Federico Fellini nel racconto di Enzo Biagi

Una scena del film “La dolce vita”

Il 4 gennaio 1961, il quotidiano La Stampa di Torino pubblicò un interessante articolo a firma di Enzo Biagi dopo le polemiche sorte a seguito della proiezione del film La dolce vita di Federico Fellini, vincitore della Palma d’Oro al XIII Festival di Cannes.

Il giornalista incontrò il celebre regista a Roma, impegnato nella scrittura di un nuovo film:

«Sarò come sempre una storia autobiografica, si svolgerà tra Rimini, Roma e Bologna. La storia di uno che ritorna, un viaggio alla ricerca della giovinezza. A me piace raccontare di me stesso, della gente che ho conosciuto, delle suggestioni che il destino, all’improvviso, ci può mettere sotto gli occhi»

Moraldo, interpretato da Franco Interlenghi, personaggio del film “I vitelloni”

Lui – continua Biagi – è anche un po’ Moraldo, lo scapestrato e pigro giovanotto dei Vitelloni, un po’ Marcello, l’indifferente cronista di La dolce vita.

«Anche nella prossima pellicola, la trama avrà poca importanza. Tanti capitoli; gli sceneggiatori possono perfino non sapere che cosa accadrà poi.

Ho attaccato alle pareti fotografie, ritagli di giornali.

Non mi faccio illusioni – continua Fellini – non credo a un altro successo strepitoso. La dolce vita farà guadagnare al produttore dieci miliardi. Chissà cosa si aspettano da me. Guarda che hanno scritto i critici a Parigi e a Londra; parlano di Chaplin, di un capolavoro, dell’opera più importante da non so quando».

Pier Paolo Pasolini

Biagi rivelò l’amarezza, che viveva Fellini; aveva deciso di produrre, per scoprire dei giovani, lanciandoli nel mondo del cinema, ma andò male con Pier Paolo Pasolini.

«I pezzi girati dallo scrittore entusiasmavano soltanto i ragazzotti della Garbatella protagonisti del provino. “Pierpaolo sei grande!”, urlavano durante la proiezione».

Fellini pose fine all’esperimento perdendo anche un amico.

Un giorno è capitato a Padova. Era solo. Gli piace camminare per le strade, guardare le vetrine, ascoltare i discorsi degli altri, entrare nelle chiese deserte; in certe ore c’è solo la vecchia che vende i ceri e sonnecchia nell’ombra di una navata. Ha spinto la cigolante porta della basilica, e si è trovato di fronte a un curioso manifesto. I duri caratteri neri dicevano: “Preghiamo per la salvezza dell’anima del peccatore pubblico Federico Fellini.

«Peccatore pubblico, capisci? Quando La dolce vita fu proiettata, invitai a una visione privata un gruppetto di gesuiti. – Lei parla al cuore degli uomini – disse uno. – E’ un film profondamente carico di pietà e di dolore – disse un altro. – Spero faccia tanto bene – aggiunse un terzo. – E’ la più bella predica che io abbia ascoltato – concluse un famoso padre che parla alla radio. Uno stava quasi per baciarmi le mani.

Adesso scrivono che La dolce vita è una battaglia perduta per l’onestà, dicono che mentre giravo facevo anche le orge, e pensare che lavoravo sedici ore al giorno, non nego che la Ekberg sia bella, affascinante, ma lavoravo sedici ore tutti i giorni; il film fu classificato prima per “adulti con riserva”, poi “sconsigliabile”, poi “escluso per tutti”. Non posso difendermi, replicare. Non discuto le valutazioni estetiche, ognuno ha i suoi gusti, si può anche ignorare ciò che hanno detto del mio lavoro in tutto il mondo, bisogna pur accettare qualunque opinione. Ma in materia di morale, di religione, c’è stata una così profonda frattura fra i cattolici che non capisco che cosa sono, che cosa ho fatto. Padre Baraldi dice che sono “un artista viscerale”, e sta bene, “un fanciullo in senso pascoliano”, e pazienza. Ma senti questi giudizi; dovrei essere, ad ascoltare i recensori un cattolico coerente, un cattolico ateo, un cristiano religioso, un cristiano romantico, un esistenzialista cattolico. Che cosa sono? Un peccatore pubblico da redimere, un disonesto per una parte; ed ecco un sacerdote che afferma: – Mai il cinema ha inserito nel peccato un senso tanto profondo di amarezza, di noia, di desolazione».

Biagi annotò, a questo punto dell’intervista, quanto fosse sinceramente addolorato Federico, ricordando come anche la Giunta Araldica Nazionale si fosse pronunciata in senso avverso, per aver leso il decoro della nobiltà.

Fellini ora è deluso. Forse, come Marcello de La dolce vita, ha nostalgia dello sguardo pulito di Paolina, la fanciulla che incontra e perde sulla riva del mare, nostalgia di Roma, del molo, della riviera desolata in queste giornate d’inverno, del caffè di Raoul dove s’incontrano gli sfaccendati, gli studenti, gl’intellettuali della città.

Dichiarò il parroco don Borghesi: “Quando viene a Rimini sente proprio il bisogno di pace, della pace della canonica, e mi viene a trovare. Io conosco molte cose anche intime di Federico, che è di tanto e tanto buono nelle intenzioni, c’è in lui tanta rettitudine” 

Qualcuno dice che il suo patrimonio fantastico è limitato: ma a chi? Saltimbanchi, ladruncoli, bidonisti, storpi, sgualdrinelle che non hanno smarrito l’innocenza, fraticelli dal cuore puro e dal quasi irragionevole candore. Ma Fellini racconta i suoi incontri, le sue esperienze umane, è un uomo che sceglie – in senso artistico, s’intende – la sua compagnia.

Chaplin raccontò le imprese di uno straccione in lotta col mondo, che gli si mostrava crudele. In Fellini, tutto è degno di attenzione, come funambolo, che si rivolge a Gelsomina:

La strada di Federico Fellini

“Lo vedi questo sassolino? Tutto serve, serve anche questo sassolino. Io non lo so a che serve questo sasso, ma serve. Se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle”.

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