Il Casanova di Federico Fellini

Un film colto, coltissimo, colmo di citazioni e soprattutto di riflessioni.

Il cinema di Fellini ha – da sempre – stimolato la mia immaginazione, sospingendo con lieve eccentricità il mio senso critico nel cogliere la traduzione, effettuata dal Maestro, delle rappresentazioni del suo moto interiore.  

E così, dopo ogni visione, mi sono spesso intrattenuto con diversi amici, per cogliere aspetti e soluzioni nascosti nel codice rappresentativo. Il metodo, usato dal Maestro, nel consumo delle scene, è sempre lo stesso: l’avvicinamento degli opposti. Cosa intendiamo? Offrire una soluzione interpretativa alla rappresentazione del senso del dolore e della felicità, considerati nella percezione personale del Maestro, non quali esperienze separate ma uniti tra loro: nel dolore c’è la felicità, nella felicità c’è il dolore. Seppur sia una triste realtà, nessuno c’insegna a superarla, ma – al contrario – a separarla, per vivere prima uno e poi l’altro.

Casanova rappresenterebbe l’uomo, che si pone al di fuori del codice morale, interpretando il suo ruolo nel superamento delle convenzioni sociali. In fondo, un po’ tutti – anche per cattiva educazione – siamo ribelli alle imposizioni, che consideriamo castranti e mai quale collante, per edificare il nucleo sociale. Ecco che il processo di assimilazione inizia il suo corso; lo spettatore cerca di rintracciare le sue qualità nel protagonista, costruendo così un confronto tra ciò che è stato realizzato nella pellicola e ciò che si realizza nella vita. Abbiamo quasi sempre bisogno, per essere forse falsamente assicurati, di essere nell’altro o nell’identificare una parte degli altri quale nostro sé, troviamo la dovuta giustificazione ai nostri atti. E’ l’estrema sintesi della debolezza esistenziale, in cui l’uomo deve vivere, perché possa essere controllato, dominato psicologicamente e benignamente guidato verso la morte, percorrendo solo quei passi, ideati dai suoi controllori, che si mostrano altruisti, ma che in verità, celano solo irriferibili tornaconti personali.

La festa veneziana

In una tempesta lagunare, Casanova riceve un biglietto, con cui è invitato a raggiungere una monaca all’isolotto di S. Bartolo, «senza domestico e con una candela in mano».

Questo primo intervento cosa susciterebbe simbolicamente? Intanto, il tema dell’amore. Casanova, che celebra le inquietudini del suo io, attraverso il godimento dell’oggetto erotico (la donna) è invitato ad unirsi ad una suora, che non dovrebbe essere schiava delle passioni carnali. Tutti e due i protagonisti sono quindi legati dalla medesima scelta, appartenendo a due ordini sociali ben distinti: la suora, serrata nella catena sponsale di Cristo, risponde a quella Chiesa, che poi condannerà il Casanova ai Piombi.

In una sala rotonda (l’idea della circolarità), si consuma l’amplesso; le pareti sono dense di simboli e dall’occhio di una trota ben dipinta su un muro, l’amante della suora assiste all’evento masturbandosi.

Il tema dell’amore è ridotto alla mercificazione, propria della mentalità mercantile; non sarà un atto puro, unione di due corpi, ma l’unione dei corpi sarà oggetto delle fantasie di un ignoto visitatore, il quale troverà le sue soddisfazioni nel vedere il gioco degli amanti. Come rappresentare la congiunzione tra due esseri?

Ecco la soluzione assai originale del Maestro: una danza erotica, durante la quale saranno illustrate diverse «posizioni», su una melodia instabile totalmente, mentre il ritmo sarà stabilito dall’aprir delle ali di una civetta, animale sacro a Minerva, la dea guerriera.

Quando l’uomo avrà pienamente soddisfatto la sua voglia, nella melodia apparirà la tonalità.

La danza ricorda la teoria pelasgica della creazione; quando dal caos emerge la dea Eurinome, che danza tra cielo e terra, finché è fecondata dal serpente Ofione. La suora, in questo momento, come Eurinome attira colla virtù della seduzione nella sua rete Ofione – Casanova, da cui non sarà fecondata, perché l’atto consumato – appunto – sarà solo motivo di egoistica partecipazione da chi guarda nascosto, intento a cercare piacere da solo. Terminata la danza, l’uomo anonimamente si complimenta con gl’interpreti: ha goduto.

Il mare (elemento acqua, passione, il sesso) è la congiunzione tra un cambio scena e l’altro; ciò che unisce le varie storie è il racconto dell’amore.

Casanova su una barca cerca di domare le alte onde, così come l’uomo cerca, a volte senza riuscire, di sopravvivere alle passioni interiori. Egli è avvicinato da un’imbarcazione dell’Inquisizione, che ne reclama la presenza in tribunale, perché sia giudicato.

In tutti i film del Maestro, risulta l’autenticità del controverso rapporto tra l’Autorità (gestita da uomini) e l’uomo, che non riesce ad esprimere le sue competenze nell’ambito del ristretto perimetro convalidato dalla cosiddetta legalità.

Il luogo, dove ha sede il processo, è mal illuminato, sporco. Gl’inquisitori giudicano da un muro altissimo, guardando con occhio arcigno il povero imputato, posto alla base del muro ed in ginocchio in segno di penitenza. Il giudice elenca i capi d’accusa, che Casanova decisamente respinge, ma la condanna è già scritta: sarà condotto ai Piombi. Il tempo sembra essersi fissato su un eterno, ineffabile, volatile presente. La cella è angusta, scavata nella roccia e qui, in questa dimora eterna, Casanova esercita la memoria del bel tempo che fu, quando a Venezia, da uomo libero, incontrava le sue amanti, alle quali dedicava gran parte del tempo, circondato dal lusso e dalla meraviglia.

Si divertiva a prender parte alle prove di danza della sua donna, comandate da un maestro piuttosto acido e petulante ed a volte si dilettava a danzare, esibendosi in splendide figurazioni di coppia.

La permanenza nell’angusta cella è un dolore insopportabile per chi aveva sempre goduto delle gioie della vita; così escogita una fortunosa fuga dal terribile carcere. Coll’uscita dalla cella, è sancito l’abbandono della caverna cosmica. Il carcerato, sostando all’interno di uno spazio stretto ed angusto, rivive l’esperienza uterina non più avvolto nelle rassicuranti acque materne, ma teso nell’aspetto tellurico del luogo.

Appena giunto sul tetto del luogo penale, gli appare la Venezia lunare dei campanili; ancora un ultimo sguardo prima che il pianto s’impossessi della sua anima sconquassata: abbandonare Venezia, ritirarsi in un esilio volontario lo strugge, sta perdendo una parte importante di sé. A Parigi, trova un’accoglienza familiare presso il salotto della marchesa D’Urfè, luogo di ritrovo di grandi personalità dell’arte e della cultura come il conte di S. Germain, mago ed occultista (per cui il Casanova non serba grande ammirazione).

La marchesa accoglie maghi, veggenti, sensitivi, dilettandosi di negromanzia e, durante dei pranzi luculliani, gli ospiti s’intrattengono su argomenti di carattere esoterico, esponendo con chiarezza le loro teorie, che, spesso, si trovano in contrasto tra loro.

Da dove nasce la necessità di scrutare il futuro? Cos’è il futuro? E’ forse tutto ciò che è già scritto che debba accadere, ma che non ha trovato completezza nel kairos? Allora la preoccupazione diventa una necessità impellente: anticipare il futuro ad oggi, per prepararlo, per cambiarlo – addirittura – interpellando chi dichiara (in base a cosa?) di saper leggere il domani. Il futuro è una delle preoccupazioni maggiori dell’uomo di ogni tempo, che consumerebbe oggi ciò che sarà destinato ad un domani, di cui coglie l’essenza intellettualmente, ma di cui non ha alcuna consistenza. E così si formano eserciti di maestri, di guru, di predicatori, che, in cambio spesso di lauti ritorni economici, sfornano interpretazioni sicure, che permetteranno al cliente di vivere con tranquillità tra le trame del futuro.

Questa necessità di conoscere ciò che ci accadrà dove nasce? Chi la nutre? Per ché la si nutre? In che modo la si nutre? Se l’uomo riuscisse ad eliminare la radice, perderebbe anche l’interesse di conoscere in anticipo il futuro, concentrandosi sull’«hic et nunc». Rimaniamo invece invischiati nel sapere cosa accadrà domani, mentre oggi sta passando.

Terminato il pranzo, la marchesa si alza dalla tavola, seguita, poco dopo, da Casanova, che passa accanto ad una scultura di civetta. Sono condotti all’interno di una stanza ottagonale (poligono che richiama la fonte battesimale cattolica antica), illuminata da molte candele raccolte al centro, mentre ogni lato del poligono è addobbato ad altare laico. Rappresenterebbe l’abitazione interiore della curiosa marchesa, l’athanor alchemico, che raccoglie ammennicoli proveniente da un tempo antico. La segreta abitazione ospiterebbe un simbolo appartenuto a Paracelso, vicino un fornelletto in cui bolle un liquido da quindici (tre volte cinque) anni e dovrà ancora bollire per ulteriori cinque anni (quattro volte cinque).

Il messaggio simbolico è portato ad una forma quasi perfetta; i risvolti alchemici sono chiarissimi; infatti l’artista lavora in sé, rappresentando nel luogo, dove raccoglie la sua meditazioni, tutti i simboli interiori mostrati nella pietra, perché possano risvegliare lontane seduzioni divine. Tanti gli oggetti, che non hanno tempo, poiché la nascita ufficiale dell’alchimia non ha un data certa. Il richiamo a Paracelso, che unì ai Due elementi  il sale, è la certificazione che ci troviamo in un atanor. Il richiamo poi al liquido, che ha già bollito per quindici anni e ne coprirà altri cinque, è nella numerologia in cui si passa dal primo anno (unità) al quaternario (quattro per cinque) la divisione per cinque richiama il pentalfa massonico o pitagorico.

La marchesa chiede a Casanova di svelarle il segreto della pietra filosofale, ma il nobiluomo respinge cortesemente la richiesta, rifugiandosi in un brevissimo monologo, in cui denuncia tutta la sua modestia di umile cercatore della verità. Allora, la richiesta è ancora più pressante e preoccupante: la marchesa sa di essere vicina al trapasso e per ciò chiede di essere fecondata dal Casanova, per reincarnarsi in un corpo maschile: l’androgino ora è fatto umano.

L’ultimo aspetto disegna la perversione della ricerca esoterica, cui può cadere facilmente chi percorre la Via, per cui si libera dell’apparente inutile fine del Lavoro: lavorare alla glorie dell’Essere supremo, per non cadere vittima dei terribili giochi dell’io, il quale, impaurito dalla morte fisica, cerca nelle scienze occulte la certezza di non perire. Mentre il lavoro dell’Iniziato è volto al perfezionamento per essere pronto alla Grande Iniziazione, la marchesa intende invece sfruttare le conquista spirituali esoteriche, per avere conferme in questa dimensione, anziché proiettarsi nella nuova, giusta dimensione, che si aprirà dopo la morte.

Davanti all’opposizione del Casanova a qualsiasi collaborazione, la marchesa offre dei preziosi tesori, che il veneziano respinge.

Nel cuore di una notte di tempesta, una carrozza, trainata con estrema difficoltà da due robusti cavalli, trasporta il nostro eroe, che sembra partecipare all’esplosione degli Elementi con divertito compiacimento all’interno del mezzo di trasporto, mentre si dona alle segrete gioie della Venere solitaria. Improvvisamente la carrozza subisce un grave incidente, per evitare di uccidere un innocente pedone, in cui il Casanova si trova coinvolto. L’uomo scampato alla morte è il fratello abate del seduttore, il quale si era trasferito a Parigi con una donna, lasciando l’abito talare, per condurre una vita dissoluta e volta al peccato carnale. In pochi attimi, si sbarazza per del fratello, trattenendo con sé la bella accompagnatrice, per possederla poco dopo in una squallida stanza in un amplesso assai furioso, accompagnato dalle grida della donna, consegnatasi quale fatale vittima alla volontà del carnefice.

In questo caso, l’atto sessuale è concepito – a mio avviso – come la tecnica più dirompente dal punto di vista energetico; quindi nello sfogare gli istinti, i due celebranti si liberano dell’aspetto tellurico, per immergersi in quello spirituale.

Tornato nella casa della marchesa Douffet, si ritira nell’athanor ottagonale, per celebrare uno strano rito con la sua nuova concubina, trasformata in sacerdotessa. La marchesa, intanto, è adagiata in una vasca battesimale ed attende di essere vestita di candido lino dalla vestale, mentre Casanova sosta davanti all’altare, pronunciando elevate parole al dio Anubi, Osiride, Selene.

«Selene, Anubi, Osiris

Trascendiamo il piacere della carne

Concentriamoci per fondere le nostre anime

Per l’unione profonda e perfetta.

L’amore è sorgente e radice di vita

L’amore genera impulsi e passioni,

sia cattivi che buoni.

L’amore genera la fiamma eterna

Sia divina che umana

L’amore genera Dei e demoni».

Sono parole fortemente suggestive e evocative. Il richiamo ad Anubi, il protettore egizio dei morti (si sta celebrando la morte iniziatica della marchesa, per la sua rinascita); Selene, la risplendente, la luna simbolo supremo dell’incarnazione femminile; Osiride, re mitico dell’antico Egitto, cui sono dedicati i culti della rinascita iniziatica, apre l’elevazione. E’ indispensabile formare un eggregore, per cui è indispensabile separare la parte fisica («il piacere della carne»), al fine, appunto, di unire le anime dei partecipanti nella conversione verso il più alto grado di spiritualità, intesa come tutto ciò che si oppone alla dispersione dei pensieri, alla distrazione, alle parole, ai gesti scombinati. Dall’amore, indicato anche simbolicamente col fuoco che non brucia ma eternizza, ci si muoverà verso la rinascita iniziatica. L’amore come unica scelta per la nascita di una nuova vita. L’ammonimento finale («l’amore genera Dei e Demoni») ricorda come l’Iniziato, subendo pressioni telluriche, essendo rinato proiettato nella sua potente spiritualità interiore, dovrà rinunciare, al fine di fortificarne la pratica, ad ogni pulsione sensuale.

Simbolicamente interessante, l’immersione della marchesa all’interno di una fonte; ella ritorna ad uno stato amniotico, sostando per qualche istante all’interno dell’utero. Il lino candido è la veste indossata da coloro che iniziano un nuovo percorso all’interno di una Via, mai praticata. La vestale accompagna la marchesa davanti al celebrante, che intanto avrà indossato una corona dorata provvista di sette (come i giorni della creazione) candele accese. Egli la riceve in braccio e l’adagia su un letto, affinché avvenga l’amplesso divino; un ultimo ostacolo prima che il sacro vincolo stringa i corpi dei due partecipanti; Casanova aggiunge che ci troviamo ancora nel campo di Marte (quindi nella manifestazione umana maschile). E’ una volgare e bassa scusa, per avvicinarsi alla sua bella compagna, onde possa avere una buona erezione e deflorare la marchesa. Al fine di competere nel difficile ufficio del fecondante, all’occhio dell’uomo non sfuggono le grazie della bella concubina, la quale si agita con sensuali movenze. Purtroppo, l’erotica danza della donna rischia di provocare una perdita del tono sessuale dell’uomo, il quale, in preda ad una feroce disperazione, chiede di scoprire i glutei alla bella incantatrice, la quale immediatamente ubbidisce.

L’immancabile civetta torna a stabilire il giusto ritmo al sacro, carnale amplesso, finché il ministro deposita il suo prezioso liquido all’interno dell’utero femminile: è finalmente celebrata la rinascita iniziatica della marchesa.

Due anni più tardi, Casanova si trasferisce a Forlì, per rivestire il ruolo di delatore per conto della polizia, in una contesa molto aspra, per cui una donna, sotto spoglie maschili, sarebbe stata introdotta in una locanda. L’accusato consegna al Casanova un brogliaccio, su cui l’oste avrebbe scritto la pesante denuncia, ma il nostro non crede a quanto scritto. Quando poi si trasferisce nella camera, si accorge che effettivamente nel letto si trova una donna, che interrogata dall’avventuriero, risponde di essere francese.

Parma: la città del salame, del prosciutto e del parmigiano è la meta della prossima avventura. Casanova è in carrozza e reca con sé la bella concubina, Henriette, ed il suo amante, assai più anziano, che scopriamo ufficiale ungherese. L’impostore s’interroga su cosa desideri la donna: avventure, altri piaceri? E’ pronto. L’ufficiale intanto comunica a Casanova di aver protetto la giovane spinto dalla provocante bellezza, ma di non essere affatto al corrente del suo passato e chiede, allora, all’avventuriero di sostituirsi quale protettore della femmina. Mentre l’ungherese sgombra il campo, la donna si consegna tra le mani del seduttore, pronto a riceverla, dopo un piacevole girotondo, tra le sue braccia. A Parma, i due nuovi amanti sono tra gl’invitati a cena del Conte Bois, il quale intrattiene gli ospiti con strani discorsi, per cui la donna sarebbe più leggera del niente! Casanova prende la parola rimproverando all’universo maschile di provare violenza nel rapporto colle rappresentanti dell’altro sesso, profittando della bontà femminile, qualità soprattutto della bella Henriette, che gli siede di fronte. Il suo lungo discorso è di condanna per l’uomo, il quale spesso cade nell’errore del calcolo.

«I baci di donna sono come bicchieri di vino. Tu bevi, e bevi, e bevi e finisci col soccombere. Una donna può essere amata solo se l’uomo accetta di passare attraverso il dolore, per trovare la felicità sulle labbra della tua diletta!» E’ un manifesto all’esaltazione della donna, sulla sua elevata percezione, sulla sua astrazione e quindi l’uomo, ben al di sotto, nel dolore brucia e trasforma alchemicamente le passioni telluriche trasmutandole, al fine di non sporcare l’essenza femminile. Un concerto di sguardi tra Casanova e la bella Henriette si sovrappone alle tante voci dei commensali, che raccontano esperienze, verità, certezze; tutti sembrano chiusi in un dogmatico sapere e con la voglia (chissà perché sempre accade) di convincere il prossimo sulla probità delle proprie conclusioni.

Terminato il pranzo, dei musici si posizionano sul palco, che occupa un’intera parete della camera, per dedicare una composizione melodrammatica ai dotti intervenuti.

La musica, composta dal Maestro Nino Rota, è velatamente arcaicheggiante: quinte vuote, movimenti retti di quarte, su una melodia eseguita da dei falsettisti, che dovrebbero riecheggiare (vanamente) le emozioni dei castrati.

Il testo parla dell’amore, che informerebbe l’intero globo; non tutti i dotti spettatori partecipano con la giusta attenzione al garbato canto dei mutilati. Richiamati da celestiali attenzioni, da una porticina sbuca, una dopo l’altra, la corte delle servitrici, abbigliate modestamente, che si rannicchiano in un angolo, per non disturbare. Lo sguardo del Casanova è sempre perso dietro la sua bella; solo un «oh!» del pubblico lo sveglia da quel torpore sentimentale, mentre un commensale atteggia un goffissimo movimento di danza, applaudito da un piccolo gruppo degli astanti. Incoraggiato quindi da quell’esile e fragile conforto, il Conte Bois si reca sul palco, improvvisandosi cantore e ballerino; si nota il vestito con delle grandi ali legate sui fianchi ed un lungo strascico; una corona color oro sulla testa. L’esecuzione è davvero tragica, nella parodia di gesti e delle movenze degli esecutori professionisti, accompagnati da smorfie, che gli contraggono in una serie di maschere sgradevoli, il viso lungo e smagrito, governato da un naso assai pronunciato, che divide due occhi sporgenti. La comparsa improvvisa di un ballerino dalle inequivocabili movenze effeminate, conquista l’attenzione del Conte, che rivolge sguardi assai audaci all’indirizzo del danzatore, il quale, raggiunto il palco, canta con voce tenorile, atteggiandosi a figurazioni assai eleganti, vagamente imitate dal nobiluomo. Terminato l’intervento del figurante, il Conte si avvicina, rivolgendogli parole d’indubbia seduzione.

Il Maestro intende denunciare la confusione dei sessi o il superamento dei medesimi?

Il tragico balletto è commentato molto severamente da una convitata, che raccoglie la facile approvazione del Casanova, che le siede accanto, mentre Henriette non smette di sorridere al suo galante signore.

L’inserimento di questo quadro lirico manifesta l’attenzione, che il Maestro ebbe per l’opera lirica, piuttosto ricorrente in diversi film. La scenica morte dei due «artisti» segna la fine di questo interessante intermezzo col consueto concerto di applausi, più o meno sinceri, da parte del pubblico. Casanova, fra tutti, si avvicina al Conte, per porgere i suoi complimenti, mentre Henriette, impossessatasi del violoncello, riprende la melodia precedentemente cantata, interpretandola in forma struggente, raccogliendo l’attenzione di tutti, raccolti verso quella fonte di emozioni. Casanova la guarda dapprima rapito, il suo sguardo s’incupisce fino a non trattenere un singulto, che cerca in qualche modo di mascherare, fin quando ripara in giardino, lontano da occhi indiscreti, lasciando la sua bella suonatrice ad incantare colla divina follia della sua arte musicale. L’avventuriero muove qualche passo verso la sala, per poi tornare tra le siepi, disposte a labirinto, che incorniciano lo spazio verde.

Il simbolo del labirinto è evocatore di significazioni profonde: è l’uomo, che ha smarrito la direzione, la «retta via» e che quindi vaga non più sorretto dalla ragione, ma affidandosi al proprio istinto e non all’intuizione. Egli si rivolge verso i sentieri, che incontra, speranzoso, che prima o poi lo salvino da quella gabbia esistenziale. Il pianto ora è irrefrenabile e chiede al cielo il motivo di tanto dolore. La sua disperata uranica perorazione è interrotta dall’arrivo del Conte Bois, che chiede al nobiluomo cosa stia accadendo.

Casanova confessa di temere che la sua felicità possa smarrirsi nelle pieghe del tempo, che scorre! Henriette termina, intanto, il suo applauditissimo intervento; qualcuno le chiede dove abbia imparato a suonare così bene il violoncello; ella risponde che in convento ebbe il permesso da parte del vescovo di studiare lo strumento, perché, pur assumendo una posa indecente, non avrebbe commesso peccato. La bella conversazione è interrotta dall’arrivo di un ignoto visitatore, che ricorda alla bella il lungo viaggio da intraprendere. Casanova si ritrova nella camera, dove Henriette sta terminando il suo sonno; i capelli lunghi della bella sono sparsi sul cuscino e le forme sensuali sono fasciate in una veste candida. Egli si avvicina, per accarezzarlo il viso, preoccupato di non destarla ancora; segue la curva del naso, la rotondità delle gote e quindi disegna le labbra, percorrendole con l’indice della mano destra. La donna attende ad un minimo risveglio, mordendo di colpo il dito del suo amante, che mima un atto orale: è solo l’inizio di una nuova unione dei corpi, nel ritmo scandito dalla civetta. Al risveglio alle prime luci del mattino, Casanova non trova Henriette nel letto; egli accarezza il cuscino, dove la donna, ha sciolto i suoi capelli, interrotto dall’improvviso arrivo del Conte Bois, il quale gli annuncia l’improvvisa partenza della francese. Ella avrebbe consegnato al Conte un’ambasciata da riferire al suo ormai ex amante, il quale non dovrà più mettersi in traccia, poiché dovrà dedicare le sue arti d’amante ad un alto personaggio di una certa corte europea. Casanova piange disperatamente inginocchiato presso il talamo, mentre il Conte tenta vanamente di consolarlo.

La felicità è quell’attimo, che si stacca immediatamente dal tempo, per non essere intrappolata.

Il nobiluomo invoca la morte, «grande amica degli spiriti generosi e sventurati». Molti anni dopo, a Londra avrebbe rievocato il desiderio del trapasso a causa «dell’infame Champillon e della sua indegna figlia», che, nel corso di una violenta lite, l’avrebbero accusato di essere un ladro ed un truffatore, ingannatore attraverso oroscopi e falsi elisir di lunga vita. La carrozza, che trasporta i contendenti, fugge su strade dissestate; Casanova accusa le donne di essere la causa della sua sifilide. Giunto all’estremo della pazienza, chiede alle donne di abbandonare la terribile conversazione prima di manifestarsi quale assassino delle medesime. E così in un clima di nebbia scurissima, che confonde il giorno con la notte, e nasconde i contorni della città, l’avventuriero scaraventa lontano da sé i bagagli, urlando la sua disperazione, perché la virilità l’avrebbe abbandonato nel momento meno inopportuno, costringendolo ad una terribile resa.

Il tema dell’Eros è qui vissuto nella sua tragica attualità, poiché egli s’identifica con la sua forza sessuale, che sembra lo stia definitivamente abbandonando, consegnandolo nella dimensione di Thanatos.

Davanti al terribile spettacolo di un mulinello d’acqua, il suo sguardo sembrerebbe cercare la morte nell’elemento Acqua, simbol dell’amore, che si trasforma in sconsiderata passione, quando non è affatto guidata dalla ragione. Si avvia lentamente verso il fiume, recitando dei versi sulla morte, mentre l’acqua inizia pericolosamente ad avvicinarsi al suo petto. Distratto dalla visione di una sagoma, lancia, inascoltato, acuti gridi, per richiamarne l’attenzione. Allora una sopraggiunta forza vitale lo spinge ad abbandonare l’insano proposito e spasmodicamente si mette in ricerca di quell’ignota, che non riesce a scorgere tra la nebbia. Lo ritroviamo in un posto davvero indecifrabile, seguito da un servitore, che sopra un carretto ha sistemato alla meglio il bagaglio, popolato di giocolieri, danzatori, donne sorridenti su improbabili altalene mosse da cavalli in un’atmosfera cupa ed asfittica, poiché sembrerebbe mancare l’aria. Un suonatore si aggira con uno strano strumento musicale ad aria; egli indossa un curioso abito bianco  giallo (l’albedo e la citrinitas alchemica). Al centro di questo luogo indescrivibile, una grande balena dalla bocca semiaperta, per permetterne l’ingresso, al fine di trovare il proprio tesoro (il V.I.T.R.I.O.L. alchemico). Inizia così la lenta processione di coloro che saranno inghiottiti dallo stomaco del cetaceo, mentre Casanova attende a questo lungo peregrinare. All’interno dell’animale, il fuoco arde in un angolo, mentre dei disegni riproducono la conchiglia femminile, origine della vita, su cui è adagiata una ragazza dormiente; quindi un curioso anello con delle filettature, ai quali sono legati delle teste di serpente ed infine la scala a chiocciola, in cui versano distesi tre esseri. Ora la conchiglia è trasformata in un orribile volto.

In una nicchia ricavata da un parete, Casanova incontra Vegar, che fuma semi sdraiato una pipa in preda ad una violenta ubriacatura, preda di una illusoria, sconfinata felicità (elemento dionisiaco, come l’alcool possa trasportare l’uomo in uno stato alterato dell’essere e quindi aperto verso nuove sensazioni e probabili conoscenze). L’amico dichiara che i tanti viaggi compiuti da Casanova all’interno di corpi femminili, non l’abbiano mai portato in luogo alcuno. Giacomo confessa l’evitato suicidio, poiché interrotto dalla visione di una sagoma, che si sarebbe quindi dileguata aiutata anche dalla fitta nebbia, che caratterizzava il paesaggio. Vegar gli racconta che ella si trova in quel strano posto.

In una locanda di quart’ordine, un pubblico popolare e vociante tifa per i due contendenti impegnati a braccio di ferro; Casanova sarà il prossimo avversario, che affronterà il vincitore. Avvicinatosi al tavolo da combattimento, scopre che il suo avversario è una donna, alla quale si mostra in un educatissimo baciamano. Iniziata la contesa, l’avventuriero chiede alla sua avversaria di regalargli la vittoria, ma la donna non accetta la scorretta proposta, sconfiggendolo tra le grida sempre più acute e stridenti del pubblico.

Riaffermiamo la nostra convinzione che la donna manifesti forze, occulte alle capacità espressive dell’uomo.

Essendo terminata la tenzone, la vincitrice si allontana, accompagnata da parte del pubblico festante; lo strano corteo è aperto da due nani imbellettati da damerini.

Il solito paesaggio lunare ci mostra una strana costruzione di corda a forma di cono (figura risultante dalla rotazione di un triangolo rettangolo attorno ad uno dei suoi cateti; quindi solido sacro essendo espressione del Tre); Casanova si aggira, seguito dai nani e dalla vincitrice avvolta in un lungo panno bianco (colore che ricorre spesso), che confessa allo sconfitto di aver contratto un matrimonio poco felice e quindi costretta, per vivere, a vendersi come donna forzuta. Quindi, si allontana preceduta dai nani, mentre uno smarrito Casanova la segue con lo sguardo. Un nano s’introduce nel cono, percorrendolo in senso orario (il procedere verso il futuro), Casanova lo osserva dal di fuori. Improvvisamente una forte luce illumina la strana costruzione, popolata dal pubblico volgare della locanda, che assisterà ad un incontro di lotta tra la donna, Angelina, e due forzuti. Il caos si scatena tra le urla assordanti dei convenuti, mentre la donna sembra aver la meglio sugli uomini, i quali tentano vanamente con ogni mezzo di mettere la temibile avversaria colle spalle a terra. Terminato il terribile spettacolo, Casanova regala dei soldi ad un nano, affinché lo conduca da Angelina, che è riparata all’interno di una povera costruzione in stoffa. Giacomo sbircia all’interno, per assistere, non visto, alla preparazione del bagno della vincitrice, da parte dal nano complice. La donna entra nella vasca di legno, mentre i nani si preoccupano di insaponarle la schiena. Poi la donna inizia a cantare una triste canzone in veneziano, dolce nenia d’accompagnamento di quel momento così intimo; Casanova intanto smette di sbirciare, per poi, preso da inguaribile stanchezza, trova riposo appoggiato a dei covoni d’erba.

Albeggia; una parte del cielo presenta un leggero chiarore, che, con grande fatica, avanza tra le nuvole addensate e scure. Casanova è raggiunto dal servitore, che lo informa dell’imminente partenza; egli si risveglia rapidamente, si alza repentino e si trova in un panorama squallidamente vuoto: della donna, dei due nani, del solido cilindrico non vi è traccia: è stato quindi un sogno?

Il tema del sogno è ricorrente in ogni film del Federico Fellini, il quale raccolse in una voluminosa pubblicazione i racconti dei sogni, spesso accompagnati da disegni esemplificativi. Egli ha sempre giudicato assai importante il movimento onirico, quale fonte d’ispirazione superiore, che emerge soprattutto laddove lo spettatore si smarrisce, perdendo quasi il filo del racconto. Al contrario, sono propri i sogni a determinare il succedersi degli eventi: un invisibile filo conduttore nella pena del racconto.

I due uomini salgono a cavallo, per sparire nella nebbia.

All’interno di una lunga stanza con un’unica apertura ad est, dei cardinali con le vesti più preziose attendono ad una cerimonia alla presenza Papa, che passa tra le due ali, composte dai fedeli principi della Chiesa, per raggiungere nell’angolo più buio dell’immenso salone il Casanova, il quale s’inginocchia in segno di riverenza. La sera stessa, l’avventuriero è ospite nel palazzo dell’Ambasciatore inglese, che ha organizzato una festa dai vaghi sapori dionisiaci.

Ecco la contrapposizione tipicamente felliniana, del dio Apollo al dio Dioniso.

Tante sono le donne, che mostrano generosamente il seno, le quali si dilettano in grida di evviva all’indirizzo dei concorrenti di un gioco, che consiste nel prendere il cibo con la bocca, depositato su un tavolo, per rovesciarlo all’interno di alcune tinozze, poste su un tavolo opposto al primo. Il clima è da taverna anche se ci troviamo all’interno di un palazzo di un ambasciatore, i partecipanti sfogano i loro bassi istinti, dilettandosi in un gioco assai disgustoso. Casanova non partecipa affatto alla stomachevole tenzone, guardando con occhi famelici una coppia, che su una panca, si abbandona ad un amplesso. Finalmente l’Ambasciatore porge il suo benvenuto all’illustre ospite, così il loro lieto conversare è interrotto da una lotta furibonda, che si è scatenata tra due contendenti, che poi piano piano si allarga, coinvolgendo sempre più persone, incitate dalle donne, che offrono una larga corona (torna l’idea della circolarità, espressione dell’infinito e quindi della divinità) al combattimento in atto. In una confusione sempre più crescente, un damerino proclama il vincitore, di cui non si capisce neanche il nome. Casanova cerca di vincere le grida degli astanti, accusando il loro comportamento assai riprovevole nella città santa. Il principe Ildebrando ricorda all’avventuriero di essere stato in prigione in passato, quindi non può ammettere critiche per il comportamento di alcuni scalmanati. Giacomo protesta che quella detenzione fu dettata esclusivamente da motivi politici. Il principe si protesta quale sincero ammiratore del celebre avventuriero soprattutto per le sue capacità amatorie, di cui chiede di offrirne il saggio, confrontandosi in una gara amorosa con il giovane cocchiere Righetto, il quale, interrogato dal principe, dichiara di aver fatto l’amore per ben sette volte durante la notte precedente. Casanova replica che mediante la sola forza bruta è impossibile soddisfare per così tante volte il proprio desiderio sessuale, che può essere definito solo se guidato dall’intelligenza e dalla cultura.

Il sesso, quindi, quale manifestazione dalla dimensione spirituale, che si esprime attraverso la telluricità, effetto del desiderio intellettuale.

«L’atto – continua Casanova – è l’unione di più fluidi, dominate dalle influenze stellari e planetarie».

L’ambasciatore lancia la sfida erotica tra il nerboruto cocchiere ed il fine intellettuale: chi sarà capace di vivere più orgasmi nell’arco dei sessanta minuti sarà proclamato vincitore. Giacomo rifiuta: non vuole partecipare ad un duello assai particolare, avendo quale avversario un volgare plebeo, ma una donna si dichiara sicura che la «poesia» avrà la meglio sulla «materialità». Ecco lo scontro tra stato fisico e stato intellettuale, poiché l’uno si differenzia dall’altro per le necessità da dover soddisfare. L’amatore allora propone di scegliere la donna, che lo aiuterà in questo strano scontro: Romana, la più bella tra le modelle di Roma, la Venere delle campagne. Prima di iniziare la tragica battaglia tellurica, Giacomo chiede delle uova fresche, del vin di Spagna, zenzero, cannella e chiodi di garofano.

La scelta di questi strani ingredienti rivela pur sempre dei motivi esoterici assai profondi. L’uovo è un simbolo presente in quasi tutte le teorie cosmiche, simbolo di eternità; il vino è sole liquido, quindi potenza maschile; lo zenzero è simbolo della forza e la composizione del fiore è un indubbio simbolo fallico; la cannella è una pianta ritenuta sacra quale incenso e mirra (simbolo della fenice) segno quindi dell’immortalità; i chiodi di garofano rappresentano anche i chiodi della crocefissione e l’atto sessuale appare un sacrificio, che unisce i due amanti ai quattro punti cardinali.

Iniziano le scommesse, Casanova si nutre con diciannove uova, di cui raccoglie in un bicchiere, il tuorlo. Si avvicina lentamente al talamo, baciando con voluttà la bocca carnosa di una donna, poi accompagnata dalla bella Romana, si lascia alle spalle i commenti volgari del pubblico, per dirigersi verso il luogo dello scontro, delimitato da un quadrato (il quaternario espressione della dimensione umana), dove sono stati precedentemente posti dei materassi a terra. La coppia inizia a  spogliarsi, mentre è raggiunta dall’altra sfidante, che inizia a sfilarsi i vestiti. Le donne provocano con atteggiamenti erotici i due uomini, perché abbiano una soddisfacente erezione. Ora le donne sono pronte, sono in attesa di essere deflorate. Tra le grida animalesche del pubblico, che assiste all’inattesa battaglia, parte l’amplesso, mentre il conte lldebrando consuma un bicchiere di vino seduto sconsolato in una angolo della casa, lontano dalla folle gara.

Da notare come il Maestro non consegni alle immagini alcuna provocazione sessuale femminile; l’amplesso è svolto nel candore delle carni coperte dai pesanti vestiti indossati dai quattro contendenti. Ferma molto spesso l’immagine sui volti trasfigurati in tragiche smorfie del pubblico, che partecipa anche divertito.

Allo scadere del tempo previsto, gli uomini si distaccano dal corpo delle donne, con evidente segni di fatica: Casanova è il vincitore per aver collezionato il maggior numero di orgasmi. E’ portato in trionfo tra una folla schiamazzante, percorrendo l’intero perimetro della sala, descrivendo un immaginario cerchio.

In Svizzera, nella città di Berna, Giacomo si trova ospite del dottor Medius, entomologo di fama; è assai attratto dalla figlie dell’illustre scienziato, che aiutano il padre. Egli improvvisamente sviene ed è soccorso dal pronto intervento delle donne, che lo rianimano, praticandogli strani massaggi sul petto. Coricato, gli viene posto un velo candido sul viso, mentre le due inservienti mescolano all’interno di un pentolone una serie di misture scure, lasciandole bollire. Praticano quindi l’agopuntura sulla fronte del paziente, inserendo degli aghi lunghissimi. Con un cilicio, una delle due donne punzecchia le piante dei piedi di Giacomo, pronunciando una strana filastrocca, sotto la luce di Pandia.

 Il mondo lunare, rappresentazione dell’universo femmineo, che sovrintende al mondo naturale, alle acque dirigendone le maree, è la divinità, cui sono stati consacrati gli Elementi, che guariranno l’infelice disgraziato. Ora il malato è lasciato riposare.

Le donne hanno avuto ragione sulla malattia, perché ci troviamo davanti un Casanova rinforzato nello spirito e nel corpo. Egli accusa del suo malessere gl’insetti, rappresentazione del male allo stato vivente e ringrazia le sue salvatrici, rivolgendo parole di grande seduzione ad Isabella che hanno facile presa.

Giacomo attiva il turbine affabulatorio; nessuna donna è in grado di resistere, soprattutto quando il corteggiatore rivela propositi di grande qualificazione morale.

Se Isabella si lascerà coinvolgere nel gorgo amoroso, potrà contare sull’assoluta fedeltà di Giacomo, ma la donna, saputa la partenza prossima dell’illustre potenziale amante, sembrerebbe rifiutare le profferte amorose, quando si scioglie in un bacio appassionato, fissandogli un appuntamento alla Locanda dei Mori, per congiungere finalmente in un amplesso senza fine i loro corpi. Casanova si presenta sul luogo dell’appuntamento: un corridoio stretto conduce ad uno slargo, nel cui centro una caldaia accesa. Degli uomini attendono al fuoco, perché sia sempre alto; da un lato dei cavalli ben stretti in uno spazio recintato vicino il quale due barboni mangiano. Non si capisce se ci troviamo all’aperto o all’interno di un palazzo. L’avventuriero chiede notizie di una signora, che dovrebbe essere giunta ad un lavorante presso la caldaia, il quale dice di non saperne niente. Che la donna abbia mentito? E perché? A quale fine? Per quale motivo? Il libertino è certo che prima o poi arriverà; forse, un imprevisto motiva il suo ritardo. Da un lato, sbuca un donnone, che si rivolge al Casanova, chiamandolo per nome. Ella invita alcuni commensali ad unirsi a lei per un brindisi alla virtù sessuale del celebre libertino, ricordandogli di essere stata amata, molto tempo prima, snocciolandogli giorno, luogo e motivo dell’amplesso, che vorrebbe si ripetesse immediatamente. Giacomo si dimostra dispiaciuto di non poter appartarsi con lei, poiché avrebbe fissato un appuntamento con un’altra donna. Il donnone allora invita la Tedeschina, una donna magrissima con una bella gobba, ad unirsi col celebre amatore, che ordina una camera, per celebrare nel modo migliore la sua nuova amicizia. Delle risate sonore, sembrano scuotere la camera da letto; i due amanti sono rinchiusi all’interno di un baldacchino di legno e celebrano l’unione sotto il ritmo scandito dalla civetta. Così mentre il celebre avventuriero si unisce alla Tedeschina, due donnone spalancano il baldacchino, per partecipare collo sguardo al divino amplesso.

E’ la celebrazione festosa, gioiosa del sesso, ben lontano dalle considerazioni morali.

La Tedeschina è davvero forsennata nei movimenti; la donnona si getta sul viso del Casanova, baciandolo ripetutamente, mentre la stanza si popola di altri spettatori. I movimenti degli amanti scuotono il baldacchino, generando un desiderio irrefrenabile da parte di una spettatrice, che, puntato lo sguardo sull’azione della coppia, non esita ad avvicinarsi alle sue parti intime, per donarsi del piacere. Alle tre donne presenti nell’alcova, se ne aggiunge un’altra; tutte vogliose di provare le gioie esplosive del bell’amatore. Una danza panica, sfrenata, orgiastica, in cui il Casanova offre il suo corpo quale strumento di seduzione alle voluttà disordinate delle donne, fin quando, finalmente, il ritmo diventa sempre più lento: la soddisfazione ha stremato i corpi deliranti. La danza erotica, dopo quale attimo di pausa, riprende velocemente il ritmo di sempre, che coinvolge anche il baldacchino, che si muove senza alcuna direzione precisa all’interno della stanza in un vortice di delirio senza fine.

In un teatro d’opera, si sta celebrando un inno al sole, il cui simbolo riempie gran parte della scenografia. Dei cantanti, stranamente abbigliati, si muovono disordinatamente, impugnando spade colla punta rivolta verso l’alto. Essendo concluso il lavoro, il pubblico, presente in sala, applaude convinto. Mentre la sala, lentamente si svuota, Casanova assiste allo spegnimento dei candelabri da parte degli inservienti. Quando al termine dell’operazione sente sussurrare il suo nome, cerca tra i palchetti e scopre, con grande sorpresa, la mamma. Giacomo le racconta che sta lavorando alacremente ad un nuovo progetto, generando solo sorrisi di scherno dalla genitrice, la quale lo rimprovera di essere stato estremamente riservato nell’inviarle dei soldi. L’avventuriero chiede alla mamma di ospitarlo per qualche giorno, in risposta riceve una sonora e grassa risata di scherno. Casanova raggiunge la mamma nel palchetto, per aiutarla nella deambulazione e così la strana coppia raggiunge l’esterno del teatro, dove una carrozza attende l’arrivo della genitrice. Giacomo insiste nella richiesta di ospitalità, quindi consegna la mamma nelle mani dei cocchieri, che la pongono nell’abitacolo del mezzo di trasporto. La sua pressante richiesta rimane disattesa.

Il girovago viaggia in Olanda, Belgio, Spagna, ad Oslo ed infine raggiunse Gutenberg, la corte più brillante d’Europa, spesso impegnata nell’organizzare giochi di dubbio gusto, per persone di basso rango, cui il Casanova, distaccato, non partecipava. Il fraudolento si rivolge ad una giovane dama, consigliere del Duca, perché perori la sua causa di esser nominato ambasciatore e negoziatore di pace presso il Duca di Sassonia. La dama si limita a sorridere, nonostante riceva una lettera di un cardinale, colla quale raccomanderebbe le doti diplomatiche dell’avventuriero. L’attenzione delle tante persone si sposta sulla presenza di una grossa tartaruga, simbolo di fortuna e d’eternità.

In queste scene corali, il Maestro rappresenterebbe il caos della vita quotidiana, per l’assenza di ordine, di ritmo ognuno si convince di poter esprimersi, anche calpestando la volontà del prossimo.

Casanova presenta alla sua muta interlocutrice dei disegni di macchine da guerra, prova delle sue capacità belliche, quando, improvvisamente, si alza dalla sala un canto corale d’indubbio fascino militare, durante il quale delle persone si posizionano, assumendo i vari ruoli del gioco degli scacchi: dal caos all’ordine, alle regole.

L’avventuriero in una stanza assai ampia ritrova la “regina” degli scacchi, Isabella, seduta attorno ad un tavolo. Il «pezzo» si muove meccanicamente, volteggiando nella stanza ed invitando Giacomo a muoversi nello stesso modo. I due improvvisano uno strano balletto, fin quando il seduttore conduce il «pezzo» sopra un letto foderato di stoffa rosso fuoco. La «donna» si lascia condurre e non oppone alcuna resistenza. Egli inizia a spogliarsi, per poi rivolgersi all’inerte bambola, perché gli conceda il permesso di spogliarla. La voglia di possederla è imperiosa, sicché, ancora non completamente svestiti, i due si rotolano nel letto; Casanova reca sopra di sé la bambola e la penetra, dirigendone il movimento sempre più veloce ed ossessivo, fin quando trova la pace, stremato. Reca la bambola verso sé, baciando le fredde labbra, abbandonandosi ad un sonno ristoratore. Il sole dell’alba penetra con la sua luce calda dall’ampia finestra; Casanova si desta con fatica. Si riveste stancamente, s’incipria, riordina i capelli, legandoli con un largo fiocco ed esce, lanciando un’ultima occhiata alla bambola, immobile sul letto.

«L’inverno è molto lungo in Boemia. Già da parecchi anni vivo a Duchcov, nel castello di Walderstein. Sono bibliotecario del signor Conte, un incarico importante, che si addice alla mia indole di studioso, di uomo di lettere».

Casanova è assai invecchiato, curvo sulla schiena; mangia dello stufato all’interno di una locanda frequentata soprattutto da popolani. Egli reclama un piatto di pasta, che mai avrà, allora minaccia di denunciare tutto al Conte, ma qualcuno tra i presenti lo invita a cambiar locanda. Su un muro, scorge il suo ritratto, che fu copertina di un romanzo, che nessuno dei presenti testimonia di conoscere. Allora si pronuncia, affinché qualcuno possieda una copia, poiché, dopo la sua morte, il ricordo di uomo di lettera sosterrà il trascorrer del tempo. Recatosi dalla mamma del Conte, denuncia l’accaduto alla nobildonna, aggiungendo che, chi si prende briga di lui, ha osato anche forzare la porta della biblioteca, per rubare dei libri, incolpandolo del furto. La signora risponde che, al ritorno del figlio Conte, si penserà a sistemare le cose. Da alcune persone, Giacomo è presentato, quale avventuriero e scrittore, ad un gruppo di giovani, che sono intenti a bere nella solita, sperduta locanda di periferia. Il vecchio bibliotecario si esibisce in un grottesco inchino ed, appoggiandosi ad un bastone, recita dei versi, quando una ragazza improvvisamente sorride divertita col suo amico. Casanova si volta verso la donna e con uno sguardo indiavolato, che perde via via sempre più rigore, s’inchina e guadagna l’uscita nel silenzio generale. Deposto il pesante cappotto, nella sua stanza, si siede pesantemente su una grande poltrona, restando immobile per qualche attimo, mentre fuori il vento invernale offre un concerto di suoni cacofonici. Giacomo pensa alla sua Venezia lontana, città nella quale forse non potrà più tornare, se non nel sogno. Così una notte, si rivide nella città lagunare, circondato dalle sue amanti, che si allontanavano lentamente una dopo l’altra, perché restasse solo con Isabella. Una carrozza dorata, trainata da quattro bellissimi cavalli bianchi, si fermava a pochi passi da lui. Mentre la porta dell’abitacolo di apriva, la mano benedicente del papa gl’indicava di condursi dalla bella Isabella. Tenta inutilmente di animarla, cosicché la damina muove le sue braccia in direzione dell’uomo, per abbracciarlo. Poi, si esibisce in alcuni passi di danza, seguita dal seduttore ed insieme iniziano a ruotare sul medesimo punto. Che bel sogno per il vecchio Casanova!

Donald Sutherland (Giacomo Casanova) e Federico Fellini

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