Giacomo Leopardi e Pietro Giordani: un’amicizia letteraria

Il Leopardi desiderò ardentemente conseguire la gloria letteraria. A tal proposito, inviò i suoi lavori ad eminenti personaggi della letteratura italiana come Vincenzo Monti, il Mai e Pietro Giordani, cui il 21 febbraio 1817 inviò in dono il saggio di versione dell’«Eneide», accompagnato da una lettera elogiativa per il ricevente, il quale rispose in termini propositivi. Si saldò allora un’amicizia letteraria, che tanta parte avrebbe avuto nella maturazione dell’ingegno del giovane Poeta, contribuendo alla nascita di concetti letterari, patriottici e morali.

All’inizio Giacomo provò un amore del tutto letterario per il Giordani:

«Nel cominciare dell’anno passato – scriveva il 30 aprile 1817 – visto il suo nome appié del manifesto della Bilioteca italiana e avuti i volumetti della Biblioteca seppi quali fossero gli articoli suoi prima per conghiettura, e poi con certezza quanto a uno o due e questo mi bastò per ravvisarli tutti. Ora che vuole che le dica io? Se le dirò che essi diedero stabilità e forza alla mia conversione che era appunto sul cominciare; che, gustato quel cibo, le altre cose moderne che prima mi parevano squisite, mi parvero schifosissime; che attendea la Biblioteca con infinito desiderio, e ricevutala la leggeva con avidità da affamato; che avrò letto e riletto i suoi articoli una diecina di volte; che, ora che non vi son più, mi vien voglia di gettar via i quaderni di quel giornale…».

L’amicizia si rinsaldò grazie al comune esercizio delle medesime idee. Interessanti anche alcuni particolari della vita familiare dei deuteragonisti: il Giordani ebbe a cuore l’amicizia con la sorella, mentre nutrì sentimenti avversi per la madre:

«Mi diverto ad esercitare pazienza colla mia buona madre, ed è la più sublime ed incomoda della terra».

Nell’aprile del ’20, il Giordani confessò al Poeta i suoi  dolori fisici e morali:

«Io mi trovo da molti giorni caduto in quella malattia che l’anno passato (cominciatami in maggio) mi tenne tre mesi in pessimo stato, e altri cinque incapace d’ogni opera della mente. Ora l’applicazione mi è affatto proibita dai medici; e molto più dalla impossibilità: m’è ordinato l’ozio, la campagna, il moto. Ben mi gioverebbe poter fare un viaggetto…».

Nel maggio seguente:

«Io da tre mesi son caduto, quando meno l’aspettavo, in quella malattia di nervi, che mi sorprese l’anno passato in maggio, e mi tenne tre mesi assai infermo; e per altri cinque incapace d’ogni studio. Così anche ora sono inetto alla più piccola e breve applicazione, e spesso ancora travagliato nel corpo ed afflitto da questo male inesplicabile, a cui non si trova rimedio. Figurati come vivo, privato di quel solo conforto che avrei di munirmi con qualche miglior pensiero ad allontanare almeno per poco tanti pensieri dolorosi».

Giacomo poté rispecchiarsi nell’amico e così profuse nelle lettere a lui indirizzate tutte le sue preoccupazioni per la gloria letteraria e per l’infelicità dello stato fisico.

Notevoli sono i concetti letterari espressi: consiglia di praticare nei primi anni di studio la poesia quanto la prosa, riconosce l’affinità tra greco e latino:

«Quanto più leggo i latini e greci, tanto più mi s’impiccoliscono i nostri, anche degli ottimi secoli, e vedo non solamente la nostra eloquenza, ma la nostra filosofia, e in tutto e per tutto tanto il di fuori quanto il di dentro della nostra prosa bisogna crearlo».

Confessa il suo amore per la prosa greca e per la produzione italiana letteraria del Trecento, precorre certe idee moderne circa il fine ed i mezzi dell’arte ed, a proposito della lingua parlata, assume posizioni non tanto poi differenti da quelle che avrebbe assunto Alessandro Manzoni.

Molteplici le considerazioni, nate da quell’amicizia, che, se da una parte, schiudevano mondi di ricerca sconosciuti, dall’altra gettavano Giacomo nella disperazione di una realtà, dove non era compreso, semmai schernito in ragione delle imperfezioni fisiche. Spesso era oggetto di scherzi e sarcasmi da parte dei giovani, i quali in inverno si divertivano a scagliargli contro delle pallottole di neve, che avrebbero aumentato il disgusto per il «natio borgo», dove tutto era «morte, insensataggine e stupidità».

In famiglia, era trattato da bambino nel complicato rapporto coi genitori e col fratello Carlo, «un altro me stesso e la più cara cosa ch’io abbia al mondo». La noia e la malinconia, oltretutto, l’opprimevano, durante le lunghe oasi di forzato riposo, al fine di concedere tregua agli occhi ed allo stomaco.

Giacomo desiderava uscire da Recanati, ostacolato da Monaldo. I freddi genitori non permisero che il figliuolo potesse vagheggiare una disperata fuga, al fine anche di non diminuire il patrimonio familiare. Il Poeta riuscì a formare una lega solidaristica coi fratelli, inquieti nei riguardi del comportamento genitoriale, tantoché Monaldo avrebbe confessato tutta la sua amarezza in una lettera, indirizzato al Brighenti:

«Abborriscono la patria che ogni uomo onesto deve amare e servire, qualunque essa sia, e quale gli è stata destinata dalla Provvidenza; abborriscono quasi la casa paterna, perché in essa si considerano estranei e prigionieri, e forse abborriscono me con un cuore troppo pieno di amore per tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno inesorabile. Invidio la sorte di un padre mendico che, riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore, viene accolto dall’amore e dalla riconoscenza dei figli».

I guai fisici allontanarono dagli studi il Leopardi, tantoché dal luglio del 1817 alla fine del 1818 abbiamo solo una lunga lettera, indirizzata al Giordani, «sopra il Dionigi del Mai». Quindi, il grande amore per la sfortunata Teresa Fattorini, i cui ultimi giorni di vita (morì nel 1817) coincisero con la visita, nel mese di settembre, del Giordani. Carlo Leopardi, strettamente legato all’ospite in segno d’ammirazione e d’affetto, ricordò quell’importante episodio nella vita del Fratello:

«Ho ben anch’io in memoria la sua visita, e le lunghe passeggiate fatte insieme, e il conversare di quest’uomo eloquentissimo».

Frutto delle dotte conversazioni furono «All’Italia» e «Sopra il monumento di Dante», composte subito dopo la partenza del piacentino, a cui sarebbero state dedicate. La stampa dei lavori, decisa nel 1819 coi tipi di Francesco Bourliè, non soddisfecero il Leopardi e non crearono grande attenzione nell’Italia letteraria, coll’esclusione della città di Milano, dove, invece, suscitarono successo. Il 3 febbraio il Giordani scrisse al Leopardi:

«Oh nobilissima e fortissima anima! Così e non altrimenti vorrei la lirica […] avendo mostrato quella poesia a diversi, ed intelligenti, e non facili a lodare, ella è stata esaltata con tante e tante lodi, e voi ammirato con tanta venerazione che a Dante non si potrebbe di più. A fare un gran romore per tutta l’Italia bastano queste due miracolose canzoni. Le vostre canzoni girano per questa città come fuoco elettrico; tutte le vogliono, tutti ne sono invasati. Non ho mai (mai, mai) veduto né poesia, né prosa, né cosa alcuna d’ingegno tanto ammirata ed esaltata. –concludendo – Voi da cotesta solitudine che vi ha formato sì grande, uscirete e col nome e colla persona, grande e maestoso, come un sole».

Il Leopardi sentì infiammare il desiderio finalmente di uscire da Recanati, visitare le grandi città ed i grandi uomini, conoscere e farsi conoscere. Col Giordani in casa, s’erano orditi disegni per la partenza del Poeta e forse anche i genitori erano stati aggiornati a tal proposito, anche se ogni accenno era stato lasciato cadere.

Il Giordani, intanto, edotto sulle intenzione del Poeta, lo raccomandò al Pertinari, che gli avrebbe consigliato di entrare nell’Accademia ecclesiastica di Roma. Di fronte alla necessità di dover mantenere il Figlio nella Capitale, Monaldo si dichiarò «stradeliberato di non darmi un mezzo baiocco fuori di casa, vale a dire in nessun luogo, stanteché neppur qui mi da mai danaro, ma solamente mi fornisce del necessario come il resto della famiglia. Mi permette sibbene ch’io cerchi maniera d’uscir di qua senza una sua minima spesa; e dico mi permette, giacch’egli non muove un dito per aiutarmi; piuttosto si moverebbe tutto quanto per impedirmi, ora vedete che cosa posso far io, non conosciuto d nessuno, vissuto sempre in un luogo che senza il dizionario non sapresti dove sia messo, disprezzato come fanciullo. Il fatto sta che qualunque luogo mi dia tanto da vivere mediocrissimamente sarà conventientissimo per me, né io penso di poter uscire di questa caverna senza spogliarmi di molte comodità che non mi vaglino a niente senza l’aria e la luce aperta; io voglio dire la vista e il commercio di quel mondo e di quegli uomini fra’ quali io sono nato, e la conversazione di gente che dia mostra di vivere, e quel chè più d’avere intelletto, il quale se in pochi sarà splendido, certo in niuno può esser così rugginoso e negletto com’è fra noi».

Il 10 aprile 1819, il Giordani rispose:

«Mi dispera quel non poterti cavare di questo speco senza spesa; perché dove si può trovar subito un lucro che basti? […] Credo impossibile che usciate mai di Recanati, se non per l’Accademia ecclesiastica di Roma; la quale mi sembra la cosa la meno impossibile di persuadere a vostro padre. A questo porrei ogni cura; se pure è al mondo alcuno che possa con ragioni e con preghi ottenere qualche cosa da vostro padre».

Giacomo replicò:

«Poiché il trovar da vivere a primo tratto, uscendo di qua, non è cosa possibile, come voi mi fate certo, assicuratevi e abbiate per articolo di fede ch’io mai e poi mai non uscirò da Recanati altro che mendicando, prima della morte di mio padre, la quale io non desidero avanti la mia. questo abbiatelo per indubitato quanto l’amore ch’io vi porto, che né la vostra eloquenza, né di Pericle, di Demostene, di Cicerone, di qualunque massimo oratore, né della stessa persuasione non rimoverebbe mio padre dal suo proposito. E l’Accademia Ecclesiastica, ricercando maggiore peso che a me non bisognerebbe in altro luogo, è, se nel superlativo si da il comparativo, il partito più disperato; mentre quello stesso ch’io domando, che non è di vivere da signore, né comodamente, né senza disagio, ma soltanto fuori di qui, non è pure immaginabile di ottenerlo».

Il mese di maggio lo trascorse in forzato riposo, per concedere requie agli occhi e così, durante le lunghe ore vuote di studio, i fantasmi della fuga tornarono più attraenti.

«Da marzo in qua mi perseguita un’ostinatissima debolezza – scrisse al Giordani – de’ nervi oculari, che m’impedisce non solamente ogni lettura, ma anche ogni contenzione di mente. Nel resto, mi trovo bene del corpo e dell’animo, ardentissimo e disperato quanto mai fossi, in maniera che ne mangerei questa carta dov’io scrivo. Farò mai niente di grande? Né anche adesso che mi vo sbattendo per questa gabbia come un orso? In questo paese di frati, dico proprio questo particolarmente, e in questa maledetta casa, dove pagherebbero un tesoro, perché mi facessi frate ancor io, dove volere o non volere a tutti i patti mi fanno viver da frate, e in età di 21 anni e con questo cuore che io mi trovo, fatevi certo che in brevissimo io scoppierò, se di frate non mi converto in apostolo, e non fuggo di qua mendicando, come la cosa finirà certissimamente».

In preda ad un morbo velenosissimo, Giacomo, per mezzo di un amico di famiglia, si procurò un passaporto per Milano; prese dalla cassaforte i soldi occorrenti al viaggio, ma, al momento di partire, Monaldo scoprì il disegno. Egli non tentò di capire i desiderata dal Figlio, ostinato nella sua cecità da non comprendere i mali, che affliggevano Giacomo, al quale riteneva corretto assicurare solamente la tavola e l’alloggio. Monaldo accusò, sbagliando, il Giordani, il quale invece, venuto a conoscenza del fallito piano di fuga, disapprovò apertamente l’amico, che, il 19 novembre 1819, gl’inviò la seguente lettera:

«Sono così stordito dal niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prendere la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere, né piangere, né movermi, altro che per forza, dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepir nessun desiderio, né anche della morte; non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo, e sono così spaventato della vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch’è un niente anche la mia disperazione».

Nelle lunghe veglie malinconiche, traduceva i messaggi della natura, cara testimone, confidente delle sue angosciose meditazioni, che narrò all’interno dei suoi componimenti. In una lettera del marzo 1820, egli scrisse al Giordani:

«poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tiepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo».

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