Gabriele D’Annunzio: la fine della Impresa di Fiume

Nei primi giorni del gennaio 1920, i rappresentanti dell’Intesa presentarono un memorandum, con cui si riproponeva la creazione di uno stato cuscinetto fiumano, che avrebbe portato il confine italiano a 18 chilometri da Trieste, contro i 50 ottenuti precedentemente con la firma dell’armistizio. D’Annunzio allora inviò a Parigi Giovanni Giuriati e Gino Antoni, perché partecipassero alle trattative di pace, ma il presidente Clemenceau non considerò valida la presenza degli inviati del Comandante, al fine di non dichiarare il riconoscimento della sovranità di Fiume.

Francesco Saverio Nitti (1868 – 1953)

Francesco Saverio Nitti, invece, presente anch’egli nella capitale francese, incontrò Giuriati, per esternargli la sua profonda preoccupazione per la disastrata situazione economica italiana, per la minaccia bolscevica, sperando di ridurre D’Annunzio a più miti consigli. Gabriele invece, dopo aver ordinato, senza alcun esito, un volantinaggio aereo su Parigi, insultò sulla Vedetta d’Italia il Presidente del Consiglio italiano: «Cagoja.. a Parigi come a Roma, infigge al suo bastone di poliziotto le brache che sempre gli cascano dalla paura».

Giuriati investì una grande offensiva diplomatica, offrendo a diversi paesi oppressi una conferenza a Fiume, per denunciare la politica coloniale dell’impero inglese nel Mediterraneo, senza alcun esito.

Maturò invece l’ipotesi di creare da Fiume un movimento politico, che mirasse al cuore della Nazione, con a capo il Comandante, ma l’ala massimalista dei Socialisti si oppose al progetto.

Enrico Caviglia (1862 – 1945)

Verso la metà di febbraio, D’Annunzio ricevette i suoi numerosi effetti da Arcachon, quando seppe che alcuni Legionari si erano posti agli ordini del generale Enrico Caviglia, commissario straordinario per la Venezia Giulia. Nonostante le estreme difficoltà, si delineò il piano di una costituzione repubblicana della città, ma tutto sfumò per l’intransigenza dell’ala monarchica. D’Annunzio tentò allora di ricucire lo strappo tra le due correnti, proponendo la lega di tutti i popoli oppressi, mentre la popolazione fiumana era divisa in scioperi, a causa della scarsezza degli approvvigionamenti. Il generale telegrafò alla Presidenza del Consiglio, perché invitasse i Legionari a riprendere la loro regolare posizione all’interno dell’esercito nazionale, ma l’11 maggio Nitti si presentò dimissionario alle Camere, che provocò un’immediata, sfrenata esultanza, alimentata da un roboante discorso dal balcone del Comandante.

Il 19 maggio, lo stesso Nitti formava un nuovo governo, incaricando il generale Caviglia di trattare con D’Annunzio, senza alcun risultato. Gli scioperi e le manifestazioni di piazza indussero nuovamente il Governo alle dimissioni ed il Nitti dichiarò chiusa la sua esperienza politica.

Giovanni Giolitti (1842 – 1928)

Gli successe Giolitti, che riuscì, in pochi giorni, a formare il Ministero; il nuovo Presidente del Consiglio valutava l’esperienza fiumana un elemento favorevole alla soluzione del problema adriatico.

Il 31 agosto, D’Annunzio presentò la Carta, la quale non fu approvata dal Consiglio Nazionale, che si dimise in blocco, delegando il voto alla cittadinanza. Gabriele approntò un nuovo discorso dal balcone, col quale, dopo aver attaccato a fondo il Consiglio, proclamò il nuovo stato. Mussolini, sul Popolo d’Italia, commentò favorevolmente la proclamazione, valutando «la Carta uno statuto estensibile a tutta la nazione».

Luisa Baccara (1892 – 1985)

Il 12 settembre, in Fiume si organizzò una solenne cerimonia, per ricordare la marcia di Ronchi, inalberando, per la prima volta, il nuovo gonfalone della Reggenza. Dopo cinque giorni, la pianista Luisa Baccara si esibì in un concerto, accompagnata dalla sorella Jolanda, violinista, mentre giungeva in città la tragica notizia di una violenta peste bubbonica, recata da un piroscafo proveniente dal Mar Nero; D’Annunzio visitò l’improvvisato lazzaretto, che avrebbe registrato un solo decesso.

David Lloyd George (1863 – 1945)

Intanto, si era aperto dalla fine del mese di agosto, un Convegno a Lucerna tra Giolitti e Lloyd George, per risolvere la questione jugoslava, che destò feroce rigurgito da parte del Comandante.

Alceste De Ambris (1874 – 1934)

L’8 settembre del 1920 fu promulgata la Carta del Carnaro, scritta da Alceste De Ambris e rielaborata da D’Annunzio.

Il 22 settembre, arrivò a Fiume «il mago degli spazi», «il dominatore delle energie cosmiche», Guglielmo Marconi, che donò una potente stazione radio, dalla quale, l’indomani, Gabriele avrebbe trasmesso un messaggio al mondo, perché riconoscesse la Reggenza.

Benito Mussolini (1883 – 1945)
Guglielmo Marconi (1874 – 1937)

Fu formato il Primo ministero ed il Consiglio Nazionale fu sostituito dal Consiglio Comunale, che provvide a riconoscere l’Esecutivo. I primi mesi di governo furono caratterizzati da incontri più o meno segreti con diversi emissari, inviati dalle correnti politiche più disparate; Lenin sperò di trovare in Fiume la città ideale, dalla quale sarebbe partita la rivoluzione bolscevica in Italia. D’Annunzio, che prometteva invece un’insurrezione italiana, fu bloccato da Mussolini, che rinviò all’anno venturo l’ipotesi di un movimento nazionale, cercando, nel frattempo, di ottenere l’appoggio dell’Esercito e della Marina.

Lenin (1870 – 1924)

Nel mese di novembre, D’Annunzio tenne due infuocati discorsi, vagheggiando una possibile marcia su Roma; intanto il giorno 12, il Governo annunciava la firma del Trattato di Rapallo, col quale la Dalmazia, tolte Zara e le isole di Cherso e Lussin, diventava parte della Jugoslavia, restando Fiume libera e indipendente e quindi non annessa all’Italia; la Reggenza non ammise la risoluzione. Mussolini dichiarò sul Popolo d’Italia il suo appoggio al Trattato, causando delusione in D’Annunzio, il quale, il 15 novembre, ricevette ufficialmente il messaggio da parte del Governo italiano, per mano del generale Caviglia, della risoluzione del Trattato. Il 20 novembre, il Maestro Arturo Toscanini portò la sua orchestra ed i famigliari a Fiume, per un concerto a beneficio dei poveri; dopo il banchetto ufficiale, il Comandante si rivolse al celebre Maestro, «combattente che reca ai combattenti una testimonianza che è un’esortazione». 

Arturo Toscanini (1867 – 1955)

La sera del 21, un nuovo concerto per i Legionari. Partiti i musicisti, il Comandante dovette registrare l’allontanamento di importanti personalità della sua squadra.

Dopo l’approvazione del Trattato di Rapallo, Giolitti inviò degli emissari a D’Annunzio, ordinando a Caviglia di tenersi pronto ad un’azione di forza. Fu chiesta l’uscita dal porto di Fiume di tutte le navi presenti ed il ritiro delle truppe della Reggenza. Il Poeta chiese ai Fascisti di tener testa a Caviglia, ma opposero un rifiuto alle pretese dello Scrittore, poiché mai si sarebbero opposti al generale vincitore di Vittorio Veneto. Il 1 dicembre sarebbe avvenuto il blocco di Fiume, per cui s’invitavano tutti i Legionari a lasciare la città; chi si fosse rifiutato sarebbe stato considerato traditore. Il Governo passò all’azione diplomatica, inviando a Fiume il generale Luigi Cappello, che incontrò il Poeta, disposto a piegarsi per il bene supremo dell’Italia, convinto che la volontà dell’Esecutivo fosse favorevole ad un accordo.

Nei primi giorni di dicembre, l’ammiraglio Enrico Millo, imbarcò per l’Italia un contingente dei suoi uomini; il Comandante tenne duro, scrivendo sulla Vedetta d’Italia di non riconoscere i termini del Trattato di Rapallo, pronto a respingere ogni tentativo italiano di non riconoscere la Reggenza da parte delle truppe regolari. Il 21 dicembre, il generale Caviglia ordinò il blocco della città dalla terra e dal mare, mentre il Comandante dichiarava lo stato di guerra, chiedendo a Mussolini di tenersi pronto coi suoi uomini ad invadere le Prefetture; il futuro Duce non rispose ad alcun messaggio, dichiarando, al capitano Arturo Marpicati, emissario del Poeta, di ritenere D’Annunzio un pazzo. La vigilia di Natale, le truppe regolari si schierarono presso il confine italiano, mentre il Comandante ordinava un volantinaggio aereo, invitandole a disobbedire agli ordini. Furono quindi catturati alcuni presidi fiumani, così a D’Annunzio fu consigliato di aprire il fuoco, inutilmente: le truppe regolari furono così fulminee nell’azione che introdussero in città l’autonomista Riccardo Zanella, il quale invitò la popolazione all’azione contro D’Annunzio. Scoppiarono i primi conflitti a fuoco; il Comandante scrisse rapidamente un proclama, chiedendo alle città di Trieste e Venezia di sollevarsi, ma le sommosse furono immediatamente depresse dall’intervento dell’esercito regolare. Il giorno di Natale fu proclamato il cessate il fuoco, che riprese l’indomani, in cui l’Andrea Doria si portò ad ottocento metri dalla riva. Ormai la situazione era divenuta assai difficile per la Reggenza, che annunciò le dimissioni, le quali furono autografate dal Comandante, per volontà del generale Alberto Ferrario. Ventidue i Legionari caduti, cinque i civili di parte fiumana, e venticinque militari e due civili nella parte governativa caduti.

 Il 31 dicembre, il Poeta diresse ai suoi Legionari un «Alalà funebre» ed il 2 gennaio tenne un ultimo discorso contro ogni lotta fratricida:

«Se colui che pianse presso la fossa di Lazaro, se il Figliuol d’Uomo ora apparisse, tra l’altare e le bare, tra la tovaglia sacra e il labaro santo, tra i ceri accesi e le vite estinte; se qui apparisse e facesse grido e risuscitasse questi morti discordi su dai coperchi non inchiodati ancora, io credo ch’essi non si leverebbero se non per singhiozzare e per darsi perdono e per abbracciarsi».

Il 5 gennaio del 1921, il Comandante annunciò la costituzione di una Federazione Nazionale dei Legionari, promuovendo anche un giornale, appoggiato economicamente da importanti industriali lombardi, tra cui il Borletti, votati a pesare nella caotica situazione italiana. Il 13 gennaio solo D’Annunzio in compagnia d’alcuni ufficiali rimase a Fiume.

Il 18 avrebbe lasciato la città.

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