Alla prova generale de «La Pisanelle» di Gabriele D’Annunzio

L’11 giugno 1913 andò in scena, presso il Teatro du Châtelet di Parigi «La Pisanelle» di Gabriele D’Annunzio; Ernesto Ragazzoni, presente all’evento per La Stampa, registrò le seguenti note.

«Un giornale parigino aveva scritto qualche giorno fa che si preparava allo Châtelet una delle più rare e squisite manifestazioni artistiche della season di Parigi e la curiosità e l’impazienza del pubblico si erano sempre più acuendo», essendo diventato l’Autore «quel che si chiama una personalità molto parigina».

Vsevolod Ėmil’evič Mejerchol’d (1874 – 1940)

La regia era stata affidata a Vsevolod Ėmil’evič Mejerchol’d, direttore dei Teatro imperiali di Pietroburgo, il quale «andando contro le regole del Teatro antico, la cui azione si svolge tutta al proscenio, aveva chiesto ai decoratori di sgombrare assolutamente l’avanscena e di disporgli, tra la ribalta e il secondo piano del palcoscenico, un intervallo vuoto sobriamente addobbato di un tappeto nero e oro», al fine d’introdurre il pubblico nella giusta atmosfera dell’opera. Nell’idea del regista, gli attori si sarebbero dovuti muovere «sopra un orizzonte lontano», mentre nei momenti più intensi della commedia si sarebbero portati al primo piano. I movimenti scenici furono pensati simili alla danza, ad imitazione del teatro giapponese: il Mejerchol’d «volle che ogni gesto fosse stilizzato e che fossero sottolineate con una mimica adeguata le frasi corrispondenti».

I movimenti delle masse furono attentamente studiati, tanto da «comporre l’invasione della folla colla stessa cura con cui un pittore ordina i suoi personaggi in una grande tela. Infine, tutti i rumori, che devono venire delle quinte, sono stati resi musicalmente, orchestrati, sinfonizzati».

Michel Fokine (1880 – 1942)

«Un altro artista, il Fokine, aveva accuratamente ordinato le danze: ogni battuta era stata misurata, ogni tono di voce concordato, ogni gesto, per così dire, dipinto».

L’azione si svolge nell’isola di Cipro «in principio dell’anno di siccità in cui la regina Venere riapparve nella sua città d’Amathonta». La città è preda di continue calamità, tra cui l’annuale invasione delle cavallette, mentre il popolo cipriota è diviso tra l’antica devozione alla dea Venere ed alla vergine francescana Vagabonda.

Nel Prologo, la Regina madre ha organizzato un grande banchetto, riunendo i dignitari cittadini, quando sorge una disputa tra i prelati, in cui il vescovo latino rimprovera ai Greci di vivere nella lussuria e nel paganesimo: «Essi ricordano l’avventura di certo Rinieri, il quale, avendo passato il suo anello nel dito della statua di Venere, vide la dea entrare nella sua camera nuziale mentre la sua giovane sposa si uccideva disperata». Al termine della contesa, la Regina annuncia l’imminente matrimonio del figlio, Ughetto, il quale mostra segni di scontento, poiché egli desidererebbe per sposa una donna, devota di S. Francesco d’Assisi. La folla invoca la dea Aletis, prossima alla liberazione da ogni male, venuta da Occidente. Ughetto, allora, ordina ai servitori di distribuire i resti del cibo ai poveri, facendoli accomodare nella sala del palazzo regale. Tra i presenti, è colpito dalla bellezza straordinaria di una donna, alla quale offre il suo anello in pegno di matrimonio.

Il Primo atto si svolge a Famagosta. Sul molto del porto, dei marinai si stanno disputando il bottino di guerra; le loro attenzioni, non benevole, si rivolgono alla Pisanella, quando sopraggiunge Ughetto, seguito da diversi carri carichi di grano. La folla immagina che la prigioniera sia la Santa attesa e quindi la reca trionfalmente presso il monastero di Fino tra lo scampanio delle chiese.

Il Secondo atto è ambientato nel convento delle monache, le quali, incuriosite dalla nuova ospite, la spiano segretamente, cogliendola mentre si trucca. La Pisanella, allora, si mostra alle consorelle, mentre il Principe di Tiro arriva al convento, denunciando che la donna non è affatto una santa ma una volgare cortigiana di Pisa. Mentre l’uomo intende far giustizia della donna, sopraggiunge Ughetto, il quale, innamorato della donna, ferisce mortalmente lo zio.

Nel Terzo atto, la Regina, credendo che il figlio, Ughetto, sia vittima di un sortilegio d’amore, invita la Pisanella ad una festa nel tempio della Fata Melusina, perché sia aggredita da due leopardi. All’arrivo dell’invitata, la Regina si mostra assai cortese, destando sospetti nella giovane, per poi dedicarsi ad una danza inebriante, dopo aver bevuto da una coppa, che cede alla Pisanella. Mentre la Regina danza, alcune ancelle incoronano la ragazza con ghirlande di fiori, tentando di soffocarla, in attesa dell’arrivo delle due belve. Al giungere di Ughetto, la donna è già cadavere.

Il Ragazzoni registrò i commenti in sala: piuttosto critici nei riguardi del D’Annunzio: «invenzione alquanto macchinosa, intrigo piuttosto melodrammatico», «paludamenti sontuosi, esseri morbosi dai gesti convulsi, personaggi isterici e deliranti».

 Tra i presenti, il cronista registrò l’onorevole Carlo Di Rudinì, il senatore Tommaso Tittoni, Ugo Ojetti, Giacomo Puccini, lo scultore Clemente Origo, l’ambasciatore italiano Gaetano Manzoni. Nei palchi, tutto il bel mondo parigino, tra cui: la principessa Murat, Marcel Prevost, Maurice Barrès, Edmond Rostand.

Ildebrando Pizzetti (1880 – 1968)

La rappresentazione iniziò con circa trenta minuti di ritardo; l’apertura del sipario è accompagnato dalle musiche, scritte dal Maestro Ildebrando Pizzetti.

Nel Prologo, la sala del banchetto è simile ad una grotta; un lungo tavolo apparecchiato, dove i commensali discutono tra loro «di Venere, di Cristo, di stregoni e di religione. A tratti si sentono dall’interno musiche e canti: il pubblico, il quale intende con molta difficoltà le parole degli attori, non mostra di raccapezzarci molto», fin quando l’attore Demax declama il racconto dell’Incantesimo di Venere, al termine del quale «l’uditorio rompe in un fragoroso applauso. La fine del Prologo è pure applaudita, ma non sembra con grande convinzione: si ammirano molte belle frasi, ma si rileva la mancanza assoluta di azione», come in un racconto dialogato.

La Santa, che il popolo attende, per essere liberato da ogni male, appare nel Primo atto: «il quadro scenico è così pittoresco, così vivo che il pubblico applaude». La folla saluta l’arrivo sulla nave della Salvatrice: «il pubblico si riscalda, si interessa, applaude. Il gioco scenico di colori, di voci, di gesti, di musiche, di campane è davvero impressionante». Il cronista notò come «la fantasia del Poeta, mirabilmente secondata e sorretta dall’arte coreografica, trionfa. Ad ogni mossa è uno scoppiare di battimani: l’atto finisce applauditissimo».

Il Secondo atto iniziò a sipario ancora chiuso: il canto del vespro ed i cori religiosi apparvero suggestivi. La tela dischiude il cortile del chiostro con un pozzo nel mezzo. Nella prima scena, le suore tentano di spiare la nuova arrivata, la quale (Ida Rubinštejn) si mostra «tutta velata di bianco ed è salutata da un applauso», mentre nella scena successiva, assai lunga, il pubblico segue «distrattamente e solleva mormorii» alle parole «fratello pane – e – sorelle pere». Mirabile appare la composizione del quadro scenico: «il gruppo delle suore brune, raccolte intorno al pozzo e che chiude in mezzo la figura bianchissima della Pisanella, è veramente bello». Non felice, sarebbe risultato l’irrompere del principe di Tiro e la successiva uccisione per mano del nipote, Ughetto, infatti «l’atto è fiaccamente applaudito».

Il Terzo atto cominciò intorno alla mezzanotte; «il pubblico, stanco della lunga attesa, ha dato nell’intervallo dal secondo al terzo atto, qualche segno d’impazienza. All’alzarsi del sipario si ebbe un lungo applauso allo scenario, veramente magnifico». Risultò davvero emozionante la scena, in cui la Regina «usa ogni perfidia per costringere la Pisanella a darsi in sua balia». Le danze, con cui si chiude il lavoro, apparsero «troppo volutamente incastrate nell’azione prolissa. Alla fine del poema si ebbero alcuni applausi; ma il pubblico stanco applaudì senza entusiasmo».

Ida Rubinštejn (1883 – 1960)

Il cronista registrò l’eccessiva lunghezza della commedia, che pregiudicò l’asprezza di certi giudizi critici: «Questa è solo arte d’imaginar belle frasi! Non c’è che della forma. In quanto al sentimento, al carattere della vita, non c’è nulla -. Sarà una bella rappresentazione quando sarà ridotta per cinematografo».

Un critico francese invece dichiarò:

«Decisamente, le lettere francesi contano un poeta di più e non un poeta comune. questo, del resto, lo sapevamo anche prima del tempo del San Sebastiano. Ricordate voi che D’Annunzio ha veramente composto la sua Città morta in francese e che la versione rappresentata da Sarah Bernhardt era un testo originale? E’ così! Strana davvero, la fecondità, la versatilità di questo poeta! Che uno straniero si sia mostrato capace di comporre un poema francese di tale ampiezza; che abbia potuto impadronirsi con tal signoria e come di cosa propria dei segreti più sottili del vocabolario e del ritmo; che egli abbia potuto ravvivare la sua alta ispirazione in una lingua che non è la sua lingua natale e non quella da lui generalmente usata, ecco una cosa che non si sarebbe creduta possibile prima di queste prove vittoriose date dal D’Annunzio e che bisogna anzitutto salutare con ammirazione.

Quanto al valore drammatico dell’opera non è altrettanto facile pronunciare un giudizio. L’effetto propriamente scenico si è trovato alquanto compromesso secondo me da una troppa diffusione. La ricchezza dei particolari, al poeta tanto cari e di cui vuole fare sfoggio, cancella non di rado la linea dell’azione. D’Annunzio è veramente, come ha detto egli stesso, imbibito d’arte.

Il poeta lirico, l’artista, l’erudito, il letterato prendono assai spesso la mano all’autore drammatico e gli spettatori ne rimangono smarriti. D’Annunzio è vittima, si può dire, della sua immagine. Anche Shakespeare è pieno d’immagini, ma le sue immagini sgorgano direttamente dalla vita e fanno corpo con lei. Ne sono la forma integrante. Quelle di D’Annunzio invece non vengono che dalla letteratura, non sono che ombre sfarzosamente illuminate sia pure, ma ombre. Ammettiamo pure che il poeta non maneggi gemme, ma con le gemme non si può costruire un edificio stabile. Inoltre, il D’Annunzio, trascinato dalla sua fantasia poetica, perde, non di rado, la misura. Un esempio è nella scena del Prologo in cui i vescovi greci e latini discutono di questioni teologiche e bizantine tra loro. Un altro episodio, vedetelo nel terzo atto, quando le suore porgono alla Pisanella la frutta: ogni frutto è oggetto di una volata lirica; non passa mela, non passa pera, non passa grappolo d’uva, senza il poeta lo esalti e non si dilunghi in diecine e diecine di versi. D’Annunzio si culla nella sua propria immagine, si ferma ad ascoltare il suono della propria voce. Ad ogni modo, sarà sempre meglio, certo, la letteratura dove si gusta pienamente la bellezza letteraria e che è venuta ad arricchire il repertorio lirico francese.

L’artefice di genio ha sacrificato il suo genio dell’artificio».

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