La grandezza di Pietro Metastasio

«I versi del Metastasio s’insinuano nella memoria d’un leggitore senza ch’egli se ne accorga e sappia come; imperocché la sua poesia è sopra ogni altra chiara e precisa, che tanto vale quanto dire più naturale che non veruna delle poesie nostre, quantunque fra di esse l’Italia possa con ragione vantarsi d’averne delle naturalissime», così scrisse il Baretti sulla «Frusta letteraria».

La vera grandezza del Metastasio consistette nella dolcezza e nella musicalità del verso, per ciò che riguarda la forma; nello studio dei caratteri, nella conoscenza del pensiero dell’uomo, per ciò che riguarda il contenuto. I personaggi sono uomini e donne capaci di amare, di pensare, di agire sulla scena come nella vita.

«Il melodramma – scrisse Giosuè Carducci – scaturisce dall’idealismo del rinascimento atteggiato a un che di sonoramente passionato; fin già nella rappresentazione d’Orfeo del Poliziano; illuminato da tutti i prismi della fantasia idillica nelle pastorali del Tasso e del Guarini, estenuato nella retorica melodiosa dei drammi del Rinuccini, così ben conveniente alla musica rinnovellantesi. Tale entrò nel Seicento e per il Seicento passò, accogliendo da una parte le enfasi e gl’intrighi romanzeschi delle commedie spagnuole di cappa e spada, dall’altra il barocchismo lirico tra grandioso e grottesco dell’espressione, e confondendo  più che mai tutti i generi, tragico e comico, tutte le età, antichità e medio evo, tutti i popoli, pagani e cristiani, turchi e goti. Tale arrivò al Settecento1».

Metastasio possedeva l’umile ma impareggiabile buon senso, che sopperiva forse all’impeto lirico, al pensiero profondo ed ardito, pur sempre volto alla ragionevolezza, che lo figurò superiore a tutti i poeti melodrammatici. Egli abbandonò la via tortuosa dei Secenteschi, considerando i lavori dello Stampiglia e del suo predecessore a Vienna, Apostolo Zeno.

Il tesoro della saggezza metastasiana è raccolta nelle sentenze, in cui descrive la sua anima beata e contenta, che, nel giro di pochi versi, raccoglie pensieri d’origine morale.

Egli tratteggiò uomini e non personaggi: Alessandro, Enea, Orazio sospirano come pastori arcadi, pronti a ravvedersi fra le braccia d’un generoso. Le sue eroine sono specchio di fedeltà ed amore, che a tutto resistono, anche alle offese dell’amato. Pochi i malvagi dotati di un carattere spesso basso e volgare, che nel corso del dramma, non abbiano a recitare un verso gentile.

Ebbe la capacità di maneggiare la parola, accarezzandola, scrivendo versi armonici, anche se mai solenni e potenti, che, uniti alla melodia creano «un vivo e delicato piacere2». Non c’è eroe, che nel punto culminante del dramma, dopo un dialogo incalzante e vibrato, si esibisce nell’aria, desiderata dal compositore, dalla prima donna, da Carlo VI; che esigeva il lieto fino, perché tutti tornassero a casa felici e contenti. Il Metastasio spese le sue enormi doti di abile negoziatore d’arte nel soddisfare le esigenze dei cantanti, che desideravano terminare la scena con delle arie, a proposito delle quali scrisse il Poeta nella «Prima lettera sulla musica»

«Le arie chiamate di bravura delle quali condanna ella da suo pari l’uso troppo frequente, sono appunto lo sforzo della nostra musica, che tenta sottrarsi all’impero della musica. Non ha cura in tali arie, né di caratteri, né di situazione, né di affetti, né di senso, né di ragione».

Mancò dell’immensità di Dante, di Omero, perché non ci donò la scena terribile della società umana, limitandosi a dipingerne un aspetto: il sentimento umano, che ritrasse tra i moti dell’anima, anche se non raggiunse le sublimi altezze dell’inimitabile Racine, che sovente prese a modello.

(1) G. CARDUCCI. Pietro Metastasio in Domenica letteraria, 16 aprile 1882.

(2) P. METASTASIO. Prima lettera sulla musica.

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