Lettera dal carcere di Antonio Gramsci del 20 novembre 1926

Giuseppina Marcias, mamma del filosofo

«Carissima mamma,

ho pensato molto a te in questi giorni. Ho pensato ai nuovi dolori che stavo per darti, alla tua età e dopo tutte le sofferenze che hai passato.

Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà.

Saperti forte e paziente nella sofferenza sarà un motivo di forza anche per me: pensaci e quando mi scriverai all’indirizzo che ti manderò rassicurami.

Io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto.

Cercherò di superare anche fisicamente le difficoltà che possono attendermi e di rimanere in equilibrio. Tu conosci il mio carattere e sai che c’è sempre una punta di allegro umorismo nel suo fondo: ciò mi aiuterà a vivere.

Non ti avevo ancora scritto che mi è nato un altro bambino: si chiama Giuliano, e mi scrivono che è robusto e si sviluppa bene. Invece Delio in queste ultime settimane ha avuto la scarlattina, in forma leggera, sia pure, ma in questo momento non conosco le sue condizioni di salute: so che aveva già superato la fase critica e che stava rimettendosi. Non devi avere preoccupazioni per i tuoi nipotini: la loro mamma è molto forte e col suo lavoro li tirerà su molto bene.

Carissima mamma: non ho più la forza di continuare. Ho scritto altre lettere, ho pensato a tante cose e il non dormire mi ha un po’ affaticato.

Rassicura tutti: di’ a tutti che non devono vergognarsi di me e devono essere superiori alla gretta e meschina moralità dei paesi. Di’ a Carlo che egli specialmente ora ha il dovere di pensare a voi, di essere serio e laborioso. Grazietta e Teresina devono essere forti e serene, specialmente Teresina, se deve avere un altro figlio, come mi hai scritto. Cosi deve essere forte papà. Carissimi tutti, in questo momento specialmente mi piange il cuore nel pensare che non sempre sono stato con voi affettuoso e buono come avrei dovuto essere e come meritavate. Vogliatemi sempre bene lo stesso e ricordatevi di me.

Vi bacio tutti. E a te, cara mamma, un abbraccio e una infinità di baci.

Nino

P.S. – Un abbraccio a Paolo e che voglia sempre bene e sia sempre buono con la sua cara Teresina.

E un bacio a Edmea e a Franco».

L’8 novembre 1926, Antonio Gramsci fu arrestato, in aperta violazione dell’immunità parlamentare, a Roma e rinchiuso nel carcere di Regina coeli. Il 28 maggio 1928 iniziò il processo a suo carico ed a carico di altri esponenti del Partito Comunista Italiano, istruito dal Tribunale speciale fascista, al termine del quale (il 4 giugno) il filosofo fu condannato a vent’anni, quattro mesi e cinque giorni per attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Il Pubblico ministero sentenziò: «Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare».

E’ una lettera, in cui Gramsci mostra la sua dimensione più intima ed affettiva nei riguardi della mamma, Giuseppina Marcias. Egli da dodici giorni è rinchiuso nelle patrie galere e conforta la genitrice, perché possa trovare la forza, per sopportare la sua ingiusta detenzione. Nonostante l’acerbo torto subito, il filosofo le chiede perdono in nome dell’«immenso amore», di cui avrà avuto prova nei tanti anni trascorsi. Antonio chiede di esser forte, perché – a sua volta – possa trovare la forza in sé; in fondo, immaginava che, prima o poi, sarebbe potuto accadere ciò che è effettivamente successo.

Il filosofo soffriva della malattia di Pott, che gli avrebbe presto incurvato le spalle; eppure, attraverso l’ironia assicura la mamma che riuscirà a sopportare pazientemente la dura prova.

Per l’occasione, informa la genitrice della nascita del figlio Giuliano, nato a Mosca nell’agosto precedente, che mai avrebbe conosciuto l’illustre babbo. Il primogenito, Delio, nato nel 1924, aveva contratto la scarlattina e ne informa la mamma, alla quale raccomanda massima tranquillità, poiché la moglie, Julia Schucht, avrebbe affrontato la situazione senza particolari difficoltà.

Il filosofo denuncia la difficoltà a prender sonno e la conseguente stanchezza, che lo costringe a scrivere poche ma sentite righe. Raccomanda ancora di non provar alcun sentimento di vergogna nei riguardi della « gretta e meschina moralità dei paesi». Si augura che il fratello minore Carlo possa aiutare concretamente la famiglia, mentre Grazietta e l’adorata Teresina – in stato interessante – dovranno trovare la forza, per sostenere questo terribile momento. Alcune righe per scusarsi di non esser stato sempre «affettuoso e buono», invocando di essere amato lo stesso.

Nino.

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