Alchimia ed espressività artistica

Considerazioni sull’articolo a firma Giorgio Sangiorgio, pubblicato sul sito http://www.artediessere.it

L’articolista, Giorgio Sangiorgio, pone in evidenza il congiungersi della via alchemica con quella percorsa dal creatore d’arte, al fine di raggiungere il mondo dell’invisibile, cui è necessaria la separazione, l’isolamento, il silenzio.

L’alchimia si regola col rispetto dei processi naturali, al fine di trasformare la vita in «una vera e propria opera d’arte», la quale conterrà, in quanto tale, valori e «significati eterni ed universali».

L’artista come l’alchemico operano nella creatività, non per una ripetizione in seno alla quantità, ma per l’elevazione del singolo essere; quindi operano in qualità.

Le due categorie («quantità» e «qualità») si determinano attraverso valori opposti ed inconciliabili; l’alchimista sosterrà periodi di silenzio e di spazio interiore, al fine di non muoversi nel ristretto ambito dell’Io, regno della «quantità».

L’alchimista conosce ben il duro cammino, che si appresta a compiere, tentando di scrutare al di là della sua carne, laddove hanno sede le forze archetipe con i suoi dinamismi. In quel contesto irraccontabile, ma reale solo per chi lo vive, l’artista opera una dura selezione tra ciò che è lontano dall’Io, all’interno di spazi perfettamente armonici e compatibili, a ciò che invece s’incarna nell’Io, riconoscendosi quale entità agente. Solo in quell’idea immaginaria di silenzio, si allontanano recisamente tutte le ottuse dinamiche sociali, che sollecitano all’azione spropositata ed inconcludente dell’«ego»ismo, che ricerca nell’immediatezza la più ampia soddisfazione.

L’alchimia è una via di conoscenza, liberata dalle sovrastrutture pseudo – culturali, dai condizionamenti dell’Io, sempre più preda degl’inutili e fastidiosi orpelli della società dei consumi, unica realtà imposta quale solo elemento davvero vitale.

Gl’innumerevoli testi alchemici narrano il medesimo linguaggio, uso di simboli, allegorie, metafore. Grazie all’invenzione della stampa, i testi si sarebbero arricchiti d’immagini suggestive e «destinate alla meditazione», che avrebbero rivestito un carico maggiore di stimoli rispetto alla formulazione di un teorema astratto.

Dalla lettura, scopriamo che la medesima tecnica alchemica è in essere nella creazione artistica, che modula stati di comprensione e di contatto con quel «centro» – «Logos» – «impalpabile x», fonte d’inesauribile carica energetico – creativa. Solo quindi nell’astrazione, nell’uscita dalle più elementari ed immediate esigenze, l’uomo raggiungerebbe sensazioni ed intuizioni assai amplificate, per unire quindi al pensiero quel grumo ancestrale, che egli chiama «incipit creativo»: «In principio era il Verbo», la Causa Prima, l’Assoluto.

Rubrichiamo in più lemmi l’inesprimibile, il colore del silenzio, la parola afona, ciò che non può essere rappresentato colle parole: l’interiorità, laddove si cela l’Eterno, che può essere concepito, ma non declinato, se non a se stessi.

Ricorrendo anche noi alla suggestione di ossimori, entriamo nel linguaggio proprio dell’alchimista, il quale nasconde lo sfondo artistico nella dimensione della trasmissione.

Rintracciare i sottili legami tra arte ed alchimia, ci costringerebbe ad un viaggio avventuroso, poiché perderemmo, e più volte, il cammino, essendo molteplici gli stimoli intellettuali e meta – linguistici, di cui è composto il nostro indefinito peregrinare.

Riusciremmo a sfrondare la fitta boscaglia del tempo e dello spazio, che «limitano la percezione dell’uomo», riducendola ad una massa informe e grossolana, insoffribile alla nostra dimensione sottile. Allora il ricorso al naturale «sesto senso fisico» potrebbe spalancarci le porte alla dimensione metafisica.

La scultura attualizza la potenza degli archetipi, suscitando una riflessione seria e ponderata nella dimensione temporale, poiché modella nello spazio la dimensione archetipale interiore.

La pittura non figurativa è espressione pura di una dimensione «altra», tradotta con strumenti e tratti assolutamente privi di dominio comune; l’artista parla una lingua, che lascia tradurre all’ignaro fruitore.

La poesia è parola dell’attimo, di quell’istante così immediato, che, nel momento preciso in cui è colto, diventa già vittima di Chronos. Spesso il poeta esula dai «principi della razionalità», trascende i «canoni della logica», poiché si veste di pura contemplazione della mente, che si pone tra ciò che è e ciò che sarà, in una visione puramente ierofanica e vaticinante. L’alchimista, di pari passo, vive nell’illusorietà di essere «in un sogno dentro un sogno», come recitava Totò in «Che cosa sono le nuvole» di Pier Paolo Pasolini.

La musica è l’arte del divino, poiché da μουσική (musikè), arte delle muse, assistite da Apollo – Sole, simbolo della dimensione spirituale primaria; l’ascoltatore avrebbe un ruolo attivo nell’esecuzione, poiché riceverebbe emozioni, sensazioni, sperimentando così, secondo le sue capacità, l’humus, il centro dell’intera costruzione compositiva.

Dal felice contrasto tra melodia (visione orizzontale del tratto creativo), armonia (visione verticale) e ritmo (movimento orizzontale del tratto melodico), l’ascoltatore vive nella sua interiorità l’afflusso energetico insito in ogni composizione.

L’esperienza spirituale può essere catturata all’interno delle costruzioni sacre, pensate perché si esaltasse l’esecuzione di canti, capaci di portare il fedele ad una dimensione quasi mistica. Anche l’architettura, come la musica, è visione di linee orizzontali (la melodia) e verticali (l’armonia) in una felice combinazione di tratti temporali (il ritmo).

Grazie all’ispirazione, atto inconoscibile anche per il creatore, si amplierebbe il necessario riferimento anagogico – intuitivo, grazie al quale la corrispondenza tra ciò che è in alto con ciò che è in basso, risulterebbe assoluta.

Con la danza ed il canto completiamo l’evoluzione dell’arte, poiché si unirebbe la poesia alle dinamiche del corpo, espressione della «sfera emozionale e mentale dell’uomo». La Chiesa Cattolica si servì della danza, quale mezzo di elevazione, fino al Medioevo, quando decise di trattenere l’esercizio del canto gregoriano (oggi ritenuto…eretico quanto un libro di Giordano Bruno!) e la polifonia da esso derivata. Allora la danza sopravvisse con la sua potente forza evocatrice, trovando libero sfogo nelle piazze, dove avrebbe continuato a rimodellare il mondo degli dei.

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