Gabriele D’Annunzio e il trionfo de «La Nave»

Giosuè Carducci (1835 – 1907)

Il 16 febbraio del 1907, moriva Giosuè Carducci; D’Annunzio scrisse alla vedova, la Signora Elvira, un biglietto: «il più devoto e il più beneficato dei discepoli»; quindi si recò in Versilia, dove avrebbe scritto al Pascoli, che era a Bologna, per i funerali del Poeta delle «Odi», perché gli baciasse, in sua vece, la fronte. In quei giorni, iniziò a scrivere la prosa «Di un maestro avverso», che sarebbe diventata una delle «Faville del maglio», assai velenose nei confronti del poeta di Valdicastello. Il 21 febbraio, pubblicò sul Corriere della sera «Per la tomba di Giosuè Carducci».

Giuseppina Mancini (1871 – 1961)

Nei primi giorni di marzo,era a Firenze, per redigere un commento commemorativo sul Carducci e dedicarsi alla nuova fiamma, la quale non rinunciava ad incontrarlo, salvo pentirsi e creando, per il Gabriele, un ideale clima piccante. L’8 marzo le scrisse: «Ieri la congiunzione fu perfetta […] tiepida sotto le ascelle, quasi fredda alla punta della mammella sinistra»; tre giorni dopo rincarò: «la cosa preziosa fra le pieghe della seta molle: la cosa infinitamente preziosa – veduta allora per la prima volta. La filigrana vivente…».

Il 24 marzo, il D’Annunzio, con qualche giorno di ritardo sul trigesimo, pronunziò un’orazione commemorativa di Giosuè Carducci, che suscitò ammirazione ed entusiasmo in tutta Italia dopo la pubblicazione sul Corriere della sera. Il 28 marzo, ricevette inaspettata una lettera dalla Rudinì, che gli confessava la sua pazzia, temendo che il Gabriele avesse rivisto la Duse; D’Annunzio non rispose. Continuò a vivere clandestinamente la sua nuova passione. Il 4 aprile, il Poeta vide la fusione di un bronzo ispirato al ditirambo «La morte del cervo», che gli avrebbe ispirato la prosa de «La resurrezione del centauro». Il giorno dopo, approfittando del viaggio, che stava compiendo il marito della Giuseppina, ne approfittò, per veder ogni giorno la sua cara amante, ispirato esclusivamente dal desiderio fisico, come si può evincere dal carteggio, in cui sottolinea quasi ossessivamente l’estasi dell’amplesso, la rievocazione dell’estasi del giorno prima e l’attesa per l’estasi del giorno seguente. Impegnato in imprese erotiche, dimenticava i suoi impegni letterari, per cui «La Nave» giaceva silenziosa come tutti i drammi promessi, per ciò il dissesto finanziario era ormai prossimo. Il Poeta non se ne curava troppo, impegnato nell’alcova e nella vita mondana, durante la quale soleva sostenere fugaci rapporti con varie nobildonne, tra cui la duchessa Massari, a cui scrisse diverse lettere, che unite a quelle indirizzate alle Giuseppina, avrebbero sostituito i suoi impegni letterari.

Il 25 maggio, si recò a Mantova, per visitare il Palazzo Ducale, dove avrebbe letto le parole «Forse che si forse che no», stendendo i primi appunti del romanzo.

Barbara Leoni (1862 – 1949)

Nei primi giorni di giugno, iniziarono a filtrare le prime indiscrezioni sull’amore immorale tra la Mancini e Gabriele, che, sicuramente, giunsero anche all’orecchio della De Rudinì, ormai fuori dalla vita del Poeta. Tornò inaspettata nella vita del D’Annunzio Barbara Leoni con una lettera, in cui gli chiedeva dei libri, motivo per riprendere dei contatti; lo Scrittore le rispose con cortesia ed affetto, ma il suo cuore era solo per la «Giusini».

Il 3 luglio, giorno del primo contatto, Gabriele le scrisse: «E’ la vigilia, la grande vigilia d’amore!». Mentre la donna si trasferiva col marito a Giovi, in provincia di Arezzo, per trascorrervi due settimane, il Poeta fece visita ad un antico compagno di classe del Liceo a Carrara, Giovanni Cucchiari; quindi scese a Viareggio, per incontrare la duchessa Massari e la contessa d’Orsay. La coppia si ricostituì il 14 a Firenze, dove «trascorse due giornate portentose di passione e di gaudio», rovinate dall’arrivo inaspettata di Alessandra. L’incontro col Poeta durò pochi istanti, poi le strade tornarono definitivamente a separarsi; egli informò dell’appuntamento la Giusini, colla quale si trasferì il 27 luglio a Salsomaggiore, invitato forse dal conte Mancini. La coppia clandestina si diede convegno prima a Borgo San Donnino, dove presso l’albergo dell’Aquila romana si lanciarono impetuosamente in una delle battaglie più sfrenate in un «letto vastissimo». A Salsomaggiore, diversi furono i convegni amorosi.

Ildebrando Pizzetti (1880 – 1968)

Il 6 agosto, il Poeta tornò alla Capponcina, dove riprese la stesura de «La Nave», raggiunto solo il 17 dalla Giusini. Il 31 agosto i due amanti, s’incontrarono a Brescia, dove Gabriele era giunto, per assistere al primo circuito automobilistico della Coppa Florio. Il 3 settembre tornò a Settignano, dove riprese a scrivere infuocate lettere d’amore alla donna, che, alla metà del mese lo raggiunse, ma, essendo indisposta, Gabriele dovette affidarsi «alle sue mani ed alle sue labbra». Il 23 settembre, il Poeta ricevette la visita del Maestro Ildebrando Pizzetti, che aveva composto le musiche per «La Nave», il cui testo avrebbe finalmente concluso il 3 ottobre. Il testo della tragedia fu letto ai coniugi Mancini, che soggiornavano a Giovi, dove la coppia clandestina poté dare libero sfogo al desiderio sensuale, che Gabriele avrebbe raccontato nel «Solus ad solam» e nel «Secondo amante di Lucrezia Buti». Dopo un breve ritorno a Settignano, il 20 era a Venezia, onde scrisse all’amante di «morire di tristezza»; tre giorni dopo a Fiume, leggeva il testo de «La Nave» alla compagnia teatrale, impegnata nella messa in scena. Nella tragedia, celebrò «l’Adriatico e la stirpe meravigliosa dei Veneti di terra ferma, che, cacciati dalle invasioni barbariche, stanziano a Venezia», dichiarò al Piccolo di Trieste. Si pose ancora in viaggio, inondando di lettere la donna, raggiungendo Milano, per incontrare Emilio Treves e nuovamente il Maestro Pizzetti, nella sua casa a Parma. Il 3 novembre la Giusini lo raggiunse alla Capponcina e diverse furono le giornate dedicate ai sensi. Tale, meravigliosa intimità fu bruscamente interrotta il 14 dalla scadenza di una cambiale, che riuscì a rinnovare per sei mesi.

Si avvicinava la messa in scena de «La Nave», quindi Gabriele fu costretto a trasferirsi a Roma, per assistere alle prove, assentandosi spesso, per correre tra le braccia della Mancini, che lo attendeva in Firenze. Il 29 dicembre, Emilio Treves gli donò la prima copia della tragedia con i disegni di Duilio Cambellotti, che spedì immediatamente alla Giusini. Il 10 gennaio 1908, si ebbe la prova generale de «La Nave» alla presenza dei critici, dei due figli illegittimi  del Poeta, l’amico Marco Praga, Edoardo Scarfoglio, Guelfo Civinini e Luigi Federzoni. L’indomani la prima in un Teatro Argentina esaurito, che fruttò un incasso da capogiro. Il successo fu trionfale grazie ai contenuti patriottici ed irredenti; la critica lodò l’opera. In sala ad applaudire anche la sua Giusini accompagnata dal marito. Il D’Annunzio era così galvanizzato dal trionfo, che telegrafò alla moglie, Maria Harduin, che s’era stabilita da tempo a Parigi. Il 16 fu organizzato un banchetto in suo onore, al quale partecipò il Ministro dell’Istruzione, Luigi Rava. I giornali diedero ampia sintesi dei contenuti patriottici tanto da infastidire le istituzioni austriache, piuttosto seccate dalle presenza di un membro del Governo italiano al banchetto. Gabriele immaginò di aver formato un largo seguito, che avrebbe potuto portare fuori l’Italia borghese del suo tempo sulla pericolosa ma avvincente Italia dell’impero mediterraneo o latino.

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