I librettisti di Verdi. Francesco Maria Piave

Francesco Maria Piave nacque il 18 maggio 1810 nell’Isoletta di Murano. Pur essendo stato destinato dalla famiglia verso studi di diritto, preferì concentrarsi sulla letteratura drammatica, la musica, frequentando il palcoscenico e le spensierate comitive teatrali, a cui avrebbe dedicato commediole e trame di melodrammi.

I rapporti tra Verdi ed il poeta ebbero inizio nel 1843 in occasione della nuova opera che il compositore avrebbe dovuto rappresentare al teatro La Fenice di Venezia nella stagione di carnevale. Da diverso tempo pensava di musicare l’Ernani di Victor Hugo, tracciandone lo schema del libretto, cui Piave, poeta e direttore scenico del teatro lagunare, ne avrebbe sviluppato la veste poetica, mostrandosi immediatamente quale docile collaboratore, fedele all’imperiosità del compositore:

«Il mio Ernani va avanti, ed il poeta fa tutto quello che desidero1».

Verdi aveva trovato un collaboratore artefice paziente del verso e della strofa, sempre pronto a modificare, senza discussioni o proteste, le pretese del Maestro.

L’opera dovette superare ostacoli ed incappò in incidenti posti dalla censura teatrale austriaca, la quale esigeva che si amputasse la scena della congiura, mentre la Sophia Löwe (interprete del personaggio di Elvira) pretendeva che si aggiungesse un rondò finale, in cui dimostrare tutte le sue capacità tecniche. Il Piave svolse felicemente l’ufficio, assumendosi noie e brighe, d’intenerire i rigori della censura, condurre a più miti consigli i desiderata artistici del soprano austriaco.

Intanto, Antonio Lanari, figlio del celebre Alessandro, offrì a Verdi di scrivere l’opera inaugurale per il Teatro Argentina di Roma e la scelta cadde sulla tragedia I due Foscari da Byron. Svolto il canovaccio del libretto dal Piave, fu sottoposto al vaglio della rigida censura pontificia, ancor più sofisticata e sospettosa di quella austriaca. Verdi, come al solito, guidava il poeta, istruendolo sul modo di sceneggiare e caratterizzare i singoli pezzi, che sarebbero dovuti risultare pieni di sentimento, anche se il soggetto non sarebbe stato provvisto di un’azione robusta e drammatica. Il compositore risolse la sua parte in cinque mesi ed, alla fine di settembre del 1844, raggiungeva il Piave a Roma per sostenere le prove, che condussero l’opera in scena il 3 novembre, riscuotendo un discreto successo.

I due collaboratori sostennero il viaggio fino a Bologna, per poi dividersi: Verdi alla volta di Milano; Piave in quel di Venezia.

Alla fine di novembre, Piave sottopose all’attenzione di Verdi un nuovo soggetto, l’Anna Erizzo, ignorando che il Maestro avesse già deciso la storia da trattare: il capolavoro del teatro drammatico inglese, Macbeth, di cui, come racconterà a Tito Ricordi, «ne feci io stesso la selva, anzi più della selva, feci distesamente il dramma in prosa, colla distribuzione di atti, scene, pezzi ecc., poi lo diedi a Piave da verseggiare2».

Non si rivelò facile verseggiare i profondi pensieri scespiriani, tantoché Verdi fu costretto a chiedere la collaborazione di Andrea Maffei, perché, col consenso del Piave, rimaneggiasse i versi del Coro delle streghe, del terzo atto ed infine della Scena del sonnambulismo3.

La quarta opera, che ebbe origine dalla collaborazione tra il Maestro ed il Piave fu Il corsaro, poemetto di Byron, che, dopo la sua prima rappresentazione presso il Teatro Grande di Trieste del 25 ottobre 1848, non previde un numero sufficiente di rappresentazioni.

Non meno fortunato fu lo Stiffelio, rappresentato sempre a Trieste, il cui libretto fu affidato, in un primo momento, al Cammarano, per poi esser verseggiato dal Piave. La censura austriaca intervenne drasticamente nella scena del tempio del terzo atto ed i versetti recitati da Stiffelio sulle parole di Cristo, che furono espulse dal dramma, così come nella successiva ripresa romana.

Nel 1857, il Piave rimise mani al libretto ed, il 16 agosto, fu presentato il dramma sotto il titolo di Aroldo presso il Teatro Comunale di Rimini.

Rigoletto costituì il titolo d’onore nella carriera del librettista, legando il proprio nome ad un grande capolavoro del teatro verdiano, essendo stato l’ideatore del dramma da musicare, che avrebbe adattato senza menomare le bellezze dell’originale hughiano. L’opera sarebbe andata in scena l’11 marzo 1851 presso il committente Teatro La Fenice e già l’anno precedente la direzione comunicava ai due artisti che il dramma Le roi s’amuse (da cui si sarebbe tolto il dramma La maledizione, mutuata poi in Rigoletto) di Victor Hugo aveva ricevuto una sfavorevole accoglienza in Parigi e, successivamente, in Germania a causa della dissolutezza del soggetto trattato. L’accigliata censura austriaca deplorò che il celebre Maestro ed il Piave non fossero stati capaci di far emergere i loro indubbi talenti, se non ricorrendo ad un libretto d’immoralità ributtante ed oscena, vietandone la rappresentazione. Le infuocate invettive del Verdi colpirono il Piave, il quale «ha un gran torto: tutto il torto! Egli mi assicurava di averne ottenuta l’approvazione. Dietro questo, io musicai una buona parte del dramma. Il decreto che lo rifiuta mi mette alla disperazione, perché ora è troppo tardi per scegliere altro libretto che mi sarebbe impossibile, affatto impossibile di musicare per quest’inverno4».

Al fine di smuovere la cattiva situazione, Martello, direttore della polizia di Venezia, suggerì al poeta, di cui era amico, di presentare una versione edulcorata dalle scene invise alla censura de Le roi s’amuse sotto il titolo di un immaginario Duca di Vendôme. Il Piave seguì il consiglio e presentò una nuova versione purgata, che passò il severo vaglio della censura, ma non quella di Verdi, che si mostrò assai contrariato, minacciando che, se quei tratti originali fossero stati tolti «io non posso più farvi della musica».

La situazione sembra volgesse al peggio come si evince dalla lettera, inviata dal Verdi al suo librettista.

«Ti ringrazio della polvere e dei baicoli, di cui mi darai debito. Risparmiati la pena di prendere il pesce perché io non posso mandare a Cremona. Non ti mando le lire austriache 200 perché, siccome non scriverò a Venezia l’opera e siccome ti diedi in commissione il Roi s’amuse colla condizione che tu ottenessi il permesso dalla Polizia, non permettendolo (con mio grave danno), resta naturalmente sciolto il nostro contratto. Così delle lire austriache 500 che ti mandai pel Roi s’amuse ne terrai 200 per compiere lire austriache 1000: prezzo combinato pel libretto Stiffelio, e le 300 che sopravanzano me le restituirai.  Addio5».

Riavutosi dal brutto colpo, il Piave stese per la terza volta il libretto, conciliando le esigenze della censura con le improrogabili richieste artistiche del Maestro e, contando sugli ottimi uffici dell’amico Martello, presentò l’ultima fatica col titolo di Triboletto (traduzione del Triboulet hughiano, ribattezzato poi in Rigoletto).

Il 24 gennaio 1851 poté finalmente comunicare al Verdi:

«Buone nuove… Oggi ho finalmente avuto la firma del Direttore Generale dell’Ordine pubblico al Rigoletto, senza nessun cambiamento di verso: solamente ho dovuto cambiare il nome di Castiglione in Monterone e quello di Cepriano in Ceprano perché esistono quelle famiglie. Fu pure necessario ommettere il nome di Gonzaga e dire solamente nell’elenco dei personaggi: Il Duca di Mantova. Sono cinque giorni che corro dal Governo alla Polizia, al Comando di piazza, alla Presidenza della Fenice, al diavolo. Ti assicuro che quando sarò finita avrò corso una gran palestra. Ora, che ti scrivo, sono le quattro, e sono in moto dalle nove, perché il signor Martello era intestato di cambiar l’epoca e la scena nonché i personaggi.

Finalmente sono riuscito, un poco colla grazia, un poco colla disperazione, un poco col dire ch’io non poteva ecc., a questa utile transazione, e ti giuro che mi par fin di sognare. Allegri dunque. Il vento si è voltato, e la nostra nave andrà a buon porto6».

Due giorni dopo, il Piave comunica la definitiva approvazione del libretto:

«Caro Verdi, Te Deum laudamus. Finalmente ieri alle tre pomeridiane giunse il nostro Rigoletto in Presidenza sano e salvo, e senza fratture o amputazioni. Mi par ancora di sognare. Avrai da ridere quando ti racconterò la storia dell’ultima mia battaglia!7».

Finalmente dopo tanto penare, il Piave tenne onore alla sua parola, ricevendo una lettera di ringraziamento anche da parte di Giuseppina, la moglie del Maestro, di cui informò immediatamente il Verdi:

«Sono commosso della graziosa lettera della gentile signora Peppina, a cui mi ingegnerò di rispondere appena cessata la mia commozione, la quale si è poi aumentata leggendo la soprascritta della tua lettera: “Al grazioso signor Francesco Maria9…».

Pochi giorni dopo, Verdi raggiunse Venezia, per assistere alle prove ed al debutto di Rigoletto, che ottenne un caldissimo successo di pubblico la sera dell’11 marzo 1851.

Due anni più tardi, si combinarono le condizioni per un’ulteriore collaborazione, che avrebbe partorito una delle opere più celebrate della storia del melodramma (seppur fischiata alla prima): La Traviata, che andrà in scena presso il Teatro La Fenice di Venezia il 6 marzo 1853.

A Parigi, il Verdi era rimasto colpito dal dramma di Alexandre Dumas fils, La dame aux camelias, soggetto molto audace per l’epoca, che difficilmente sarebbe stato approvato dalla censura. Il Maestro affidò al Piave l’incarico di comporre i primi versi e – come al solito – risolvere ogni guaio con la censura, la quale – in verità – era caduta in disarmo dopo i ripetuti trionfi di Rigoletto e quelli successivi de Il Trovatore. Il poeta cercò di rendere più facile l’incontro, castigando il linguaggio, pur mantenendo inalterata la passionalità vera e commovente, che palpita nei personaggi, irradiando le situazioni del dramma. Come abbiamo già accennato, l’opera fu fischiata; Verdi disse: «Il tempo giudicherà», ed ebbe ragione.

L’ultimo spartito, dedicato al massimo teatro veneziano, fu il Simon Boccanegra da Garcia Gutierrez, sempre su versi del Piave, che andò in scena il 12 marzo 1857, mancando di scaldare l’anima del pubblico. Verdi raccontò così alla contessa Maffei:

«Il Boccanegra ha fatto a Venezia un fiasco quasi altrettanto grande che quello della Traviata. Credevo d’aver fatto qualche cosa di possibile, ma pare che mi sia ingannato9».

La critica accusò il librettista di aver fornito un vero pasticcio melodrammatico, incolpando dell’insuccesso anche la prestazione degli artisti. Verdi si dimostrò legato a questo suo lavoro, tantoché, durante la lavorazione dell’Otello, pregò il Boito di riformulare il libretto per la rappresentazione milanese del 24 marzo 1881, dove finalmente la storia rese giustizia a quest’ennesimo capolavoro verdiano.

Il teatro spagnolo fu, ancora una volta, la fonte d’ispirazione per la nuova opera, che avrebbe unito i destini di Piave e Verdi: La forza del destino da Saavedra, che le troppe morti, la forte drammaticità di molte situazioni sceniche, le esagerazioni romantiche presenti nella matrice non offrirono valido sostegno, perché il Piave potesse licenziare un libretto felice.

Quando si trattò di rappresentare l’opera al Teatro alla Scala, dopo il debutto in quel di Pietroburgo, Verdi pretese dei cambiamenti e Piave si rimise alacremente al lavoro, col fine di soddisfare il Maestro, ma un improvviso colpo apoplettico gl’impedì di terminare il lavoro e, dopo una lunga agonia terribile, si spegnerà il 5 marzo 1876.

(1) GAETANO CESARI, ALESSANDRO LUZIO. I Copialettere di Giuseppe Verdi. A cura della Commissione esecutiva per le onoranze a Giuseppe Verdi nel primo centenario della nascita. Lettera di Giuseppe Verdi a Giuseppina Appiani del 12 dicembre 1843, pag. 424.

(2, 3) Lettera di Giuseppe Verdi a Tito Ricordi senior dell’11 aprile 1846, pag. 444.

(4) Lettera di Giuseppe Verdi a Carlo Marzari del 5 dicembre 1850, pag. 108.

(5) Lettera di Giuseppe Verdi a Francesco Maria Piave del 14 dicembre 1850, pag. 111.

(6) Lettera di Francesco Maria Piave a Giuseppe Verdi del 24 gennaio 1851, pag. 492 – 93.

(7) Lettera di Francesco Maria Piave a Giuseppe Verdi del 26 gennaio 1851, pag. 494.

(8) Lettera di Francesco Maria Piave a Giuseppe Verdi dell’8 febbraio 1851, pag. 494 – 95.

(9) Lettera di Giuseppe Verdi a Clara Maffei dell’11 aprile 1857, pag. 552 – 53.

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