La situazione nel Paese dopo l’omicidio dell’onorevole Giacomo Matteotti nel racconto della stampa dell’epoca

Martedì 17 giugno 1924, gli organi stampa comunicarono gli sviluppi ed i provvedimenti seguiti alla tragica sparizione di Giacomo Matteotti.

La Stampa segnalò:

«Sembra che nella sera dello scorso sabato 14 giugno, tra gli operai si sia cominciato a distribuire nei rioni popolari alcuni manifestini, nei quali la rappresentanza della Camera del Lavoro comunista invitava gli operai a non riprendere il lavoro in seguito di protesta. Si parlava di un tentativo di sciopero generale, per il quale il Questore prese larghe misure. In ogni rione i funzionari di P. S. hanno provveduto a far circolare pattuglioni di carabinieri, allo scopo di esercitare una continua sorveglianza dei cantieri e degli stabilimenti. Si è notato un confabulamento tra gruppi di operai e fra gli addetti ai lavori delle nuove costruzioni.

Epicarmo Corbino (1890 – 1984)

Oggi, poi, alla stazione Termini si è notato un insolito movimento di ferrovieri, che ha messo in allarme l’ufficio di vigilanza della stazione e si è subito organizzato un servizio di vigilanza intorno alle officine ed ai depositi delle locomotive e su tutto il piazzale. Il treno di Pisa, da cui è disceso l’onorevole Corbino, è rimasto sul binario oltre mezz’ora, anziché essere scomposto subito, e le operazioni sono state fatte con grande lentezza.

Una parte dei muratori non è rientrata stamane nei cantieri; e squadre di carabinieri a cavallo hanno percorso le strade, sciogliendo gli assembramenti.

Stamane era corsa voce di una agitazione nei lavoratori del libro. Interpellata la sezione di Roma della Federazione stessa, ha dichiarato che essa non farà che uniformarsi agli ordini della Commissione centrale, che siede a Bologna. Si assicura che tali ordini siano di calma e di ordine.

Alle 0,30 di stamane un tram 38, proveniente dal deposito di Santa Croce in Gerusalemme, quando è giunto all’angolo di via Statilia è stato fatto segno a due rivoltellate esplose da due individui. La vettura tramviaria, condotta da un ispettore, ha proseguito la sua corsa. Sono state sequestrate le copie dell’Avanti! spedito a Roma. Sono stati eseguiti fra ieri e stamane vari arresti.

Da ieri il Ministero degli Interni ha fatto riunire molta truppa al Colosseo, e nelle vicinanze dell’Orto Botanico, luogo di prammatica per i comizi.

Di fronte a questo naturale fenomeno di fermento operaio, che ha un carattere di spontaneità, provocato essenzialmente dallo stato di eccitazione dell’opinione pubblica — irritata dalle tergiversazioni delle Autorità di P. S. e dall’assoluta infruttuosità delle indagini, mentre d’altra parte non si comprende come la Polizia abbia potuto lasciarsi sfuggire l’avvocato Filippelli — gli stessi partiti di opposizione si fanno premura di raccomandare la calma e la disciplina».

Immediati furono gl’inviti alla calma, indirizzati alla classe lavoratrice dal partito dell’ucciso.

«Il Comitato Direttivo della Sezione di Roma del Partito Socialista Unitario, mentre constata lo spontaneo prorompente senso di sdegno che anima tutta la classe lavoratrice, senza distinzione di parte, di fronte  alle manifestazioni che qua e là sporadicamente sono sorte, invita la massa operaia a volersi astenere da dette manifestazioni, che potrebbero prestare il fianco a speculazioni della parte avversa, attendendo con fiducia che gli organi direttivi responsabili provvedano a preparare una manifestazione unanime e degna del Martire».

Benito Mussolini (1883 – 1945)
Luigi Federzoni (1878 – 1967)

Lunedì 16 giugno, alle ore 19, si tenne il Consiglio dei Ministri, presieduto dall’onorevole Benito Mussolini, che riferì ampiamente sulla situazione politica, assicurando come la magistratura avesse catturato i responsabili della scomparsa dell’onorevole Matteotti. In seguito delle dimissioni da capo della Polizia del generale De Bono, il Presidente comunicò l’avvenuta nomina di Francesco Crispo Moncada, già prefetto di Trieste. Luigi Federzoni fu nominato Ministro dell’Interno.

Nonostante la chiusura temporanea dell’attività parlamentare, molti deputati dell’opposizione rimasero a Roma. Fu convocata una riunione, al termine della quale fu emesso il seguente comunicato:

«I rappresentanti dell’opposizione, mentre sentono di interpretare la massa dell’opinione pubblica che reclama luce e giustizia pienissime sull’orrendo misfatto; constatato che gli organi responsabili dei partiti di opposizione hanno opportunamente già fatto presente come l’opera politica e giudiziaria che da ogni parte si esige, sarebbe certamente intralciata da azioni che apparissero comunque fornire pretesto ad una pretesa compressione; nel fermo proposito di compiere per intero il proprio dovere sul terreno parlamentare deliberano di convocare tutti i deputati di opposizione per decidere sugli atteggiamenti che potessero essere imposti dallo sviluppo della situazione politica, riservandosi di fissare la data della convocazione.

Ludovico D’Aragona (1876 – 1961)

Si è radunato il Consiglio esecutivo della Confederazione generale con la presenza dei membri che si trovavano a Milano L’on. D’Aragona, che si trovava all’estero, appena venuto a conoscenza dell’efferato delitto ha subito fatto ritorno in Italia.

E’ stato votato un ordine del giorno che così conclude:

«Il Comitato esecutivo ha esaminato la situazione dal punto di vista politico, mentre ha preso in considerazione i voti espressi dalle varie organizzazioni confederate. Data la estrema delicatezza della situazione, ha deliberato di rivolgere l’invito ai dirigenti ed alla massa proletaria di mantenersi disciplinata nella più assoluta calma, respingendo inviti e sollecitazioni, che potessero partire da irresponsabili o da agenti provocatori».

I commenti della stampa. Vivaci – come sempre – i commenti da parte dei fogli.

Il popolo di Lombardia, organo ufficiale della locale Federazione fascista alzò i toni della polemica.

«E’ l’ora della legge marziale!

Dobbiamo difenderci da ogni calunnia e da ogni sospetto e dobbiamo difendere i nostri morti e la nostra rivoluzione. Le leggi che non furono impugnate nel 28 ottobre contro gli avversari, siano impugnate oggi contro i nostri. Mostreremo all’Italia e al mondo che siamo forti, perché siano onesti.

Noi siamo tutti concordi e disciplinati intorno al Presidente del Consiglio, pronti per la vita e la morte, ma sia fatta luce e giustizia, presto, e fino in fondo. E’ la sola condizione che poniamo all’Esecutivo per questa nuova offerta di dedizione e di sacrificio; è il solo diritto che abbiamo in questa, che è l’ora dell’onestà. Se no, ce ne andremo a costituire delle isole di purezza, fossero pure isole di patrioti senza partito, perché non vogliamo che l’ombra di sospetti gravi sopra di noi ad oscurare la nostra coscienza.

L’onesta è al disopra del fascismo».

Il Popolo d’Italia, organo fascista, diffuse, intorno alle ore 19, un supplemento dal titolo: “Alto là, signori!”

«E’ tempo di parlar chiaro. Di parlar chiaro a tutti, agli amici, agli avversari ai cittadini e ai fascisti.

Le cose stanno in questi termini.

Accade un delitto a Roma: vittima un deputato socialista. Il delitto fu già qualificato, giova ripetere che esso è stato barbaro, inutile, anti-fascista, e si può dire, dal punto di vista politico, anti – mussoliniano. Il Governo centrale, gli organi di polizia, da esso dipendenti, fanno il loro dovere: arrestano i principali esecutori materiali del delitto, spiccano mandato di arresto contro i presunti istigatori e complici, passano gli arrestati all’autorità giudiziaria. La magistratura, indipendente, sovrana, farà il suo dovere, come sempre, cioè farà giustizia. Il Governo ha compiuto dunque il suo dovere fino in fondo. Nessuno può seriamente contestarlo. La maggioranza della Camera anche. La protesta e il compianto furono solenni e indimenticabili.

Quanto al partito fascista, esso deplorò il misfatto e con la franchezza e una lealtà ignote a coloro che giustificarono l’assassinio di Simula e Sonzini, per cui non ebbero parole di rimpianto.

Ma adesso che cosa si vuole?

Siamo evidentemente innanzi ad una ripresa in grande stile di antifascismo all’interno ed all’estero.

Quei partiti socialisti, dalle cui file è uscito pur ieri il rivoltellatore del Cancelliere austriaco, sono in prima linea. Accanto a loro tutte le opposizioni ritrovate e collegate. La formula «in fondo» ha ormai un chiaro significato. Essa significa in fondo contro il Governo, contro il regime, contro Mussolini.

Il grosso dell’opposizione antifascista non ha ancora il coraggio di dichiararlo apertamente. Non si è ancora smascherata, ma le pattuglie di avanguardia del repubblicanismo e del combattentismo antifascista, hanno meno scrupoli e sono meno prudenti. Nei loro fogli il bersaglio è individuato: chi dice il Governo, dice Mussolini.

Fascisti di tutta Italia! Rendetevi conto della situazione. Attendete gli ordini che verranno a seconda degli avvenimenti, e preparatevi a eseguirli come al tempo delle grandi battaglie».

Il Corriere d’Italia espresse «gravi dubbi sul modo con cui la polizia ha compiuto le indagini. E’ evidente che la drammatica situazione in cui ci troviamo comprende anche elementi squisitamente politici e nella valutazione di questi elementi è necessario ispirarsi alla realtà del fatti e all’interesse del Paese. Nessun dubbio che l’orrendo delitto sia venuto a troncare bruscamente il tentativo di trasformazione del quadro politico in senso costituzionale, che l’onorevole Mussolini aveva iniziato dopo le elezioni del 6 aprile. Nessun dubbio, anche, che esso imponga oggi col fatale impeto di un torrente improvvisamente ingrossato, il rapido o quasi istantaneo compimento di quell’opera di radicale revisione del fascismo, che tante volte fu invocata e che non ostante il chiaro linguaggio dei fatti di violenza che ancora si andavano compiendo, dalle aggressioni ad uomini politici alle devastazioni di Brianza, proseguiva con esasperante lentezza forse appunto perché vi erano gli interessati a ritardarla; e l’opinione pubblica queste cose chiede con moltiplicata insistenza all’onorevole Mussolini dal quale attende la prova di quella energia che egli senza dubbio possiede».

Il quotidiano super fascista L’Impero cercò persino di diminuire la portata dell’assassinio dell’onorevole Matteotti:

«Che cosa ha di particolare, di nuovo, di decisivo questo cadavere che l’opposizione vuole gettarci tra i piedi per fermare il nostro cammino? Forse si è già dimenticato quello di Nicola Bonservizi recentissimo? Si sono dimenticati i fascisti uccisi or ora nel periodo elettorale in orribili agguati? Ma per uno dei vostri ucciso, sia pure orrendamente — e noi per primi lo deploriamo — noi possiamo contrapporre le migliaia di fascisti assassinati negli anni della lotta civile. E non possiamo obliare tutto quello che fu e che fece questo vostro morto di oggi per colpire la nostra idea, la nostra passione, le nostre persone, sino agli ultimi minuti della sua vita».

All’Impero si contrappose la Voce Repubblicana:

«Il tumulto di passione e di esecrazione provocato nel nostro cuore e nel cuore di tutti gli italiani dalla feroce soppressione dell’onorevole Matteotti, non deve trovare limiti e scopi in se stesso. Esso deve invece spronarci a cercare, nel fervore proprio di tutte le grandi devozioni dello spirito, le cause che hanno reso possibile questo crimine, cause che da un po’ di tempo a questa parte sembra abbiano sconvolto nei suoi limiti basilari e primitivi la vita politica e morale della società italiana. Non si tratta — è bene che i nostri lettori pongano subito mente a questo particolare, tutt’altro che trascurabile — non si tratta del solo caso, per quanto funesto e terribile, dell’onorevole Matteotti.

Le cronache della restaurazione offrono da due anni, a questa parte altro abbondante materiale di questo genere. Sbaglierebbe molto chi volesse vedere in questo delitto, di cui è rimasto vittima il deputato unitario, un caso sporadico, un isolato prorompere di istinti delittuosi. No: tutto lascia comprendere che lo spirito e l’ambiente della nuova Italia si presentano favorevoli allo sbocciare di questi mostruosi fiori della bestialità e dell’incoscienza umana: tutto il linguaggio della stampa nazionale; l’attitudine dello scherno sguaiato, della minaccia; il disconoscimento degli avversari, definiti anti-nazionali e traditori della patria; la mancanza di un minimo elemento comune di umanità; l’identificazione dello Stato col partito; l’esaltazione della violenza; l’affermazione del diritto dei pochi e dei più forti».

Paolo Cappa (1888 – 1956)

Il deputato Popolare, Paolo Cappa pubblicò poi su Il Popolo un articolo di considerevole significato. Egli osservò che l’assassinio dell’onorevole Matteotti fosse stato un colpo formidabile al fascismo.

«Siamo convinti che il fascismo, il quale ha, con un’incredibile cecità settaria, ripetuto gli errori dell’estremismo socialista, non cadrà per forza della reazione armata, ma per l’irresistibile rivolta della coscienza popolare, stanca di violenze sorde e di torbida retorica. Pensiamo che il capo supremo dello Stato dovrà ben valutare, e certo valuta! le condizioni psicologiche della nazione, che la sua dinastia ha reso indipendente dallo straniero chiamando le genti italiane a raccolta ed impegnando con giuramento l’onore e la fortuna della sua Casa sul patto delle libertà civili, che è la costituzione, di cui il Sovrano è garante o che garantisce tutti i cittadini.

I valori morali della nazione, che lo sforzo della guerra, da tutto il popolo combattuta, ha destato ed accresciuti, ed il senso di profonda umanità e dell’interesse collettivo, che è della nostra stirpe, ricondurranno l’Italia alla normalità, per le vie dalla Provvidenza tracciate e non vi sono manganelli, baionette o sicari che vorranno arrestare il corso del destino di un popolo civile».

Scrisse II Mondo

«Se vi è cosa sulla quale tutti si possono facilmente trovare d’accordo è questa: che la scomparsa dell’onorevole Matteotti costituisce e rivela il fallimento più tragico della Pubblica Sicurezza in Italia. Fallimento, perché il tristissimo episodio non sarebbe stato possibile se la P. S. avesse fatto il proprio dovere in altre occasioni e non avesse chiuso gli occhi sull’attività criminose della «mano nera», che operava indisturbata e impunita ai danni degli avversari politici del fascismo; o fallimento, altresì, perché l’azione che essa ha svolto nei primi giorni sotto la personale direzione dell’onorevole De Bono, nel troppo lungo periodo in cui essa ha trattenuto presso di sé la pratica, invece di affrettarsi a trasmetterla all’autorità giudiziaria, è stata quanto mal tardiva inefficace e tale da giustificare l’allarme nel Paese, che vuole ad ogni costo raggiunti e colpiti gli assassini ed i loro mandanti.

I viaggi attuali di Filippelli, che rimase indisturbato a Roma per parecchi giorni, e gli «scambietti» del commendator Cesare Rossi, costituiscono la prova provata della incapacità o della mala volontà della P. S. diretta e personificata dal generale De Bono».

La Presidenza del Consiglio emise una nota diretta alla stampa nazionale.

«Taluni giornali si abbandonano da parecchi giorni a stampare una ridda di notizie e voci che turbano l’opinione pubblica, e possono intralciare l’istruttoria della giustizia, che segue inflessibilmente il suo corso.

Il Governo richiama la stampa al dovere del necessario controllo su tutte le notizie infondate e di genere allarmistico, onde evitare l’applicazione dei provvedimenti necessari a salvaguardare lo spirito pubblico da manovre non sempre disinteressate».

Su tal comunicato la Stampa commentò:

«Il monito che la presidenza del Consiglio rivolge alla stampa colla minaccia di applicare provvedimenti di rigore è stato criticato dagli ambienti parlamentari e giornalistici, dove si osserva che ad evitare i pretesi inconvenienti lamentati il Governo potrebbe illuminare l’opinione pubblica sul triste episodio di malavita politica che ha portato alla soppressione dell’onorevole Matteotti attraverso frequenti comunicati contenenti le versioni ufficiali dello svolgersi degli avvenimenti.

Il Governo non può d’altra parte accusare la stampa di agire per scopi non confessabili o per favorire manovre non disinteressate».

La cronaca. L’avvocato Filippelli fu arrestato nella tarda serata di lunedì 16 a Genova, Piuttosto rocambolesca fu la dinamica della cattura. Il ricercato infatti, si recò a Genova in automobile, quando si accorse di essere stato riconosciuto da alcuni agenti della polizia, riuscì «ad eclissarsi salendo sopra un motoscafo, che a velocità fortissima prese il mare verso la riviera di Ponente. Altri motoscafi montati da marinai e una torpediniera riuscirono a catturare la sua imbarcazione. Egli venne trasportato nel nostro porto ed inviato subito alle carceri di Marassi».

A Roma fu fermato Filippo Naldi, complice nella fuga del Filippelli.

A Como cadeva nelle trame della Polizia Albino Volpi, «uno dei principali imputati nel ratto dell’onorevole Matteotti».

Le ricerche. Malgrado le indagini da parte della polizia, il corpo dell’onorevole Matteotti non fu rinvenuto. Il rapito sarebbe stato portato «nella Macchia Grossa di Vico. Però circa gli scandagli del lago di Vico ancora l’inviato del “Giornale d’Italia” telegrafa:

«Al cadavere gettato nel lago non credo. I fondali tutto intorno al lago di Vico sono così bassi che colui che voglia fare scomparire il cadavere, anche avendo dei pesi, dovrebbe inoltrarsi a circa cento metri dalla sponda recandolo a rimorchio. Comunque quel punto è lontano circa un chilometro dal punto in cui si fermò l’automobile.

Non sembra probabile che gli assassini si siano arrischiati a quel trasporto alla luce del giorno. Per coloro che lo ammettono va detto che sinora nessun scandaglio nel lago è stato nemmeno tentato.

Ieri i pescatori avevano avuto l’ordine di approntare le quattro barche esistenti nel lago per compiere un’ispezione, ma poi non fu più fatto nulla di nulla. E’ un altro perché a cui non sono in grado di rispondere. E devo aggiungere che si esclude che il corpo sia stato gettato nel lago con una barca, a quello che dice la polizia, in quanto che martedì sera per l’occasione della festa, tutti i pescatori erano in paese e nessuna barca tu veduta navigare».

Fu promosso un spontaneo quanto pietoso pellegrinaggio sul luogo, in cui fu rapito l’onorevole Matteotti da parte di molti cittadini. La Questura inviò dei militi, perché rimuovessero la gran quantità di garofani, ch’erano stati deposti in segno di partecipata commozione.

A tarda mattinata, si recarono in Lungotevere Arnaldo da Brescia gli onorevoli Turati, Treves e Baldesi in silenzioso pellegrinaggio, depositando dei mazzi di fiori al suolo. Gli agenti di Pubblica Sicurezza intervennero prontamente, provocando la stizzita reazione dell’onorevole Treves. Continuando l’omaggio da parte della gente anche nel pomeriggio, la Questura sospese l’ordine di rimozione.

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