Delitto Matteotti: l’intervento in Senato di Benito Mussolini. La durissima requisitoria in aula di Luigi Albertini, nei commenti della stampa dell’epoca

Mercoledì 25 giugno 1924, il quotidiano La Stampa offrì un’ampia pagina dedicata agli sviluppi dell’omicidio di Giacomo Matteotti.

Il discorso del Presidente del Consiglio al Senato. L’aula si presentò al completo. I deputati si riunirono nelle tribune. Presenziarono gli ambasciatori delle principali potenze europee.

Tommaso Tittoni (1855 – 1931)

Il Presidente del Senato, Tommaso Tittoni, aprì la seduta alle ore 16.

Egli, con poche ma risolute parole, ricordò l’efferato delitto compiuto ai danni dell’onorevole Giacomo Matteotti, che tanto aveva «commosso e turbato l’intera Nazione». Il popolo italiano, «a voce unanime di protesta e sdegno», chiedeva piena luce sull’accaduto. Il Senato garantiva che «udite le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che il Paese attende con ansia, esaminerà la situazione politica con fecondo e libero contrasto d’idee e con quella altezza di pensiero che ad esso è consueta». Il Presidente del Senato quindi raccoglieva «il sentimento comune a tutti i senatori: indignazione per gli assassini e per i loro complici e favoreggiatori; disgusto per lo sfacciato affarismo che è la fosca cornice del delitto; fermo volere che su quanti in essere sono implicati, cadano vindici le sanzioni della legge. Infine, sincero compianto per gli orfani, per la vedova, per la madre dell’ucciso».

Benito Mussolini (1883 – 1945)

Quindi nel più profondo silenzio, prese la parola Benito Mussolini:

«Onorevoli Senatori!

Credo superfluo richiamare la vostra attenzione sulle dichiarazioni che sto per fare e che acquistano dal momento delicato che attraversiamo un rilievo e un’importanza degni della più profonda meditazione.

Quella che abbiamo vissuta e che stiamo ancora vivendo, è una grave crisi morale e politica. Crisi benefica se un grande senso di responsabilità assisterà voi, come non ne dubito, e tutti gl’Italiani.

Non ho bisogno di ripetervi tutta la mia deplorazione e tutto il mio orrore per il delitto commesso contro l’onorevole Matteotti. Ritengo che nessuno potrà dubitare della sincerità dei miei sentimenti al riguardo. Potrei aggiungere la frase di Talleyrand a proposito del ratto e dell’uccisione del duca di Enghien; “Non è soltanto un delitto ma è un errore”.

Ci sono tre elementi nella situazione, che ritengo opportuno di distintamente esaminare. L’elemento morale della deplorazione e del cordoglio, che la Nazione ha unanimemente sentito e manifestato; si può dire che fra i primi ad imprecare contro il delitto e i responsabili di esso, sono stati i Fascisti.

Sull’elemento che chiamerò d’ordine giuridico, poco vi è da dire per ovvie ragioni. Tuttavia ricorderò che, nelle prime ventiquattr’ore dopo la denunzia della scomparsa, furono arrestati i principali indiziati e che nei giorni successivi altri ne furono arrestati in diverse località d’Italia e che non si è guardato e non si guarderà alle posizioni alte o basse dei colpevoli. La Giustizia seguirà il suo corso inflessibilmente (applausi).

La Magistratura, sulla cui probità e capacità il popolo è certo di poter contare, darà sicuramente tutto il suo dovere. Dubitare è cosa indegna, e sono sicuro che il Senato italiano si assocerà alla fiera protesta della Magistratura contro certe insinuazioni straniere (applausi).

Nell’attesa, però, mi sia permesso di dire che non è opportuno, e non è bello e non è morale, intraprendere su pubblici fogli, o spesso per ragioni semplicemente materiali, un’istruttoria accanto all’istruttoria, un processo accanto al processo, perché mentre la Magistratura farà giustizia, troppa gente, per ragioni di partito, per rancori personali e rivalità d’interessi economici, si sforza di eseguire una specie di linciaggio, che sarebbe sommamente deplorevole al pari di ogni tentativo di salvataggio (applausi).

L’Autorità giudiziaria, che farà luce completa, non deve essere turbata nel suo altissimo compito di propalazioni di notizie fantastiche, che giovano ai nemici interni ed esterni della Nazione.

Sulla natura del delitto, io non ho da esprimere giudizi. L’istruttoria e il pubblico dibattimento ci daranno la ricostruzione e le basi del misfatto, nonché le sue causali remote e vicine.

In questa Assemblea, onorevoli Senatori, la situazione va considerata da un punto di vista strettamente politico. Anzitutto occorre che la ragione riprenda i suoi diritti sul sentimento in modo da esaminare la situazione senza cadere in eccessi opposti ed egualmente arbitrari. Bisogna in primo luogo rendersi conto che l’onore della Nazione italiana non è affatto un gioco. Se un delitto o più delitti atroci bastassero a gettare un’ombra sulla moralità o sul grado di civiltà di un popolo, che cosa bisognerebbe pensare di un grande Paese ove, com’è stato recentemente documentato, si sono verificati nel dopo guerra quattrocento delitti politici, alcuni dei quali particolarmente tragici e clamorosi?

In questi giorni, le correnti che si chiamano di Sinistra di tutta Europa si sono scagliate contro il Fascismo ed il Governo italiano, rendendo responsabili l’uno e l’altro di un inconsulto e nefando gesto di terrore. I Socialisti italiani e stranieri, che prendono a motivo l’episodio atroce, comiziano tempestosamente contro il sedicente terrore del fascismo italiano, dimenticano il terrore effettivo che essi hanno esercitato in diverse regioni d’Europa. Qualcuno potrà dirmi che tutto ciò appartiene al passato, ma disgraziatamente i propositi per l’avvenire non sembrano migliori. Molti di coloro che hanno fatto del cadavere di Matteotti la loro tribuna, sarebbero pronti ad esercitare il terrore nelle forme più spietate.

Giacinto Menotti Serrati (1872 – 1926)

Risulta da un articolo pubblicato dall’ex direttore dell’ “Avanti!”, Giacinto Menotti Serati, sul giornale “La Pravda” di Mosca, nella recentissima data del 18 aprile:

Le masse aspirano alla vendetta. Quando esse alzeranno il capo saranno terribili. Una volta il proletariato aveva perdonato alla borghesia. Fu troppo buono verso di essa, in un momento in cui poteva regolare i propri conti per tutte le torture patite durante la guerra, mentre la borghesia si arricchì a sue spese. Ma oggi esso non perdonerà più”.

Può dirsi delitto di folla il massacro e le orribili mutilazioni inferte ai marinai uccisi ad Empoli, ma l’eccidio del Diano fu freddamente premeditato e consumato, così come l’esecuzione di Scimula e Sonzini. Con questa differenza che, mentre l’assassinio di Matteotti è stato unanimemente deplorato, l’ “Avanti!”, organo ufficiale del Partito Socialista Italiano stampava che l’uccisione di Scimula e Sonzini avvenuta in una nebbiosa notte del settembre 1920 a Torino, doveva essere considerata come un semplice infortunio connesso alla loro professione di fede nazional – fascista. Ancora recentemente, in fogli sovversivi si faceva l’apologia dei quattro “magnifici bombardieri” del Diana e dell’eroe che ha accoppato il “rettile Nicola Bonservizi”. Se non fossi sospinto dal desiderio di arrivare sollecitamente ad altre considerazioni, potrei ampiamente documentare che tutti i paesi hanno avuto i loro delitti politici più o meno atroci. E del resto, stimo anche più discreto non scendere alla esemplificazione vicina e lontana

Mi si permetta, a questo punto, di rilevare con soddisfazione la correttezza di quei Parlamenti e Governi esteri, e in particolar modo del Consiglio Nazionale Svizzero, che si sono rifiutati, come le buone regole internazionali impongono, di mescolarsi in questi che sono affari interni della Nazione italiana (applausi).

Tutte le Nazioni e prima e dopo la guerra hanno traversato crisi morali, politiche, economiche, finanziarie, che sembravano mettere tutto in gioco, perché torcevano tutte le fibre della Nazione. Non è dunque questione di regime, come si afferma avventatamente in Italia e altrove.

E in ogni caso, bisogna rendersi conto che l’attuale regime esce da una rivoluzione fatta da un partito, che aveva appena tre anni di vita e le cui formazioni improvvisate e tumultuarie non avevano permesso di esercitare i delicati controlli necessari. E’ questa che io ho chiamato alla Camera elettiva la tragedia dell’ardimento. Le insurrezioni, come tutti i grandi movimenti sociali, mettono insieme i buoni e i cattivi, gli asceti e i furfanti, i violenti per fanatismo e i violenti per lucro, gl’idealisti e i profittatori.

La selezione degl’individui, secondo le loro capacità e la loro probità, assai difficili a farsi in tempi normali, sono tanto più difficili in tempi eccezionali. Talora accade che siano provocate ed accelerate dai campanelli d’allarme di una tragedia improvvisa.

Critiche ed accuse di vario genere sono state mosse al Ministro dell’Interno. Si è voluto dare l’impressione che nel Palazzo del Viminale tutto fosse nefando e corrotto. Si è parlato della necessitò di una disinfestazione in grande stile. Anche qui le parole e i disegni sono andati al di là della realtà concreta. Al Viminale c’erano e ci sono centinaia di grandi e piccoli funzionari rispettati, onesti ligi assolutamente al loro dovere. I capi di questa grande Amministrazione sono al di fuori di ogni sospetto. Ed io sono convinto che con i provvedimenti già presi e da prendere, il Ministero dell’Interno sarà ricondotto alla piena normalità dei suoi organi e delle sue funzioni.

Mi si è obbligato di essermi disinteressato degli affari della politica interna. Ciò non corrisponde al vero, perché il problema fondamentale di tale politica è stata la mia costante, assidua, vorrei dire, angosciosa preoccupazione e fatica quotidiana.

All’indomani della Marcia su Roma, mi sono trovato di fronte ad una molte imponente di problemi di politica interna che, per ragioni obiettive ed insite nella situazione, nessun altro avrebbe potuto affrontare. Si trattava di riassorbire la legalità nella Costituzione. Si trattava di rimettere grado a grado, ma incessantemente nell’alveo della legalità la vasta fiumana che aveva rovesciato gli argini. Voi sapete, onorevoli Senatori, che è assai facile, come dice il poeta, evocare gli spiriti. Ma poi non è altrettanto facile dominarli.

Vi sono rivoluzioni, come la inglese, che ha scosso per mezzo secolo quel popolo. Si può dire che la crisi francese scatenata nel 1789 è durata senza interruzioni fino al 1870.

Che meraviglia se la crisi scoppiata nell’ottobre del 1922, o piuttosto la crisi generale del dopo guerra, che in Italia è stata specialmente tormentosa per un vario e complesso ordine di ragioni, non si è ancora risolta in un equilibrio definitivo?

Non vi dispiaccia se ancora una volta sottopongo al vostro illuminato giudizio gli elementi che devono documentare lo sforzo talvolta schiacciante da me compiuto in venti mesi come capo del Governo e Ministro dell’Interno, per ricondurre alla normalità il Paese.

All’indomani della Marcia su Roma, l’immediato problema che dovetti affrontare fu quello di far entrare alle loro sedi sessantamila giovani, che erano entrati in Roma armati. Ciò che io riuscii ad ottenere colla massima disciplina, senza incidenti di sorta in quarantott’ore. Volli, per fissare dei limiti al movimento, che i Fascisti si limitassero a sfilare davanti alla maestà del Re. Quasi immediatamente dopo, con una lettera che varrebbe la pena di rileggere, proibii severamente agli ufficiali di Roma di manifestare la loro simpatia, perché allora come oggi penso che l’esercito non deve fare della politica né palese né segreta né diretta né indiretta. In ciò sta la base granitica la gloria e il privilegio italiano (vivi applausi).

Chiamai al Governo uomini di tutti i partiti. Riapersi il Parlamento e ne ebbi, dopo regolare discussione, i pieni poteri. Affrontai e risolsi di lì a poche settimane il problema gravissimo degli squadrismi. Ho esercitato i pieni poteri per un anno. Potevo chiedere la proroga. Avrebbero votato a favore anche i Popolari. Vi rinunciai. Non avevo proposto leggi eccezionali e mi tardavo di fare un altro passo innanzi sulla strada della legalità. Nel frattempo, avevo abolito tutti quelli che potevano apparire ed erano, qua e là, dei doppioni di Prefetti, come gli alti commissari ed i fiduciari provinciali del partito. Ordinai il catenaccio per le iscrizioni al partito, mentre si procedeva allo scioglimento quasi quotidiano di fasci singoli e d’intere federazioni, sempre allo scopo di adeguare il partito alle necessità costituzionali del Governo. Nel campo sociale, la mia politica interna di sforzò di ottenere di conciliare le forze necessarie della produzione ristabilendo la disciplina e la continuità del lavoro.

Sciolta regolarmente la Camera furono nei termini prescritti dalla legge convocati i comizi elettorali. La Lista Nazionale ha raccolto bel quattro milioni e ottocentomila voti. Si può seriamente sofisticare su queste cifre? Negare la realtà non è un gioco assurdo? Esse indicano il consenso in proporzioni imponenti.

Ottenuto il suffragio del popolo, le necessità della politica interna si delinearono ancora più chiaramente nel mio spirito, precisato in questi capisaldi fondamentali:

fare funzionare regolarmente e nobilmente l’istituto parlamentare come organo del potere legislativo, restituendogli le sue capacità e il suo prestigio;

regolare dal punto di vista della costituzione, la situazione della Milizia volontaria;

reprimere i superstiti illegalismi ai margini del partito;

chiamare all’opera di ricostruzione tutte le forze vive della Nazione, cioè tutti gli elementi di qualsiasi origine che non ignorano la Patria.

Tutte le mie manifestazioni politiche, dal 6 aprile in poi, tendono direttamente a questa nota: ad accelerare, cioè, a perfezionare l’entrata definitiva del Fasciamo nell’orbita della Costituzione, a fare del Fascismo un centro di raccolta e di conciliazione nazionale. Dissi, nel mio discorso del 10 aprile ai Romani:

“Vogliamo dare cinque anni di pace e di fecondo lavoro al popolo italiano. Se altri può dire: perisca la Patria purché si salvi la fazione, io grido invece: periscano tutte le fazioni, compresa la nostra, ma sia grande, ma sia rispettata la Patria italiana!”

E concludevo:

“Più grande è la vittoria, e più alti i doveri. Doveri di lavoro, di disciplina, di concordia nazionale”.

Gli stessi principi io riaffermavo nel mio discorso alla Maggioranza; e finalmente, nel mio discorso dell’8 giugno alla Camera, ho cercato, dopo una settimana di discussioni tempestose, di superare le posizioni, necessariamente un po’ statiche dei partiti, di rivolgermi direttamente alla Nazione per disperdere le ceneri dei nostri e dei rancori altrui, onde nutrire il corpo augusto della Patria. Non v’è dubbio che il mio discorso aveva forse stabilito i termini di quella possibilità di convivenza, necessaria al regolare funzionamento del Parlamento; mentre nel Paese si era diffusa la sensazione che un nuovo periodo di pace e di tranquillità assoluta stava per iniziarsi. Dei risultati di questa mia politica, come Capo del Governo rivendico intera la responsabilità. Solo a me era concesso, non senza dura fatica, di esercitarla nella mia qualità di capo del partito.

Luigi Federzoni (1878 – 1967)

Tali risultati sono stati, io penso, non annullati, ma soltanto interrotti dall’episodio tragico che è costato la vita all’onorevole Matteotti. Il mio successore all’Interno sta a garantire che su quella linea si continuerà a marciare. Apro una breve parentesi per attestare la mia piena fiducia personale e politica nell’onorevole Federzoni. E poiché la verità va detta, si sappia che sono io che l’ho proposto a quell’Ufficio. Non altri.

Mentre vi parlo, la situazione politica è straordinariamente delicata e può essere prospettata nei termini seguenti. Da una parte le posizioni unite, ma divise: unite negli scopi immediati, divise nei metodi e nei fini mediati. Nel blocco delle opposizioni non ci sono più i Comunisti, i quali hanno logicamente cercato di approfittare dell’episodio sciagurato per incitare le masse allo sciopero generale e instaurare la dittatura degli operai e dei contadini. Lo sciopero non c’è stato, le masse hanno respinto le suggestioni comuniste. Il ritmo del lavoro non è stato turbato se non in pochissime località e limitatamente a poche ore del lunedì 16. Credo che il Senato sarà d’accordo con me nel tributare un plauso al laborioso e ordinato popolo italiano (approvazioni).

I Repubblicani affacciano ancora la richiesta della Costituente, richiesta assurda che non ha nessuna giustificazione politica e meno ancora storica a mezzo secolo di distanza dei plebisciti. Mentre i Democratici dell’Opposizione costituzionale tendono a straniarsi dal blocco perché non ritengono opportuno assumere le responsabilità oltranziste, i Socialisti massimalisti, gli Unitari, i Repubblicani, i Popolari e gli altri elementi minori, affacciano un complesso di assurde pretese che mirerebbero ad una specie di colpo di Stato nell’intento di annullare il suffragio del 6 aprile.

Riesce assai difficile contestare che al lato del dolore e dell’orrore legittimo ed umano, non si stia innestando una speculazione politica sulla tragedia.

Ora, alle richieste affacciate, più o meno officiosamente e pubblicamente, del blocco delle Opposizioni, io rispondo prima di tutto che il Governo deve restare al suo posto. Questo non esclude che potrà trasformarsi, modificare la sua compagine, per renderla sempre meglio adatta al raggiungimento di quegli scopi di pacificazione nazionale da me chiaramente e ripetutamente indicati.

Io ho creato nell’ottobre del 1922 una determinata situazione politica, che ha evitato alla nazione pericoli estremi. Ho il dovere di continuare a svolgere la mia azione su quelle direttive. Non si tratta di restare al potere, che mi ha dato gravi preoccupazioni e molte amarezze; ma mi considererei l’ultimo degli uomini se evadessi, specie in un momento difficile all’interno e sotto una specie di pressione ambigua che viene anche dall’estero, da questa mia precisa, morale e politica responsabilità (acclamazioni).

Quanto alla Milizia, a proposito della quale si emettono giudizi superficiali, non si può pensare a scioglierla. Essa è ormai solidamente inquadrata e disciplinata. Si deve arrivare alla sua sistemazione nella costituzione, con compiti che saranno definiti e che saranno utilissimi ai fini della preparazione generale militare del Paese. Gli studi sono già a buon punto.

Avanzare poi, sia pure come semplice manifestazione giornalistica e politica, la pretesa dello scioglimento della Camera e delle elezioni generali, significa non rendersi conto che una terribile crisi politica devasterebbe ancora per chi sa quanti mesi e anni la vita della Nazione.

Questo freddo e obiettivo esame della situazione non è completo. Dall’altra parte, sta il Fascismo coi suoi ottomila gruppi diffusi in ogni angolo d’Italia, colle sue forze politiche, sindacali, amministrative, sempre imponenti. L’asserzione che il Fascismo sia stato abbattuto dall’improvvisa bufera, è fatta per trarre in inganno l’opinione pubblica italiana e straniera. Il Fascismo è stato soltanto percosso. E in fondo questo colpo gli ha giovato e più gli gioverà. Perderà le scorie funeste. Ma dall’11 giugno, in poi, Fascismo e Fascisti sono il bersaglio di una violenta campagna nazionale e internazionale. Il partito che in Italia raccoglie indubbiamente il maggior numero di medaglie d’oro, di combattenti, di decorati, di mutilati, di uomini della cultura e del lavoro, di giovani ardenti e puri, viene quotidianamente martellato e denunciato come un partito di criminali.

Ma può il Fascismo soggiacere a questa campagna? Non può, non deve! Gli elementi più accesi sono già inquieti.

Le due manifestazioni di Bologna sono l’indice di una tensione morale e politica, che è già arrivata al suo punto massimo, specie in quelle regioni dell’Alta e Media Italia, dove il Fascismo dispone di forze politiche preponderanti. In queste circostanze un incidente qualunque potrebbe avere le più gravi conseguenze.

Onorevoli Senatori!

Bisogna evitare con tutte le forze ciò che può creare in un certo senso l’irreparabile, cioè un aggravamento ulteriore della crisi che si è abbattuta improvvisamente sulla Nazione.

Il Senato ha oggi la ventura di essere al primo piano della scena politica italiana, non soltanto perché è il ramo del Parlamento che primo si riunisce dopo il dramma, ma anche perché è l’ambiente sereno dove le tumultuanti passioni sono contenute dalla ragione e dall’esperienza.

Ciò che qui sarà detto, avrà una grande ripercussione nell’animo dei cittadini devoti alla patria, nell’animo di quei milioni e milioni di cittadini che non hanno tessere, non parteggiano, ma fanno qualche cosa di meglio: lavorano in silenzio.

Per quello che mi riguarda, io confermo solennemente quanto ebbi a dichiarare alla Camera elettiva. L’obiettivo della mia politica generale di Governo resta immutato: raggiungere a qualunque costo, nel rispetto delle leggi, la normalità politica e la pacificazione nazionale: selezionare e depurare con instancabile e quotidiana vigilanza il partito, nonché disperdere colla più grande energia gli ultimi residui di una concezione illegalista inattuale e fatale.

Tocca a voi, onorevoli Senatori, confortare col vostro giudizio questi fermi propositi. Voi sentite certamente, col vostro squisito senso di patriottismo e di responsabilità, l’estrema delicatezza della situazione. La possibilità di uscire senza ulteriori urti più o meno violenti dalla situazione esiste.

Non si tratta di portare altri elementi di complicazione in una situazione che richiede il massimo sangue freddo; si tratta invece di semplificare e di agire senza pause per il raggiungimento di quegli obiettivi che ho più sopra illustrato.

Da questa aula severa può partire, onorevoli Senatori, la vostra parola d’ordine: la parola dettata dalla vostra saggezzaSia fatta luce e giustizia! Sia affermato sempre più l’impero della legge! Si levi, di fronte alle vigilanti gelosie straniere, il grigio della concordia fra quanti italiani sono pensosi soprattutto delle sorti della Patria (vivi, prolungati e ripetuti applausi, a cui si associano anche le tribune).

Luigi Albertini (1871 – 1941)

Prese la parola il senatore Luigi Albertini;

«La discussione sul discorso della Corona arriva al Senato quando un tragico evento è sopraggiunto a turbare profondamente gli animi. Ma io farò ogni sforzo per elevarmi al di sopra delle passioni e dare l’espressione più serena al mio pensiero, pensiero di opposizione netta, inequivocabile nel campo della politica interna, sul quale esclusivamente mi atterrò.

Cosa insolita il discorso suggerito al Re dal Governo giudica severamente tutto un passato e gli contrappone un presente descritto coi colori più rosei, esaltato con le parole della maggiore lode. E, davvero, nella classe borghese dirigente, così la condanna del passato come l’esaltazione del presente, avevano trovato sinora echi di consenso imponenti, che facevano parere stolta la voce di chi non si associava al coro, quasi unanime, delle approvazioni. A me è doluto assai separarmi da questo coro, portando qui fuori la nota del dissenso, ed ho provato il maggiore disagio nel difendermi da uomini di ogni parte costituzionale, per confondere la mia critica a quelle di partiti che ho sempre combattuto, ma la mia coscienza ed i fatti mi dicono che ho avuto ragione.

Si, il regime fascista ha figurato all’Italia un ordine esteriore al quale ardentemente aspiravamo; ha fatto cessare gli scioperi generali e le continue interruzioni intollerabili dei servizi pubblici; ha ristabilito la disciplina nelle aziende pubbliche e private; ha continuato con successo l’opera di restaurazione finanziaria dei Governi anteriori, raggiungendo il pareggio; ha seguito, dopo l’incidente di Corfù, una direttiva di politica estera sana e coraggiosa, ed altro ancora ha fatto di buono e di vantaggioso per la Nazione.

Ma i problemi che esso doveva risolvere non erano questi soltanto, ve n’era anzi uno che tutti li soverchiava; problema eminentemente politico – morale. Si trattava far uscire il Paese, le masse, i partiti, i sindacati, gl’individui dall’illegalità, per imporre a tutti il rispetto della legge; di dare all’Italia la fisonomia comune agli Stati civili, nei quali si sa tutelare l’ordine salvaguardando le libertà pubbliche e private.

Invece, che cosa si è fatto?

Bisogna, per comprendere gli avvenimenti e la situazione di oggi, rendersi ben conto della posizione assunta dal Governo fascista verso la Costituzione dopo la rivoluzione.

Su questa rivoluzione non tornerò per ripetere cose che ho già detto al Senato, ma solo per affermare una tesi inoppugnabile, cioè: l’onorevole Mussolini ed i suoi nell’ottobre del 1922 avevano due vie aperte dinanzi a loro; o agire a fondo contro le Istituzioni dello Stato per sostituirle con altre di loro gradimento; oppure lasciar intatta la Monarchia e la Carta costituzionale, da essa solennemente giurata. Fu scelto saviamente questo secondo partito, anche per la considerazione che, in caso diverso, la rivoluzione avrebbe potuto fallire. Ma sceglierla voleva dire che, a Governo conquistato, a fede girata nelle mani del Re, doveva seguire il regime che da quel giuramento discende. E non lo ha forse seguito? Ha osservato taluno. Le Camere hanno ratificato il fatto compiuto, poi hanno concesso i pieni poteri ed hanno approvato la nuova legge elettorale. Le elezioni sono state indette ed una Camera nuova è stata eletta, espressione della nuova situazione. Di riforme costituzionali non si parla più, che si vuole altro?

Ecco. Ora sono soli tre mesi, nel suo discorso di Roma del 28 marzo, l’onorevole Mussolini, dopo avere magnificata la longanimità della rivoluzione fascista che non si era lasciato alle spalle “un corteo più o meno imponente di giustiziati”, proseguiva così:

“Ritengo, e bisogna gridarlo perché tutti lo intendano, che, se fosse necessario, domani per difendere la nostra rivoluzione fare quello che non facemmo, lo faremmo!”

Che cosa significano queste parole? E che cosa significano queste altre che il Presidente del Consiglio ha pronunziato il 7 giugno alla Camera dei Deputati?

“Si tratta di sapere se le nostre reciproche suscettibilità che sono accesissime – ma questo dimostra che c’è stata una rivoluzione e che la rivoluzione continua come lo dimostra l’ardore delle nostre passioni – permetteranno che il Parlamento possa funzionare”.

Queste parole e le altre anteriori e le minacce che continuamente abbiamo udito di una seconda ondata, ammoniscono che il Governo sino a ieri non considerava i diritti della rivoluzione finiti e dava perciò carattere precario e condizionato all’osservanza non solo dello spirito, ma della lettera stessa della Costituzione.

Sino a ieri, ho detto. E oggi? Oggi parlo mentre la tragedia incombe sull’animo ed il domani non è ancora chiaro. Ma, senza credere che l’equilibrio possa toccarsi tanto presto, dobbiamo sperare che il domani sarà di gran lunga migliore di ieri, che il sangue della vittima non sarà stato versato invano.

Si fondano le nostre migliori speranze sulla reazione grandiosa che si è manifestata nel Paese contro il regno della violenza e che ha sconvolto, nel giro di poche ore, una situazione che taluni stoltamente credevano eterna o quasi. Ma ieri, ad ogni modo – e ripeto la constatazione che è essenziale ai fini della discussione – eravamo a questo: che l’ambiguità di un regime, il quale volutamente poggiava un piede sulla staffa della Costituzione ed un altro su quello della rivoluzione, poneva gl’italiani nella situazione angosciosa di non conoscere i limiti dei loro diritti e dei loro doveri. Erano così cittadini di uno Stato retto dalla Carta albertina o di uno Stato ancora in rivoluzione, nel quale ognuno credeva, affrontando o evitando, a seconda che gli reggeva l’animo, i rischi di un pensiero e di un’azione in antitesi col pensiero e coll’azione del partito dominante. Non lo sapevamo, come non sapevamo su quale terreno, su quali basi il Governo volesse conciliare la formula della forza con quella del consenso.

L’onorevole Matteotti – sia onore per me ricorrere al suo nome! – osservò testé alla Camera, nel discorso che gli valse la condanna a morte, che l’onorevole Mussolini non si sentiva soggetto al responso delle elezioni e che aveva lasciato capire come, anche in caso d’insuccesso, avrebbe mantenuto il potere con la forza armata. Un “si” clamoroso della maggioranza ed un cenno assertivo del capo del Presidente del Consiglio confermarono l’affermazione del deputato socialista. Orbene, quel “si”, quel cenno del capo, valgono meglio del più lungo discorso, della più ampia dissertazione, a descrivere l’illegalità di una situazione politica, la quali si può riassumere così: se c’era il consenso, il Fascismo ed il suo capo ne prendevano atto volentieri; ma se il consenso fosse mancato, il potere sarebbe stato tenuto con la forza, con una forza, anzi, già predisposta, con una milizia, cioè, di parte, che indossa una divisa di parte, che è reclutata tra uomini di parte, che non ha giurato fede al Re e che pure grava sul bilancio del Regno! Né l’onorevole Mussolini ha mai cercato di simulare questa sua interpretazione di forza e di consenso.

Nel suo preludio al Machiavelli si legge che “l’aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla”, che “i sistemi rappresentativi appartengono alla meccanica più alla morale”; che “regimi esclusivamente consensuali non sono mai esistiti, non esistono, non esisteranno mai”. Il Principe deve essere tutto. Ma l’autore del “Preludio” esclude che per Principe s’intenda il Re. Chi s’intende allora? “La parola Principe – egli scrive – deve intendersi come Stato!”

Mi sia permesso di osservare che lo Stato italiano non è e non può essere né l’onorevole Mussolini né il Partito Fascista. Lo Stato italiano è quello formato da tutti gl’italiani e deve essere retto dagli uomini che gl’italiani legittimamente e liberamente si scelgono. Discussione oziosa, si può obbiettare, perché le recenti elezioni hanno assicurato al Ministero, al suo partito, il più vasto consenso.

Io non mi fermo qui ad analizzare i limiti di questo consenso, né la legge elettorale ed i mezzi coi quali fu ottenuto in un ambiento di intimidazioni tale da viziarne il significato. Accuso solo, come perturbatrice nefasta degli animi, una formula politica la quale erige un partito od un uomo a salvatore della patria e della patria vuole accordargli un dominio senza confine né di tempo né di spazio ed a tutti contende il diritto di contrapporglisi per sostituirlo; di una formula, in altre parole, che rinnega il beneficio delle lotte politiche e dell’avvicendamento dei partiti al potere.

Fosse questa prigione, nella coscienza del mio Paese, la più fastosa, la più illuminata, la più ampia, parrebbe sempre angusta ed opprimente a quanti più della vita amano la libertà, perché dove non c’è libertà non c’è vita vera!

Se era fuori della legge la base della nostra vita politica, che dire della pratica di governo? Il Fascismo era sorto ed aveva incontrate simpatie quale salutare reazione contro l’abulia e la diserzione dei poteri dello Stato dal campo dei loro doveri. Si disse che non avrebbe potuto superare il periodo della violenza e dell’abuso se non giungendo a Roma e scacciandone gli imbelli che la leggevano…»

A questo punto, il discorso di Albertini fu interrotto dall’intervento di alcuni Senatori d’ispirazione governativa. Quindi l’oratore riprese la parola.

«Parve necessario cioè, come il discorso della Corona dice: “spezzare il cerchio che serrava ed intristiva l’esistenza dello Stato”. E fu spezzato.

Ma poi? Passò il potere dalle mani di quegli imbelli a coloro che avrebbero dovuto reggerlo saldamente contro coloro che ne avessero attentato ai diritti? Apparentemente si, e lo confermano la quiete delle piazze d’Italia, la soggezione in cui sono tenuti i partiti estremi ed i loro strumenti; la disciplina delle masse, quell’ordine esteriore, insomma, di cui ho parlato.

Ma non si può arrestarsi di fronte a questa prima impressione. Bisogna chiedersi se tali risultati sono stati raggiunti mercé soltanto il risorto prestigio del Governo, l’applicazione più severa da parte sua delle leggi dello Stato, e la rinvigorita azione di tutte le autorità statali. Bisogna chiedersi se la tranquillità pubblica poggia sul fatto che, a differenza di prima, prefetti, questori, agenti dell’ordine, hanno compiuto il loro dovere e si sono fatti rispettare; che la magistratura ha agito in piena libertà di spirito e con rinnovata energia di coscienza; che, insomma, chiunque ha violato la legge è incorso subito nelle più severe sanzioni.

Ahimè! Tutta una cronistoria sciagurata di violenze di ogni genere, che vanno dagli attentati contro i giornali all’assalto ai treni che li trasportavano, alle devastazioni delle tipografie, dei Circoli, delle cooperative dalle bastonature che si conoscono allo infinite che per la modestia dei colpiti non si conoscono e non si ricordano, dalle stragi di Torino, di Spezia e di Pisa, alla soppressione dell’onorevole Matteotti, in circostanze e modi che hanno fatto fremere di orrore la coscienza degli italiani, tutta un’esperienza tristissima di una vite locale avvelenata dal dominio dei ras, dai bandi, dalla compressione del libero pensiero e della libera parola, sono là a dimostrare tutto lo scempio che si è fatto della legge, quanto si sono usurpati ed oltrepassati da un partito e dai suoi accoliti i diritti ed i doveri dei governanti!

Pertanto, non sulla restaurazione dell’autorità dello Stato italiano si fonda l’ordine apparente che oggi regna in Italia; ma sull’applicazione da parte di poteri responsabili di sanzioni tanto umilianti per la dignità umana quanto orribili nella loro incertezza, contro chiunque disapprovasse ciò che avveniva alla periferia od al centro e, quello che di più doloroso ha questa constatazione, è l’impressione che la tolleranza, la indiretta provocazione da parte del governo delle violenze che il suo partito commetteva, che l’impunità tanto spesso concessa ai loro autori, fossero la necessità di un regime che si proponeva uno scopo, il quale non era raggiungibile con alcuna legge per restrittiva e draconiana che fosse: lo scopo, cioè, di prostrare, domare, uccidere le opposizioni, di riunire tutti gli italiani in una stessa fede politica, in uno stesso pensiero, in una stessa fiducia verso gli uomini al Governo ed i loro interpreti nel paese e verse l’opera loro!

Socialismo, liberalismo, democrazia? Tutte ideologie finite, morte, superate dalla rivoluzione fascista! La quale doveva dare al mondo una formula nuova, una direttiva nuova: il partito integrale nazionale, che fondesse tutte le classi, tutti i ceti in un’armonia, in una concordia prima sconosciute.

Ho cercato anch’io, modestamente, dal giorno in cui il Fascismo è nato, l’essenza di governo, che, dovendo contemperare la forza col consenso per assicurare al partito nazionale il dominio permanente ed incontrastato d’Italia, come non poteva impegnarsi a rispettare i limiti della Costituzione e doveva riservare alla rivoluzione i suoi diritti, così non poteva affidare una parte essenziale dei suoi poteri di prevenzione e di repressione che agli uomini ed agli organi del suo partito, che soli erano in grado di assicurare la sottomissione generale di chi consentiva e di chi non consentiva. Nessuna legge scritta, nessuna sanzione legale, potevano ottenere questa sottomissione. Se si fosse applicata la legge, soltanto la legge, i diritti dell’opposizione sarebbero risorti indomabili.

Il Governo non li contestava, si risponderà: non ha garantito all’opposizione un terzo della rappresentanza nazionale? Si, ma queste opposizioni dovevano condursi, non come volevano, non come meglio credevano per raggiungere i loro fini, ma come il Governo e la sua maggioranza ritenevano conveniente e lecito. Soprattutto, mai, proprio mai, dovevano prefiggersi lo scopo di tentare di abbattere, di minare il Governo nazionale, di voler sostituirsi ad esso, rovinando così la Patria!

L’intransigenza, il linguaggio minaccioso, l’insulto atroce contro chi discuteva il regime e non l’accettava e si rifiutava di inserirvisi, con un compito di opposizione puramente apparente, che avrebbe reso completo ad uso dei ben pensanti il quadro dell’assoluto rispetto costituzionale, erano la conseguenza di questa asserita convinzione di essere i soli nel vero, di essere i soli ad amare la Patria, ad intuirne gli interessi e ad avere pertanto il diritto di dirigerne la vita. Siffatta convinzione sincera in taluni, in altri dava il pretesto ad occupare saldamente uffici pubblici e le anticamere degli uffici pubblici, per sfruttarli, per ricavarne onori, o più che onori ricchezze, con ogni sorta di mezzi illeciti, e per soffocare le critiche e le discussioni avversarie.

E’ in questo ambiente di compressione e di intolleranza, favorito e promosso dalle più alte sfere, che sono maturati i propositi e gli atti più criminosi. Ed è stato un crescendo continuo: dall’olio di ricino alla bastonatura, dalla bastonatura alla soppressione di figure non di prima linea; sinché si e osato arrivare più su: levare di mezzo, in piena Roma, alla luce del sole, un capo socialista, non immaginando, non prevedendo, la ripercussione che il delitto avrebbe avuto, credendo di passarla franca come altre volte!

Voi che vi stupite di questo assassinio, voi che non vi siete mai fermati a considerare se non i rischi materiali, dimenticando lo strazio spirituale di chi avversava questo Governo, non distogliete lo sguardo dal corpo crivellato di ferite, prima di avere misurato quanta parte in avuto, nel creare l’ambiente da cui il crimine è sorto, l’adattamento generale a tanta violenza!

E tra le molte sofferenze di quest’ora una particolarmente mi tormenta il pensiero: che a tale adattamento si siano rassegnati uomini di parte liberale e democratica, i quali, memori soltanto delle sopraffazioni socialiste, come hanno lasciato insultare e calpestare senza proteste la loro fede, così non hanno avvertito il divario enorme che corre tra gli abusi ed i reati commessi da minoranze e da individui fuori della legge e le stesse violenze perpetrate — quasi sempre impunemente — dal partito dei detentori del potere e provocata da un linguaggio che non era proprio soltanto di figure e di giornali secondari, ma dei capi stessi, i quali troppe volte hanno minacciato l’esecuzione di gente che aveva il torto di non pensare come loro e parlare come pensava.

Non potrà mai essere dimenticato questo telegramma che il 28 novembre 1923, alla vigilia della riapertura della Camera, senza alcun motivo al mondo, veniva spedito da Napoli all’onorevole Mussolini: “100 ufficiali della Milizia pronti ad uccidere et a morire per la patria e per il fascismo lanciano al duce dell’Italia nuova il loro più formidabile: A noi!”.

Emilio De Bono (1866 – 1944)

Il primo firmatario di questo telegramma era il generale De Bono, direttore generale della P. S.

E’ vero — mi si dirà — ma i sovversivi, oltre alla quiete sociale, avevano minato, e questo Governo ha restaurato, l’idea della patria; ha restituito al sacrificio della guerra il suo fulgore; ha riportato in alto nel cuore e nella gratitudine della nazione i mutilati, i combattenti, le istituzioni militari. Ma non era necessario, per operare questa degnissima rivalutazione, manomettere le basi di ogni consorzio civile e dare al popolo la sensazione che sotto la bandiera dei valori morali si nascondesse merce meno apprezzabile.

Troppo è sembrato che le classi dirigenti italiane, paghe della quiete ristabilita, del benessere riconquistato, dei prosperi affari, vendesse senza fatica, in cambio di tanti benefici materiali, ogni principio ideale, degenere tanto dalla purissima tradizione del Risorgimento, la quale ci insegnava che non vi è prezzo sufficiente per le liberta conquistate.

Né poi questa classe si rendeva conto — anche da un punto di vista esclusivamente pratico, immune da quelle che si possono deridere come fisime di idealisti seccanti, di una verità evidente — che un ordine realizzato con così dura coercizione è un ordine effimero e crea il disordine negli animi, li esaspera, prepara una reazione paurosa. Solo le menti digiune della più elementare esperienza storica possono credere che vi siano regimi eterni. Il pendolo, invece, dell’opinione pubblica oscilla costantemente e di tanto, o signori, tenderà a tornare a sinistra — se non sarà fortemente ed abilmente trattenuto — di quanto più si è spostato a destra! Sintomi premonitori non sono mancati in queste elezioni. Esse confermano le preoccupazioni nutrite per l’avvenire da coloro che ravvisano i rischi gravissimi di un’arte di governo, la quale, per soffocare i contrasti politici, ha eccitato rancori tanto più tenaci quanto più repressi.

Vano è parlare di concordia sinché non si muta la strada. La concordia di cui la Corona ci parla, quella che «costituisce elemento fondamentale di civile progresso per il popolo nostro», non può discendere che da quella cosiddetta «normalizzazione», la quale è nel desiderio di tutti, di coloro stessi che applaudivano l’opera di governo e pure invocavano il ritorno alla normalità, avvertendo inconsapevolmente che questo stato di cose non poteva durare.

La vogliono il Ministero ed il suo capo. Bisogna che di ciò parliamo brevemente, perché il passato è irrevocabile e si tratta di ravvisare le linee di un migliore avvenire.

«Adagio! — ha detto il presidente del Consiglio — Che cosa significa questa brutta parola «normalizzazione»? Significa tornare come prima? Vedere una Camera che esautora il potere esecutivo e non fa che assaltare la diligenza ministeriale…».

Ora, il ritorno all’antico costume nessuno lo vuole. Ma l’antico costume non è tutto riassunto in questo quadro, e si ha il torto di generalizzare la esperienza dolorosa del dopo guerra e di pronunziare in base ad essa la condanna definitiva del passato regime, il quale — non sarà mai ripetuto abbastanza — è quello con cui l’Italia fu fatta dal 1848 al 1918; è quello con cui si governa tutta l’umanità civile! Questo regime ci ha dato ministeri di lunghissima vita, come quelli di Cavour e della destra, e poi di Depretis, di Crispi e di Giolitti.

Con ciò non si vuole affatto negare che il Parlamento non abbia intralciata l’opera del potere esecutivo e non abbia influito talora sinistramente sulla sua attività, né che l’azione dei gruppi personali, sostituitisi ai partiti, non sia stata nefasta.

Ma la coscienza politica di un popolo, il suo adattamento alle istituzioni rappresentative, il suo abito all’esercizio sano delle libertà, non si formano nel volgere di pochi anni, ma si costituiscono attraverso errori e deviazioni che non si possono risparmiare, attraverso prove dolorose che non si possono evitare con rimedi miracolosi, con formule taumaturgiche. Per arrivare in alto c’è tutto un calvario da percorrere, di cui misuravano i triboli coloro che contrastarono la repentina non chiesta epperò ormai irrevocabile concessione del suffragio universale. Nel percorrere questo calvario ci avverrà talvolta di porci il problema di assicurare una certa stabile durata di vita al potere esecutivo. Ma dato che si possa trovare il modo di risolverlo, la soluzione è ad ogni modo subordinata al raggiungimento da parte nostra di un progresso politico realizzato dagli Stati più civili del mondo, ma non purtroppo da noi.

Ossia, bisogna arrivare prima a quella netta separazione dei tre poteri: il legislativo, l’esecutivo ed il giudiziario, separazione sola che può mettere le conquiste politiche di un popolo al riparo dal pericolo di essere revocate da una tirannia. Un potere esecutivo che, come il nostro, può legiferare per decreti legge senza limiti, e trova una magistratura compiacente la quale riconosce la esecutorietà dei suoi decreti anche nel campo penale, è un potere che fa paura ed al quale non possiamo concedere la minima garanzia di vita, senza rinunziare a controllare i nostri destini.

Premesse per tanto imprescindibili del rafforzamento del potere esecutivo sono il rafforzamento del potere giudiziario, come la restituzione piena, intera, illimitata al Parlamento del potere legislativo. Ossia occorre cancellare dalla nostra consuetudine i decreti-legge, di cui tutte le sane democrazie sanno fare a meno, come ho dimostrato altre volte in quest’aula e come seppe farne a meno nei migliori anni della sua vita parlamentare l’Italia stessa.

Né l’onorevole Mussolini poteva darci un annunzio più lieto di quello che ha dato alla Camera promettendole che di decreti-legge il suo governo non ne farà più. Bando ai decreti-legge e restituzione al Parlamento del diritto di controllo su tutti gli atti del Governo; diritto di controllo che è salutare più che ogni altro per il governo stesso, il quale avrebbe risparmiata a sé ed al Paese questa triste ondata di scandali, se avesse lasciata la tribuna parlamentare aperta e libera a difensori ed accusatori.

Ma non basta. Contrariamente a quanto si suole dire, tutto il compito della normalizzazione va assolto dal governo prima che dai cittadini. Il cittadino ha da obbedire, ma il governo ha da meritare la sua obbedienza, dandogli l’esempio del rispetto della legge. Il governo, cioè, non deve usurpare i poteri che non gli competono o compiere atti arbitrari non consentiti dalla Costituzione; ma i poteri che gli competono ha da esercitare nella loro pienezza, senza domandarli ad altri. Concetto tutt’altro che teorico questo, ma pratico, presentabile in forma ben concreta. Significa infatti che i diritti della rivoluzione devono essere considerati come finiti; che s’impone al governo di restare così nella lettera come nello spirito della Costituzione; ch’esso deve assumere pieno ed intero in mani sue il compito di difendere la legge e reprimerne le violazioni, togliendo interamente al Partito Fascista il mezzo e la velleità di comprimere i suoi avversari.

In altre parole, normalizzazione ha da essere un atto di revisione, una riforma che il Governo ha da praticare in se stesso per avere l’autorità di imporla al Parlamento e per diffonderla nel Paese. Atti e riforme squisitamente morali, che solo possono eliminare quel disagio e fugare quei pericoli di cui ho parlato; che soli possono fondare l’ordine esteriore delle piazze d’Italia sull’ordine interiore degli spiriti italiani.

Ma — e concludo il mio dire — vi è una domanda pregiudiziale che noi dobbiamo porre alle nostre coscienze: può questo Governo raggiungere questo obbiettivo, ridare vita normale e pace relativa all’Italia? Può esso, dopo avere scatenate tante tempeste, riuscire a dominare la situazione? Può esso riuscire a trasformare la mentalità sua e del suo partito ed operaie la restaurazione di cui ho indicato le linee?

Quando si legge la cronaca dell’adunata di Bologna ed i discorsi che in essa sono stati pronunziati, e si sente dire che «verrà la diana della riscossa», che «chi si avanza contro il Fascismo e contro Mussolini troverà sulla strada i nostri inesorabili manipoli» deve dubitarne chi ha un’idea del cammino che coloro i quali parlano pensano così devono percorrere per entrare nella Costituzione e dell’abisso che separa questa mentalità da quella di chi vuole essere cittadino di un libero Stato, dove non vi sono né vincitori né vinti, ma ognuno deve poter esercitare i suoi diritti politici come crede, nei limiti solo della legge.

E’ dalla Monarchia, è dal Parlamento, è dal Governo che il Parlamento sorregge, che noi ripetiamo la nostra norma di vita politica o dai manipoli e dai loro comandanti? Non voglio esagerare l’importanza di queste manifestazioni; ma oppositore per ragione di bene intesa conservazione sociale, se considero il passato ed il peso di questo passato e l’eredità che esso lascia, non posso rispondere al quesito che ho posto se non esprimendo una sfiducia che non ha atteso por manifestarsi gli ultimi eventi.

Riconosco tuttavia le difficoltà e la delicatezza dell’ora che attraversiamo, ed ammetto perciò la necessità di chiarificazioni graduali della situazione, le quali ci risparmino convulsioni, conflitti, da cui l’animo rifugge con orrore. Né ho pregiudiziale di sorta da porre per questa chiarificazione, in cui iniziativa compete alla maggioranza ed al Governo stesso.

Chi ama veramente la patria, chi sa servirla come io la servo nella maggiore sofferenza, sarà sempre felice di inchinarsi a chiunque avrà ristabilito il rispetto di quello che il discorso della Corona chiama «le vere libertà», le quali, poi, non possono essere che una libertà sola: la libertà statutaria!»

Il discorso fu salutato da un lunghissimo applauso da parte dell’Assemblea; diversi Senatore si strinsero attorno all’oratore.

Alle 18,40 il Presidente Tittoni sciolse la seduta.

Le reazioni politiche. Il Direttorio del Partito Fascista emanò il seguente comunicato.

«Oggi alle 18 si è riunito il Direttorio provvisorio al completo. In seguito a comunicazioni avute ed a conferma delle direttive già date, è stata autorizzata una adunata interregionale a Bari dei rappresentanti delle organizzazioni fasciste, dei Comuni ed altri enti, alla quale interverrà tutto il Direttorio del Partito.

E’ stata anche autorizzata una similare adunata per il giorno 6 luglio a Palermo. Quindi il Direttorio al completo è stato ricevuto dal Duce del fascismo per un ampio esame della situazione del Partito».

Roberto Farinacci (1892 – 1945)

Roberto Farinacci, leader del Fascismo cremonese, dichiarò:

«L’onorevole Mussolini ha compiuto il suo massimo sforzo. II fascismo, sebbene indignato moltissimo per le speculazioni avversarie, accoglierà disciplinatamente il discorso del Presidente.

Certo si è che l’appello alla concordia non deve significare disarmo del Fascismo e continuamente per gli avversari del loro atteggiamento, altrimenti il Fascismo non solo non farà un passo indietro, ma continuerà la sua lotta, sino a quando l’opposizione non darà più motivo alla nostra giustificata reazione».

I commenti giornalistici. Mussolini concentrò l’attenzione sulla necessità di garantire la prosecuzione dell’esperienza governativa, seppur disposto ad effettuare un mini rimpasto, accettando l’ingresso di un giolittiano e di un membro del Partito Liberale.

Le Opposizioni, per bocca del senatore Albertini, reclamarono il diritto di votare contro un Esecutivo vicino al manipolo, che s’era reso responsabile dell’efferato delitto. La stampa rilevò come l’intervento del Capo del Governo si spense grazie alle graduate sfumature, tese a svelenire il clima generale, che regnava nel Paese e – di riflesso – nell’aula del Senato.

L’Idea nazionale affermò che «il discorso Mussolini ristabilisce la situazione politica nei suoi veri termini.  Lo sviluppo dell’azione fascista voluta da Mussolini è, fino dai primi istanti della marcia su Roma, uno sviluppo nazionale diretto a liberare l’Italia da qualsiasi crisi istituzionale per concentrare tutte le forze sane alla restaurazione effettiva, mirante finalmente all’assetto dello Stato.

C’è da sorprendersi se quest’opera compiuta con forze uscite da un movimento che per difendere la nazione vittoriosa aveva dovuto porsi contro lo Stato prono ai partiti, che aveva dovuto quindi agire rivoluzionariamente per lo Stato nazionale, abbia avuto turbamenti e deviazioni? Ma ciò che conta è la volontà espressa, la volontà realizzata, la volontà provata nel saper limitare anche i segni dell’azione, e questa volontà lucida, chiara, riferita ad una serie di fatti incontrovertibili, è apparsa oggi nel discorso Mussolini al Senato.

E’ la volontà realtà, che domina il fosco episodio Matteotti e che costituisce la situazione politica, che il Senato e tutta la nazione dovranno avere presente».

Il Mondo rilevò che «il discorso dell’onorevole Mussolini non introduce alcun nuovo elemento nella situazione politica.

Circa la forma, è la forma normale di un discorso parlamentare. Se l’onorevole Mussolini avesse inteso in passato la opportunità di adottare tale forma, molti guai avrebbero potuto essere risparmiati al paese.

 Circa la sostanza, la parte polemica del discorso che mira ad attenuare la gravità del delitto commesso in Italia col ricordo dei delitti politici commessi altrove, e a diminuire la responsabilità morale del Fascismo con il ricordo di precedenti manifestazioni politiche Socialcomuniste, produrrà in tutti l’impressione penosa e pietosa per la sua povertà e insufficienza.

Ad essa può contrapporsi questa terribile constatazione: e cioè che spesso si sono verificati altrove delitti politici, ma non si è mai potuto constatare che il delitto politico venisse sistematicamente organizzato da una associazione a delinquere facente capo allo più alte e significative personalità di un regime annidato nelle file più intime del Governo e protette dalla pubblica sicurezza o per essere più esatti ciò si è verificato in un sol caso: presso la Russia bolscevica».

Rilevò altresì nell’intervento di Luigi Albertini «un altisonante documento di eloquenza politica. Nella serena, serrata, inoppugnabile critica del senatore si inquadra l’estimo più vasto o più sicuro del Fascismo attraverso la dottrina che esso ha proclamalo senza crearla, attraverso la pratica di partito e di governo che esso ha attuato dopo la marcia su noma, perpetuando un regime di illegalità, di intolleranza, di arbitrio da cui doveva esprimersi, come per nostro dolore e per nostra vergogna si è espresso, il truce assassinio dell’onorevole Matteotti.

Tutte le responsabilità morali e politiche del Fascismo di fronte al delitto sono documentate con inflessibile logica dal senatore Albertini, il cui discorso è una ferma e decisiva requisitoria contro l’illusione ambiziosa e il pernicioso errore dello Stato – Partito e del Partito integrale, contro gli errori teorici e pratici del Fascismo che si è illuso di poter sostituire la forza al consenso e sotto l’apparenza di un ordine esteriore preparava, attraverso un sistema di impunite violenze, reazioni irrimediabilmente dannose alla pace interna e allo fortune della patria, che è di tutti e non è di un solo Partito.

La requisitoria contro il Fascismo non poteva essere più efficace e incisiva in forza del suo rilievo obbiettivo e dalla sua documentazione».

L’Impero: «In genere il discorso dell’onorevole Mussolini è apparso dimesso in confronto dell’usato. L’atteggiamento assunto da Mussolini corrisponde al nuovo atteggiamento di certa stampa fascista, atteggiamento il quale sollevava oggi negli ambienti politici e giornalistici della capitale qualche commento in quanto esso è indice della situazione del fascismo di fronte all’opinione pubblica.

Le avanguardie devono essere sempre estremiste, ma non per questo esse devono perdere il contatto con il grosso dell’esercito, insistendo nel nostro dittatorismo, oggi, noi rimarremmo isolati, avulsi dall’azione fascista che è saldamente guidata da Mussolini.

Le linee si ritirano in posizioni retrostanti. Abbiamo il dovere di fare anche noi qualche passo indietro. Teniamo a riaffermare che questa fase non ci piace, e ci sembra pericolosa per la rivoluzione fascista; teniamo a riaffermare che solo nella dittatura noi vediamo l’ordine, la pacificazione, il rinnovamento; ma torniamo anche a dichiarare che malgrado tutto ciò, noi intendiamo di seguire il Presidente anche su questo terreno. Vi spieghiamo le ragioni: la prima, di ordine sentimentale, è questa: siamo affettuosamente e devotamente legati a Mussolini perché una divergenza di vedute possa discostarci da lui; la seconda, di ordine logico, è questa: da circa dieci anni seguiamo Mussolini e non ci accade oggi per la prima volta di valutare diversamente il momento politico. Naturalmente non disarmiamo a se tornasse il momento propizio al nostro massimo sogno, l’ “Impero” troverebbe intatto il suo cuore e il suo ardore per balzare in prima fila».

Sem Benelli (1877 – 1949)

«Degno di nota un articolo sul “Giornale d’Italia” di Sem Benelli, il quale dice che c’è una Italia infetta e una Italia onesta e fra i molti mali che affliggono il nostro paese, vi è lo spirito del ricatto».

«Esaminate quel che accade nelle vicende di questo infame delitto di Roma. Va dai piccoli ai grandi e viceversa. Ebbene, voi dovete pensare che questa è legge quasi comune in quella Italia infetta alla quale oggi accenno, nella quale, per Dio, si ricatta la Patria anche da quelli che si vantano di avere servito la patria combattendo.

Ma servita come, se per aver combattuto voi non cessate di chiedere? Parlo di alcuni combattenti, s’intende. Quelli che non chiedono sono tanti, per fortuna e io li benedico, perché li posso benedire, essendo un milite ignoto. Ma questi piccoli e grandissimi che dico io, non fanno altro che esigere: titoli, blasoni, quattrini, posizioni, reami in piccolo, e poi quattrini e poi onorificenze e poi quattrini… e credono di avere il diritto di governare l’Italia semplicemente perché hanno combattuto.

Ma governo è competenza, non è millanteria. E quanto più uno chiede, più diventa importante, perché alle sue richieste crescenti e appagate nascono quelle clientele di complici che formano quelle piccole centinaia di masnade che gravano su quella grande e pur così ignorata Italia onesta e laboriosa, della quale parlerò un’altra volta e alla quale appartengono con gloria tutti i combattenti modesti o eroi, i quali hanno le sacre insegne del sacrificio e che noi veneriamo e ascoltiamo con devozione dovunque si trovino, nel laboratorio o nel parlamento.

Tutte queste forze ostili e perverse si oppongono al risorgimento della nazione armoniosa e buona.

Gravarono e gravano sulla rivoluzione fascista e ostacolanoil1 ritorno alla pace, ad una concordia che tutti vogliamo; anzi, mescolate come sono con le correnti pure anche nello stesso fascismo, contribuiscono a screditare la sua significazione e a creare la diffidenza verso la promessa sua opera di pace. E perciò, oggi, io dico agli uomini della politica italiana, ai governanti di oggi e di domani: — Voi non risolverete il problema italiano se non vi porrete il problema della morale italiana».

La cronaca giudiziaria. Cesare Rossi, l’ex quadrumviro prigioniero a Regina Coeli, fu sottoposto a sei ore d’interrogatorio. Gl’inquirenti mantennero il più stretto riserbo attorno all’istruttoria. L’interrogato avrebbe comunque ammesso delle responsabilità, di essere a conoscenza dell’azione del Dumini contro Matteotti. S’innescò un prevedibile quanto tragico gioco delle parti, in cui tutti gli accusati si rovesciarono addosso le accuse: mandatari contro mandanti, i quali sostennero (come il Rossi) che il deputato socialista avrebbe dovuto ricevere una solenne bastonatura. La responsabilità dell’eccidio quindi cadrebbe esclusivamente sui mandatari, i quali, a loro volta, affermarono di aver ricevuto l’incarico di uccidere Matteotti.

Il Popolo pubblicò un documento riservato dell’Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, diretta ancora dal quadrumviro arrestato. Esso richiamava la stampa di regime a sorvegliare le pubblicazioni della stampa di opposizione, pronta a colpire l’unità del Regime. Particolare attenzione avrebbe meritato Don Sturzo «animatore cocciuto del sovversivismo in tonaca, converrà stabilire un atteggiamento di precisa denuncia, prospettando con molto garbo di forma la inopportunità che la Santa Sede ripeta anche per l’avvenire un recente errore di parare col manto della sua riconosciuta autorità un giornale della faziosa attività del Partito popolare.

Il linguaggio provocatore e rissoso tenuto in questi ultimi giorni dal giornale “Il Popolo”, effettivamente ha preoccupato gli ambienti vaticani, poiché è stato assunto in diretta conseguenza della protezione recentemente ed inopinatamente accordata al Partito popolare ed è tale da metterlo allo stesso piano del giornalismo ufficialmente sovversivo».

«In relazione al delitto, un impressionante rilievo fa “Il Popolo”.

Risulta che è stata spedita al Procuratore generale della Corte d’Appello a Roma una lettera in cui si afferma che un giorno della scorsa settimana, nella Birreria Padovana, in piazza del Duomo, a Milano, il signor Albino Volpi si vantava di aver tagliato gli organi genitali a Matteotti. Nella lettera si afferma che le parole del Volpi furono udite da alcuni dei soliti avventori, i quali non dettero alcuna importanza alla tragica vanteria, credendo trattarsi di una brutale spavalderia.

Ora, dopo la scoperta dei pantaloni insanguinati di Matteotti, la dichiarazione non sembra più priva di consistenza come per lo innanzi».

«In proposito il “Giornale d’Italia” riaffermando che il cadavere del Matteotti non può essere che in fondo al lago di Vico, dice che oggi si possiedono nuovi particolari per accertare il piano organico fissato dagli uccisori dell’onorevole Matteotti. E avanza la seguente abbastanza verosimile ricostruzione dello svolgersi dei fatti, in parte basata su dati accertati, in parte fondata su ipotesi molto probabili.

Il lunedì nel pomeriggio, al lago di Vico, nella famosa carrareccia, è segnalata una automobile aperta. Essa si avanza fin oltre la Casaccia; ne discendono due individui vestiti di grigio. Essi compiono una ispezione accurata della località.

Ad un certo momento si arrampicano fin sopra i bordi della Macchia Grossa, lasciando tracce che furono ritrovate e ripartono. La presenza dei due misteriosi individui, nel giorno precedente al delitto, è provata da numerose testimonianze in possesso dell’autorità giudiziaria.

Amerigo Dumini (1894 – 1967)

I due misteriosi individui — non pare che fra essi fosse il Dumini — erano sul luogo per accertarsi dell’opportunità offerta dal luogo per il sequestro, o per il transito a piedi verso il luogo del sequestro. Questo era noto in anticipo ai mandatari per riferimento altrui: si voleva soltanto sincerarsi de visu della sua sicurezza.

Sulle informazioni recate a Roma si effettua il ratto, martedì.

Matteotti, che nell’interno della vettura non vuol farsi imbavagliare e legare, colpisce con un pugno nella faccia uno degli aggressori e magari lo ferisce per la rottura di un finestrino, contro cui quegli va a precipitare; pronunzia così la propria condanna di morte.

La reazione del colpito, complicata dal timore del possibile allarme, fa partire il colpo di pugnale. Matteotti o è ucciso a quella prima pugnalata, o è finito da altre successive, vibrate altrettanto per crudeltà che per la convenienza di aver piuttosto dinanzi un cadavere che un moribondo. Ma la poca quantità di sangue perduto dalla vittima è manifesta dalle tracce sui cuscini della vettura e fa credere alla prima ipotesi.

Nell’automobile non c’è altra alternativa che filare col cadavere al luogo dove doveva avvenire il sequestro, la più stabilmente sicura via di tutte quelle provvisoriamente realizzate che il caso può offrire loro durante la corsa. Ivi è già una organizzazione preparata a celare un delitto; ivi gli assassini, che sanno di dover essere raggiunti da uno o più di coloro che sono potenti, hanno organizzato le cose e saranno a portar loro soccorso. E così accade. Si avanza per la carrareccia al luogo designato. Invece di scenderne uno vivo, ne discende un morto; là dove il primo doveva rimanere prigioniero, il cadavere trova la sua prima tomba provvisoria.

Intanto sopraggiunge una seconda automobile, quella che non sa ancora nulla e che apprende l’accaduto o arrivando presso il luogo destinato per il sequestro o scontrandosi con la Lancia, che ne ritorna sulla provinciale Ronciglione-Viterbo.

«C’è certo fra le due macchine un breve consiglio di guerra. C’è un po’ di panico per questo cadavere imprevisto, e c’è eccitazione negli uomini della Lancia per averlo avuto per due ore fra le braccia; c’è il bisogno di scappare a Roma e di sentirsi addosso ancora ferme e potenti le protezioni che garantiscono i mandanti, e le macchine tornano a Roma.

Il corpo di Matteotti continua a rimanere nel luogo in cui doveva invece essere prigioniero e, probabilmente, senza alcuna custodia. E’ a Roma, nella notte fra martedì e mercoledì, che si discute la convenienza di asportarvelo per garantire una matematica sparizione del cadavere suggerita e voluta dal mandanti.

Ebbe il sopravento la corrente più posata e certo meno partecipe del delitto. Fu deciso che all’indomani sera il cadavere sarebbe stato tolto dal suo deposito provvisorio e condotto là ove nessuno avrebbe mai potuto rintracciarlo. E la Lancia stessa è quella, nonostante quanto si è detto e scritto, che compie questa spedizione. Vogliamo oggi dire di più, che si è assodato con precisione il percorso che essa fece nella sua andata a Vico e nel suo ritorno a Roma da Vico.

L’autorità giudiziaria ha in mano il suo itinerario e la sua tabella di viaggio. E’ questa che ci indica ormai la certezza di quel che sembra finora per tante ragioni inverosimile, che cioè il cadavere del Matteotti riposi sul fondo del lago di Vico. Questa ipotesi, che era difficile ad ammettersi nella inverosimiglianza che gli assassini si recassero a Vico seguendo un piano preordinato e preparato, è sostenuta da agevolazioni locali. Ed oggi si hanno in mano degli elementi per provare che esistevano di fatto. Il cadavere è probabilmente legato in un sacco, assicurato a dei forti pesi. Di nottetempo quelle agevolazioni locali si manifestano. Vi sono quattro barche sul lago, ognuna delle quali è facilmente rimovibile, sia per la loro relativa leggerezza, sia perché è provato che alcune di esse in quella notte erano state tirate a secco appena al di là del bordo dell’acqua.

Se il pescatore Rocco, la cui casa dista dallo barche circa cinquecento metri, dice di nulla aver visto e udito non significa gran che, sia che si ammetta e non si ammetta la sua sincerità. Ma egli è obbligato, d’altra parte, a dichiarare che se taluno avesse usato delle sue barche non avrebbe avuto mezzo di accorgersene.

Chi operò questo affondamento del cadavere? E’ difficile rispondere, ma certo pare probabile che mentre l’esecutore materiale della operazione era un uomo grandemente pratico del luogo, coloro ai quali essa interessava dovettero assistere alla sua esecuzione, tanto è vero che la macchina tornò a Roma a tarda ora della notte».

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