Una giornata particolare di Ettore Scola. Un meraviglioso, bellissimo, amore impossibile

Il film si apre con delle immagini di repertorio riguardanti il viaggio, compiuto da Adolf Hitler a Roma nel 1938. Il Führer in treno attraversa l’Italia; in ogni stazione, abbellita lugubremente col simbolo della svastica, frotte d’italiani osannanti salutano il passaggio del mezzo, che porterà nella Capitale l’alleato germanico. Hitler saluta da un finestrino, tenendo la mano destra bene in alto: «Dal Brennero a Roma, l’Italia ha salutato il Führer» e proprio Roma, lo accoglie nel maggior fasto; così svolgono le immagini del Colosseo, del Circo Massimo. Alla Stazione Ostiense, davanti a delle truppe schierate, il Duce del Fascismo, con passo atletico, accompagnato dal Ministro degli Esteri, il Conte Galeazzo Ciano, va incontro al Re, Vittorio Emanuele III. Un colpo di cannone annuncia l’ingresso del treno del Führer in stazione; mentre la banda militare intona l’inno germanico, il mezzo rallenta, per fermarsi laddove il Re ed il Duce attendono con ansia l’arrivo del capo del Nazismo. Il Führer stringe la mano a Vittorio Emanuele III, intrattenendosi in breve, cordiale colloquio; poi saluta Mussolini e quindi Galeazzo Ciano. Gli accompagnatori alzano il braccio destro in segno di saluto, mentre la teoria di alti ufficiali tedeschi rende rispettoso omaggio al re d’Italia, che, accompagnato da un marziale Führer, passa in rassegna le truppe schierate sull’attenti. L’incontro ufficiale prosegue al Quirinale; quindi il corteo delle automobili, aperto dalla macchina dei moderni dioscuri, lasciano la residenza, salutate dalle truppe schierate sul Circo Massimo, Viale Africa, Porta S. Paolo e Porta Capena. Il corteo giunge in Piazza Venezia, per l’omaggio al Milite ignoto, gremita di legionari, mentre quattro militi tedeschi recano una gigantesca, funebre corona di fiori uncinati. Il Duce ed il Führer salutano cameratescamente il sacro simbolo, mentre i legionari intonano il canto prima della battaglia. I novelli dioscuri si affacciano dal balcone di Palazzo Venezia, davanti ad una folla impazzita; così termina la prima giornata romana di Adolf Hitler.

 Un palazzone di periferia silenzioso, ancora semi addormentato; una donna vestita di nero cerca di sistemare alla meglio una bandiera italiana su un balcone accanto a quella germanica. Si aprono lentamente le serrande ed una fioca luce esce dalle stanze ancora assonnate; di lontano il passaggio di un tram sferragliante. Antonietta (Sophia Loren) è occupata a preparare la colazione; poi, da una macchina «napoletana» assai pesante versa del caffè in una tazzina. Indossa una misera vestaglia di un colore indefinito, i capelli sono mal raccolti ed a malapena le toccano la base del collo.

Prepara dei vestiti, che sistema su un braccio e con la tazza tra le mani, si preoccupa di svegliare i figli, poco reattivi alla sua richiesta, distribuendo loro gl’indumenti. Per ultimo, il marito, Emanuele (John Vernon), ancora intrappolato tra le lenzuola; lo scuote, poi sorseggia del caffè e gli consegna la tazzina, sopportando le sue lamentele. Gabriele rimprovera la moglie di aver versato poco caffè: «L’ho fatto ristretto», risponde la moglie, mentre riprende a richiamare i figli, ancora rannicchiati nel letto. Dal letto matrimoniale, sotto le lenzuola, Antonietta prende tra le sue braccia il piccolo Littorio, che avvia alle pulizie personali nel lavabo della cucina. Nel letto del figlio Arnaldo, trova l’immagine di una donna nuda; la reca immediatamente al ragazzo rimproverandolo; egli, a sua discolpa, dichiara di aver ricevuto quell’immagine dal padre. I sei figli non mostrano particolare entusiasmo per l’adunata, indossando gli abiti con un’indolenza terribile.

Intanto dai vari appartamenti, componenti l’enorme casermone, escono le persone colle loro divise in un contrappunto caotico e confuso: tutti all’adunata. Anche i membri della nostra famiglia sono pronti; Gabriele raccomanda ad una disarmata Antonietta di stirargli il vestito, che indosserà l’indomani, per festeggiare – da solo – un amico. Dalla finestra di casa, ella osserva il lento sciamare delle persone, salutata dai figli, come la portiera, che con passo lento rincasa.

Il condominio è piombato in un silenzio irreale; chissà cosa starà pensando Antonietta, ancora affacciata? Il suo sguardo è rassegnato, pensoso; gira per casa, guardando il caos, in cui versa, e non ha alcuna voglia di rigovernarla, cosicché si siede di fronte ad un tavolo ingombrato dalle tazze della colazione, che inizia a radunare una sopra l’altra; il pane avanzato lo conserva all’interno di una scatola e così libera una parte del tavolo, che inizia a pulire con un pesante strofinaccio.

Quel gesto abitudinario è interrotto da: «Antoneta!».

Un bellissimo primo piano inquadra lo sguardo appannato, spento della triste donna, intenta a leggere una rivista, raccolta da terra, ma poco dopo è colta da un colpo di sonno. Immediatamente si ridesta, quando si sente nuovamente chiamare: «Antoneta!». Con passo stanco, si dirige verso la gabbia del pappagallo, che si trova in prossimità della finestra, e, parlando con l’animale, lo rimprovera: «Mi chiamo Antonietta e non Antoneta!». Mentre prepara da mangiare per la bestiola, si accorge che l’uccello è uscito dalla gabbia e ha spiccato il volo. Inutili sono i richiami, «Rosmunda» respira l’aria della libertà. Dopo qualche volo, l’animale si ferma in prossimità della finestra del dirimpettaio, intento a scrivere una lettera, che punto si preoccupa del simpatico volatile.

Egli è seduto alla scrivania, le spalle alla finestra; sta copiando degli indirizzi su alcune buste; indossa una camicia chiara e sopra un maglione senza maniche. Si ferma un poco, per osservare una foto, racchiusa all’interno di una cornice d’argento: due persone, forse due amici, poi osserva la rivoltella, posata là accanto. I pensieri gl’ingombrano la testa, che pesa così tanto da dover essere sostenuta dalla mano sinistra, che appoggia sotto il mento. Inaspettatamente, con uno scatto d’ira sgombra la scrivania, si porta una mano tra i capelli; la camera stringe su un viso assai teso; sembra debba prendere una decisione assai importante, drammatica. Qualcuno suona alla porta; allora cerca di riordinare velocemente lo scrittoio, sistemando alcuni fogli precedentemente precipitati a terra dal suo gesto violento. Ripone la rivoltella nel cassetto della scrivania e si avvia verso la porta: è Antonietta, che chiede di aiutarla a recuperare «Rosmunda»:

«Non è una persona, è un pappagalletto!».

L’uomo osserva la bellezza del viso ormai sfiorita della sconosciuta, il suo corpo avvolto in abiti dimessi e quasi senza colore; Antonietta è consapevole di essere giudicata da quel distinto signore, che ancora non ha aperto bocca; prende fiato e chiede solo di recuperare il suo animale, che si è posato proprio in prossimità della finestra di Gabriele (Marcello Mastroianni). Mentre Antonietta si preoccupa di attirare l’attenzione della discola pappagalletta, Gabriele si reca in cucina, per prendere una scopa, su cui proverà a prendere Rosmunda, che placidamente vi si adagerà sopra poco dopo. Appena l’animaletto è nell’appartamento, nuovamente prende il volo, rincorsa dalla padrona, che, dopo alcuni vani tentativi, riesce nell’impresa.

Ella guarda il silenzioso ma gentile Gabriele ed inizia a parlare dei suoi sei figli. Vorrebbe averne ancora uno, per ottenere il premio riservato alle famiglie numerose. L’uomo non accenna alcuna risposta; sembra scocciato da quella strana confessione. Poi, nel riportare la scopa in cucina, inizia a ridere:

«Perché ridete?», chiede curiosa la donna.

«Nella vita, arriva il momento di ridere», risponde serafico Gabriele.

La donna chiede, se sia lei la causa del ridere…

«No. Devo ringraziarla che sia venuta propria adesso».

La risposta produce ancor maggior confusione in Antonietta, che vorrebbe togliere il disturbo, quando, improvviso, Gabriele si dimostra gentile, offrendole qualcosa da bere, ma la donna rifiuta cortesemente. Il passaggio verso la porta è occupato da diversi libri abbandonati sul pavimento, che Gabriele raccoglie, tra cui «I tre moschettieri», che offre alla incuriosita Antonietta, perché lo legga. La donna educatamente rifiuta. Squilla il telefono, Gabriele si precipita a rispondere; sembra che stesse attendendo da tempo quella chiamata.

Chi è l’ignota interlocutrice? Sembra ci sia qualcosa in più di una buona amicizia. Gabriele attacca, guardando per un attimo verso la cornetta, come se avesse imprigionato il suono di quella voce, che tanto le è caro.

Torna verso Antonietta, che, per una forma di educazione, si era allontanata e le indica di aver disegnato dei passi sul pavimento, che percorre prima da solo e poi invitando anche la donna: sono i passi della rumba! Avvia su un vecchio giradischi un 78 giri e l’uomo accenna dei passi di danza accompagnato da una vergognosa Antonietta. All’interno di una stanza assai disordinata, i due danzano sorridendo, quando dall’appartamento della portinaia giunge l’inno marziale fascisti sparato a gran volume. Gabriele interrompe la danza, poiché «quell’inno è davvero meno ballabile!». La donna guadagna la porta, quando l’uomo le dice di chiamarsi Gabriele:

«Piacere, Antonietta Tiberi».

«E’ un bel nome!».

Rimasto solo, Gabriele riordina dei libri, stacca dei quadri dalla parete; si sta insomma preparando per un trasloco, mentre Antonietta inizia a governare la casa. La radio trasmette la cronaca della grande sfilata a Via dell’Impero, cui assistono il Duce d’Italia ed il Führer della Germania nazista.

Antonietta non riesce a fare a meno di guardare nell’appartamento di quell’uomo, strano ma assai gentile e cortese, che, forse, le ha ispirato qualche attimo di disincanto nello svolgersi di una vita senza sussulti e rassegnata dalle grandi emozioni. Si accorge che egli è nuovamente al telefono: «L’ha subito richiamata!», afferma con malcelata gelosia, che cerca di spegnere in un triste sorriso, mentre riempie una pila d’acqua, che pone sulla macchina del gas a riscaldare.

Gabriele è nuovamente al telefono e sta confessando che se non fosse arrivata la sua dirimpettaia, avrebbe commesso una sciocchezza: stava per uccidersi. Egli vorrebbe parlare, liberarsi, scandalizzare, perché non sopporta più la solitudine, che è costretto a vivere, in quella casa.

«Non dici niente? Marco!?!»: è un uomo! Che, nonostante le insistenze di Gabriele, continua a tacere, così che si vede costretto a chiedergli scusa, per averlo forse ferito. I due non possono vedersi, per evitare guai, ma potrebbero decidere di riderci sopra – sempre meglio che piangere. Allora ricorda la comune avventura ad Ostia. Non riesce neanche a strappare un sorriso al «suo amico triste», Marco, a cui confessa che la mancanza è ciò che gli peserà di più. Saluta il suo amico, raccomandandogli di curarsi e:

«Pensami, quando puoi».

Gabriele rimane in attesa di una risposta, che tarda ad arrivare, poi con volto deluso accompagna la cornetta al suo posto. L’inquadratura lentamente si allontana dal protagonista maschile e si volge verso le pareti, abbelliti da un ritratto di tre bambini.

Qualcuno suona alla porta di Antonietta; dallo spioncino riconosce Gabriele. La donna cerca di ricomporsi nelle veste trasandate quindi apre, fingendo malamente di non sapere chi fosse.

«Non sembra tanto contenta di vedermi».

Gabriele le consegna il libro de «I tre moschettieri», fingendo che la donna l’abbia, poco prima, dimenticato. Antonietta confessa di esser confusa per la gentilezza dimostrata. L’imbarazzo è interrotto dal rombo del motore di un aeroplano, che richiama l’attenzione della donna; quindi ripone il libro all’interno di una credenza, confessando che impiegherà molto tempo per leggerlo. L’uomo, senza rispondere guadagna l’uscita; poi, tornando sui suoi passi, chiede alla signora di offrirgli un caffè. Il viso di Antonietta sembra illuminarsi per quell’improvvisa richiesta, che vuole esaudire. Lo invita ad accomodarsi in casa, ignorando il disordine che vi regna. Lo invita in salotto, poiché la cucina non è il miglior ambiente per un uomo. Gabriele le risponde che, essendo scapolo, spesso prende il caffè proprio in cucina. Mentre l’uomo macina il caffè in salotto, Antonietta finge di preparare la «napoletana» in cucina, chiudendosi in bagno, per ravvivare la sua bellezza, dandosi un leggero tocco di rossetto e sistemando i capelli con un curioso boccolo sulla fronte, quindi indossa delle scarpe nere, prima di tornare dall’uomo, ancora intento a macinare il caffè.

Gabriele è un impiegato in aspettativa della radio, dove svolgeva la funzione di annunciatore; la donna è curiosamente sorpresa e così si riaggiusta il boccolo ribelle, per attirare forse maggiormente le attenzioni dell’uomo.

Il marito di Antonietta invece lavora come capoufficio degli uscieri al Ministero dell’Africa orientale. Ancora qualcuno che bussa alla porta: è la portiera, che chiede ed ottiene la chiave del terrazzo. L’atteggiamento imbarazzato di Antonietta non sfugge all’anziana e sospettosa signora, la quale consiglia violentemente di non frequentare persone come Gabriele:

«Un bisbetico, un cattivo soggetto. A me nun me piace».

Antonietta confessa all’uomo che la portiera ha saputo della sua presenza e, quindi, al fine di evitare degli scandali indicibili, forse è meglio che se ne vada.

Ma, in fondo, chi se ne importa! Perché adeguarsi alla mentalità degli altri, quando ciò è sbagliato?

I due guadagnano la cucina, Antonietta pone la «napoletana» sul fuoco, quando è richiamata dal suono della sveglia, da lei impostata, per regolare le faccende domestiche. Si reca in camera da letto, per spegnerla, quando Gabriele, trovato un monopattino, inizia a scorrazzare ridendo per casa!

La donna lo ferma e ripone il mezzo di trasporto, suscitando delusione nell’uomo, il quale, oramai rassegnato, occhieggia i quadri non eccellenti, che dovrebbero rivestire di bellezza le mura dell’appartamento.

La radio intanto continua ininterrottamente a trasmettere la sfilata, che continua a tenersi nelle strade di Roma, commentando l’importante peso bellico dell’esercito italiano.

Gabriele osserva il suo appartamento:

«E’ strano guardare se stessi dal palazzo di fronte».

Antonietta, rammentando che il suo nuovo amico lavori all’EIAR, gli chiede se conosce Alberto Rabagliati, ma Gabriele è attratto dai diplomi fascisti intestati al di lei marito, Emanuele, e ben incorniciati. Su un vecchio album di fotografie, sono raccolte le immagini del Duce tra la folla e poi il Duce colla famiglia, in atteggiamenti militari, il Duce in visita agli stabilimenti FIAT, il Duce davanti alle truppe: un libro agiografico! Antonietta gli chiede, se abbia gradito quelle foto, mentre riempie le tazze di caffè, che Gabriele gradisce molto.

Mentre sorseggiano la bevanda, la donna confessa di aver incontrato il Duce a Villa Borghese; l’emozione le fece tremare le gambe, fino a cadere svenuta grazie allo sguardo maschio di Mussolini. Più tardi, a casa, avrebbe scoperto di essere incinta dell’ultimo figlio, Littorio. Gabriele racconta la sua stima per le donne, soffocate dall’onnipresenza e dall’invasività dell’uomo. Quando era bambino, la mamma comandava, prendeva ogni decisione; mentre il padre, l’unica volta che decise, se ne andò di casa. Antonietta guarda con sempre maggior curiosità il volto di quello sconosciuto, che, un poco alla volta, sempre aprire il suo cuore, raccontandole spezzoni di vita vissuta. Prende coraggio ed inizia a parlare della sua mamma, quando, ancora una volta, qualcuno suona alla porta: la portiera nuovamente, che le riconsegna la chiave del terrazzo, avvertendola che ci sono dei panni da ritirare. Antonietta la ringrazia. La portiera chiede se Gabriele sia ancora presente; egli sta riparando il lume della cucina. L’anziana, ancora una volta, la avverte che, frequentando «certa gente», potrebbe mettersi nei guai:

«E’ una mezza cartuccia, un disfattista, un antifascista; in parole povere, sarebbe a di’…un fijo de ‘na mignotta».

La portiera si dimostra assai informata su Gabriele, che è stato licenziato dalla radio, perché infedele al Partito. Antonietta rimane dubbiosa, pensosa, quasi frastornata di fronte a quella terribile confessione della vegliarda: sarà vero? Dovrebbe fidarsi? Sono tutte balle? Le prove? Ma come; è così gentile.

Intanto Gabriele, effettivamente, sta riparando il lume della cucina malmesso, qualora tornasse la portiera potrebbe controllare. Antonietta non rivela alcun particolare del breve colloquio avuto, ma l’uomo sa di essere il genere di conversazione preferito dalla portiera, quindi strano che non abbia aperto bocca, per confessarle di essere un disfattista, un antifascista. Antonietta, mentre inizia ad insaponare le pentole, chiede: se fosse vero? Qual è il motivo, per cui l’hanno allontanato dalla radio? Gabriele risponde che la sua voce non è secondo regolamento EIAR: «solenne, marziale e vibrante di romano orgoglio». Siccome la parata sta volgendo a conclusione, è utile che Gabriele esca di casa, mentre lei si recherà in terrazzo. L’uomo decide di seguirla, passando per le fontane, al fine di evitare la portiera e quindi rincasare. Percorse poche rampe di scale, i due si trovano tra diverse file di panni stesi; Antonietta lo rimprovera, per averle nascosto la tendenza antifascista. E’ un’amicizia insomma che non deve avere corso, perché? Perché sono uguali: entrambi infelici, entrambi costretti a vivere una vita, che non hanno scelto, entrambi incompiuti, entrambi disperatamente soli con le loro paure.

Improvvisamente, Gabriele abbraccia e copre con un lungo lenzuolo una spaventatissima Antonietta, invitandola in un curioso quanto maldestro balletto, esplodendo in una risata liberatoria. I corpi si avvicinano separati appena da quella tenue barriera, Gabriele la stringe sempre più a sé, fin quando le scopre il bel volto irradiato da un sorriso infinito, che si spegne in una smorfia amara. Antonietta confessa la sua stanchezza: basta scherzi; l’uomo la guarda quasi inespressivo, improvvisamente risvegliato in un soprassalto ignoto. Gabriele la rassicura che, da parte sua, non c’è mai stata alcuna intenzione e, mentre la aiuta a piegare le lunghe lenzuola, Antonietta gli chiede di andarsene per sempre.

I due si avvicinano, lei le stringe le mani, le sue dita sembrano trovare ciò che cercavano da tanto tempo: l’emozione e, mentre ripetere che se ne deve andare, continua ad avvicinarsi al viso di un muto, quasi impietrito, Gabriele. Come una bimba indifesa, appoggia le guance sulle mani dell’uomo, che continua a chiedersi cosa gli stia succedendo. La radio ora manda inni nazisti; essi sembrano scappati da quel mondo orribile, trovando riparo tra due lunghi fili di panni stesi al sole. E’ un attimo, un solo attimo; un gesto rapido, veloce, le labbra di lei incontrano le labbra di lui: un bacio intenso, appassionato, liberatorio, mentre lei continua a ripetere che se ne deve andare; inizia ad abbracciarlo. Gabriele rimane impietrito: quelle labbra femminili, le sue mani, cosa sta accadendo? Cosa sta provando? Lui che non ha mai provato emozioni per un donna, ed ora? Antonietta si allontana lentamente da quella meta finalmente conquistata: le labbra di Gabriele; forse vorrebbe riavvolgere il nastro, guardando il volto esterrefatto dell’uomo, il quale le confessa di non poter essere: marito, «né padre e… neanche soldato».

E’ la confessione pudica, riservata della sua omosessualità. Antonietta, allora, in un gesto d’irrefrenabile rabbia, schiaffeggia Gabriele, il quale, schernendo la donna le alza le vesti, la tocca nelle zone intime, urlandole tutto il suo dolore, la sua passione insana:

«Io sono un frocio. Frocio!».

Antonietta raccoglie i panni ed, inseguita da un inferocito Gabriele, che le rimprovera l’ipocrisia, di cui è colma la società cosiddetta perfetta, che condanna la sua omosessualità, rientra in casa. Allora l’inviperito omosessuale urla contro la portiera che gli piacciono gli uomini, che è un finocchio, un pervertito. La voce, per la rabbia, gli si spezza in gola e trasforma l’impossibilità di parlare in un pugno contro il corrimano; quindi, rassegnato o forse scarico della rabbia accumulata per la sofferenza patita, rincasa, attraversando un cortile completamente vuoto.

La casa è stata rigovernata; ci sono ancora le tazzine, rimaste nel salotto, da portare in cucina.

Gabriele si sta preparando la frittata, mentre qualcuno suona alla porta; prudentemente spegne il gas; è Antonietta, che gli chiede scusa. La invita ad entrare; la donna è indecisa, poi con passo lento chiude la porta dietro di sé e si avvia verso la cucina, rimanendo sulla soglia. Gabriele è intento a cuocere la sua frittata, apparecchia la tavola per sé e per la donna, frazionando il cibo. I due consumano quel frugale pasto e Gabriele racconta che, per nascondere la sua omosessualità, una volta si fidanzò con una collega, fingendosi innamoratissimo. L’infantile gioco non durò troppo; convocato dalla direzione dell’EIAR, lo informarono che, a causa delle sue tendenze sessuali, gli era stata ritirata la tessera del partito. A nulla valse il certificato medico presentato, in cui si dichiarava la sua«normalità». Era stato costretto ad essere diverso da ciò che era, si sentiva obbligato a provare vergogna e quindi a nascondersi. Antonietta ascolta, fingendosi distratta, mentre dalla radio la folla ritmicamente urla: «Duce! Duce! Duce!». Poi si alza da tavola e ripercorre i «passi» della rumba, disegnati sul pavimento con grande lentezza, mentre Gabriele le racconta di un caro amico («un sovversivo, come me»), confinato in Sardegna, a Carbonia e da cui ha risollevato l’attività di pubblicitario. La donna decide di aprire il suo cuore, dopo, forse, troppi anni di vita scorsa senza un sussulto d’amore. Si è sentita umiliata, «considerata meno di zero» e, continuando a camminare nella piccola stanza volgendo le spalle a Gabriele, gli confessa che il dialogo matrimoniale è cessato da tempo, perché le rivolge solo degli ordini «di giorno… e di notte!». Quanta drammatica amarezza in quelle parole. L’unico momento sereno fu il fidanzamento, poi il marito preferì ridere solo fuori casa «con altre donne; in quei luoghi a pagamento». Ora il tono della voce si drammatizza; è forse la confessione più intima e dolorosa. Un giorno trovò una lettera di una certa Laura, maestra elementare, che la trasportò sul precipizio della disperazione, essendo stata tradita con una donna oltretutto istruita. Antonietta inizia a piangere, mentre Gabriele le si avvicina, per consolarla, accarezzandole dolcemente il viso, per tergerlo da quelle lacrime di dolore e rassegnazione: ella impotente davanti a quella donna, perché punto istruita e quindi incapace di confessare dei sentimenti d’amore su un foglio di carta. E’ il prezzo da pagare da chi non ha studiato: disprezzata, umiliata, messa da parte, ignorata. Antonietta sente la mano calda, affettuosa dell’uomo, verso cui nutre ancora una volta uno slancio improvviso, fulmineo e lo bacia, cercando quelle adorate labbra, fonte di forti sensazioni:

«Mi piaci, così come sei», confessa al goffo Gabriele, che prova a stringere i seni della donna tra le sue mani, salvo abbandonare dopo qualche attimo quell’irrazionale scelta. Allora, è Antonietta che, coraggiosamente, prende le mani dell’uomo, perché possano tornare a toccarle dolcemente quella parte materna del suo corpo. Gli bacia il viso, gli occhi e ripetutamente le labbra, il collo; ad un uomo, spettatore sorpreso ed imbarazzato di quel nuovo gioco. E’ solo lei ora ad accarezzarlo, a prendergli le mani; sembra voglia insegnargli come amare una donna, mentre Gabriele chiude gli occhi, forse per sentire battere più forte il suo cuore.

La mano della donna si avvicina al sesso dell’uomo. Un poco alla volta, Gabriele sembra sciogliersi a quell’immensa dimostrazione di desiderio ed affetto; continuando a tenere gli occhi chiusi, inizia a liberare Antonietta da quell’orribile vestaglia e così le affettuosità della donna crescono di vigore. Per la prima volta sente il calore delle spalle e le sue mani diventano strumenti avidi di conoscere, di assaporare, di toccare quel corpo, forse sfiorito più dalla consuetudine di una vita matrimoniale squallida che dal tempo. I due corpi si stringono in un unico, grande abbraccio; sembra quasi che vorrebbero compenetrarsi, formando una carne sola.

La radio ha smesso di trasmettere gl’inni; il condominio è dominato da un silenzio irreale. Antonietta confessa di non provare alcun rimorso, poiché con il marito non c’è mai stata simile emozione. Anche per Gabriele «è stato bello, ma non cambia niente»; è stato certamente più importante trascorrere del tempo con lei. Il silenzio è il vero protagonista di questo momento tra i due. Si sente quell’atmosfera così particolare, in cui nell’aria si mescolano i profumi dei corpi, che si sono amati ed è proprio quel profumo a parlare, a raccontare la storia, ad addolcire il ricordo di un attimo, che sconfigge il tempo, ponendo due individui sul piano divino.

Antonietta guarderà ogni giorno da casa sua quell’appartamento, dove ha amato con intensità mai provata prima e poi il sabato successivo, quando il condominio si svuoterà per la celebrazione dell’adunata fascista, sarà nuovamente con lui. Gabriele tace.

Confuso, caotico è il rientro dei reduci dalla parata, che rispondono alle domande della portiera, glorificando soprattutto la figura del Duce. Un poco alla volta, le voci di tante persone si riflettono sui muri dei palazzoni, che sembrano così tornare alla vita di sempre. Antonietta è costretta a rientrare a casa; si riaggiusta le vesti, prende per mano Gabriele per avviarsi verso la porta.

Un ultimo, tenero bacio, poi il ritorno alla drammatica, alienante, terribile realtà familiare. La donna percorre la strada della terrazza, laddove c’è stato quel primo, dolce incontro con Gabriele, tra due file di lenzuoli stesi; osserva quindi il lento ritorno dei reduci a casa e si avvia veloce, rincasando.

La famiglia è raccolta attorno al tavolo. La realtà è ripiombata col suo grigio colore, atrofizzando i sentimenti di donna, di madre, di persona, di Antonietta, che ascolta le impressioni dei figli, che hanno partecipato alla parata militare. Ella è tanto distratta che si è dimenticata di apparecchiare i cucchiai, meritandosi i rimproveri del marito – sempre pronto a criticarla – che le chiede come sia possibile mangiare il brodo con la forchetta. Antonietta è ancora in quel mondo vissuto ed ora ricordato, tantoché distrae l’attenzione dalle parole del marito, Emanuele, che, con attenzione ricorda gli augusti momenti vissuti alla corte del suo Duce.

E’ ancora in quel mondo, tanto caro al suo ricordo di donna, a quelle tenere attenzioni, allo sguardo di bimbo frastornato del suo Gabriele, così pieno di contraddizioni, così profondamente umano, da conservarle gelosamente, mentre Emanuele sembra aver smarrito ogni sentimento, quando si accompagna con lei, ordinando «di giorno… e di notte!». La famiglia continua a discorrere, mentre lei è assorta, distratta dal suo mondo di reale fantasia, così lontana da quella triste, soffocante realtà. Sorseggia il brodo lentamente, lo sguardo fisso nel vuoto, rassegnato e stanco, per poi ravvivarsi a poco a poco. Ecco: sembra che i fotogrammi di quel breve ma intenso amplesso stiano sfilando, cariche di eros, davanti ai suoi occhi, non più acquosi, ma ardenti di passione. Solo un improvviso fischio di Rosmunda, la riporta alla realtà familiare; si alza da tavola, per ritirare i piatti e porli nel lavabo, che si trova alle sua spalle. Nessuno si è accorto di quell’improbabile assenza, nessuno le ha posto delle domande; ella sembra davvero a servizio della famiglia, meritando il ruolo della sguattera, della serva e non della mamma e, ancor meglio, della donna. Dalla finestra, vede il suo Gabriele, che passeggia nervosamente: quali saranno i suoi pensieri? Anch’egli sta rivivendo quei momenti così ardenti, oppure ha preferito cancellare ogni frammento di felicità, impossibile da rivivere ancora una volta e poi, con una donna? Forse, è meglio badare a tutti quei piatti da lavare e lasciare Gabriele ai suoi dubbi ed alle sue perplessità. Il marito, con raccapricciante volgarità, porta la mano sul fondoschiena della moglie, comunicandole che festeggeranno degnamente la giornata: «…e se nasce er settimo, lo chiamerem’Adorfo». Lei rifiuta, allora il marito le ordina di seguirlo in camera da letto, «che poi ne riparlamo».

Assemblati ordinatamente i piatti asciugati con un lungo canovaccio bianco, Antonietta torna solo per un attimo a guardare nell’appartamento del suo Gabriele per poi dedicare le sue attenzioni al libro de «I tre moschettieri», che aveva ordinatamente riposto nella credenza. Lo prende, forse alla ricerca di qualche frammento spirituale, lasciato dalle mani del suo tenere amore di qualche momento; osserva a lungo la copertina sgualcita.

Accompagna una sedia verso la finestra e, dopo essersi seduta, inizia a sfogliarlo delicatamente.

«Il primo lunedì del mese di aprile 1625…», legge con voce atona, uguale, fredda, scontrandosi con le parole ed offrendo l’ipotesi che comprenda ben poco di ciò che è scritto.

Intanto nel suo appartamento, Gabriele sta riordinando i suoi effetti, sistemandoli nella valigia, che chiude con una certa, palese difficoltà. Riordina sommariamente il letto, non badando troppo alle pieghe ed indossa poi la giacca, prelevandola dalla spalliera della sedia. Spenta la luce, si avvia verso la porta con passo calmo: due signori sono ad attenderlo nell’ingressetto. Chiede l’orario, in cui partirà il battello: «Tra tre ore», risponde con gentilezza uno dei due. Prende un quadro e ne difende la debole tela con un giornale, che fissa con dello spago.

«Immaginate un Don Chisciotte a diciotto anni, viso lungo…», Antonietta interrompe la lettura, perché non riesce a dimenticare quell’appartamento, dove ha sentito, forse per la prima volta nella sua vita, il profumo delicato, invadente, suadente dell’amore. Si; si è sentita amata come donna, trattata come una donna da amare immensamente da Gabriele, un omosessuale pieno di premure e tante fragilità. La donna nota che il suo amico sta abbandonando casa, il suo sguardo si spegne, mentre torna a leggere:

«… viso lungo, zigomi sporgenti, segno di scaltrezza…».

Gabriele ha indossato il cappotto ed un cappello dalle larghe falde; si avvia, coi suoi accompagnatori, verso la porta. Un ultimo, nostalgico sguardo verso il telefono, fedele custode di ogni intimo segreto, confessato al suo Marco; poi è il caso di andare.

«… tanto più penosa per il giovane D’Artagnan…».

Ogni luce è spenta, l’appartamento è completamente al buio, come buio è lo sguardo di Antonietta, perché ormai l’emozione sembra essere svanita anche dalla sua anima. Si alza dalla sedia, si affaccia timidamente e vede Gabriele, che percorre le scale, seguito da due uomini. Il terzetto giunge nel cortile, mentre la radio trasmette inni nazisti. Antonietta continua a seguire con occhi rassegnati l’improbabile amante, fino a vederlo sempre più lontano sparire quasi all’orizzonte del suo sguardo. Chiude, quasi con rabbia, il libro, mentre chissà quali e quanti pensieri ora le ingombrano la testa. Il cortile ora le sembra ancor più vuoto e squallido, ma rimane ancora alla finestra; in cuor suo, forse, vorrebbe che miracolosamente Gabriele tornasse per vivere un meraviglioso, bellissimo, impossibile amore.

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