Lettera dal carcere di Antonio Gramsci del 4 aprile 1927

L’8 novembre 1926, Antonio Gramsci fu arrestato a Roma e tradotto nel carcere di Regina Coeli; dopo due settimane fu trasferito ad Ustica; ed infine nel mese di gennaio del 1927 ebbe a subire un ulteriore tramutamento a Milano.

In questa lettera, indirizzata alla cognata Tatiana Schucht, illustra le sue condizioni di carcerato. Egli vive in un’angusta cella, dove, grazie ad una finestrella, può vedere una piccola parte del cielo. Si lamenta della poca luce naturale, che vi entra, a causa della disposizione geografica. Egli sembra alquanto disturbato dai rumori provenienti dall’officina, sulla quale è posta, ma conta di abituarsi.

Trascorre il tempo leggendo, infatti grazie ad un doppio abbonamento può ricevere otto libri a settimana. Elenca la biblioteca in suo possesso, giudicando ottimamente solo la Storia del reame di Napoli di Pietro Colletta; mentre decisamente al peggio il giudizio sulla traduzione di alcune Commedie di Moliere; pessimi due libri sulle opere del Carducci; assai mediocre un libro di Gina Lombroso sull’America; e due romanzi decisamente noiosi. Interessante anche l’elenco delle riviste, che settimanalmente compra. Apprezza la lettura del Corriere e del Popolo d’Italia; molto meno quella del Secolo; non esprime giudizi sul Giornale d’Italia e su La Stampa.

Invita la cognata ad assicurarsi di ricevere i permessi necessari per i colloqui, ma teme che non possano essere concessi.

«Cara, cara Tatiana

Da qualche giorno ho cambiato di cella e di raggio (il carcere è diviso in raggi) come risulta anche dall’intestazione della lettera; prima ero al 1° raggio, 13a cella; adesso sono al 2o raggio, 22a cella.

La mia situazione, diciamo così, carceraria, mi pare migliorata.

La mia vita trascorre, però, su per giù, come prima. Te la voglio descrivere un po’ minutamente; così ogni giorno, potrai immaginare ciò che faccio.

La cella è ampia come una stanzetta da studente: a occhio la calcolo tre metri per quattro e ½ e 3/½ d’altezza. La finestra dà sul cortile dove si prende l’aria: non è una finestra regolare, naturalmente; è una cosidetta «bocca di lupo», con le sbarre all’interno; si può vedere solamente una fetta di cielo, non si può guardare nel cortile o lateralmente. La disposizione di questa cella è peggiore di quella precedente che era esposta a sud–sud–ovest (il sole si vedeva verso le 10 e alle 2 occupava il centro della cella con una striscia di almeno 6° cm.); nell’attuale cella, che deve essere esposta a sud–ovest–ovest, il sole si vede verso le due e sta in cella fin tardi, ma con una striscia di 25 cm. In questa stagione, più calda, forse così andrà meglio. Inoltre: l’attuale cella è posta sull’officina meccanica del carcere e si sente il rombo delle macchine; ma mi abituerò. La cella è molto semplice e molto complessa insieme. Ho la branda a muro con due materassi (uno di lana): la biancheria viene cambiata ogni 15 giorni circa. Ho un tavolino e una specie di comodino – armadio, uno specchio, un catino e una brocca di ferro smaltato. Possiedo molti oggetti di alluminio acquistati alla Rinascente che ha organizzato un reparto nel carcere. Possiedo alcuni libri miei; ogni settimana ricevo in lettura 8 libri della biblioteca del carcere (doppio abbonamento).

Perché ti faccia un’idea ti faccio la lista di questa settimana, che però è eccezionale per la relativa bontà dei libri capitati: –

1° Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli (ottimo);

2° V. Alfieri, Autobiografia;

3° Molière, Commedie scelte, tradotte dal signor Moretti (traduzione ridicola);

4° Carducci, 2 volumi delle opere complete (mediocrissimi, tra i peggiori del Carducci);

5° Artur Lévy, Napoleone intimo (curioso, apologia di Napoleone come «uomo morale»);

6° Gina Lombroso, Nell’America meridionale (mediocrissimo);

7° Harnack, L’essenza del Cristianesimo;

Virgilio Brocchi, Il destino in pugno, romanzo (fa spiritare i cani);

Salvator Gotta, La donna mia (meno male che è sua, perché è noiosissima).

Al mattino mi levo alle 6½, alle 7 suonano la sveglia: caffè, toilette, pulizia della cella; prendo mezzo litro di latte e ci mangio un panino; alle 8 circa si va all’aria, che dura 2 ore. Passeggio; studio la grammatica tedesca, leggo la Signorina contadina di Puškin e imparo a memoria una ventina di righe del testo. Compro «Il Sole», giornale industriale–commerciale, e leggo qualche notizia economica (mi sono letto tutte le relazioni annuali delle Società per azioni); il martedì compro il «Corriere dei Piccoli» che mi diverte; il mercoledì la «Domenica del Corriere»; il venerdì il «Guerin Meschino», cosidetto umoristico.

Dopo l’aria, caffè; ricevo tre giornali, «Corriere», «Popolo d’Italia», «Secolo» (adesso il «Secolo» esce al pomeriggio e non lo comprerò più, perché non vale più niente), che leggo; il pranzo arriva in ore disparate, dalle 12 alle 3; riscaldo la minestra (in brodo o asciutta), mangio un pezzettino di carne (se è di manzo, perché non riesco ancora a mangiare la carne di manzo), un panetto, un pezzetto di formaggio, la frutta non mi piace, e un quarto di vino.

Leggo un libro, passeggio, rifletto su tante cose.

Alle 4–4½ ricevo altri due giornali, la «Stampa» e il «Giornale d’Italia».

Alle 7 ceno (la cena arriva alle 6), minestra, due uova crude, un ¼ di vino; il formaggio non riesco a mangiarlo. Alle 7½ suona il silenzio; vado a letto e leggo dei libri fino alle 11–12. Da due giorni, verso le 9 bevo una chicchera di camomilla.

(Il seguito al prossimo numero, perché voglio scriverti d’altro).

Non ho bisogno di biancheria, ecc. Ne ho abbastanza e non saprei dove mettere altri oggetti. Le scarpe che ho sono buonissime; ho anche le tue pantofole. L’abito per adesso va bene, come abito carcerario. Ho il soprabitino che mi ha servito nei mesi freddi e adesso è già diventato inutile. Ho tutti i tuoi cucchiai e cucchiaini, che mi hanno servito molto (anche senza manico), ho 6 o 7 pezzi di sapone, spazzole, spazzolini, pettine ecc, ecc. Non mi serve veramente nulla di essenziale.

La tua venuta qui, il poterti vedere, sarebbe una grandissima cosa per me, puoi pensare! Occorre però prima sapere se io rimarrò qui, primo; occorre esser sicuri che ti diano il permesso del colloquio, secondo. Devi ricordare che giuridicamente noi non siamo parenti, perché il matrimonio non è stato registrato in Italia; io giuridicamente sono celibe e tu non puoi dimostrare di essere mia cognata. Ti scrivo questo, perché sarebbe orribile per me se tu venissi e poi non potessi vedermi. Ti dico però che non è impossibile avere il colloquio; so che dei miei amici hanno avuto il colloquio con le loro compagne non mogli giuridicamente, perché sarebbe impossibile per le cognate. Bisogna parlare con un avvocato: a Milano bisognerebbe che tu ti rivolgessi all’Avv. Arys (Via Unione 1) il quale (come mi ha scritto Bordiga da Ustica) si è occupato per me. Cara Tania, come sarei contento di vederti; ma non devi scrivermi di ciò, altro che se hai già assicurata la possibilità di avere il colloquio; altrimenti soffrirei troppo della delusione. Ti abbraccio

Antonio

Senti, cara, per la corrispondenza, stabiliamo così: io ti scrivo una lettera ogni lunedì (in questo raggio si scrive il lunedì); tu mi scrivi una lettera ogni settimana e in più due cartoline, anche illustrate, e mi mandi le lettere di Giulia. Sai; nuovamente l’idea della censura epistolare mi toglie la spontaneità, come i primi tempi di Ustica. Spero di diventare «spudorato» come prima, ma ancora non ci riesco.

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