Il poetico «Teorema» di Pier Paolo Pasolini

«Teorema», film prodotto da Franco Rossellini e Manolo Bolognini ed interpretato da Silvano Mangano, Massimo Girotti e Terence Stamp, per la regia di Pier Paolo Pasolini fu presentato in concorso presso la XXIX Mostra del Cinema di Venezia, svoltasi dal 25 agosto al 7 settembre del 1968.

Laura Betti (1927 – 2004)

La giuria, presieduta dallo scrittore Guido Piovene, premiò Laura Betti con la Coppa Volpi quale miglior attrice.

Fu l’ultimo Festival, in cui si assegnarono dei premi a causa del clima instaurato dal ’68.

Il film fu recensito sul quotidiano La stampa di Torino da Leo Pestelli, il quale rivelò come «Pasolini abbia padroneggiato l’arrischiatissimo tema della conoscenza del divino attraverso la mediazione della carne con la sua forza di scrittore a più piani stilistici. Il film, tratto dall’omonimo romanzo, lascia cadere il motivo sotterraneo dell’incesto. Nel cinema entrano diaframmi materiali che impongono discrezioni agli spiriti seri.

Ora che Pasolini regista abbia avuto la mano leggera era quasi doveroso; ma la cosa straordinaria p che codesta levità sia appunto la bellezza del film, il migliore, secondo noi, di quelli visti finora a Venezia. E’ un discorso che si ripete da anni: Pasolini può essere ineguale e sbaragliato quanto gli pare: vien sempre il momento che si scuote di dosso il “cineastico” e rasenta la condizione, ultra cinematografica, se non ultraterrena, del protagonista del suo film (il quale conosce “biblicamente” i quattro componenti di una famiglia industriale milanese e della loro domestica). Altri registi che sappiano richiamare sul cinema un altro cielo, non ne conosciamo.

Diciamo questo per la purezza di parabola morale che “Teorema” raggiunge nella prima e più ardua parte; per il carattere sacrale di quei cinque “connubi” allineati e l’interno trasformarsi di quella villa di ricchi in cenobio. La seconda parte è presa dalle reazioni dei cinque dopo che l’ospite li ha lasciati. Niente di drammatico nella serva che, essendo stata posseduta nell’intimo, parte a razzo per il suo paese dove opererà portenti; non così nei padroni che attraverso le strette dell’angelo hanno preso coscienza del proprio vuoto e ora ci ricadono. Ma non potranno più essere quelli di prima, e la signora si fa adescatrice di maschi, il ragazzo pittore astratto, la ragazza cade in catalessi, e il capofamiglia francescanamente si spoglia della fabbrica e dei panni senza che perciò la borghesia esca dalla sua tragica impasse. A lui che nudo bruco urla selvaggiamente in un deserto biblico (questo simbolo torna spesso), il film dedica l’ultima immagine.

I molteplici effetti del passaggio dell’ospite, pur portando cose molto belle (la santa di paese), ci sono parsi meno riusciti del passaggio stesso. Qui si mescolano con qualche disordine la mistica populistica, le astrattezze, le polemiche pasoliniane e anche qualche impura lusinga spettacolare come lo sfrenamento erotico della virtuosa signora borghese. Ma non è poco che un film sia più pienamente espresso proprio sulle più ardue cime del suo argomento, e che nel caso particolare, attraverso un giudizioso processo di alleggerimento, i significati poetici del libro si siano riversati nel film».

Il 5 settembre 1968 fu la data scelta per la proiezione del film contro la volontà del regista, il quale, poco prima dell’inizio, salì sul palcoscenico, per annunciare alla sala che la pellicola sarebbe stata proiettata contro la sua volontà. Invitò quindi coloro che avrebbe desiderato solidarizzare di uscire dal Palazzo del Cinema. Il Regista fu poi seguito da poche decine di persone.

«Teorema» fu proiettato senza incidenti; due ore dopo circa ebbe luogo la conferenza stampa esplicativa.

«Come mai – domanda il critico Paolo di Valmarana del giornale DC Il popolo – nel film c’è un personaggio che prima muore e poi lo si vede vivo di nuovo, anzi intento al proprio seppellimento?»

Risponde Pier Paolo Pasolini: «Non potrei rispondere, per non usare uno sgarbo a coloro che per solidarietà con me non hanno visto il film. ma Valmarana è un amico, quel personaggio rivive perché la morte è un’altra forma di vita».

Regista Massobrio, contestatore: «Buffone, e noi che abbiamo disertato la sala?»

Pasolini: «Io non sono un maleducato».

Giornalista: «Al suo invito, Pasolini, ha risposto solo una piccola parte dei critici. Lei pensa che coloro che hanno visto il film l’abbiano visto in omaggio a lei o per farle dispetto?»

Pasolini: «Quelli che sono rimasti in sala lo hanno fatto per ragioni professionali. Non li posso condannare, ma sarebbe stato meglio se fossero usciti. Ringrazio coloro che sono usciti, chiedo scusa a coloro che han visto il film! Dapprincipio avevo deciso di spedire il film alla Mostra perché Chiarini (direttore del Festival) m’aveva promesso che sarebbe stato un Festival senza premi, senza polizia, e che si sarebbe tenuta la costituente del cinema, tutte cose che non sono avvenute. E’ per questo che poi ho ritirato “Teorema”».

Franco Rossellini, produttore del film, intervenendo: «Siamo stati tutt’e due d’accordo, Pasolini ed io, a decidere di mandare il film a Venezia. Poi, Pier Paolo lo ha ritirato per ragioni associative. Siamo in posizioni differenti, anche se continuiamo ad essere amici. Siamo tutt’e due persone bene educate. I film, d’altro canto, si fanno per essere proiettati».

Cineasta francese, contestatore: «Mi spieghi, Pasolini, se è contento che il suo film viene proiettato sotto la protezione della polizia, che lei ha esaltato in una poesia di alcuni mesi fa…»

Pasolini: «Lei non ha letto o ha letto male quella poesia!»

Gidion Backman, critico: «Ci può spiegare, in concreto, quali sarebbero le sue proposte per il nuovo statuto del Festival?»

Pasolini: «Di regolamenti non me ne intendo, ma penso che se lo Stato finanzia una mostra, questa mostra deve essere una manifestazione culturale. Se i produttori si vogliono fare un festival con film commerciali, se lo paghino, come si pagano i “caroselli” in televisione!»

Franco Rossellini, produttore: «Non sono d’accordo! Io sono un produttore e…»

Pasolini: «Naturalmente, quando parlo di produttori mi riferisco alla categoria nel suo insieme, non alla persona del produttore qui presente».

Cineasta francese, corrente rivoluzionaria: «Perché, se Pasolini voleva veramente che il suo film non si proiettasse, stamane, non s’è attaccato al sipario, non ha strappato lo schermo, come hanno fatto i registi francesi al Festival di Cannes, per interromperlo?»

Cittto Maselli (1930)

Regista Citto Maselli, contestatore: «La nostra associazione ha scelto il metodo dell’occupazione pacifica, che esclude la tattica del disturbo, che giudichiamo goliardica e poco seria. Per noi la battaglia consisteva nel costringere la mostra a svelare le sue contraddizioni. C’è stata la mobilitazione di millecinquecento poliziotti intorno al palazzo del Cinema. Ora s’è chiarito che la Mostra non è degli autori, ma dei produttori. Questo è un risultato positivo. Comunque, la nostra battaglia è appena incominciata. La continueremo in altra sede».

Altro cineasta francese: «Lei doveva scegliere, Pasolini, una posizione più radicale».

Pasolini: «Lei è uno di quegli uomini che pretende dagli altri la santità, per mettere a posto la sua coscienza!»

Il cineasta francese di cui sopra: «No, non ho alcuna cattiva coscienza. Io, il suo film, Pasolini, non l’ho visto!»

«Perché avevi altro da fare!», gli grida un collega francese.

Un cineasta francese: «Stamane ha pregato i critici di allontanarsi dalla sala in segno di protesta. Farà altrettanto anche stasera con il pubblico normale?»

Pasolini: «Si, stasera intendo invitare il pubblico a non entrare in sala!»

Terminata la conferenza stampa, Luigi Chiarini ebbe a dire:

«Pier Paolo Pasolini, se voleva davvero ritirare il suo film, doveva dirmelo in tempo, e non aspettare che io lo avessi già messo in catalogo. Io dirigo una mostra cinematografica, e non un circo equestre. Apprezzo Pasolini per il suo talento, ma non posso seguirlo nelle sue capriole. Adesso Pasolini dice che questa è la “Mostra dei poliziotti”; vuol dire che è la sua mostra, dato che ha esaltato i poliziotti in una sua poesia chiamandoli “figli del popolo”»

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