Gabriele D’Annunzio: il tonfo di «Fedra»

Giuseppina Mancini (1871 – 1961)

Il 25 gennaio 1908, Gabriele e Giusini Mancini s’incontrarono a Firenze, per segnare «una delle giornate più luminose» della loro passione. In febbraio, il Poeta si trasferì a Roma, per dedicarsi alle cacce a cavallo e poi alle cacce preferite: le avventure, e nel contempo continuando a tempestare di lettere focose l’amante; l’11 dovette tornare a Firenze, per festeggiare l’«anniversario» con la Giusini.

Proseguivano, con successo, le rappresentazioni de «La Nave» nei maggiori teatri d’Italia; il 25 aprile a Venezia, dove presero posto in teatro numerosi irredenti, venuti da Trieste, dall’Istria e dalla Dalmazia. L’idea di donare alla città il manoscritto della tragedia provocò molte polemiche sulla stampa per i caratteri estremamente lussuriosi dell’elaborato. Alla fine, il sindaco, Filippo Grimani, risolse la faccenda, organizzando una piccola cerimonia in Comune alla presenza di una ristrettissima cerchia d’invitati. La sera stessa fu organizzato un banchetto al Danieli alla presenza dei nomi più importanti del mondo culturale e degli immancabili irredenti. La stampa austriaca criticò l’evento, che si sarebbe tenuto in prossimità dell’incontro istituzionale, proprio a Venezia, tra il Cancelliere Von Bülov ed il Presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, anche se il mondo culturale austriaco, per bocca di Hermann Bart, lodasse «La Nave», distinguendosi dall’espressione della stampa politica.

Alla fine del mese di aprile, Gabriele tornò a Firenze, per affrontare una nuova, ennesima crisi con la Giusini, la quale iniziava a mal sopportare la sua condizione di adultera. La donna tentò di sottrarsi alla passione fatale, trasferendosi a Giovi, lontana dal poco ingombrante marito e dal Poeta, che, a sua volta, si allogò a Genova, per seguire le rappresentazioni de «La Nave».

Il 15 maggio, andò a Roma, per «affari», ma, quando gli giunse la notizia dall’amata, che si sarebbe trasferita nuovamente a Firenze, tornò alla Capponcina, anche se non abbiamo notizie certe dell’incontro. Scrisse allora al Treves, per raccomandargli la pubblicazione delle prose venatorie composte dal conte Eugenio Niccolini, cui avrebbe aggiunto la prefazione.

Il caldo estivo fece esplodere anche tutta l’amarezza, che covava nell’animo della Giusini, così come avremmo trovato nel «Solus ad solam»: «ho rivissuto la notte di San Gimignano; la discesa pel colle, le parole oscuratamente minacciose del marito, la nostra temerità sprezzante». Forse il conte Mancini, accompagnato anche lui, si stava stancando della tresca e dell’accusa di essere un marito compiacente, che gli pioveva da tutta Italia. La Giusini aveva pensato di separarsi, per unirsi a Gabriele, ma i rimorsi morali erano ancora troppo forti. Il 19 luglio il conte, accompagnato dalla moglie, si trasferì a Giovi, mentre il Poeta riparava in un albergo presso Vallombrosa, vicino alla sua fiamma, la quale, il giorno 7 agosto, lo informava che il babbo le aveva intimato di troncare la relazione extra coniugale. A consolazione del fatto, gli arrivò una lettera inaspettata dell’Alessandra Di Rudinì, sempre speranzosa di poterlo abbracciare, ma il Poeta aveva combinato una gita in Assisi colla Giusini,  e quindi, letta la missiva, decise di non rispondere. In ricordo di quella gita, il Poeta le regalò il libro de «I Fioretti» con la dedica «Frate Gabri peccatore». I due tornarono a Giovi, dove riuscirono a trascorrere un’altra notte infuocata, poi la separazione e le tante lettere della donna, con cui gl’implorava un presto e felice ritorno alla fede e quindi ad una vita morigerata. Il D’Annunzio doveva partire per la Capponcina, quindi, per pagare l’albergo chiese un prestito ad Emilio Treves in cambio di opere su opere, ed in particolare di un romanzo di passione.

 Il 31 agosto, Gabriele le scrisse una lettera, in cui manifestava il desiderio d’iniziare una convivenza; il 5 settembre Giusini gli fece intendere che avrebbe desiderato interrompere la relazione. L’indomani, il Poeta dovette partire per Bologna e due giorni dopo, tornato a Firenze, seppe che la Giusini, vagando di notte per la città, era stata costretta ad entrare in una carrozza da due balordi. Disperato, il Poeta, non riuscì ad avere notizie certe dell’accaduto. La Giusini, intanto, dopo quell’orrenda esperienza, iniziò ad alternare fasi di depressione e d’esaltazione ed il ricovero in una casa di cura appariva necessario, se non indispensabile. Il Gabriele cadde in una cupa oscurità; cercava di ricevere notizie, ma ogni sforzo si dimostrava inutile, quando il 5 ottobre decise di rinunciare alla donna ed il giorno 17 si accompagnava ad una nuova amante, la cantante Natalia De Goloubeff, anche se nel momento cruciale dell’amplesso, pronunciò: Giusini, come nella trasposizione tragica utilizzata per Andrea Sperelli, il protagonista de «Il piacere».

Nel «Solus ad solam», annotò: «Una passione è spenta, un’altra divampa».

Natalia De Goloubeff “Donatella” (1879 – 1941)

La nuova amante godeva di una fama senza ombre; nata a Vyborg il 26 aprile 1879, dopo aver frequentato ottimi istituti scolastici, sposò Viktor Goloubeff, dal quale avrebbe avuto due figli. Nel 1908, il rapporto entrò in crisi e, pur rimanendo sposati, ognuno si ritagliò una sua personale libertà. I coniugi soggiornarono a Roma ed il giorno 16, Natalia accompagnava Gabriele a Tivoli; il Poeta presto invase di corteggiamento la cantante, che cadde, come tante altre, tra le sue braccia nel mese di settembre e lo Scrittore poté così conoscere la forte sensualità della donna. Il 24 settembre, il Poeta vergò un biglietto indirizzata a Natalia col nome di Stelio, il protagonista de «Il fuoco» dedicando alla donna il nome di Donatella, protagonista femminile.

Intraprese nuovamente i rapporti con Emilio Treves, al quale promise un diario, il «Solus ad solam», storia del finito amore con la Giusini, al fine di ottenere degli aiuti economici preventivi.

Il mese successivo, la coppia si riuniva a Firenze, dove Gabriele avrebbe trovato, inaspettata, la Di Rudinì, ma con abili stratagemmi riuscì ad evitare incontri pericolosi.  Nei primi giorni di novembre, andarono a Milano, accompagnando Donatella, che avrebbe proseguito per Parigi, per ricongiungersi in seno alla famiglia. Il giorno 11, tornò alla Capponcina, inondando – secondo l’acclarato stile – la sua nuova fiamma. In quei giorni, il Poeta ebbe a soffrire una brutta caduta da cavallo; la stampa drammatizzò di un tentato suicidio e sulle condizioni precarissime di salute; il Presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, s’informò sulle reali condizioni dell’infortunato, quando qualche giorno di riposo bastò per una netta ripresa dall’incidente.

Il 14 novembre telegrafò al Treves, annunciandogli i titoli dei prossimi lavori: il romanzo «Forse che si, forse che no»; i misteri «Vita e morte di San Francesco», «Il martirio di San Sebastiano» ed «I sogni delle stagioni»; «Tre peccati del bellissimo nemico»; non accennò alla tragedia «Fedra». Tale mole di lavoro, si rendeva necessaria per le sempre più precarie condizioni economiche e dall’urgente necessità di saldare una cambiale del Banco di Roma di cinquantamila lire. Si rivolse a più persone ed arrivò ad offrire in garanzia l’arredo della Capponcina, stimato intorno alle cinquecentomila lire. Nonostante le stringenti preoccupazioni finanziarie, non mancò di scrivere a Natalia, che si trovava a Parigi e che avrebbe tanto desiderato raggiungere, ma gl’impegni col Treves lo avrebbero costretto al lavoro. All’amante, scrisse che stava lavorando alla «Fedra»; il 18 dicembre le scrisse: «Ho lavorato undici ore di seguito senza muovermi. Mi portano a letto». Trascorso il Natale da solo, ricevette una lettera da Natalia, che gli annunciava il ritorno in Italia, che sarebbe maturato solo nel mese di febbraio.

Nei primi giorni di febbraio del 1909, ultimò la «Fedra», comunicando la notizia immediatamente a Natalia, alla quale avrebbe dovuto quell’opera «così nobile e così severa». Il 4 febbraio, il Giornale d’Italia annunciò che la tragedia sarebbe addirittura interpretata dalla Duse! Gabriele era stremato ed anche depresso, tantoché fu invitato a Cap Martin dalla Natalia, perché si ritemprasse e forse per allontanarlo anche dalla vita mondana, che aveva comunque continuato a svolgere durante la stesura della tragedia. Il Poeta recò con sé il manoscritto, che lesse alla donna, al quale fu così entusiasta tanto da proporsi quale protagonista; lo Scrittore – in verità – aveva in mente nomi ben più importanti del mondo teatrale. Il 24 febbraio, era a Milano, per incontrare Irma Gramatica, con la quale non riuscì a trovare un accordo; il 2 marzo tornò a Cap Martin; il 16 si congiunsero in Genova, dove trascorsero tre notti infuocate, per poi separarsi: Gabriele raggiungeva Milano, per sovrintendere alla stampa della «Fedra». Mentre la Natalia, non avendo avuto alcuna risposta dallo Scrittore, continuava a studiare la parte, Teresa Fumagalli Franchini avrebbe interpretato la prima. Continuò a scrivere alla Natalia, mentre incontrava la Casati Stampa, fin quando fu raggiunto dall’amante ufficiale il giorno 5 marzo.

Il 10 aprile la «Fedra» andò in scena presso il Teatro Lirico di Milano, davanti ad una platea esaurita. Purtroppo, la tragedia cadde clamorosamente ed il D’Annunzio pensò – addirittura – di abbandonare il dramma classico a favore della commedia.

Il Poeta decise allora di consolarsi tra le braccia di Natalia: «L’aprile è così lascivo!»

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