Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. L’ossessione del vivere

Alla fine del 1972, uscì «Ultimo tango a Parigi», che avrebbe immediatamente scandalizzato il mondo, per la crudezza delle immagini ed il tema affrontato senza filtri censori. Mentre il Newyorker, in America, lo definì «il più potente film erotico mai fatto e può rivelarsi il film più liberatorio mai realizzato», in Italia la Corte di Cassazione stabilì la condanna alla distruzione del negativo per oscenità, privando il regista, Bernardo Bertolucci, per un lustro dei diritti civili. Solo nel febbraio 1987, la pellicola ebbe la riabilitazione dall’accusa di oscenità, poiché, nel frattempo, era mutato il comune senso del pudore. Il film fu prodotto a pochi anni dal «Sessantotto», che per sempre avrebbe segnato un’innegabile svolta nei costumi sessuali. A questo proposito Bertolucci dichiarò:

«All’epoca era qualcosa nel vento, a cui non si poteva resistere. Era un atto politico. Adesso le cose sono un po’ diverse».

Ora, infatti, sarebbe difficile trovare qualche spettatore, che ancora si scandalizzi alla visione di certe scene di sesso, abituati all’invadenza della provocazione erotica addirittura anche nel mezzo televisivo.

La brutalità di un amore, che non prevede tenerezze (e quindi non può definirsi amore), fu raggiunta durante la scena – poi tagliata – del «burro» usato quale lubrificante per un rapporto ad altissima densità erotica. Maria Schneider – la vittima in scena – nel 2007 dichiarò al Daily Mail: «Quella scena non era nella sceneggiatura originale. La verità è che fu a Marlon che venne l’idea. Me ne parlarono solo poco prima di girarla, e io ero davvero arrabbiata per questo. Avrei dovuto chiamare il mio agente o il mio avvocato, perché non si può costringere qualcuno a fare qualcosa che non è nel copione, ma a quel tempo non lo sapevo. Marlon mi disse: ‘Maria, non ti preoccupare, è solo un film’, ma durante la scena, anche se ciò che Marlon stava facendo non era vero, io piansi lacrime vere. Mi sono sentita umiliata e a essere onesti un po’ violentata, da Marlon e da Bertolucci». Parole durissime, accorate, che manifestarono l’anima crocifissa della giovane interprete (aveva appena 19 anni, Marlon, 48), vittima sacrificale di un terribile rito contro – iniziatico opposto alla densità fluida del vero amore, che mescola i due corpi durante una danza sacra, elevando l’atto alla dimensione divina. Ella si mostrò, a distanza di molti anni dalla pellicola, ancora straziata e quasi disprezzata come donna, prima che come artista, dall’infelice comportamento di Marlon Brando, assecondato dal Bertolucci. Il regista, chiamato in causa al pari del celeberrimo attore, rispose nel 2013, ospite della Cinematèque Française:

«Povera Maria, è morta due anni fa e io sono stato incredibilmente triste perché dopo l’uscita del film non ci siamo più visti, so che mi odiava per quella scena del burro. Io e Marlon avemmo la stessa idea la mattina stessa prima di girare la scena. Nella sceneggiatura c’era scritto che lui avrebbe dovuto stuprarla, in un certo senso, e mentre facevamo colazione vedemmo una baguette e del burro, e senza dire nulla ci guardammo e capimmo al volo cosa volevamo. Però non dissi a Maria cosa sarebbe successo: volevo la sua reazione come ragazza e non come attrice».

Scuse? Giustificazioni inaccettabili in nome del presunto gesto artistico, che pretenderebbe la completa spoliazione della volontà dell’attore – attrice, succube del personaggio? Ricerca quasi ossessiva e maniacale del «vero», del «reale», al fine di sfrondare la rappresentazione della finzione, quale ostacolo al racconto? Alla decifrazione della rappresentazione?

Le polemiche investirono anche Marlon Brando, il quale si dichiarò, oltremodo, mai completamente soddisfatto dalle spiegazioni del regista a proposito del ruolo da interpretare e, quindi, costretto ad improvvisare le battute, poiché punto entusiasta dalla sceneggiatura e dei dialoghi. Bertolucci sembrò assecondare i desiderata del celebre attore, assecondandone la vena creativa ed, anzi, ponendolo come vero autore nella traduzione delle intenzioni del personaggio. In qualche modo, non vi fu collaborazione, perché il protagonismo di Brando seppe indirizzare la pellicola verso le intenzioni del regista. Il grande attore dimostrò quindi non aver assimilato la lezione – accompagnato da Bertolucci presso il Grande Palais di Parigi – dalla mostra delle opere di Francis Bacon, pittore irlandese, da cui avrebbe dovuto declinare la disperazione carnale del suo personaggio dalla deformazione terrificante dei soggetti dipinti.

Ne uscì un film crudo, vero, reale, straziato nell’esaltazione del ruolo distruttivo del sesso, quando è vissuto nella pura dimensione istintiva e porta inevitabilmente alla catastrofe finale.

Un uomo (Marlon Brando, Paul) si copre entrambe le orecchie, per non essere disturbato dal rumore di un passaggio di un treno. I capelli bianchi confusi sulla fronte e sparigliati dal vento, il bavero del cappotto rialzato, lo sguardo pensoso, si muove lentamente. Una smorfia di dolore gli contrae il viso, mentre qualche metro dietro, una ragazza è intenta a difendere il cappello dal vento ribelle. Il suo passo è quasi frivolo, civettuolo; indossa un cappotto con collo di pelliccia ed a tracolla una borsa.

Appena supera l’uomo, si volge, per osservarlo; egli è distratto, sembra camminare all’interno di un mondo privo di ogni spazio. La camera indugia per qualche attimo sul bel viso di Jeanne (Romy Schneider), disteso anche se dubbioso: cosa avrà quel tizio? Che starà pensando? L’uomo sembra trascinarsi; le mani nelle tasche del cappottone, lo sguardo perso dietro a qualche sogno infranto. Jeanne si ferma davanti ad un bellissimo palazzo, volgendo lo sguardo verso i balconi; procede verso i citofoni, per leggere un avviso poi, con gesto deciso, suona. Poco prima di entrare nello stabile ed ancora sul portone d’ingresso, controlla l’orario e volge lo sguardo verso la strada, accennando un sorriso ingenuo. Si avvia verso un bar, per usare il telefono, percorrendo una breve rampa di scale in discesa, la cui stanza troverà comunicante col bagno, dove una signora – assai poco distinta – sta pulendo nel lavabo la propria dentiera, gesto che provoca una smorfia disgustata alla giovane. L’anziana donna esce; ella gioca a gonfiare le guance, per poi cadere nel broncio: smorfie allo specchio da bambina. Si schiude la serratura della ritirata; esce l’uomo, che ha incontrato poco prima, il quale non si accorge della presenza della giovane.

Egli è sempre perso dietro a quel sogno infranto, che sembra tormentarlo, affliggerlo; un peso davvero insopportabile, da cui non riesce a liberarsi, incatenato quale novello Prometeo. L’uomo lascia il bar. Jeanne, rinchiusa in un piccolo spazio, telefona alla mamma, mentre tiene la porta aperta con una gamba, mostrando sotto il cappotto un vestito assai corto, che copre a malapena le cosce tornite e sensuali. Informa la genitrice che visiterà un appartamento a Passy, prima di recarsi alla stazione, dove andrà, per accogliere il fidanzato, Tom, quindi rincaserà.

Bertolucci indaga i personaggi colla forza espressiva del silenzio; infatti nei primi cinque minuti della pellicola, ascoltiamo il rumore del treno, il frastuono del traffico, il vento che disturba con la sua impetuosità: solo rumore, nient’altro che rumore al posto del suono delle parole. I due protagonisti si presentano al pubblico, illustrando i loro stati d’animo nel silenzio, protagonista della vita interiore. Poi la telefonata di Jeanne alla mamma: la voce serena, perché è in attesa dell’arrivo del fidanzato, cui ha promesso di convivere nel loro amore eternamente finito. Paul invece tace; un silenzio diverso dalla protagonista. Il suo silenzio trasmette sofferenza, angoscia, privazione, vuoto.

«Sono qui per l’appartamento; ho visto il cartello»; la portinaia, più che scocciata per l’ennesima richiesta, si mostra alterata, perché tenuta all’oscuro dei movimenti: «… sfittano, affittano…». Essendo sparito la chiave ed avendo paura dei topi, la portinaia invita Jeanne a visitare l’appartamento da sola, poiché – secondo il suo racconto – accadrebbero delle cose strane. E, proprio in quel momento, qualcuno poggia una bottiglia pesantemente sul pianerottolo, che provoca gran rumore. Jeanne è alquanto scocciata ed accenna a guadagnare l’uscita, mentre la portinaia la richiama, promettendole che provvederà a fornirle una seconda chiave. Ricevuta, si avvia verso l’ascensore, che la solleva, entrando nel buio, nel mistero: nel suo destino. La donna entra nell’appartamento, senza usare la chiave, poiché trova la porta aperta; alzando la serranda di una sala molto grande, con grande sorpresa, si accorge della presenza di Paul.

Da una parte Jeanne, irradiata dalla luce; dall’altra Paul, rannicchiato su se stesso in un punto buio, tra i due il vuoto dell’assenza di mobilio di un ambiente disabitato da chissà quanto tempo. La donna cerca il dialogo, commentando il fascino, che conservano certi ambienti, ma l’uomo, imprigionato nel suo mondo, non si accorge dei desiderata della giovane, la quale vorrebbe posizionare una poltrona davanti al caminetto. L’uomo insiste che la poltrona sarà sistemata davanti la finestra, poi abbandona quel luogo oscuro, dove si era rintanato col suo vissuto, per sparire dalla vista di Jeanne, che apre altre finestre: non ha voglia di buio, come l’uomo invece rintanato ora chissà dove, quasi a sfuggire la crudeltà accecante della luce, così in contrasto con la cupezza della sua anima, sprofondata in chissà quale insondabile abisso. Si scopre intanto che diversi mobili sono coperti da lenzuola e delle sedie ordinatamente accatastate contro un muro; la macchina indugia su uno specchio rotto, che coglie le belle gambe della ragazza. Chi tra i due prenderà in affitto l’appartamento? Paul è interessato a scoprire cosa si nasconda sotto quei lenzuoli, la donna lo osserva da lontano; poi l’uomo si siede, abbandonando il suo proposito. Lei lo lascia ai suoi tragici pensieri ed, agitando in aria la borsa, si reca in bagno, mentre un telefono inizia a squillare, fin quando, Paul risponde di essere dispiaciuto che l’appartamento sia stato già affittato. La donna, intanto, ascolta dall’altro telefono, presente nell’appartamento, la conversazione tra l’uomo e l’ignoto interlocutore.

Paul sistema la cornetta e s’indirizza a spiare il comportamento di Jeanne, la quale, accortasi di essere stata scoperta, depone la cornetta al suo posto.

Chi affitterà l’appartamento?

«Pensaci presto», le consiglia Paul. La donna raccoglie da terra il suo cappello, mentre l’uomo si preoccupa di chiudere per bene la porta d’ingresso; poi le si avvicina, per liberare le mani della donna dal cappello e quindi la solleva. La donna accetta quell’inaspettato abbraccio. Paul la porta verso il muro ed i due, rapiti da una forza misteriosa, implacabile e sconosciuta, si baciano. Jeanne accarezza i capelli arruffati di Paul, le spalle, mentre le mani dell’uomo mirano alle zone erogene della giovane. Poi le toglie la biancheria intima, strappandola, per penetrarla; la donna facilita con dei movimenti inequivocabili la volontà dell’uomo. Ella sembra desideri essere posseduta dallo sconosciuto, di cui ignora perfino il nome. L’atto è violento, istintivo, non vi è traccia alcuna di tenerezze; emerge solo il desiderio animalesco di possedere ed essere posseduta per il mero raggiungimento del piacere fisico. La donna accavalla le gambe attorno al grembo di Paul: i movimenti dei corpi sono aritmici, goffi, sgraziati; poi l’uomo torna a baciarla con maggior passione, mentre ancora le mani alla base della testa del suo amante. Il delirio trionfa, è saltato ogni pudore; l’uomo, per meglio godere di quel corpo giovane, palpitante freschezza, la adagia sul pavimento freddo e sporco di quell’ambiente affatto accogliente. E’ l’atto estremo: la donna riceve dentro di sé il seme, mentre i due corpi rimangono quasi incastrati, stretti, confusi. Jeanne rotola allontanandosi esausta e scoprendo la sessualità alla vista della camera, mentre Paul è quasi rattrappito dallo sforzo dell’atto.

Ora i corpi sono abbandonati, separati, divisi dall’invisibile barriera dell’incomunicabilità espressiva: sembra che mai si siano conosciuti. L’uomo si porta le mani alle tempie, lei la tra le gambe. Poi il silenzio.

I due escono dal portone del palazzo. Paul si preoccupa di strappare l’annuncio dell’affitto; lei sembra andarsene, pensierosa, pensosa; ora lo sguardo del suo amante anonimo si è improvvisamente impossessato della sua serena espressività. Cosa significa quell’atto per lei? Ancora qualche passo e poi si allontana velocemente, quasi a voler fuggire soprattutto fisicamente da quel luogo, dove è stata colta da un’inspiegabile, volatile, terribile passione. Ognuno prende la sua strada: Paul, infatti, guadagna il passaggio sopra un ponte alla ricerca, anche lui, di una serenità, che il suo sguardo sembra abbia smarrito da tempo. Questa volta il passaggio del treno non gli provoca alcun fastidio.

Jeanne è alla stazione, tra la folla in partenza ed arrivo è alla ricerca del volto di Tom, il fidanzato, cui aveva promesso di rilevarlo. Scorre velocemente tra i passeggeri, poi, finalmente, vede il suo uomo e lo abbraccia teneramente. Ecco il vero volto dell’amore, laddove la fisicità ha la sua piena completezza nella partecipazione spirituale all’atto. L’abbraccio è svolto, ad insaputa della donna, sotto l’attento sguardo di una telecamera: il suo fidanzato è un regista alla ricerca di immagini vere da rappresentare, come il vero amore tra lui e Jeanne. La donna si mostra assai perplessa intorno alla scelta del suo uomo, che la informa del titolo del film: «Ritratto di ragazza», già accettato dalla tv, interpretato proprio dalla sua bella.

Ecco: un film nel film. Stiamo assistendo ad un film, che ora mostra le riprese di un altro film: la finzione nella finzione, che si arrogano il diritto di raccontare il vero.

Jeanne mostra che l’abbraccio dell’uomo sia stato dettato dalla finzione cinematografica, poi sembra abbandonare quei brutti pensieri, quando Tom le chiede come abbia impiegato il suo tempo:

«Ho pensato a te notte giorno e ho pianto».

Il tono è vagamente canzonatorio più adatto – appunto – ad una finzione cinematografica piuttosto che ad un gesto libero del cuore. Tom si dimostra assai soddisfatto della recitazione, trasformando la donna in una statua di sale, ribelle ai baci ed alle effusioni. Poi, basta un semplice sguardo che ogni pensiero ribelle smetta di porre dubbi e le anime trovino felicità in un grande, lungo abbraccio.

Da un secchiaccio, la donna di servizio sta attingendo dell’acqua con uno straccio sporco di sangue, che macchia le lenzuola di una suicida, la moglie di Paul, Rosa. Cancella le tracce del liquido anche da alcuni specchi e ripete meccanicamente ciò che più volte ha dovuto raccontare alla polizia: sembra così rivivere quell’atto. Qualcuno ascolta, dietro una porta a vetri, il racconto: Paul. La donna continua a parlare, mentre l’uomo appare più attratto da qualcuno che sta suonando il sax in un appartamento vicino. Le si avvicina, prendendola con la forza, per farla tacere, chiude poi il rubinetto della vasca ed esce dalla stanza.

Jeanne ritorna nell’appartamento, che l’ha vista essere posseduta dallo sconosciuto, e trova un gatto, che cerca di spaventare, fingendosi, e quindi muovendosi buffamente come una gatta, quando un inserviente le chiede dove posizionare la sedia, che reca con sé. La donna si spaventa, rimproverando l’uomo di non aver bussato, ma egli si discolpa: «La porta era aperta». Continua ad arrivare il mobilio, che riempie a poco a poco gli spazi vuoti; quindi i facchini abbandonano l’appartamento, salutando Paul appena arrivato in casa. L’uomo pretende che la poltrona, dov’è seduta Jeanne, sia posizionata davanti la finestra e non davanti il camino. Siccome ella non ne vuole sapere di spostarsi, l’uomo trascina con sé sedia e ragazza, quindi la invita a togliersi il paltò, per aiutarlo a conferire maggior ordine ai tanti oggetti presenti. Sembrano ora una coppia assolutamente normale, che riordina l’ambiente, dove condividerà il futuro.

«Non sono come chiamarti», dice timidamente Jeanne.

«Non ho nome», risponde gelido lui, che oltretutto non vuole affatto sapere quale sia il nome della donna, la quale sembrerebbe quasi voler  parlare di sé. Allora Paul la costringe contro il muro e le mette la grande mano contro la bocca, per impedirle di parlare: «Qua dentro non ci sono nomi. Non esistono nomi», in un crescendo di collera e drammaticità, con il viso reso duro dalle contrazioni muscolari della rabbia. Jeanne riesce a liberarsi da quella mano opprimente e sfugge al controllo fisico dell’uomo, che considera pazzo. Si conserverà il più assoluto anonimato tra i due.

«Noi c’incontriamo senza sapere niente di ciò che siamo fuori di qui».

L’istinto è modalità dell’essere umano, svincolato anche dal nome, che concede identificazione ad un sesso, ad una famiglia, ad una nazione. Paul vuole un rapporto non identificato, senza alcuna specificità, quindi senza un passato, poiché il futuro è già precluso. Egli desidera separare quell’appartamento dal mondo, così come, all’inizio del film, sembrava essere isolato dallo spazio, vivendo una sua personale ossessione separatrice.

«Dobbiamo dimenticare ogni cosa», ripete ossessivamente.

Delle mani frugano all’interno di alcuni cassetti: è la suocera, che, informata dell’avvenuto suicidio della figlia, è alla vana ricerca di qualche indizio, che possa giustificare quell’insano atto. Paul la invita ad abbandonare la sua inutile ricerca: non troverà nulla che la soddisferà. Il genero l’accompagna nella stanza 12 dell’albergo, che Paul precedentemente gestiva con la moglie defunta. La suocera pensa ad un funerale religioso, ciò causa uno scatto d’ira da parte di Paul, assolutamente contrario a quella scelta, poiché la moglie non era affatto religiosa. La donna chiede, piangendo, di non gridare, e torna implorante a chiedergli il motivo del suicidio.

«Perché uno si uccide? Perché?». Paul, non trovano risposta, sfoga tutta la sua rabbia colpendo più volte la porta quindi, rivolgendosi alla suocera: «… lei non lo sa il perché?».

Jeanne osserva l’appartamento quasi in ordine; un materasso matrimoniale è disteso sul pavimento: davanti il suo Paul in silenzio. La donna si siede, liberandosi degli stivali.

Due corpi nudi, si abbracciano dondolandosi teneramente. I due ora si guardano seduti; lei stringe le ginocchia contro il petto di lui: «E’ bello il non conoscersi, non sapere nulla dell’altro»; ora accorda la scelta di Paul; in fondo, per lei è una nuova esperienza, che forse, va provata. Solo il silenzio parla, impossessandosi degli sguardi dei due amanti, mentre l’inquadratura si allontana, quasi a non voler profanare quell’attimo di beata sensualità.

«Forse possiamo godere senza toccarci», propone Jeanne, con qualche esitazione nella voce. Egli accetta, chiedendole se abbia già raggiunto l’orgasmo; ella sorride pudicamente: «No. E’ difficile!».

La donna vorrebbe dare un nome al suo amante anonimo, che le propone un verso, un grugnito ed imita un cane che abbaia, mentre lei risponde con le fusa di una gatta. E’ la prima volta che Paul sorride divertito e così entrambi continuano ad inventare grugniti e versi in un’improbabile, ironica comunicazione.

Jeanne si reca a trovare Tom, che è sul set, costruito vicino la casa della sua bella; ella ha abbandonato il vestito corto, che indossa con Paul; ha preferito infatti dei comodi e pudichi jeans. Il fidanzato si dimostra sorpreso della visita e le rimprovera il cambio della pettinatura! Poi inizia ad illustrarle il movimento della macchina da presa, spiegandole la scena che dovrà girare. Lei non si dimostra affatto interessata e gli chiede di far presto.

Che differenza tra la Jeanne persa nella follia di quell’appartamento sulla Senna e l’attricetta forzata col suo Tom; ella si dimostra così annoiata, delusa, mentre con Paul ha trovato un nuovo volto da dimostrare a se stessa. Poi, impone al regista: «Stasera si recita a soggetto. Sta a voi seguirmi». La troupe cinematografica abbandona Jeanne, che si reca a far visita alla tomba del suo cane, Mustafà, sepolto lì dappresso. Ricorda gli anni, in cui era bambina. Poi illustra delle vecchie fotografie in bianco e nero, dov’è ritratta col suo nel grembiule da scolara insieme alla classe, mentre la camera riprende il suo racconto, interrotto dalla tata, che rimprovera la ragazza di essere stata viziata dagli insegnanti. I suoi racconti saranno sempre spezzati dagl’interventi dell’anziana signora. Tom interrompe la ripresa e chiede alla troupe di allontanarsi, quindi induce la protagonista del suo film a chiuder gli occhi e camminare a ritroso, al fine di rintracciare i ricordi della sua infanzia. La giovane prende un suo vecchio quaderno della terza elementare ed inizia a leggerne degli stralci. Rintraccia delle foto del suo primo amore, il pianista Paul, col quale la domenica si rintanava sotto un albero. Poi… deve scappare, correre nell’appartamento dove può essere se stessa fino in fondo, perché non legata ad alcuna identificazione.

E così la troviamo a parlare del papà, defunto colonnello, amatissimo al suo sconosciuto amante, il quale, mentre sorseggia un the da una tazza antica, le confessa che non g’interessa del passato, quindi del padre, del colonnello. Jeanne continua, fingendo di non aver sentito, fin quando l’uomo inizia a suonare l’armonica e lei si avvicina, rapita da quel suono metallico.

La giovane cambia atteggiamento e chiede a Paul, perché si sia trasferito a Parigi; l’uomo sdraiato su un fianco, le confessa che il padre soffriva l’alcool, la mamma al contrario «era molto poetica», anche se dedita anche lei all’alcool. Una volta la arrestarono, perché la sorpresero completamente nuda, così non la trovò più in casa ad attenderlo.

Estremamente intenso il volto di Marlon Brando, che rivive attraverso lo sguardo ciò che racconta, come frugando all’interno dello scaffale della memoria. E’ il momento, in cui il grande attore ci consegna il lato intimo, fragile della personalità di Paul; le parole sono spesso smozzicate e sembrano spegnersi nella bocca; si ravvia i capelli disordinati, quasi cercando nella sua testa almeno qualche buon ricordo da raccontare.

Riprende a suonare la sua armonica, mentre Jeanne gli si avvicina, coprendolo con un lenzuolo ed invitandolo a giocare a cappuccetto rosso ed il lupo, perché possa rivivere l’atmosfera di un’infanzia troppo lontana, quando scriveva delle poesie. La donna porta il suo viso sul sesso dell’uomo e gli racconta del suo primo amore: il pianista Paul, ma l’uomo prontamente le ricorda il loro patto: niente nomi. Ella spinge il suo viso delicatamente sul sesso dell’uomo, chiedendo scusa per quel nome, al fine di rabbonirlo. L’uomo le chiede di raccontargli di quel suo, lontano amore, ma, dopo pochi istanti, Jeanne si accorge di parlare al vento: Paul sta pensando ad altro. Improvvisamente la barriera, che sembra separarlo perennemente dalla realtà, si alza tra loro, confinandoli nell’incomunicabilità. Ella si rifugia nella Venere solitaria; Paul attende ad un paralume. Jeanne si lascia travolgere dall’orgasmo, rotolando sul pavimento, per alzarsi senza successo, lo sguardo stravolto, i capelli disfatti. Il suono di una sirena richiama la sua attenzione; Paul piange sconsolato.  Ecco: è il momento più drammatico, che genera la sofferenza più indicibile, perché si sente la frammentazione, la separazione e si è maledettamente soli.

Intanto la suocera di Paul, rintanata nella sua stanza d’albergo, spegne la tv, si libera dell’ampio scialle, che aveva gettato sulle spalle e si abbandona sulla poltrona. Lì accanto, il genero, che riposa su un divano di cattiva fattura. Scopriamo che tra i clienti, vi è un certo Marcel (Massimo Girotti), l’amante della moglie di Paul.

Jeanne fruga nella giacca dell’ignoto amante, lasciata nel bagno appesa, ricavandone un’insignificante matita; ella fa appena in tempo ad allontanarsi, quando Paul reca con sé l’occorrente della barba e, mentre s’insapona, accusa la donna di essere una sgualdrina, attratta solo dal sesso. Poi, facendosi serio, le chiede perché abbia messo le mani nella sua giacca, la donna accetta la sfida: vorrebbe sapere qualcosa in più, ed inizia a truccarsi gli occhi. Ogni domanda da parte della donna, riceve una risposta impossibile: Paul mantiene fede alla sua promessa, niente nomi, niente passato e quindi niente futuro:

«Devo riconoscere che sono felice con te», chiosa l’uomo.

I due sono pronti ad uscire, ma Paul improvvisamente chiude la porta di casa in faccia alla sua amante, scatenandone l’ira.

Tom esce dalla metro e, non vedendo la sua bella, si aggira per la banchina assai preoccupato, fin quando si sente chiamare da Jeanne, che si trova sulla parte opposta. La donna chiede al suo fidanzato di trovarsi un’altra protagonista per il suo film, in quanto non vuol continuare a girare scene non corrispondenti al vero: basta con le finzioni cinematografiche. Continua con una sequela di lamentazioni, mentre l’uomo – punto preoccupato di ciò che sta ascoltando – è distratto dal godimento artistico dell’evento, di cui è spettatore. Jeanne raggiunge Tom, che inizia a schiaffeggiarla, quando ella risponde in egual misura a quell’atto di inaudita violenza, poi tutto si stempera in un caldo abbraccio.

Paul decide di far visita a Marcel, che trova seduto dietro una scrivania ingombra di carte. Parlano della donna, di cui hanno condiviso il corpo e le emozioni della sensualità; il clima è amichevole. Paul è sereno ed, a tanta serenità, risponde con larghi sorrisi Marcel, che continua a ritagliare degli articoli di giornale, per conto di un’agenzia.

I due uomini curiosamente indossano la stessa vestaglia da camera e certamente non sarà l’unico oggetto, che condividono. Paul era consapevole d’interpretare il ruolo del cornuto e, tutto sommato, non gli è mai pesato troppo. Marcel gli offre dell’alcool, regalo di Rosa; l’occasione giusta perché i due uomini si avvicinino non più separati dalla scrivania ingombra. Con il bicchiere stretto tra le mani, Marcel invita Paul a sedersi vicino a lui ed inizia una confessione a proposito del suo rapporto con la defunta Rosa. L’ha davvero mai conosciuta? Invita Paul ad aiutarlo nel capire chi sia stata la sua amante, la quale, una volta, salì sul letto, per strappare con violenza della carta da parati con le mani. Paul non sa interpretare quel segno; confessa al suo interlocutore che la moglie pretese di dipingere una camera dell’albergo di bianco, quasi a voler significare la porzione di una casa. Marcel non riesce a capacitarsi dell’atto estremo della sua amante; anche Paul sostiene la stessa emozione, poi si avvia verso la porta, rivolgendo un’ultima domanda: «Quello che non riesco a capire di Rosa è cosa ci trovava in lei…».

Jeanne rincasa e non trova Paul, al quale ha comprato un regalo. L’uomo è, in verità, nascosto dietro una porta; sta mangiando e chiede alla donna di portargli del burro. I due sono entrambi semi sdraiati sul pavimento; Paul vorrebbe aprirle i pantaloni, ed intanto col piede avvicina il burro, che poco prima era stato violentemente gettato a terra da Jeanne. Improvvisamente la prende con la forza, rivoltandola e strappandole quasi i jeans. E’ la scena terribile, laddove Jeanne sparisce, perché Maria Schneider urla il suo dolore. La protagonista ora non è più l’attrice, ma la donna ferita, umiliata, violentata dall’egoismo e dalla disperata brutalità non più di Paul ma di Marlon Brando, col pieno consenso del regista Bernardo Bertolucci. Per un attimo, si sospende la finzione cinematografica, perché è colpita l’anima, il corpo di Maria, che porterà quella ferita per sempre. Paul inizia a lubrificare la parte, servendosi del burro, mentre il suo volto assume il ghigno di una maschera dell’inferno; la donna è sempre più schiava della situazione: non può ribellarsi e non sa come farlo, fin quando si consuma l’atto esecrabile, in cui Marlon Brando – Paul distende le mani di Maria Schneider – Jeanne, vittima sacrificale della sua animalesca bramosia. Maria inizia a singhiozzare, ad urlare per il dolore di un atto, che non avrebbe mai accettato, ma Marlon Brando – Paul va avanti. Maria piange davvero; e non è il dolore di Jeanne, ma il suo dolore a rappresentare fin dove debba spingersi il racconto della realtà. Se, in nome di ciò che intendiamo per arte, sia lecito qualsiasi atto; se in nome della rappresentazione del vero, sia lecito che il personaggio ceda il posto all’interprete. Maria continua a piangere disperata, Marlon invece rovescia tutta la pesantezza del suo corpo sfatto sulla giovane interprete ed il passaggio di un treno sembra chiudere tragicamente una scena terribile, anche per chi vede il film.

Jeanne sveglia Paul, addormentato molto distante da lei, perché avrebbe una sorpresa: un disco di musica pop da ascoltare, che diventa la colonna d’accompagnamento all’incontro tra la bella e Tom, mentre girano qualche scena per il film. Il regista vorrebbe sposarla; Jeanne non sembra molto felice, tantoché più volte ripete: «Cosa?… Cosa?…». La donna, che con Tom sembra riacquistare la dimensione infantile, gioca col «si» e col «no». Si sposeranno?

Jeanne è in casa, con la mamma, intenta a rubricare gli oggetti, che dovranno essere trasferiti nella casa di campagna. Stringe la pistola, che fu del padre, per poi estrarre dal portafoglio la fotografia di una donna, che mostra alla mamma, la quale si dimostra immediatamente colpita: sa chi è stata quella femmina. Jeanne, abbandonando l’appartamento, comunica alla madre, col sorriso più bello del mondo, che tra una settimana si sposerà con Tom. Chiude la porta dell’ascensore, mentre la mamma continua a chiedere cosa accadrà tra una settimana…si sposerà?

Jeanne, aiutata da due comparse, finge, per la scena, di provare un abito da sposa, confessando che la sua testa è presa esclusivamente dalla cerimonia nuziale, che da lì a poco si terrà. A vestizione ultimata, Jeanne incede con passo galante verso un immaginario altare, mentre la camera continua ad inquadrarla. Una pioggia violenta costringe la troupe a ritirarsi contro la volontà di Tom, che vorrebbe invece continuare a girare; ogni tentativo è vano, le sue prediche non hanno successo. Il regista ritorna dalla sua bella, la quale, nel frattempo, è sparita; l’uomo la chiama, correndo sotto la pioggia sempre più insistente: nessuna traccia.

Jeanne, con indosso l’abito da sposa, chiede perdono a Paul, che avrebbe voluto lasciare, ma la volontà, alla fine, le è mancata. I due si rifugiano nell’ascensore, che poi procede verso il piano. Lei si alza lentamente la lunga gonna dell’abito, scoprendo la sessualità, guardando l’uomo con gli occhi più ingenui del mondo; non vi è traccia di alcuna impudicizia. Paul la accoglie nelle sue braccia, per condurla nell’appartamento. Chiusa la porta, inizia a muoversi, accennando dei passi di valzer. E’ una delle poche volte, in cui frammenti di strano benessere interrompono la disperazione di un rapporto violento. Pone sul letto la donna, che scoppia in una risata e continua a canticchiare un motivetto a mo’ di valzer. Jeanne si accorge della presenza di un topo morto e urla, richiamando l’attenzione di Paul, che, nel frattempo, era andato a chiudere la finestra, per impedire all’acqua piovana di entrare in casa. L’uomo prende la bestiola per la coda, brandendolo davanti agli occhi di una terrorizzata Jeanne, che desidera abbandonare l’appartamento. Paul, scherzando in modo blasfemo, le offre di cucinare e mangiare il topo! La donna ha perso ogni desiderio di far l’amore nel letto; il suo amante propone altri spazi della casa, mentre si reca in cucina con l’orrendo animale, che tiene come un ambito trofeo per la coda. «Io voglio andarmene», ripete sconsolata Jeanne. E’ l’inizio della fine? Mentre sta guadagnando l’uscita, confessa a Paul di essersi innamorata di un altro, suscitando ilarità nell’uomo. Quando la donna apre la porta, Paul la richiude violentemente, impedendo alla giovane di uscire, e prendendola sopra le sue spalle, la porta in bagno.

La donna è nella vasca, coccolata dalle mani del suo amante; la schiuma lascia scoperti i seni floridi e peccaminosi. «Sono innamorata!», dichiara divertita la donna e così Paul la prende per la testa, costringendola per qualche attimo sotto l’acqua. Quando Jeanne riemerge con accento ancora più sprezzante dichiara di essere innamorata, beccandosi questa volta uno straccio sopra la testa da parte del geloso amante. «Sei vecchio, grasso ed anche mezzo calvo!». L’uomo le risponde per le rime, protestando un futuro prossimo poco radioso al seno ora splendido della donna. Paul si dedica a massaggiare la schiena, distribuendo uniformemente la schiuma, per poi dedicarsi, su richiesta della donna, ai piedi.

«Io e quell’uomo facciamo l’amore.»

«Davvero? – sorride divertito Paul – Meraviglioso».

Egli è certo che la donna abbia goduto maggiormente con lui. Mentre la donna continua decantare le emozioni, che vive con Tom, Paul è invece convinto che, al di fuori del loro rapporto, non ci sia nulla che vada la pena di vivere. Strana la vita! Come accade qualche volta nella vita, all’amante confessiamo ciò che non riusciamo a dire alla persona, che amiamo, stretti all’interno dell’ipocrisia domestica. E così, ciò che Jeanne racconta a Paul, la libertà con cui si esprime risulta castrata, quando si trova con Tom a vivere quasi una seconda vita, ufficiale, perfettamente regolare. Paul sembra leggere nel pensiero della sua amante, al quale annuisce, quando le svolge i suoi pensieri forse più nascosti: il suo uomo dovrà costruire una fortezza inespugnabile, dove ella potrà sempre trovare ristoro e sicurezza, compagnia e serenità. Paul delude Jeanne, perché non troverà mai una condizione simile da vivere all’interno di un rapporto, per cui sarà l’uomo a costruirsi una fortezza, dove rifugiarsi, con il corpo della sua donna, riservata a mero strumento sessuale. Jeanne passeggia nervosamente, poi si ferma in prossimità della finestra, per osservare Paul, che continua a distruggerle ogni certezza, confinata all’interno di ogni amore e finisce la sua perorazione: «Tu sei sola; sei tutta sola».

«Io l’ho trovato quest’uomo: sei tu!». Paul non accenna alcuna sorpresa, il suo viso rimane impassibile alla dichiarazione. Le chiede delle forbici, che dovrà usare, per tagliare le unghie della mano destra. La donna, capendo poco il perché della richiesta, esegue: amare forse è seguire il pensiero dell’altro, anche quando vaga nel non espresso. Un’incredibile, inaspettata richiesta di Paul: vuole essere penetrato dalle dita della donna! La donna non si sottrae a quel particolare rituale, mentre Paul chiede se sia disposta ad esaudire qualsiasi, terribile richiesta. Il «Si!» di Jeanne è disperato, poiché sembra non abbia la forza di staccarsi da quell’insano rapporto, che la sta distruggendo con la sua razionale e partecipe volontà. La smorfia di dolore e sofferenza, dipinta sul volto di Paul, confinato contro la porta del bagno, è il segno che l’operazione è riuscita: le dita delle donna sono dentro di lui.

Paul sta vegliando il corpo della defunta moglie, Rosa. Parla col cadavere, quasi attendendo una risposta al suo sproloquio. La donna è avvolta in un letto di rose ed indossa un abito bianco da sposa, mentre il volto esprime la serenità dell’eterno.

«Anche se un marito vivesse per duecento anni, non scoprirebbe la vera natura di sua moglie. Potrei anche arrivare a capire l’universo, ma non riuscirò mai a scoprire la verità su di te. Mai». E’ la confessione disperata di un marito, che rivela di non conoscere la donna, con cui ha condiviso una parte importante della sua vita, unendosi in matrimonio. Confessa poi al cadavere di conoscere il rapporto avuto con Marcel, che abitava in una stanza dell’albergo, arredata perfettamente come la casa, in cui vivevano. Forse la donna ripeteva i medesimi gesti, riviveva gli stessi vizi con l’amante. Paul, forse colpito da un eccesso di gelosia, accusa la moglie delle peggiori nefandezze, coprendola di epiteti irriferibili. La camera indugia sul corpo inanimato della donna, mentre l’uomo continua ad insultarla, forse alla ricerca di un’impossibile risposta. La rabbia si trasforma lentamente in un pianto sofferto, durante il quale continua ad insultare la moglie! Il volto è teso, arcigno, gli occhi sembrano non poteri scostare da quel viso angelicato. Ormai c’è solo spazio per la rassegnazione; Paul si avvicina al corpo e accarezza la fronte della donna, scusandosi per le parole rivolte, fin quando sembra crollare sotto il peso del dolore sul corpo della moglie defunta.

Una prostituta vorrebbe affittare una stanza, per intrattenersi con un cliente, Paul rifiuta e, nonostante le insistenze della donna, continua a guardare in un punto indefinito, assentandosi dal tempo. Ritorna nello spazio della realtà solo quando la signora gli ricorda di essere una cara amica di Rosa, la moglie. Ecco; quelle parole scuotono così tanto l’uomo, che non indugia ad aprire la porta; ma, nel frattempo, il cliente è sparito nelle primi tenui luci del mattino. La prostituta chiede a Paul di cercarlo e così lo piglia per un braccio, spingendolo a forza fuori dell’albergo.  L’uomo, dopo tanto peregrinare, rintraccia il cliente, che prende per la cravatta, per poi sbatterlo contro un muro, gettandolo a terra. Il cliente riesce a rialzarsi, nonostante i colpi subiti, e ad allontanarsi dall’inferocito Paul, che guadagna la strada verso il suo albergo.

Jeanne piange, perché Paul ha composto i suoi effetti in una valigia ed è pronto quindi ad andarsene: fine di tutto, di quell’amore distruttivo ma da cui non riesce a staccarsi, identificandosi ogni volta col dolore, colla sopraffazione, coll’istinto che è la matrice della loro insana passione. La giovane cammina per casa, provando forse a rintracciare le emozioni vissute coraggiosamente con qualcuno, di cui non conosce perfino il nome, ma di cui conosce ogni desiderio proibito. Sfoga la sua rabbia, gettando lontano da sé ogni oggetto, che incontra, per poi, piegata dalla sofferenza, dolorosamente torna a singhiozzare.

Si reca dalla portinaia, per chiedere notizie di Paul senza alcun successo. Abbandona allora lo stabile, per recarsi in un bar e telefonare a Tom, perché arrivi al più presto, al fine di riempire – forse – il vuoto di quell’inaspettato abbandono. Quanta sofferenza sul suo volto, quante lacrime, quanto dolore in quelle parole. Posizionata la cornetta, scoppia in un pianto ancor più lacerante.

Tom arriva poco dopo; parlano dei progetti futuri: dell’imminente matrimonio e della volontà di procreare; Paul sembra appartenere ad un passato molto lontano. Poi l’uomo inizia a parlarle del film da completare, forse ascoltata dalla sua donna. Girano per casa, commentano della grandezza degli ambienti, forse eccessiva. Jeanne recita la sua improvvisa serenità in un volo e distende le braccia, immaginando di tagliare il vento dell’empireo. Tom risveglia dall’incredibile sogno la sua giovane futura sposa; basta con quei giochi infantili, gli adulti, categoria cui ormai appartengono, non possono permetterselo, per non essere ridicoli. Teneramente si abbracciano, forse alla ricerca di tenerezza. Tom la bacia delicatamente; come sono lontani quelle animalesche effusioni scambiate con Paul, che hanno tatuato la sua anima. Tom pensa che quell’appartamento non sia poi così ospitale; è stato assai frettoloso nel giudicarlo adatto al loro amore, che dovrà vivere in un luogo maggiormente compatibile. Lascia quindi la casa, mentre Jeanne rimane, per abbassare le serrande e chiudere le finestre: i due si danno un appuntamento senza giorno ed ora.

Jeanne esce e, poco dopo, Paul è alle sue spalle, inseguendola con passo deciso; i due ripercorrono la strada, che li vide per la prima volta insieme, ma a ritroso: si sta riavvolgendo il nastro della storia.

Paul le si presenta ben pettinato, sorridente; indossa una giacca blu ed dei pantaloni grigi. Sembra assai lontano dal personaggio disperato, che ha condiviso uno spazio breve ma intensissimo della sua vita.

L’uomo vuol ricominciare ed inizia a raccontargli della sua vita, mentre la donna ascolta in silenzio, lasciandosi prendere sotto braccio. In una sala da ballo, Paul sta parlando ancora di sé, mentre si avvicina alla pista, dove delle coppie eleganti ballano il tango. Inizia a corteggiare la sua accompagnatrice, rivolgendosi con il massimo rispetto; la donna sembra accettare lieta la compagnia. Intanto, sono proclamate le coppie vincitrice della singolare tenzone, invitate a danzare un ultimo tango.

Paul ha ordinato dell’alcool ed entrambi sembrano aver alzato particolarmente il gomito; si susseguono strani brindisi, mentre l’orchestra continua a suonare il tango in onore di chi ha vinto.

Finalmente, Paul invita a danzare Jeanne, che prende sulle sue spalle, portandola sulla pista tra lo stupore degli astanti. L’uomo trascina la donna da terra, per poi trasformarsi in un ballerino particolarmente erotico, accompagnato da una disinvolta Jeanne, sempre più presa dall’impeto dell’uomo. La coppia finalmente si ricompone, si bacia perdutamente tra l’indignato stupore dei presenti, sicché sono allontanati, per aver superato il limite del buonsenso. In segno di forte disprezzo, Paul, uscendo, si denuda mostrando le natiche, trascinato da una vergognosa Jeanne. I due si siedono in una parte del locale male illuminata, quando la donna inizia a piangere, perché non c’è più storia tra i due. L’ultimo colloquio avviene nella penombra; egli cerca di prenderle le mani, ella non riesce a trattenere il pianto per la dolorosa ma inequivocabile decisione. La musica sovrasta il dialogo; il regista forse ha voluto consegnare alla perfetta impermeabilità un momento così doloroso, riservato e privato e quindi allontana la camera dalla coppia, che continua a parlare, le teste quasi dolorosamente appoggiate al tavolino.

Jeanne si alza, lasciando solo l’uomo, che tenta di seguirla, sicché ella inizia a correre, per non essere raggiunta. L’inseguimento continua nel traffico; ognuno sembra sfuggire al proprio destino. Paul la raggiunge presso una stazione di taxi; Jeanne continua ossessivamente a ripetergli che è finita, che non vuole più vederlo. L’uomo ha finalmente capito: prende una direzione diversa dalla donna, che entra in un portone. Paul ritorna sulle sue decisioni e si avvia verso il portone, Jeanne gli grida che è finita e prende l’ascensore, inseguita a piedi dall’amante, che sembra preda di una follia esplosiva. Raggiunto l’ultimo piano, Jeanne bussa inutilmente ad alcune porte, tra cui quella del suo appartamento. Paul cerca di abbracciarla, per poi lasciarla continuare nel suo inutile peregrinare in cerca di aiuto. La donna riesce ad estrarre le chiavi di casa dalla sua borsa e finalmente entra nel suo appartamento, seguita dal suo amante. Si precipita nell’aprire un cassetto, dov’era custodita la pistola del padre, attende che Paul le si avvicini. Le dice il «ti amo» più dolce della sua vita, la donna gli spara; l’uomo riesce a fare qualche passo in direzione del balcone e stramazza al suolo, ripiegato su se stesso.

«Non so mica chi è. Mi ha seguito per la strada. Voleva violentarmi: è un pazzo. Il suo nome non lo so; non so come si chiama. Uno sconosciuto. Mi ha assalito… voleva violentarmi. Io non lo conosco. Uno sconosciuto. Un pazzo…»

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