«I giornali e gli operai» di Antonio Gramsci

Il 22 dicembre 1916, sul quotidiano Avanti, Antonio Gramsci affrontò la relazione tra stampa ed opinione pubblica, rivelando – a nostro avviso – alcune acute analisi, su cui varrebbe la pena – soprattutto oggi che siamo sommersi dall’informazione (o disinformazione) – riflettere.

I direttori di giornali inventerebbero novità, al fine di attirare sottoscrizioni annuali per i loro fogli «a quattro o sei pagine che va ogni mattina od ogni sera a iniettare nello spirito del lettore le maniere di sentire e di giudicare i fatti dell’attualità politica, che convengono ai produttori e venditori di carta stampata». E’ confermata – secondo il filosofo comunista – l’assenza di ogni dibattito interno tra proprietà e redazione sui fatti principali della politica, poiché emergeranno comunque gl’interessi dei proprietari, disinteressati ad informare obiettivamente l’opinione pubblica e quindi proibendo la libertà di giudizio ai propri redattori.

Secondo Gramsci, si dovrebbe scegliere con cura e «coscienza» l’abbonamento ai quotidiani e, soprattutto, «con criterio e dopo matura riflessione».

Ogni giornale borghese, sottolinea il filosofo comunista, «(qualunque sia la sua tinta) è uno strumento di lotta mosso da idee e da interessi che sono in contrasto» con le idee e gl’interessi della classe operaia, poiché l’obiettivo non dichiarato consisterebbe nel «servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice».

Diabolico poi il piano imprenditoriale improntato, il quale si rivolgerebbe a quella parte dell’opinione pubblica, di cui non rispetta le idee e non invita a combattere, risvegliando le coscienze, al fine di mutare la situazione di oppressione e servaggio, in cui si troverebbe: «E la classe lavoratrice paga, puntualmente, generosamente».

Perché s’instaurerebbe questo diabolico consesso?

L’abbonato chiederebbe d’essere aggiornato, senza immaginare che le notizie possano essere state concepite, al fine d’influire «in un determinato senso». Egli continuerebbe a leggere il giornale, nonostante esso abbia condannato l’ultimo sciopero operaio; mentre l’ultima legge approvata volgerebbe al meglio, «anche se è… viceversa».

Nelle competizioni elettorali, la grande stampa sosterebbe la classe dirigente.

«E non parliamo di tutti i fatti che il giornale borghese o tace, o travisa, o falsifica, per ingannare, illudere, e mantenere nell’ignoranza il pubblico dei lavoratori». Quanto ancor attuale e veritiera tale affermazione!

Decontestualizzando i concetti dalla base storica dello scritto, oggi si rivelerebbe davvero necessaria una seria riflessione dell’analisi del Filosofo comunista sul rapporto tra media ed individuo, colto nella sua solitudine ed in quanto formante massa. La straripante informazione, grazie all’uso esteso della tecnologia da parte dei comuni cittadini, non ha causato maggior chiarezza, ma, al contrario, come in un gioco diabolico, ha creato solo maggior confusione. Sui media ormai leggiamo analisi contrapposte, contraddittorie e già nel racconto dei fatti; mentre il commento dovrebbe riservare opinioni (opinioni e non verità) diverse. Si dovrebbe allora imbrigliare la stampa? A nostro avviso, essa è già alquanto imbrigliata, perché informerebbe – come ebbe a dire Gramsci – nel rispetto del punto di vista padronale. Ci sarebbe un unico modo, per essere davvero liberi dall’opinione altrui: lo spirito critico, che ci aiuterebbe a non accettare dogmaticamente tutto ciò che leggiamo.

Al fine d’acquisirlo, il cittadino dovrebbe essere educato dalla scuola, che oggi ha abbandonato qualsiasi metodo educativo, al fine di formare perfetti specialisti, che ignorano tutto ciò che non compete nel loro campo di ricerca. Si dovrebbe, invece, (e sono idee di Gramsci) fornire un’istruzione enciclopedica, fissata nell’educazione greco – romana, quindi con la rivalutazione della vera scuola (il Liceo Classico); ed affidare invece alla sola Università il necessario approfondimento specifico. Credo che l’attuale mondo tecnologico voglia invece spogliare l’uomo da qualsiasi punto di riferimento umanistico, incapace di creare un suo pensiero non uniformato al pensiero unico dominante, ultima barriera della democrazia.

Perché l’uomo possa riprendersi il naturale e giusto, sacrosanto diritto alla libertà di pensare, gramscianamente suggeriamo:

«Boicottateli, boicottateli, boicottateli!»

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