«Educare alla vita». Il giusto tipo di educazione di Jiddu Krishnamurti

Secondo il filosofo indiano colui che non conosca se stesso, disconosca «il complesso processo psicologico nella sua totalità», si classificherebbe quale ignorante. Krishnmaurti ammonisce dal non scambiare per educazione la conoscenza tratta dalle buone letture, che spesso indurrebbe l’uomo a prender la fuga da se stesso, generando infelicità. Dovremmo invece volgerci a risolvere la confusione ed il conflitto, che spesso ci caratterizzano nel rapporto col prossimo, anziché preoccuparsi solo di acquisire un buon bagaglio tecnico, che ci permetta – magari – di vivere agiatamente, ma in perenne conflitto colla società.

Krishnamurti invita decisamente a considerare la vita quale esperienza di «gioia, dolore, bellezza, bruttezza, amore», mentre la conoscenza tecnica non sarebbe «in grado di generare una comprensione creativa» del movimento vitale. L’eccessivo tecnicismo didattico ha distrutto l’essere umano, perché concepito nell’assenza della «comprensione e della percezione totale delle modalità del pensiero»; ed egli non può così risolvere «i suoi conflitti ed il disagio psicologico». Non si deve commettere l’errore di scambiare la sicurezza psicologica, fornitaci dall’istruzione tecnica, la quale offrirebbe anche delle sicurezze psicologiche, con la pienezza della vita. Insieme allo sviluppo della professionalità, l’educazione dovrebbe «aiutare l’individuo a sperimentare il processo integrale della vita».

L’educatore. La situazione mondiale è al collasso, per cui gli educatori dovrebbero allevare una generazione capace di cambiare lo scenario, al di fuori di qualsivoglia «ideologia, sistema o fede», che non produrrebbero «un essere umano integro».

Si dovrebbe considerare il bambino per ciò che è, e non per ciò che dovrebbe essere, per evitare un conflitto costante tra l’essere e l’apparire, che si riverserebbe nell’aspetto sociale. Il pedagogo dovrebbe così, come un attento genitore, guardare l’allievo, «osservandolo, studiandone le inclinazioni, gli stati d’animo e le peculiarità» al di fuori di qualsiasi «filtro di un ideale», ponendo la massima attenzione a non trasmettergli alcunché della sua esperienza, «per non perpetuare il condizionamento».  Anzi, al contrario, dovrebbe insegnargli «a divenire consapevole dei suoi condizionamenti e dei suoi desideri, che limitano la mente e generano paura».

Krishnamurti pone poi un problema quanto più attuale: la creazione di un mondo sempre più tecnologico, a svantaggio dell’uomo, il quale sarà sostituito dalle macchine e disporrà di maggior tempo libero, che non saprà come riempire. La moderna didattica non libererebbe l’uomo dall’egocentrismo, «con il suo carico di paure e conflitti»; ed a nulla servirebbe l’edificazione di un ideale, al quale uniformare l’essere umano, svuotandolo delle sue complessità e particolarità. L’educazione dovrebbe essere mirata alla comprensione dell’uomo in sé, nell’hic et nunc, perché «l’essere umano non è una macchina da assemblare secondo uno schema definito».

La disciplina. Un altro aspetto dell’educazione, che dovrebbe essere ben ponderato – secondo il filosofo indiano – è l’uso della disciplina, che generebbe paura, conflitti e non condurrebbe l’uomo mai alla comprensione. Colla disciplina, si otterrebbe un controllo completo dell’educando, ma il metodo si rivelerebbe «inadatto a comprendere i problemi della vita». Solo attraverso l’uso dell’intelligenza nel processo educativo, prosciugata dalla paura, il pedagogo otterrebbe l’ordine e riuscirebbe, nel contempo, a capire cosa sia la saggezza. L’educatore non dovrebbe considerare la sua professione quale strumento, per imporre la sua autorità nello sfogo dell’egoicità.

La religione. La religione, coi suoi credo ed i suoi dogmi, come le Istituzioni, attraverso la predicazione terrebbe avvinghiati gli uomini, i quali entrerebbero anch’essi in conflitto con gli appartenenti ad altre confessioni. Nonostante tutte affermino d’adorare Dio, instillerebbero «la paura con le loro dottrine di premi e punizioni, e con i loro dogmi competitivi, perpetuando il sospetto e la rivalità». L’adepto non può indagare, egli deve accettare la dottrina, ma è solo coll’indagine che l’uomo inizia a scoprire cosa sia vero.

I genitori. Spesse volte – insiste il filosofo indiano – i genitori cercano di realizzarsi attraverso i propri figli, trasmettendo loro i loro sogni, i progetti, ma anche i loro difetti ed inevitabili manchevolezze e le loro ambizioni, evidenziano la mancanza d’amore. «La vera religiosità non è un insieme di credenze e di rituali, di speranze e paure», ma avviare l’indagine «sulla natura della realtà e di Dio». Invece le religioni tendono a cristallizzare, a pietrificare il pensiero, donando conforto a chi ha paura attraverso la celebrazione dei riti, ma «Dio e la verità vanno molto al di là del pensiero o dei bisogni emotivi».

L’amore. Se amassimo davvero, allora entreremmo in «comunione immediata» con l’altro, considereremmo tutti gli esseri umani e non saremmo la causa di nuove guerre.

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