Breve commento alla tragedia «Edipo a Colono» di Sofocle

La scena si finge in uno spiazzo cinto da un bosco magico; sullo sfondo l’Acropoli.

Per Gabriel Wickenberg – Edipo e Antigone

Edipo, cieco ed anziano, è sorretto dalla figlia Antigone, che volle accompagnare il padre nell’esilio seguito alla cacciata da Tebe, per aver ucciso il babbo ed essersi unito alla mamma. Egli si trova all’ultimo atto della sua tragica esistenza, la più cupa, la più dolorosa.

Edipo chiede alla pietosa figlia, dove si trovino, poiché a causa della cecità si rammenta perso nello spazio. In fondo, non chiede altro che di essere saziato, per continuare a vivere nel dolore in un tempo, che sembra non passare mai. Chiede alla silente figlia di riposare e, qualora dovessero passare delle persone, conoscere in quale zona dell’Attica di trovino.

Antigone pietosamente prova ad illustrare il luogo: solo da lontano ella vede delle torri, mentre nelle vicinanze vi è un bosco reso sacro dall’alloro (pianta sacra ad Apollo), dall’ulivo (pianta sacra a Minerva) e dai grappoli d’uva (frutto sacro a Dioniso), oltreché dal canto degli usignoli. Poi, constatata la debolezza del padre, lo fa accomodare su un sasso poco disagevole. Edipo le chiede dove sia Atene, fine del suo lungo peregrinare; Antigone afferma che si trovino nei pressi, ma non conosce il punto esatto, che porrà fine al loro lungo viaggio. Il ritorno alle proprie origini è spesso il cammino finale di ogni esistenza, Edipo invece vuole morire lontano da Tebe, per recidere violentemente quelle radici di stirpe maledetta.

Presso la coppia s’avanza un uomo, il quale invita l’anziano repentinamente ad alzarsi da quel sasso, dove ha trovato un poco di requie, poiché è il luogo delle dee dell’incubo. Edipo è certo ora di esser giunto alla fine del suo viaggio. L’uomo allora gli spiega ch’egli è giunto in uno spazio divino, abitato da Poseidone, in esso il titano Prometeo è stato racchiuso e rappresenta per le genti il pilastro di Atene. Teseo, figlio di Egeo, è il re, al quale Edipo vorrebbe fargli giungere un suo personale messaggio, che sicuramente lo avvantaggerà. L’uomo s’incaricherà di recapitare la richiesta presso un villaggio d’intorno, e dalle risposte capirà se Edipo possa trattenersi o intraprendere nuove strade.

Allontanatosi l’uomo, Edipo volge una preghiera alle Potenze, chiedendo loro protezione, promettendo ch’egli sarà messaggero di benedizioni per chi l’accoglie e maledizione per coloro che lo allontaneranno. Quindi l’estrema supplica perché sia compatita la sua richiesta. Rivolgersi alla deità, alla propria parte intima, divina, interiore; l’abisso dell’io è vicino.

Antigone chiede al padre di tacere, perché sono in arrivo delle persone, che sembrano scrutare il luogo, dove si trova. Edipo chiede di essere introdotto nel cerchio misterioso, per non essere svelato. Potrà quindi studiare i convenuti. La circonferenza è dimostrazione geometrica del tutto, del creato in senso macrocosmico; ed è dimostrazione del proprio intimo microcosmico, laddove ogni segmento della propria esistenza è racchiuso.

Il Coro si chiede dove si sia cacciato l’uomo in compagnia della ragazza; s’egli fosse nello spazio sacro, avrà ottenuto la benedizione delle Potenze; Edipo decide di uscire allo scoperto. Il Coro lo accusa repentinamente di essere uno spettro; Edipo prega di non essere mirato quale fuorilegge; quindi inizia a narrare la sua triste storia. Egli confessa di aver smarrito nella sua anima la serenità, condannato alla cecità perenne, deve affidarsi alla vista della figlia, Antigone, ma il Coro sembra non patire la sua triste condizione, informandolo drammaticamente che mai dovrà porre il suo piede nello spazio magico. E’ costretto ad accettare la proposta, ed è condotto dalla figlia in un luogo, dove sarà possibile continuare a dialogare coi presenti, i quali chiedono chi sia e da dove venga. Edipo non vorrebbe fornire informazioni personali, ma davanti all’insistenza del Coro è costretto a parlare e quando dichiara la sua identità, gli è ordinato di allontanarsi immantinentemente, perché non sporchi il cerchio di pace, nel quale ha trovato sollievo. Antigone, allora, prova a prender le difese del padre, anziano e stanco; poi, al fine di destar un’ombra di pietà, s’inginocchia, ma ogni parola è vana. Allora prende la parola Edipo, ricordando come Atene rappresenti l’ultimo baluardo per lo sventurato, il quale non può vedere. Perché così tanta antipatia, tanta discordanza verso un uomo, che è stato anche vittima del destino, a cui ha cercato di restituire i colpi ricevuti. Quindi l’invocazione agli dei, che scrutano la vita dell’uomo, che scuotono un poco il Coro, il quale delegherà ai potenti la decisione sulla sorte di Edipo.

Antigone informa il babbo che una donna, con a seguito un servo, si sta avvicinando: Ismene, la figlia di Edipo e di sua madre Giocasta. Il ricongiungimento con lo sventurato padre – fratello avviene nel modo più dolce e tenero; l’uomo sembra rinfrancato dall’arrivo della sua giovane figlia e sorella. Ella è giunta punto preoccupata della condizione del padre – fratello, accompagnata dall’unico uomo rimasto fedele. Edipo protesta la sua rabbia per le condizioni delle figlie, le quali sono costrette a lavorare, a preoccuparsi delle condizioni dei famigli, poiché i rispettivi mariti non vogliono accollarsi le responsabilità di capi della famiglia. Egli avrebbe desiderato che i suoi generi si preoccupassero per la sua estrema condizione. Quindi ricorda i tanti sacrifici di Antigone, suo fedele ed unico conforto, che ha affrontato le innumerevoli peripezie del viaggio, abbandonando i possibili agi della casa.

Ismene aggiorna sulla condizioni di vita dei figli di Edipo, i quali hanno subito le ire di Creonte: Polinice, figlio di Edipo e di Giocasta, è stato allontanato da Tebe, si sarebbe rifugiato in Argo, dove avrebbe contratto un nuovo matrimonio, sicuro che la sua città sarebbe riuscita a prevalere sul popolo dei Cadmei, di cui Edipo sarà il conforto assoluto, per quanto abbia detto l’enigma di Delfi. Il vecchio maledice i suoi figli, per non averlo protetto.

Il dialogo intenerisce il Coro, il quale accetta la protezione di Edipo, che  si appresta a celebrare un rito a nome delle Potenti, traendo dell’acqua dalla fonte e raccogliendola in delle bacinelle, ornate d’agnello; quando sarà l’alba, dovrà versare l’acqua, che ha santificato attraverso le sue mani. Il rito quale mistero di congiunzione tra gli uomini e gli dei, affinché la volontà dei mortali rispecchi fedelmente le intenzioni delle deità; il ponte così è stato lanciato.

Il Coro chiede ad Edipo di raccontare la sua storia drammatica; egli, con sofferenza, accetta. Ammette di aver avuto tante colpe, che gli sono, per uno scherzo tragico del destino, piovute addosso; ed in ciò chiama a testimonianza il dio.

Il Coro chiede se davvero si sia congiunto colla madre; Edipo grida con tutta la forza che non è affatto vero, ma le sue figlie gli sono anche sorelle. Tutto ciò si verificò, poiché accettò l’omaggio di sposare la regina di Tebe, la mai conosciuta madre, Giocasta, perché vittorioso sulla Sfinge.

Il Coro gli ricorda anche l’assassinio del padre. Edipo è costretto ad ammettere le sue pesanti responsabilità pur chiamando, ancora una volta, il destino.

Jean-Antoine Theodore Giroust- Teseo

Giunge il principe Teseo, il quale immediatamente svela il vecchio quale figlio di Laio. Chiede poi cosa pretenda. Edipo vorrebbe donare se stesso, e ciò sarà futura gioia per la città di Atene, a patto che Teseo non riveli la sua identità ad alcuno. Il principe si convince e lo invita in casa sua, ma Edipo sa di aver raggiunta l’ultima dimora nello spazio sacro, in cui ha trovato riposo.

Da lontano, Antigone scorge Creonte, re di Tebe, accompagnato dalla scorta armata.

Il Re si rivolge al Coro. Annunzia come ancora non abbia deciso alcunché; quindi, volgendosi verso Edipo gli illustra la condizione, in cui versa, aiutato dalla altrettanto derelitta Antigone. Gl’intima di tornare nella sua patria, in Tebe, attendendo alla morte. Edipo accoglie come una provocazione il consiglio di Creonte, il quale avrebbe in animo di arrestarlo. Il re aggiunge che arresterà anche le due figlie: Edipo chiede l’intervento dei presenti, affinché la prole sia salva, ma le sue preghiere sono inascoltate, ed il Coro infatti, davanti all’esecrabile gesto, prende le distanze da Creonte. Il re è costretto a richiamare con fermezza l’ordine di sequestrare Antigone, causando un’immane sofferenza ad Edipo, il quale, in un atto di ferocia audacia, chiama a testimonianza le Potenze di Colono, perché maledicano Creonte, che tenta di sollevare Edipo, per sradicarlo dal sasso, su cui ha trovato riposo, tra la disapprovazione dei presenti.

 Improvvisamente ed inaspettato giunge Teseo, seguito dalla scorta, il quale chiede contezza di quanto stia accadendo. Edipo eleva la sua esile voce, accusando Creonte di aver impunemente sequestrato le due figlie. Teseo intima al re di restituire alla libertà le due donne, perché possano prendersi cura del padre. Creonte ha agito al di fuori di ogni legge; quindi restituisca al più presto le prigioniere, altrimenti mai più vedrà Tebe, perché prigioniero in Atene.

Creonte mostra tutto il suo sincero stupore che Teseo abbia accettato un uomo, che uccise suo padre, si maritò con la madre, con cui generò delle figlie – sorelle. Accusa quindi Edipo di averlo violentemente accusato e maledetto, ecco la sua estrema decisione.

Il vecchio allora insorge, cercando di discolparsi: egli è stato – suo malgrado – una povera vittima di un gioco terribile. Non riconobbe il padre nell’uomo, che uccise. Non conobbe mai la vera madre, ecco perché si unì carnalmente con Giocasta, dopo averla sposata, generando figli. Quindi propone un enigma a Creonte: se fosse colpito a morte da un passante, che scoprirà poi come padre, non procederà con l’inchiesta?

Creonte ha imprigionato le figlie, mentre Edipo era costretto a chiamare le dee dello spazio sacro a sua difesa.

Creonte chiede a Teseo come intenda agire. Il principe vuole condursi dalle prigioniere, per restituirle al padre e sanare così un’ingiustizia. Edipo, sentendo quelle dolci parole per il suo vetusto cuore, benedice l’opera del principe.

Il Coro prova a descrivere l’immane scontro, che avverrà tra le opposte fazioni in un frastuono di deità, che partecipano alla gara. Teseo avrà la meglio e così il Coro annuncia ufficialmente ad Edipo la liberazione avvenuta. Antigone è la prima affranta a correre tra le braccia del padre, onde rassicurarlo colla sua presenza e lodano la prontezza ed il coraggio di Teseo e dei suoi armati, che hanno avuto la meglio sulle truppe guidate da Creonte. Si succedono parole dolcissime a commento dell’evento e della ritrovata unità familiare. Si avvicina il principe, che è sentitamente ringraziato e benedetto da un commosso Edipo, il quale addirittura vorrebbe baciare il liberatore, salvo ritrarsi per pudicizia.

Teseo annuncia ufficialmente la restituzione della prole e quindi sottopone Edipo ad un quesito: un uomo, che sembrerebbe parente del vecchio, si aggirerebbe su un campo grato a Poseidone, che fu consacrato da Teseo attraverso un rito. Questo ignoto vagabondo vorrebbe parlare ad Edipo, il quale immagina chi possa essere: è il suo odiato figlio. Teseo incoraggia il vecchio a concedergli udienza, ma Edipo lo prega di desistere, poiché non potrà cedere alle sue lusinghe. Il principe torna ad insistere, descrivendogli come l’uomo si sia prostrato, gesto che spinge verso la pietà Antigone, la quale interviene in suo favore, pregando il padre, il quale si dichiara convinto dalle giuste parole trovate dall’amata figlia.

Polinice, figlio di Edipo e di Giocasta, piange nel vedere il padre ormai ridotto ad una larva, dopo un così lungo peregrinare in terra straniera. Egli ammette le sue colpe nel non essersi preoccupato dell’anziano genitore, a cui chiede perdono, ricevendo quel silenzio, che gli grava ancor di più l’anima. Polinice allora racconta il suo dramma ad un Edipo sempre silente; egli fu espulso, perché colla forza volle seguire sul trono il padre, costringendo il fratello Eteocle a ribellarsi, chiamando a sua difesa la folla. Dovette abbandonare Tebe, per Argo, dove si unì ad Adrasto, al fine di combinare una lega, che si sarebbe mossa contro la sua patria. Per quanto realizzato, Polinice chiede, in ultimo, che Edipo sciolga la maledizione, che grava sul suo presente, vissuto in terra straniera; i due uomini sono legati da un comune, terribile destino.

Il Coro chiede ad Edipo di parlare. Il suo esordio è di già terribile, poiché, costretto a interloquire, le sue parole saranno terribili. Gli ricorda come fu il principale responsabile delle sue pene, poiché scelse di esiliarlo, destino che ora sta condividendo. Se un domani volesse conquistare Tebe, non riuscirà mai nell’impresa, grazie alla maledizione, che Edipo lanciò sul seme maschile, invasato da ria sfortuna. Egli ripete tra l’orrore degli astanti le parole di cattivo augurio, vaticinando la caduta per mano del fratello, Eteocle. Il Coro ordina allo sfortunato di allontanarsi, non prima di aver benedetto le sorelle. Antigone allora, felicemente sorpresa dalle buone parole, gli chiede di ritirare le truppe di Argo, ma l’impresa non sarà possibile.

Polinice intanto si allontana, mentre Antigone manifesta il suo cordoglio per l’inevitabile tragedia, a cui andrà incontro il fratello, il quale augura alle sorelle la protezione degli dei.

Edipo chiede alle figlie di invitare immantinentemente Teseo, perché è tempo ch’egli raggiunga l’Eterno. Antigone gli chiede come sappia che sia giunto il momento supremo ed Edipo dichiara di sentire nella sua coscienza come Cronos sia sulla via. Il Coro invoca la benedizione di Zeus sul reietto. Giunto il principe, Edipo lo informa di ciò che dovrà considerare, al fine di garantire lunga vita alla sua città. Quindi lo invita a seguirlo fin nello spazio fatale della sua morte, raccomandando l’assoluto silenzio su ciò che vedrà, al fine di fornirlo del necessario, per vincere ogni assedio.

Poi il richiamo è quasi assordante; Edipo deve partire; chiede alle figlie di porsi accanto, mentre da solo procederà verso la Fine, scortato da Ermes, non prima di aver benedetto Teseo ed il suo popolo. Il corteo, formato dal Viaggiatore, dalle figlie e dal principe, si prepara a partire.

Il Messaggero tristemente annuncia la dipartita di Edipo, tra lo stupore e la sorpresa del Coro. Quindi segue la descrizione di quei momenti: il morituro procedeva, emanando luce, poi, giunto al limite, si liberò dei vestiti, ordinando alle figlie di purificarlo tramite abluzione. Al termine, gl’imposero il sudario; ormai il rito era compiuto. Le figlie silenziosamente piangevano, sicure di aver perso per sempre il loro padre, il quale s’era svuotato del proprio io. Gli dei chiamarono a gran voce il suo nome; prima di partire, Edipo chiese a Teseo d’accostarsi, per affidargli la vita delle due figlie. Il principe giurò. Egli scomparve.

Il Coro pietosamente chiede dove si trovino ora le orfane. S’avanza Antigone, che denuncia la stanchezza del vivere; Ismene anche lei si unisce alla voce disperata dell’amata sorella. Antigone ricorda con dolcezza d’emozione il lungo vagare, il grande sacrificio unito però alla fascino struggente dell’amore per il padre, il quale, soddisfatto, scomparve in suolo straniero.

Il Coro tenta di alleviare le sentite sofferenze delle orfane, raccomandando come la fine sia stata senza dolore, ma le due donne sembrano non sentire, concentrate, come sono, su ciò che attende loro. Antigone desidererebbe seguire nell’Oltre il padre, ma Ismene la prega tragicamente di desistere. Ella chiama Zeus quale testimonio delle sventure patite.

Le sorelle chiedono a Teseo di accompagnarle, perché possano rendere omaggio alla tomba del padre, ma il principe recisamente rifiuta, poiché quello spazio sacro non è loro destinato: Edipo così stabilì. Se Teseo avesse mantenuto fede di esserne il custode, avrebbe garantito lunga vita ad Atene, così come anche manifestato dalla forza di Zeus. Antigone allora rinuncia alla richiesta, per non sottrarsi alla volontà paterna, e chiede al principe di tornare a Tebe, per salvare dalla sicura morte i suoi fratelli. Teseo promette di assisterle nel viaggio verso casa.

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