Gian Lorenzo Bernini nella Roma di Paolo V

Nel 1713, si pubblicò la biografia «Vita del cavalier Giovanni Lorenzo Bernino descritta da suo figlio» dedicata al cardinal Lodovico Pico della Mirandola a spese di Rocco Bernabò.

Il figlio del celebre scultore raccolse le notizie più importanti dedicate alla vita del babbo, Gian Lorenzo.

Il capitolo secondo è dedicato ai primi rapporti, che lo scultore ebbe con la corte pontificia romana ed in particolare con il Papa del Concilio di Trento, Paolo V, Camillo Borghese, definito «Pontefice de’ più felici de’ secoli trascorsi, de’ più benemeriti de’ presenti, e di cui restarà sempre riguardevole la memoria ne’ futuri». Grazie all’opera meritoria di Paolo V, Roma fioriva per la presenza d’illustri professionisti.

Il Cardinal Scipione Caffarelli – Borghese, figlio di una sorella del Papa, era l’altro grande promotore d’arte, il quale, saputo dell’«arrivo in Roma di Pietro Bernino con la sua famiglia, lo fece a sé chiamare, e gli ordinò, che per il seguente giorno conducesse in Palazzo Gian Lorenzo suo figliuolo, quale già la fama haveva rappresentato in quella Corte molto superiore di spirito all’età, che dimostrava». Il Cardinal Borghese rimase così rapito dal piccolo genio che «volle immediatamente introdurlo al Pontefice». Gian Lorenzo non mostrò segni di emozione, trovatosi al cospetto di Sua Santità, a cui «con volto intrepido, e passo composto, s’inchinò al bacio del piede e devotamente dimandandogli la benedizione». Il Pontefice chiese al piccolo di disegnarli una testa e «Gian Lorenzo presa con franchezza in mano la penna, e spianata sopra il tavolino medesimo del Papa la carta, nel dar principio alla prima linea, si fermò alquanto sospeso, e poi chinando il capo modestamente verso il Pontefice, richiese che testa voleva, se di huomo, di donna, di giovane, o di vecchio». Paolo V gli ordinò di disegnare il volto di S. Paolo, che fu ritratto «con una franchezza ammirabile di mano». Il Pontefice restò ammirato e, rivolgendosi ai Cardinali presenti disse: «Questo fanciullo sarà il  Michelangelo del suo tempo»: tanta profezia si sarebbe ammirata.

Presto, la voce si sparse per la città, che lo dichiarò come il «giovane di non ordinaria aspettazione».

Il Bernini accennò alla prima scultura: una testa di marmo situata nella Chiesa di S. Pudenziana, che avrebbe attirato l’attenzione di Annibale Carracci, ammirato per quel giovanissimo talento già così eccellente nell’esprimere il senso artistico.

Seguì la commissione del ritratto in marmo del Cardinale Borghese, il quale sarebbe rimasto così soddisfatto da mostrare il marmo allo zio Papa: «Non è credibile, con quanto applauso honorò il picciol’Artefice da quell’illustre congresso».

Il Cardinale Maffeo Barberini, «soggetto d’alto intendimento, amatore d’Arti nobili, e belle, e protettore aperto de’ Letterati», fu informato delle straordinarie doti del piccolo Gian Lorenzo, che decise così di proteggerlo, promuovendone i successi, i quali avrebbero consegnato maggior convinzione al giovane scultore delle sue capacità.

A Roma, si aprì uno studio di scultura, in cui si sarebbero studiati i monumenti antichi, cui Gian Lorenzo volle partecipare, al fine di accrescere la sua conoscenza. La frequentazione durò tre anni, in cui «fin’al tramontar del Sole si tratteneva a disegnare hor una, hor l’altra di quelle maravigliose statue, che l’antichità ha tramandato a noi». Il Bernini ebbe a studiare profondamente l’Antinoo e l’Apollo del Belvedere, perché, in età matura «era solito dire, che ambedue queste qualità erano più perfettamente ancora ristrette nel famoso Laocoonte opera di Atenodoro, Agesandro, e Polidoro di Rodi, di così ben regolata e isquisita maniera, che forse volle la fama attribuirle tre Artefici, per giudicarla troppo superiore ad un solo». Le tre figure furono ritrovate sotto il papato di Leone X tra le rovine del palazzo di Nerone negli Orti presso S. Pietro in Vincoli e successivamente collocate nel Palazzo Vaticano.

Altre due sculture, che rapirono l’attenzione del Bernini furono i torsi di Ercole e Pasquino, giudicandoli «il più perfetto della Natura senza affettazione dell’Arte».

Per apprendere l’arte del racconto delle Sacre Scritture, il Bernini si rivolse alle Logge di Raffaello, al Giudizio universale di Michelangelo, la Battaglia di Giulio Romano e le opere di Guido Reni, disegnandone soprattutto le figure.

Ritrasse «per divozione del Santo, di cui portava il nome, volle ritrarre in marmo S. Lorenzo in atto di essere abbrugiato nudo sopra la graticcia, e per rappresentare adequatamente nella faccia del Santo il dolore del Martirio, e l’effetto, che far doveva il fuoco nelle di lui carni, si pose egli medesimo con una gamba, e coscia nuda presso la bragia accesa, per cui venendo a provare in sé il Martirio del Santo, ritraeva poi col lapis alla vista di uno Specchio i dolorosi moti della sua faccia, ed osservava i varii effetti, che facevano le propie carni alterate dal calore della fiamma. […] Sopraggiunse a casa Pietro suo Padre, e veduto il figliuolo in quell’atto di martirio, e risaputane la cagione, teneramente ne pianse, scorgendo in esso ancor tenero, e giovane in età di quindici anni un desiderio così grande della Virtù, che per giungervi, ritrasse in sé il tormento di un S. Lorenzo vero per scolpirne un finto».

Anche quest’altro grande capolavoro avrebbe accresciuto la fama del Bernini presso Leone Strozzi, che lo invitò presso la sua villa del Viminale. Il ritratto marmoreo di Monsignor Giacomo Montoya fu collocata nel tumulo presso la Chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli.

Seguì quindi il ritratto del Cardinal Roberto Bellarmino presso la Chiesa del Gesù, che gli avrebbero attirato «le lodi, e gli stupori di tutti li Virtuosi di Roma».

Intanto Paolo V, informato dei prodigi del Bernini, lo convocò, perché lo ritraesse insieme alla scultura di quattro statue per Villa Pinciana, una delle più famose d’Europa, la quale conservava molti lavori sfuggiti alla furia dei barbari: Seneca nel bagno, Venere e Cupido attribuite a Prassitele, il Gladiatore, l’Ermafrodito, ritrovato negli Orti di Sallustio durante il pontificato di Paolo V ed, infine, la testa di Alessandro Magno. Bernini sentiva il confronto coi grandi capolavori raccolti e lo risolse a suo favore, regalando al mondo il Gruppo di Enea, il David con la fionda, Apollo e Dafne ed il Ratto di Proserpina, realizzati in due anni, «della qual cosa con maraviglia richiesto da molti, soleva rispondere, che nell’operare si sentiva tanto infiammato, e tanto innamorato di ciò, che faceva, che divorava, non lavorava il marmo, e come poi disse nella sua più vecchia età: Non dava mai colpo nella sua giovinezza in fallo».

Il Bernini sarebbe tornato molti anni dopo a Villa Pinciana in compagnia del cardinale Antonio Barberini e, vedendo i suoi lavori giovanili «sospirando proruppe nelle seguenti parole: Oh quanto poco profitto ho io fatto nell’Arte, mentre giovane maneggiavo il marmo in questo modo!».

«Nel lavorar egli la faccia del David sopra nominato, ritrasse allo specchio la sua con una espressiva in tutto veramente maravigliosa, e il Cardinal Maffeo Barberino, che sovente nella di lui stanza si ritrovava, con le sue proprie mani gli tenne spesse volte lo Specchio. Il medesimo Cardinale alla Figura della Dafne, che per esser femmina nuda, benché di sasso, ma di mano del Bernino, poteva offendere l’occhio pudico, volle sottoporre li seguenti versi, e renderla maggiormente celebre con un felice parto della sua nobilissima penna

Quis quis amans sequitur fugitivae gaudia formae

Fronde manus implet, Baccas seu carpit amaras».

(Chi amando insegue le gioie della bellezza fugace riempie le mani di fronde e coglie bacche amare)

Gian Lorenzo Bernini aveva compiuto appena diciannove anni «da tutti riverito con dimostrazioni particolari di trattamento».

Monsignor Alessandro Ludovisi, futuro Gregorio XV, essendo stato destinato alla sede vescovile di Bologna, pretese il ritratto ed iniziò un’interessante amicizia epistolare col Bernini.

Nel 1621, il grande protettore di Gian Lorenzo, Papa Paolo V Borghese fu chiamato al Cielo e ciò provocò una sincera commozione nello scultore, avendolo sempre riconosciuto quale primo benefattore.

Il successore rispose al nome del Cardinal Alessandro Ludovisi: l’arte del grande Bernini non avrebbe taciuto.

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