Problemi di filosofia e di storia secondo Antonio Gramsci

Nell’impostazione dei problemi storico – critici, secondo il Gramsci la discussione scientifica deve cercare la verità ed a tal fine potrebbe rivelarsi necessario incorporare, «seppur come un momento subordinato», la posizione dell’avversario, individuato dal Filosofo anche nell’intero pensiero passato. Bisogna avviare il difficile cammino della liberazione dal fanatismo ideologico, «cioè porsi da un punto di vista «critico», l’unico fecondo nella ricerca scientifica». Il Gramsci invita, quindi, a liberarsi dalla visione ideologica, settaria e castrante nell’ambito della definizione filosofica e storica.

Cosa s’intenderebbe per filosofia all’interno di un’epoca storica? Perché le speculazioni sarebbero così importanti? Ogni uomo è filosofo, poiché, agendo, descrive con la sua condotta una concezione del mondo, così come evidenziò Benedetto Croce nel considerare la religione una norma di vita e quindi una concezione del mondo, «attuata nella vita pratica».

Quale sarebbe la differenza tra il filosofo e l’uomo, considerando che tutti gli uomini sono filosofi? La differenza consisterebbe solo nella produzione in quantità, «e in questo caso «quantità» ha un significato suo particolare, che non può essere confuso con somma aritmetica, poiché indica maggiore o minore «omogeneità», «coerenza», «logicità» ecc. cioè quantità di elementi qualitativi […] Il filosofo professionale o tecnico solo «pensa» con maggior rigore logico, con maggiore coerenza, con maggiore spirito di sistema degli altri uomini». Egli conosce tutta la ragione dello sviluppo del pensiero filosofico nell’ambito della storia, identificandosi – anche se professionista specialista – cogli altri uomini, essendo anch’essi filosofi ma non specialisti.

Ogni filosofo attraverso le ricerche speculative ha tentato di «perfezionare le concezioni del mondo esistenti in ogni determinata epoca per mutare quindi le conformi e relative norme di condotta, ossia per mutare l’attività pratica nel suo complesso».

Al Filosofo, interessa, particolarmente, concentrarsi sulle «concezioni del mondo delle grandi masse, su quelle dei più ristretti gruppi dirigenti (o intellettuali) e infine sui legami tra questi vari complessi culturali e la filosofia dei filosofi».

La filosofia di un’epoca racchiude le speculazioni dei filosofi, degl’intellettuali, culminante «in una determinata direzione, in cui il suo culminare diventa norma d’azione collettiva, cioè diventa «storia» concreta e completa». Allora filosofia e storia appaiono inscindibili, avendo l’una influenzata l’altra, seppur potremmo attuare delle divaricazioni, dividendo in filosofia dei filosofi, le concezioni dei gruppi dirigenti e le religioni delle grandi masse.

La filosofia – si chiede il Gramsci – è un’attività «puramente ricettiva o tutto al più ordinatrice, oppure una attività assolutamente creativa?». Proviamo allora a definire i contesti: l’attività ricettiva svolge da un mondo esterno assolutamente immutabile, esistente a se stesso; l’attività ordinatrice presuppone un’attività del pensiero, anche se limitata ed angusta; l’attività creativa presuppone che il mondo esterno sia creato dal pensiero spesso solipsistico. Al fine di fuggire da tale considerazione, è necessario, per il Gramsci, porre «la quistione «storicisticamente» e nello stesso tempo porre a base della filosofia la «volontà» (in ultima analisi l’attività pratica o politica), razionale», ubbidiente a necessità storiche, la quale potrebbe essere rappresentata anche da un singolo individuo, che potrà condurre una concezione del mondo «con un’etica conforme alla sua struttura».

«La filosofia classica tedesca introdusse il concetto di «creatività» – in relazione alla relatività – del pensiero» in senso idealistico e speculativo; da ciò si descrisse la filosofia della prassi, la quale storicizzò il pensiero, assunto quale «concezione del mondo» e quindi in «norma attiva di condotta». La creatività quindi avrebbe modificato «il modo di sentire» della realtà stessa, considerandola non più a se stante ma in «rapporto storico con gli uomini».

Molti sistemi filosofici – secondo il Gramsci – denuncerebbero la condizione di essere stati costruiti individuali e non potrebbero essere inseriti nel processo storico, poiché non avrebbero inciso efficacemente nella «pratica».  La speculazione filosofica dovrebbe agire – positivamente o negativamente – sulla società, qualificandosi allora come «fatto storico», per non essere ingabbiata all’interno di un’«elucubrazione» individuale.

Essendo la filosofia una concezione del mondo, si esprimerebbe attraverso la «lotta culturale», al fine di trasformare la «mentalità popolare», anche nella questione della lingua e del linguaggio, manifestazione del modo di pensare e di sentire di ogni uomo. La cultura assemblerebbe gli uomini, mettendoli più o meno a «contatto espressivo»; ognuno con la sua capacità di esprimersi e, sulle differenze cognitive si fonderebbe la ricerca dei pragmatisti. Nel «momento culturale», si configurerebbe l’«uomo collettivo […] per cui una molteplicità di voleri disgregati, con eterogeneità di fini, si saldano insieme per uno stesso fine, sulla base di una uguale e comune concezione del mondo». A tal fine, il Gramsci rivendica l’importanza della questione linguistica, «del raggiungimento collettivo di uno stesso «clima» culturale». Si dovrebbe iniziare – a parer del Filosofo – dalla scuola, laddove avverrebbe una lenta e sicura trasmigrazione di concetti ed esperienze dal pedagogo all’allievo, attraverso cui matura «una propria personalità storicamente e culturalmente superiore». Il medesimo rapporto esisterebbe anche nell’ambito della società, attraverso il rapporto egemonico, perciò «si può dire che la personalità storica di un filosofo individuale è data anche dal rapporto attivo tra lui e l’ambiente culturale che egli vuole modificare, ambiente che reagisce sul filosofo e costringendolo a una continua autocritica, funziona da «maestro».

Questa condizione si realizzerebbe – a giudizio del Gramsci – nello spazio delle cosiddette «libertà di pensiero e di espressione del pensiero (stampa e associazione)», in cui si configurerebbe il «filosofo democratico», il quale speculerebbe, al fine di modificare culturalmente l’ambiente.

La prima domanda, che un filosofo si pone, è cosa sia l’uomo; egli è sicuramente un essere in divenire, capace di dominare potenzialmente il proprio destino, al fine di crearsi una vita: «Diciamo dunque che l’uomo è un processo e precisamente è il processo dei suoi atti».  Risulterebbe ancora incompiuta la definizione di «uomo», al fine di creare una scienza «che parta da un concetto inizialmente «unitario», da un’astrazione in cui si possa contenere tutto l’«umano», il quale dovrebbe essere considerato un punto di partenza o di arrivo?

Dobbiamo altresì considerare la vita dell’uomo dal punto di vista religioso ed, in particolare, del cattolicesimo, il quale sarebbe mostrerebbe davvero «una concezione esatta dell’uomo e della vita? essendo cattolici, cioè facendo del cattolicismo una norma di vita, sbagliamo o siamo nel vero?». In verità, chi si dichiara cattolico, poi non segue una norma di vita indicata dalla religione, pur essendosi organizzato per secoli il sistema di vita a questo scopo. Ciò che non soddisfa è porre l’attenzione del male nell’uomo, concepito come «individuo ben definito e limitato». E’ possibile che le filosofie si siano adeguate a quest’assunto, ma – secondo il Gramsci – si dovrebbe recisamente intervenire su quest’aspetto, concependo l’uomo «come una serie di rapporti attivi (un processo) in cui se l’individualità ha la massima importanza, non è però il solo elemento da considerare».  L’umanità, infatti, si rifletterebbe nell’individuo, negli altri uomini e nella natura. L’uomo entrerebbe in rapporto organicamente coi suoi simili, mentre colla natura attraverso il lavoro e la tecnica. Da questa contaminazione, si modificherebbe, grazie alla coscientizzazione degli stimoli ricevuti, in riferimento alle sue forze e capacità.

Molteplici le possibilità che l’uomo avrebbe d’entrare in rapporto colla natura: attraverso le nozioni scientifiche applicate industrialmente ed attraverso «gli strumenti «mentali, la conoscenza filosofica». L’uomo vive nella società umana, da cui scaturirebbe la società delle cose; mancherebbe – a detta del Filosofo – «una dottrina in cui tutti questi rapporti sono attivi e in movimento, fissando ben chiaro che sede di questa attività è la coscienza dell’uomo singolo».

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