«Vedut’ho la lucente stella diana» di Guido Guinizzelli

Il sonetto è una composizione metrica derivante dal francese sonet, canzone con carattere lirico, composta da 14 versi in endecasillabi, in rima alternata ABAB ABAB CDCDCD. Inizialmente, fu attribuito l’origine del Sonetto a Giacomo da Lentini (1210 ca -1260 ca), il quale lo avrebbe derivato, unendo due strambotti; nel XVI secolo s’individuò nella stanza della Canzone la fonte d’ispirazione. Lo schema originario subì delle modificazioni, inserendo nelle Terzine maggior varietà, come si evince in questo Lavoro. Successivamente, ad opera del Petrarca, anche le due quartine subirono cambiamenti nello schema della rima. La soluzione del Sonetto caudato, vi troviamo l’aggiunta di una coda di uno o due endecasillabi o di un settenario seguito da due endecasillabi. Guittone d’Arezzo (1230 ca. – 1294) avrebbe inventato il Sonetto doppio, inserendo un settenario in rima col verso, che lo precede dopo ciascuno degli endecasillabi dispari delle quartine e dopo ciascuno degli endecasillabi pari delle terzine.

I temi trattati furono di varia natura, soprattutto amorosi e morali, ma anche artistici e politici. Petrarca lo pose come grande metro della poesia lirica italiana e contribuì alla sua diffusione all’estero.

Vedut’ ho la lucente stella diana,

ch’apare anzi che ’l giorno rend’ albore,

c’ha preso forma di figura umana;

sovr’ ogn’ altra me par che dea splendore:

viso de neve colorato in grana,

occhi lucenti, gai e pien’ d’amore;

non credo che nel mondo sia cristiana

sì piena di biltate e di valore.

Ed io dal suo valor son assalito

con sì fera battaglia di sospiri

ch’avanti a lei de dir non seri’ ardito.

Così conoscess’ ella i miei disiri!

ché, senza dir, de lei seria servito

per la pietà ch’avrebbe de’ martiri.

Il ritmo scelto per ogni verso è il trocaico con anacrusi iniziale.

Il Poeta ha visto Venere, la prima luce del mattino, la quale, ai suoi occhi, avrebbe assunto le sembianze di una donna, che è risultata immediatamente splendida ai suoi occhi più di ogni altro elemento dell’alba.

Quindi, prova a descrivere questa eterea visione: un viso bianco come la neve soffuso di rosso intenso; il bianco come simbolo di purezza ed il rosso, accomunato a Marte, la passione, ma anche simbolo della virilità. Quindi nel suo viso traspare tra il candore anche il desiderio, che il Poeta sta nutrendo per quest’immagine. Esprime dagli occhi luminosi tanto amore. Egli non crede che nel mondo possa trovarsi una beltà così seducente e caratteri così elevati. Il Poeta è completamente preso dal fascino misterioso, tantoché ha scatenato un’incessante lotta di sospiri che gl’impediscono di parlare. Nessuno potrebbe capire quanto sia il suo desiderio, sicuro che anche senza rivolgerle parole, sarebbe sicuro che questa donna, la stella Venere, l’amerebbe solo per la pietà, che proverebbe, nel vedere le sue pene.

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