A proposito della “prima” de “La boheme” di Giacomo Puccini

L’opera andò in scena il 2 febbraio 1896 presso il Teatro Regio di Torino, diretta da Arturo Toscanini, riscuotendo un buon successo di pubblico, ma la critica si espresse poco benevolmente.

Edoardo Augusto Berta, su La gazzetta del popolo, scrisse che «tre calorosi applausi accolsero l’attacco» ed alla fine del primo atto, gli applausi furono per Giacomo Puccini, Cesira Ferrani (Mimì) ed Evan Gorga (Rodolfo); alla fine del secondo atto appena due chiamate per il Maestro e gli artisti. Durante l’intervallo, si discute in sala soprattutto del finale d’atto, che non avrebbe persuaso molto i presente, laddove «l’ispirazione sonnecchiava». Alla fine del Terzo atto, il pubblico salutò per quattro volte il Puccini e gli artisti; una quinta chiamata reclamò il compositore da solo. L’ultimo quadro si svolse nel più intenso silenzio ed il pubblico avrebbe poi compensato il Maestro ed il pubblico con quattro chiamate, che, alla fine, risultarono ben quindici. Chiosa quindi il Berta:

«Noi di domandiamo se in coscienza il Puccini, fra l’onda inebriante degli applausi, non abbia provato come il senso di un’abdicazione. Non è egli avvertito che la Boheme comprometteva un’opera passata che gli aveva dato gloria e fama seria e duratura? Noi ci domandiamo cosa spinse il Puccini sul pendio deplorevole di questa Boheme. La domanda è amara e noi non l’avanziamo senza una punta di dolore, noi che abbiamo applaudito e applaudiremo sempre a Manon nella quale si rivelava un compositore che sapeva sposare il magistero orchestrale alla più sana italianità di concezione. Maestro, voi siete giovane forte, voi avete ingegno, cultura e fantasia come pochi hanno; oggi vi siete levato il capriccio di costringere il pubblico ad applaudirvi dove e quando avete voluto. Per una volta tanto, sta bene. Ma nell’avvenire ritornate alle grandi e difficili battaglie dell’arte».

Non aggiungiamo altro.

Più chiaro e preciso il critico della Stampa, Carlo Bersezio:

«Affermare che questa Boheme sia un’opera artisticamente riuscita, sinceramente (e assai mi duole il dirlo) non si può. Un’innata facilità d’invenzione e una grande scorrevolezza d’idee, hanno spinto il Puccini a scrivere la sua musica con molta fretta (così pare) e con poco lavorio di selezione e di limatura. Egli ha cercato il massimo effetto, nella massima semplicità, ma non si è avveduto di cadere spesso nel vuoto e qualche volta nel puerile. Per ottenere l’originale e il nuovo, egli non ha disdegnato, qua e là, l’artificio e il barocco, non pensando che l’originalità può trovarsi benissimo coi vecchi mezzi, anche senza sfoggio di quinte (non proprio di piacevole effetto) e senza spregio delle buone regole dell’armonia la musica di Boheme è riuscita leggera… molto… troppo leggera, non soltanto nelle parti briose, ma anche nelle parti drammatiche e passionali. E’ musica, questa, che può allettare, difficilmente commuovere, ed anche il finale dell’opera, così intensamente drammatico, non mi pare adeguatamente colorito: vestito di forme musicali. La boheme come non lascia grande impressione sull’animo degli uditori, non lascerà grande traccia nella storia del nostro teatro lirico, e sarà bene se l’autore considerandola l’errore di un momento, proseguirà gagliardamente la strada buona e si persuaderà che questo è stato un breve travisamento del cammino dell’arte. Ho finito e sono lieto, perché certe verità rincresce più forse a udirle, che dirle».

Terzo ed ultimo giudice, Alberto Luigi Villanis della Gazzetta di Torino, il quale annota:

«Siccome il successo e la superba accoglienza avuta dall’opera, sono intimamente collegati coll’interpretazione, così comincio da questa, riservandomi di far seguire i miei modesti apprezzamenti che potrebbero benissimo differire da quelli del pubblico. A tutti gl’interpreti – e tutti indistintamente – un elogio e un plauso sincero. Fatto questo scendiamo ai particolari.

Nel primo atto invito chi volesse, a riposarsi nell’idillio tra Mimì e Rodolfo; similmente dico nel secondo atto per l’aria di Musetta, tempo di valzer lento (in mi maggiore). Ma nel terzo atto, quelle quinte vuote (oh! Quanto vuote!) di flauti ed arpa, fluttuanti su un lungo pedale di bassi; quel doloroso racconto di Mimì (3/4 in sib maggiore) che riesce purtroppo d’effetto; e l’aria di quella Vecchia zimarra! Ed ora il lettore potrà chiedermi: a quale genere appartiene o si accosta La boheme? La risposta non è difficile. Abbandonati quegli aurei modelli che rivelarono nell’autore delle Villi un artista in traccia di alti ideali, Giacomo Puccini ha seguito la via tracciatasi nella Manon, accostandosi sempre di più alle esigenze del pubblico, ma scostandosi fatalmente dai suoi primi ideali. La musica di Boheme è vera musica fatta pel godimento immediato, musica intuitiva; in questo punto di partenza sta l’elogio e la sua condanna».

Accenniamo che il direttore fu un certo Maestro Arturo Toscanini, che fu completamente ignorato dai tre illustri critici.

Mi pare che ciò basti.

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