Giuseppina Strepponi

Giuseppe Verdi contrasse matrimonio con Margherita Barezzi, figlia del suo benefattore, Antonio, il 4 maggio 1836 nell’Oratorio della SS. Trinità di Bussetto. La giovane coppia si trasferì a Milano, perché il Verdi desiderava intraprendere la via teatrale. Gl’inizi furono assai stentati, cosicché il «signor Antonio», che nutriva un’infinita fiducia nel genero, continuò a finanziare la coppia nella permanenza milanese. Quando il destino sembrasse arridere al giovane e valente compositore, il 19 giugno 1840 Margherita lasciava questa terra, raggiungendo in cielo i due figli, Virginia ed Icilio Romano.

Alle sciagure domestiche si aggiunse il clamoroso fiasco de «Un giorno di regno», andato in scena il 5 settembre, due mesi dopo la perdita della moglie. Il Maestro si chiuse in cupo silenzio, deciso di abbandonare per sempre il teatro.

Una sera – come racconterà molti anni dopo a Giulio Ricordi – il Verdi stava rincasando, quando incontra Bartolomeo Merelli, l’impresario della Scala, preoccupato dalla rinuncia del Nicolai di mettere in musica un libretto di Temistocle Solera, «Nabucco». Avendo il poema tra le mani, lo infila nella tasca del cappotto di Verdi, perché lo legga e dia al più presto una risposta. Salutato il Merelli, Verdi rincasa, mentre una neve leggera e morbida gli rendeva ancor più sconsolato il suo cuore. Chiuso l’uscio, scagliò il cappotto sul letto e dalla tasca uscì il libro, consegnatogli dal Merelli, aperto sulle parole «Va pensiero sull’ali dorate». Iniziò così la Storia.

Protagonista femminile del nuovo lavoro fu Giuseppina Strepponi, nata a Lodi il 15 settembre 1815, in una famiglia di musicisti. Studiò canto presso il Conservatorio di Milano con Pietro Ray, diplomandosi nel 1834. Essendosi aggravata la situazione familiare a causa della morte del padre, Giuseppina iniziò una brillante e frenetica carriera, facilitata anche dal Bartolomeo Merelli, il quale le preparò il debutto presso il Teatro di Porta Carinzia in Vienna nella stagione del 1835, dove si esibì in «Anna Bolena» (Giovanna), «Norma» (Adalgisa) e «La Sonnambula» (Lisa). Nel rientro in Italia, nel 1836, cantò alla Fenice di Venezia ne «La gazza ladra», la «Cenerentola», «I Puritani» e la «Nina». Nel 1838, dovette sospendere l’attività teatrale per la nascita del primo figlio Camillo Luigi Antonio (che scomparirà nel 1863). Nel 1838, riprese con gran lena la carriera artistica, producendosi in numerose opere ed a Firenze, dopo «Il giuramento» di Saverio Mercadante diede alla luce la secondogenita, Sinforosa Cirelli (che morirà a Firenze nel 1919). Nel 1839, debuttò presso il Teatro alla Scala, dove ebbe il primo contatto con il Verdi attraverso l’«Oberto, Conte di San Bonifacio», che sarebbe dovuto andare in scena nel mese di maggio. L’unica recita fu cancellata e Merelli, sentito il parere favorevole dei mancati interpreti, Giuseppina, il baritono Ronconi e il tenore Moriani, confermò il debutto della nuova opera durante la stagione successiva, il 17 novembre 1839, assente Giuseppina, perché nel frattempo impegnata al Teatro La Pergola di Firenze. A causa del grande stress, cui sottoponeva l’organo vocale, Giuseppina se ne lamentò con l’impresario Alessandro Lanari, a cui reclamava del necessario riposo per le corde, pena la perdita della voce. Purtroppo le urgenze economiche, le spese per i due figli, la costrinsero a non risparmiarsi, debuttando alla prima dell’«Adelia» di Gaetano Donizetti l’11 febbraio 1841. Giuseppina dovette sopportare una terza gravidanza difficile, che comportò conseguenze nefaste ad Adelina, la quale si sarebbe spenta dopo undici mesi di vita. Ripresa l’attività artistica, fu chiamata alla Scala per la prima (9 marzo 1842) di «Nabucco». Il 3 marzo, il Merelli convocava tre medici, perché attestassero le reali condizioni di Giuseppina, apparsa piuttosto stanca durante le prove. I clinici le riscontrarono dei problemi respiratori ed intestinali e stanchezza della voce, tantoché suggerirono al soprano del riposo assoluto. Giuseppina contravvenne ai consigli dei medici, insistendo col Merelli, perché le fossero affidate, nonostante tutto, le otto recite previste. L’opera ottenne un successo clamoroso ed ella fu l’unica a non entusiasmare, ammettendo in una lettera, indirizzata al Lanari:  «Ho quindi cantato, anzi mi sono trascinata sino al termine delle recite». L’11 gennaio 1846, Giuseppina chiuderà la carriera col «Nabucco» a Modena.

Sul finire del 1845, si sparse la voce nell’ambiente teatrale che si sarebbe trasferita a Parigi, agevolata dal Verdi, per aprire una scuola di canta nella sua abitazione. Il 27 luglio 1847, a Londra fu rappresentata l’ultima recita de «I Masnadieri», al termine della quale il Maestro visitò Giuseppina, fermandosi per un breve periodo di riposo, che durerà ben due anni. Accertatosi del profondo affetto, che l’avrebbe legato per tutta la vita, il Verdi presentò, nel gennaio 1848, la cantante al suocero, Antonio Barezzi, da lui invitato a Parigi. Giuseppina dedicò la sua vita al grande Maestro, indovinandone i pensieri, seguendone fedelmente i voleri, rimanendo sempre umilmente nell’ombra, compenetrata del sentimento d’amore verso l’uomo ed accesa dalla più pura ammirazione nei riguardi dell’illustre artista. Si trasformò in abile segretaria, essendo a conoscenza di diverse lingue, da consigliera nel periodo delle trattative coi teatri, da consulente letteraria, essendo un’insaziabile lettrice e, soprattutto, da intermediaria con l’ambiente sociale, smussando i tratti caratteriali non sempre facili del Verdi. La convivenza diventò ufficiale, quando nel 1849, i due artisti si stabilirono in Palazzo Cavalli di Busseto. I compaesani non accettarono quell’unione al di fuori del vincolo matrimoniale e i figli illegittimi abbandonati della donna. La situazione non cambiò anche quando si trasferirono nella casa padronale del fondo di S. Agata di Villanova, fuori città. Giuseppina si esercitò in una vita assai timorata di Dio e dedita alla beneficenza, nell’indifferenza se non nell’ostilità dei bussetani, che in Chiesa preferivano non sederle accanto. La situazione fu finalmente stabilita nell’ordine della moralità dell’epoca, quando si celebrarono le nozze a Collange, nella Savoia il 29 aprile 1859. Il 14 novembre, nacque a Roncole Filomena, figlia del cugino di primo grado del Maestro, la quale a tre anni di vita rimase orfana di padre, facilitando così l’adozione da parte dei neo coniugi. La bimba fu collocata nel Collegio della Provvidenza di Torino, perché compisse regolari studi di maestra elementare; l’11 ottobre 1878 si sarebbe sposata con Alberto Carrara, figlio del notaio del Compositore.

Giuseppina, a cui la vita non aveva arriso, trovò anche la forza di accettare la relazione, che Verdi intrecciò con il soprano Teresa Stolz: «[…] Io non so se è o se non è… So che dal 1872 vi sono stati da parte tua periodi di assiduità e delle premure che non si possono interpretare da nessuna donna in senso più piacevole. […] Se è… Finiamo una volta. Sii franco e dillo […]. Se non è… sii più calmo nelle tue premure […]. Pensa qualche volta che io, tua moglie, disprezzando le dicerie del passato, vivo anche in questo momento a tre […]»  (21 aprile 1876)

Si spense il 14 novembre 1897 nella villa di Sant’Agata dopo una breve malattia, sembra contratta in una sera fredda di novembre, quando sostò col Maestro ad ammirare da una finestra lo spettacolo del cielo stellato. Non dimenticò certo i poveri, ai quali lasciò un cospicuo legato, ond’essi posero ad imperituro ricordo una lapide nella chiesetta di Sant’Agata

1897

GIUSEPPINA STREPPONI

CONSORTE DEL MAESTRO VERDI

AI POVERI DI SANT’AGATA

SOCCORSI E CONSOLATI DA LEI IN VITA

LEGO’ IN MORTE

L’ANNUA RENDITA IN PERPETUO

DI COSPICUO CAPITALE

A FAVORE DI 50 FAMIGLIE.

RICONOSCENTI I BENEFICATI

FECERO COL PROPRIO OBOLO QUESTA LAPIDE

A MEMORIA DEL BENEFICO

PREGANDO ALLA BUONA SIGNORA

LA MERCEDE DI CRISTO

LA BENEDIZIONE DEGLI UOMINI

BEATO CHI MORENDO HA PER LODI

IL PIANTO E LA PREGHIERA DEI POVERI.

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