La prima fatica di Ercole

Zeus di Smirne, 250 a. C. Louvre)

Ercole o Eracle, presso i Greci, fu un eroe, figlio di Zeus e della mortale Alcmena. In un’altra versione del mito, fu invece figlio della Dea Madre di Creta, rivendicando così il diritto ad essere considerato un dio.

Ercole strozza i serpenti davanti a Giove ed Alcmena (1556 ca.) di Giorgio Vasari
Tiresia e Narciso di Giulio Carpioni (1613 – 1679, Padova, Musei Civici))

Secondo la tradizione tebana, Zeus si unì colla sua ultima sposa mortale, Alcmena, assumendo le sembianze del marito Anfitrione. Il padre degli Dei scelse la moglie del Re di Tirinto – città nella piana di Argo -, poiché sarebbe stato desideroso di fornire agli Dei un invincibile difensore.

Avvicinato dall’indovino Tiresia, Anfitrione avrebbe saputo della paternità di Eracle, ma non meditò vendette, scegliendo di accudirlo come un figlio.

Hera campana, III sec. d. C. (Louvre)

Era – moglie di Zeus – gelosa di Alcmena, anticipò la nascita di Euristeo rispetto a quella del cugino Eracle, perché potesse sottometterlo. La dea si dimostrò nemica dell’eroe – dio, quando inviò due serpenti verso la culla del piccolo eroe, per attentare alla sua vita. Eracle strozzò, senza timore alcuno, i due pericolosi animali.

La sequenza della nascita di Ercole fu inizialmente illustrata nell’«Anfitrione» di Sofocle e del latino Accio, andati perduti; così come nell’«Alcmena» di Eschilo ed Euripide (perduti anch’essi); infine, nell’«Amphitruo» di Plauto

Tito Maccio Plauto (255 – 184 a. C.)

Ilcommediante latino racconta il mito. Assente Anfitrione, perché impegnato in guerra contro i Teleboi, Giove assume le sue sembianze, per unirsi carnalmente ad Alcmena, aiutato dal figlio, Mercurio, che si finge Sosia, servo del Re. Il giorno dopo, terminata la guerra, Anfitrione ed il vero Sosia tornano a casa. Mercurio picchia il vero Sosia, affermando che sia un «sosia» di se stesso.  Il Re non crede al racconto del suo fedele servitore; ritrova dopo tanto tempo la moglie, vittima dell’inganno di Giove e Mercurio e solo l’intervento del padre degli Dei riesce a riportar la calma tra i due; quindi picchia – come aveva fatto precedente il Dio dei ladri – Anfitrione. Un’ancella di Alcmena comunica la nascita di due gemelli, di cui uno già distintosi in una prova di forza, avendo ucciso due serpenti. Finalmente l’agnizione di Giove svolgerà i fatti a conclusione, dichiarandosi padre di Ercole, assegnando la paternità di Ificle ad Anfitrione.

L’eroe crebbe a Tebe, educato dai più attenti maestri. Dimostrò un’innaturale forza e così uccise il suo maestro Lino (figlio di Apollo), insegnante di scrittura e musica e, per punizione, fu mandato sul monte Citerone, sacro al dio Dioniso di cui sposerà la figlia Deianira, a custodire il gregge. Essendo caduta la città di Tebe sotto il giogo dei Mini, Ercole aiutò l’esercito del Re Creonte a liberare l’assedio alla città e quindi gli fu assegnata in sposa la figlia del monarca, Megara, che lo renderà padre di tre figli.

Quando il cugino di Eracle, Euristeo, divenuto nel frattempo re di Micene, chiamò l’Eroe al suo servizio, Eracle uccise i propri figli e quelli del fratello Ificle, a seguito di un raptus, causatogli da Era, perché accettasse la proposta di lavorare accanto al cugino – Re e potesse espiare così i gravi errori commessi. Sceso nell’Ade per ordine di Euristeo, al suo ritorno sposò Deianira, figlia di Dioniso, che sarà la causa della sua morte.

Tempio dell’oracolo di Delfi (505 a. C.)

Al servizio di Euristeo, Eracle compì le dodici fatiche, impostegli dall’oracolo di Delfi, per la durata di dodici anni come prezzo per la sua immortalità o come espiazione per l’uccisione dei figli.

In questa brevissima presentazione dell’eroe, possiamo già trarre alcuni spunti di meditazione.

La Dea Madre di Creta (possibile – secondo alcune tradizione – madre di Eracle) era anche detta Dea dei serpenti, dea della fertilità, rappresentata con due serpenti tra le mani, quegli animali, che attenteranno alla vita dell’imberbe eroe.

Ai piedi del monte Citerone, si trovava la Sfinge; era, altresì, un monte sacro per i greci, poiché si celebravano i fasti per il dio Dioniso, padre di Deianira, seconda moglie di Ercole. Il monte fu anche immaginato come la personificazione di un re, che avrebbe  ricostituito l’armonia tra Zeus e la moglie Era, con la celebrazione delle feste dedalee.

Edipo e la sfinge (Musei vaticani)
Dioniso Ludovisi, 160 a. C. (Palazzo Altemps Roma)
Nesso e Deianira di Guido Reni, 1621 (Louvre)

Delfi è una città dominata dal Monte Parnaso, consacrato al dio Apollo ed alle nove Muse

Apollo e le Muse (1621) di Nicolas Poussin (Prado, Madrid)

Era ritenuta la località primordiale, abitata dal «serpente-utero»; vi sorgeva un antico e celebre santuario, punto d’incontro di due aquile, inviate da Zeus, al fine di stabilire il centro del mondo, da cui la denominazione di «ombelico (da omphalos) del mondo».

Apollo sconfigge Pitone (1850) di Eugène Delacroix (Palazzo del Louvre)

Si narrava che il dio Apollo, sconfitto Pitone, custode dell’oracolo di Gea, si fosse ritirato nella città della Focide. Gli adoratori del dio vi si ritrovavano, al fine d’interrogare la sacerdotessa – oracolo, la Pizia, i cui responsi sarebbero stati scritti in versi dai sacerdoti. Era poi consuetudine ringraziare il dio attraverso un’offerta (è cambiata la religione, ma non mutati certi usi «pagani»).

Giasone e il vello d’oro, vaso attico, 330 a. C. (Louvre)

Nella prima fatica, Eracle segue Giasone, che deve conquistare il vello d’oro.

A Iolco regnava Pelia, che aveva usurpato il trono al fratello Esone, padre di Giasone, e cacciato in terre straniere il nipote, legittimo erede del regno.

Chirone e Giasone (dal film “Medea” di Pier Paolo Pasolini

Giasone fu affidato alle cure del centauro Chirone, che lo preparò ad essere un saggio Re. A vent’anni Giasone era pronto, per riscattare il trono, usurpato al padre, quindi partì per Iolco. Durante il viaggio, per attraversare un fiume, si scalzò i piedi e perse un sandalo, arrivando in città, calzando una sola scarpa.

Pelia non aveva dimenticato che gli era stato predetto di temere l’uomo calzato con un solo sandalo, fece, quindi, condurre il giovane al suo palazzo, che gli spiegò il motivo del suo arrivo a Iolco: riappropriarsi del trono destinatogli. Il Re, per riconoscerlo come tale, gl’indicò che avrebbe dovuto portargli in pegno il vello d’oro, l’ariete dal prezioso manto.

Ercole attende gli argonauti, cratere attico 460 a. C. (Louvre)

Il vello si trovava nella Colchide, la patria della magia, che poteva essere raggiunta solo attraverso una nave, costruita da Argo – ecco perché gli eroi saranno chiamati gli Argonauti –, in cui Giasone radunerà i più importanti eroi greci, tra cui Eracle.

Il viaggio fu pieno di ostacoli; giunti alla meta, Giasone si recò presso il palazzo del Re, dove conobbe la di lui figlia, la maga Medea

Il re concesse a Giasone d’impossessarsi del vello d’oro a condizione che fosse in grado di domare due tori ferocissimi, che si trovavano nelle sue stalle, aggiogarli all’aratro e tracciare dei solchi profondi, in cui seminare dei denti di drago, forniti dallo stesso sovrano. Dalla semina sarebbero nati dei giganti, che sarebbero stati poi uccisi. L’eroe riuscì nell’impresa, aiutato anche da un potente unguento e dai filtri magici, forniti da Medea, che, nel frattempo, si era innamorata di lui

Giasone e Medea

Nel viaggio verso il vello d’oro, Giasone permise a Medea di unirsi all’equipaggio. La maga addormenterà con un canto dolcissimo il drago, posto a guardia del prezioso pegno, che Giasone finalmente potrà stringere tra le mani.

Nelle vesti di Giasone, possiamo rintracciare colui che cerca la Verità, al di fuori di ogni contatto culturale, frutto – spesso – della creazione di dogmi e superstizioni; libero dai suoi dogmi e dalle sue superstizioni, consapevole che la ricerca non ha fine e la Verità non possa essere rubricata, delimitata, perimetrata ma solo vissuta e, quando realmente vissuta, non comunicabile se non attraverso il ricorso al linguaggio simbolico, unico diaframma tra la nostra interiorità e l’intellettualità. E la conoscenza si prefigura come un viaggio avventuroso, verso l’Est, verso la dimensione della divinità, cuore della conoscenza stessa, simboleggiata dal Sole, che sorge, appunto, ad Est, laddove compie il suo primo passo sotto il segno zodiacale dell’Ariete. La conoscenza è il passaggio indispensabile, per essere re di se stessi, liberi da ogni atto istintivo – egoistico, libero da ogni condizionamento dell’ego dalla vista corrotta e dalla limitatezza sensoriale. Spesso, siamo felicemente attratti, per pigrizia mentale, verso soluzioni molto discutibili, affidando ad una guida l’esegesi, anziché trasformarsi in esegeti. Egli – la nostra guida – fornirà ciò che avrà percepito della Conoscenza, non potrà mai fornirci della Conoscenza.

La nave è la ragione, che si deve muovere al di sopra della passione, rappresentata dall’Acqua, coll’obiettivo di trasformarla in amore per la conoscenza. Infatti, mentre l’amore non è soggetto alla corruzionedel tempo, la passione ne è effetto e, come tale, destinato alle temperie e quindi ad oscillazioni, che sono ostacolo al retto cammino verso il nostro obiettivo.

La maga Medea, nella sua accezione più neutra, è la parte femminile di ognuno di noi: l’intuizione, la capacità di generare il futuro, ricorrendo, come afferma Renè Guénon ad una forma più alta di conoscenza, seppur frutto del conosciuto dell’esperito, quasi secretum di ciò che è.

Rène Guènon (1886 – 1951)

Giasone è affidato alle cure del centauro, Chirone, maestro di tutti i figli di Zeus. I centauri furono creature mitologiche metà cavallo e metà uomo, campioni di tiro con l’arco (da cui il segno zodiacale del sagittario), assai istruiti e geniali quanto distruttivi e violenti. Ecco espresso il carattere fondamentale del cammino conoscitivo. Il centauro rappresenta il mito del viandante, la sua aspirazione più pura nel trasformare anche la forza della violenza e della distruzione in mezzi, per essere sempre più aderente alla sua scelta. Mai dividere, mai coniugare il Bene col Male, ma unire il Duale, che rubrichiamo quale Bene e Male, per arrivare al compiersi dell’Unità.

Il mito è un racconto, che – molto spesso – si inarca in se stesso e quindi i riferimenti da cogliere sono sempre molti ed articolati, al fine di «raccontare» come l’Uno si sia sparso nel Tutto e quindi da una visione Unitaria si sia passati ad una degenerazione e frantumazione  in più frammenti di verità, che soltanto colui che è chiamato sulla Via dovrà ricomporre, per essere nuovamente Uno nel lungo cammino del conoscere.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas

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