L’«Amicizia falsa» nell’«Iconologia» di Cesare Ripa

La falsa amicizia si finge con una donna dal volto imbellettato ed occhi ridenti, vestita con un abito di color cangiante ed un mantello che sia di un colore nel dritto, e nel rovescio d’altro, con le ali piegate e nascoste. Ella si trova in un prato verdeggiante e fiorito, dove si veda una persona riccamente vestita, che riposi su una sottilissima rete, vicino ad un tirso.

La donna è ritratta nell’atto di adattare colla mano destra un guanciale sotto il capo della riposante, mentre colla sinistra le ruba vari ornamenti; le è vicino un leopardo con la testa tra le gambe.

La falsa amicizia è una falsa simulazione dei sentimenti dell’animo, al fine di procurarsi dei vantaggi a privazione del prossimo.

La donna avrebbe il volto imbellettato e gli occhi ridenti, al fine di coprire la vera inclinazione alla frode ed all’inganno, così come ben descritto nei seguenti versi:

Come fan le femmine,

che spesso s’imbellettano,

e con tal finta maschera

il cuor dell’uomo adescano.

Giambattista Dalla Porta nel Libro III, Capitolo XXI in Della celeste fisionomia così scrisse:

Giambattista Della Porta (1535 – 1615)

«Gli occhi, ne’ quali par che si vegga sempre il riso e piacere, sono stimati non senza vizio, perché dimostrano uomini ingannevoli; a che non puoi accorgerti, dove siano indirizzati i loro pensieri, che macchinano di nascosto. Questi occhi principalmente si scorgono nelle donne, che per lo più sono piene di frodi e d’inganni».

Il vestito cangiante indicherebbe che il falso amico è capace di prendere qualsiasi forma e colore; si dimostrerà allegro, qualora possa giovargli l’allegria; mesto, se la mestizia gli arrecherà dei profitti.

Il mantello presenta due colori; uno per ciascuna parte, per spiegare la qualità della falsa amicizia, che abbaglia per la bellissima apparenza, mentre internamente dimostra un detestabile tradimento.

Le ali del mantello sono piegate e nascoste, perché pronte a muoversi a qualsiasi piccolo spiffero, come colui che finge di essere amico.

Sul prato fiorito, si adagerebbe una persona riccamente vestita, che avrebbe posto tra la terra ed il suo corpo una sottilissima rete. Il prato fiorito dimostrerebbe ciò che un falso amico è capace di far vedere; il tradito riposa sulla rete, che è simbolo dell’inganno e dell’insidia. Ciò dimostrerebbe quanto sia difficile evitare di cadere nel tranello dell’ingannatore, che getta la sua rete di menzogne sopra un prato verdeggiante.

L’abito ricco della persona tradita dimostrerebbe che coloro che sono stati baciati dalla fortuna più facilmente cadrebbero preda dei traditori, poiché, essendo attorniati sempre da tante persone, pronte ad applaudirlo e compiacersi, dimenticano che costoro sono maggiormente attratti dalle ricchezze piuttosto che dal cuore del benestante.

Il falso amico adatterebbe colla mano destra un cuscino sotto la testa del tradito, mentre colla sinistra è intento a sfilargli ogni tesoro posseduto; infatti egli distoglie l’attenzione del tradito, mostrandosi affabile e servizievole, al fine di attirarlo con le sue false attenzioni, mentre contemporaneamente è pronto a derubarlo.

Il tirso è un’asta di legno coperta da dell’edera, la quale s’insinua nelle vigne, per distruggere i tralci.

Ulisse Aldrovandi (1522 – 1605)

Il leopardo, nell’elaborazione di Ulisse Aldrovandi, emanerebbe un odore tale, che attirerebbe le altre fiere; occulterebbe la testa tra le gambe, per significare l’inganno. Infatti esso mostrerebbe così solo il dorso alle malcapitate, che in un attimo diventerebbero sue prede.

Ludovico Ariosto (1474 – 1533)

Il falso amico giura assistenza e conforto, ma nel momento del bisogno, come scrisse l’Ariosto nel Canto X dell’Orlando furioso:

I giuramenti e le promesse vanno

Da i venti in aria dissipate, e sparse.

Pietro Metastasio paragonò la falsa amicizia alla fortuna, che avrebbe il particolare attributo di manifestarsi instabile, rapida e precipitosa, così come racconta nel Temistocle (Atto secondo, Scena prima):

Pietro Metastasio (1698 – 1792)

Vengon con la Fortuna, e van con Lei.

FATTO STORICO SACRO

Gionata, figlio maggiore del re Saul, contrasse amicizia con David, uscito da poco vittorioso sul gigante Golia. Egli lo ricoprì coi suoi vestiti e gli donò la sua spada e il suo arco. Quando David odiò Saul, Gionata l’assicurò che avrebbe preso la sua parte, inimicandosi così il padre. Spesso ripeteva a David che lo avrebbe eletto quale suo re, contentandosi di essere sempre dopo di lui. Quando Gionata morì, forte fu il dolore, che provò David. (Primo Libro di Samuele, cap. 18 e 20).

FATTO STORICO PROFANO

Pizia era stato condannato a morte da Dionisio Siracusano ed il suo amico Damone, chiese la grazia al tiranno, perché il morituro potesse recarsi a casa, per disporre degli affari domestici. Il permesso fu accordato, collocando in prigione un ostaggio, che sarebbe stato giustiziato in luogo di Pizia, qualora non fosse rientrato in tempo. Così Damone si offrì quale prigioniero, perché Pizia potesse disporre tranquillamente i suoi affari, quindi tornò in carcere, per essere giustiziato. Dionisio allora, colpito dalla lealtà tra i due amici, emise la grazia a favore di Pizia. (Valeriano, Massime, Libro IV).

FATTO FAVOLOSO

Le gesta di Teseo furono conosciute da Piritoo, re dei Lapiti, che, al fine di provarlo, decise di rubargli delle greggi. I due uomini furono colti dal reciproco nobile aspetto e nacque una forte amicizia. Poco tempo dopo, Piritoo sposò Ippodamia ed alla festa nuziale non poté mancare il suo amico caro insieme ai centauri, che si ubriacarono ed Euritione tentò di violentare la sposa. Teseo si unì prontamente ai Lapiti ed ebbero la meglio sui violenti guastatori.

Molto tempo dopo, i due amici si recarono in pellegrinaggio presso Delfi e l’oracolo sentenziò che si sarebbero dovuti recare nel Tartaro, onde rapire Persefone, perché diventasse la moglie del vedovo Piritoo. Credettero nelle indicazioni dell’oracolo e così scesero negl’inferi, dove furono accolti da Plutone, che li fece accomodare sulle sedie dell’oblio, da cui non avrebbero potuto più liberarsi.

Diversi anni dopo, Eracle scese nell’Oltretomba, per catturare Cerbero, quando riuscì a liberare, col permesso di Persefone, Teseo, mentre simile azione non fu per Piritoo, colpevole di quella sciagurata catabasi. (Ovidio)

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