione del De Bono e che Mussolini tentò energicamente di salvarlo, cedendo solo davanti al contegno fermo del già Ministro dello Colonie e dei colleghi De Stefani e Gentile che erano solidali con lui. De Bono è stato tuttavia a capo della milizia fascista e vi rimane, ancora, benché risulti che in questi giorni, proprio per casi riguardanti la Milizia stessa, l’onorevole Federzoni non abbia voluto avere contatti coll’ex-direttore della P. S.».

Anche “Il Mondo” muove una serie di appunti e rilievi all’opera del senatore De Bono. Il giornale rileva come la posizione del comandante della Milizia fascista risulti aggravata notevolmente dalle varie deposizioni degli imputati, e specialmente inoltre dalle deposizioni dell’ex-redattore capo del “Corriere Italiano”.

«Per concludere: per l’onore del Senato, dell’Esercito, della Magistratura, la situazione del generale De Bono devo essere chiarita dal magistrato. Il magistrato non lasci rompere quest’altro anello della catena!».

Aldo Finzi (1891 – 1944)

Sempre il quotidiano Il Popolo affrontò la situazione riguardante Aldo Finzi.

«II mistero dell’improvviso silenzio dell’onorevole Finzi è certamente uno dei più torbidi di questo increscioso periodo della vita politica italiana. Fino a tarda ora dell’altra notte l’onorevole Finzi era disposto a parlare. Aveva fatto leggere lettere e documenti in gran copia e quelli che li avevano letti non avevano potuto sottrarsi ad un’impressione di sbalordimento per quanto avevano appreso.

Improvvisamente, mercoledì notte. Finzi dichiara di non voler parlare più. Un’intervista da lui data al “Giornale d’Italia” è stata evidentemente fermata. Perché si è taciuto? Si esclude che siano intervenuto altissime personalità non di governo per farlo tacere. E allora l’improvviso silenzio dell’onorevole Finzi è dovuto ad un colloquio con una personalità che fino all’altro giorno era un suo subordinato gerarchico al Commissariato generale dell’Aeronautica? Che cosa si sarebbero detto di tanto decisivo in questo colloquio l’onorevole Finzi e codesto personaggio?».

Anche il Mondo notò l’eccessiva disinvoltura con la quale il Finzi nella lettera al presidente della Camera parlava della sua fedeltà al duce.

«Ebbene, onorevole Finzi, queste parole dimostreranno a molti che, qualunque sia lo stato di conservazione del vostro onore, la vostra disinvoltura è per certo in ottimo stato. Giacché vivono e vestono panni troppe persone che da voi, direttamente o indirettamente, hanno appreso proprio nelle ore più critiche dei giorni scorsi notizie e giudizi che rendono assolutamente incomprensibile la vostra ansia di tornare gregario fedele ed ardente del duce. E sinché tutto ciò che si riferisce, a questa disinvoltura non è chiarito, ci sembra fuori luogo e fuori proposito andare ad incomodare dei galantuomini perché si costituiscano in corte d’onore per occuparsi delle vostre faccende.

L’onorevole Finzi farebbe bene le sue faccende rivolgendosi alla magistratura ordinaria, alla quale probabilmente è in grado di dire cose interessanti in relazione alla scomparsa dell’onorevole Matteotti; ma se per avventura l’onorevole Finzi non avvertisse questo dovere, preso com’è dall’ansia di tornare gregario fedele ed ardente del duce, ebbene la magistratura è avvertita che cotesto signore ha raccontato e potrebbe, volendo, ripetere cose di notevole interesse».

Il giornale fascista Nuovo Paese nell’editoriale Autoliquidazione rilevò la rubricazione giudiziaria del criminoso episodio Matteotti in associazione a delinquere.

«Con questa rubricazione, tristemente famosa nella storia politica del nostro Paese, si esce dai confini del delitto Matteotti per estendere le indagini giudiziarie a tutta una serie di fatti che, se si possono ridurre formalmente nei limiti del diritto, appartengono in gran parte alla politica ed alla rivoluzione.

Attraverso, adunque, l’ultimo delitto, si vuole fare il processo alla rivoluzione fascista. Nessun dubbio su questo punto, ormai.

Ma quale Governo rivoluzionario ha mal permesso processi di tal genere? Anche la rivoluzione francese fu giudicata in base del diritto penale, ma dalla Restaurazione, che la rinnegò.

Quello che non ha precedenti nella Storia è l’assurda posizione di un Governo che sembra destinato ad assistere passivamente allo spettacolo di un processo imbastito contro suoi membri, sotto l’imputazione di associazione a delinquere, che da un punto di vista strettamente giuridico potrebbe estendersi a tutto il movimento fascista.

E’ il caso di domandarci se il Governo del nostro Paese è ancora quello della marcia su Roma? Se la rivoluzione delle camicie nere, che nessuno si è attentato di combattere, non sia verso un vasto suicidio».

Rincarò l’Impero:

«I fascisti non permetteranno mai il processo alla rivoluzione. Non cederemo, non ci lasceremo impastoiare! Non è, come bugiardamente insinua certa stampa, «questione di potere». Il fascismo s’infischia del potere, considerato come detenzione di portafogli. No! Il fascismo sa che ogni debolezza sua diventa debolezza della Nazione; che ogni suo smarrimento riporta indietro, nelle tenebre degli anni nefasti, un popolo che ha riconquistato la coscienza dei suoi destini. Il fascismo sa che alle sue porte picchiano le orde sovversive rianimate dall’odore del sangue. E il fascismo s’irrigidisce nella sua guardia.

Attenzione! E’ una ben sciagurata battaglia che volete ingaggiare, o avversari, sul corpo stesso della Patria. Guardatevene! E’ giunto il momento di fissarci per l’ultima volta negli occhi!».

La Voce Repubblicana chiese le dimissioni dell’Esecutivo e per ciò fu sequestrata per motivi di pubblica sicurezza.

«Le ripercussioni del delitto dell’onorevole Matteotti non possono non estendersi agli alti gradi della Milizia fascista. Tanto il Marinelli che il Bossi erano caporali d’onore della Milizia. Anche il Filippelli aveva un alto grado, così come i minori arrestati erano quasi tutti nella Milizia in posti di maggiore o minore responsabilità. L’onorevole Finzi, inoltre, era luogotenente generale fuori quadro».

La stampa estera.  La Neue Freie Presse rammentò il detto latino Qui gladio ferit, gladio perit osservando:

«Leggi ignote, fatali sembra dirigano il corso degli avvenimenti; il vecchio faro fascista dell’Italia ha perduto la propria luce; la coscienza della nazione italiana non reagì ad altre lesioni del diritto, crome agli attentati contro Nitti, Amendola ed altri; ma si è scossa stavolta formidabilmente.

Mussolini sconta l’errore di aver voluto passare sopra la democrazia, distruggendo tutti gli avversari e affidandosi agli impulsi sentimentali anziché alle leggi. Matteotti morto parla più di un vivo».

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