La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi: Paolina Leopardi

Paolina Leopardi nacque il 5 ottobre 1800. Crebbe sempre vicina ai fratelli, partecipando ai loro giochi, ricevendo anche lei un’educazione rigida ed un altrettanto severa istruzione. Le comuni esperienze dei primi anni avrebbero saldato l’amicizia affettuosissima tra i tre; Giacomo, ancora pieno di vita; Carlo, robusto, di natura meno riflessiva; e Paolina, piccola e gracile, che si divertiva a dir la messa davanti ad un improvvisato altarino, meritandosi scherzosamente d’esser chiamata «Don Paolo».

Ebbe immediatamente per Giacomo quasi un culto devoto, tanto da riconoscergli la supremazia nell’apprendimento dello studio, condotto prima dal gesuita Don Torres di Vera Cruz, poi da Don Sebastiano Sanchini, il quale era ospitato in casa, come l’altro pedagogo Don Vincenzo Diotallevi. I precettori dedicarono le loro cure anzitutto all’insegnamento religioso, quindi alla lingua italiana, latina, francese; alle scienze naturali, storia e geografia.

Monaldo Leopardi (1776 – 1847)

Durante il saggio scolastico del 30 gennaio 1808, organizzato in casa dal babbo Monaldo, Paolina dette ottima prova di sé  in questioni di dottrina, storia e geografia; al seguente saggio dell’8 febbraio 1810 avrebbe risposto brillantemente a questioni di filosofia, storia e scienze naturali. La giovane Leopardi era sempre più ricca di dotta cognizione nella letteratura italiana, latina e francese; quando Giacomo lodava la correttezza e lo stile delle sue lettere, ella si sentiva assai felice per l’alto riconoscimento ricevuto. Diventò ben presto la confidente del futuro illustre Fratello, aiutandolo quand’egli era oppresso dal male agli occhi e doveva trascorrere intere giornate al buio, lagnandosi per gl’interrotti studi. Condividevano la riservatezza, amavano la natura:

«Io credo,» ella scrisse più tardi, «che oramai non resti all’uomo dabbene altro piacere da gustare che nel contemplare le bellezze infinite della natura; tutto il resto non è più fatto per lui, o egli non vi si può adattare».

I due fratelli rinascevano nei mesi primaverili; si commuovevano alle appassionate melodie di Vincenzo Bellini, dense di entusiasmo giovanile e intrise di calda malinconia.

Quando tra i fratelli maggiori ed il babbo iniziarono i primi screzi, Paolina parteggiò contro Monaldo, predisponendo cospirazioni e piangendo alla supremazia paterna, che rivolgeva sempre nell’angolo le legittime aspirazioni dell’intellettuale figliolanza. Anche Paolina, come Giacomo, odiava Recanati e si rifugiava in pianti ininterrotti, deplorando il suo triste stato.

Angelo Mai (1782 – 1954)

Quando nel novembre 1822, lo zio, Carlo Antici, ricevette il permesso di condurre Giacomo a Roma, Paolina immaginò quanto avrebbe sofferto la lontananza dell’amatissimo fratello, cercandolo inutilmente nelle stanze, sempre più vuote. Le lettere, che riceveva da Giacomo, la consolavano, soprattutto quando lo Scrittore la informava che in Roma incontrava persone incolte; ella pensava allora che la stima nei suoi riguardi potesse aumentare. Nella corrispondenza, Paolina chiedeva notizie sulle donne romane, sui parenti, di Angelo Mai e nel contempo lo informava sulle piccole novità di Recanati, aggiornandolo  sull’acquisto di nuovi libri, che conservava con cura in attesa che l’amato Giacomo tornasse. Si sfogava della noia da sopportare, delle estinte speranze, che l’avrebbero indotta a ricercar la morte, al fine di non vedere l’alba dell’anno 1823. Confessava al Fratello le poche speranze di matrimonio, della inguaribile timidezza con cui si mostrava, che in verità nascondeva un’anima ardente, assetata d’amore.

«Fervidissima era l’anima sua assetata d’amore, sempre in traccia d’un affetto cui consacrare tutta se stessa, a cui donare tutto il tesoro de’ suoi affetti e de’ suoi entusiasmi, ma d’un affetto degno veramente di lei e capace di comprendere tutte le delicatezze del suo carattere1».

Antonio Ranieri (1806 – 1888)

La Paolina ebbe delle fuggevoli simpatie, finché i suoi occhi non videro, nel 1818, Antonio Ranieri, che amò con disperato ardore, accogliendolo con entusiasmo nella casa paterna. Chiese ed ottenne il permesso di sposarlo, seppur il giovane non appartenesse a schiatta così nobile come quella dei Leopardi. Purtroppo, un giorno Paolina ebbe un dubbio, che il giovane non seppe sciogliere, fugandole ogni sogno, tantoché lo ricusò quale fidanzato. Continuò in segreto ad amare la vecchia e cara immagine del Ranieri, aggiungendo: «Ma se so ch’egli è felice, quasi lo sono ancor’io».

Giacomo desiderava tanto che la sorella trovasse l’uomo giusto; ed anche Carlo s’incaricò di procurare qualche buon partito per la sorella, scovato in tal Roccetti, anche se qualche dubbio avanzava a proposito dei costumi non propriamente cristallini. Purtroppo, il matrimonio sfumò.

Adelaide Antini (1778 – 1857)

Anche Adelaide si attivò, al fine di trovare un marito alla figlia e rintracciò, attraverso Giacomo, che era a Roma, il cavalier Marini, vedovo, dal buon patrimonio. Paolina, ancora una volta, accettò, felice di trasferirsi nella capitale, scrivendo a Giacomo la seguente lettera:

«Sicura di divenire sposa del cav. Marini, son certa che non proverò mai più dei sentimenti così vivi di agitazione, di speranza, di timore ; e quando avrò perduta la speranza di divenirla, mi sarà indifferente qualunque altra sorte incontrassi; che certo non potrà essere altro che spaventevole. Scusate, caro Giacomuccio mio, queste ciancie; ve ne domanderò perdono in ginocchio, quando verrete; e noi tutti lo desideriamo tanto.» (Lettera 25 aprile 1823.)

Paolina dimostrò tutto il suo bisogno d’affetto ed il folle desiderio di uscire per sempre dalla terribile residenza marchigiana.

Purtroppo qualche strana cabala s’interpose tra il progetto e la realizzazione, che causò il fallimento della trattativa. La situazione cambiò con il risoluto intervento di Monaldo, che riattivò l’antica trattativa con Pier Andrea Peroli, che in passato aveva presentato una proposta di matrimonio e finalmente nel 1825, poté scrivere a Giacomo che la figlia aveva trovato un marito. Paolina accettò più rassegnata che vogliosa di provare la nuova esperienza di vita.

Giacomo le dedicò i versi della canzone «Nelle nozze della sorella Paolina», composta nell’estate del 1821, quando furono avviate le prime trattative col Peroli. Giacomo non riuscì ad esprimere il grande amore, che sentiva per la sorella, a causa delle consuetudini familiari, retrive ad ogni forma di espansione sentimentale. Un leggero cenno all’affetto, lo troviamo nell’introduzione, quando illustra quel nido paterno, che sarà presto abbandonato dalla giovane, perché entri finalmente nel mondo degli adulti.

Egli comunque sentiva un forte amore per i fratelli, come indicò in una lettera del 12 maggio 1826, indirizzata al conte Alessandro Cappi.

«Se lodassi i sentimenti come vorrei, forse le mie lodi non sarebbero senza sospetto, perché ancora io non ho provato in mia vita e non provo affetto più caldo e più dolce, né ho cosa più preziosa e più cara di quell’amor fraterno ch’Ella sì degnamente e sì virtuosamente celebra».

Purtroppo, anche le nozze col Peroli sfumarono a causa del mancato accordo economico tra le parti, nonostante tutto Paolina non si rassegnò. Nel 1832, ricevette una proposta da un giovane recanatese, religioso, non particolarmente colto e soprattutto di bassa origine, che sarebbe stata d’ostacolo al felice evento, perché Paolina mai avrebbe sopportato lasciare il suo cognome, per prenderne uno popolano, come spiega in una lettera, indirizzata a Marianna Brighenti il 23 agosto 1832:

«Quello che dici, che le azioni e le virtù formano il più bel cognome, va bene; ma, se io non avrò per marito uno del mio grado, che conti, come dici, i quarti di nobiltà che ho io, almeno dovrà essere uno che per i suoi talenti, per il suo ingegno, per le sue azioni si sia fatto un nome, non uno di cui debba arrossire ogni momento, ogni volta che parla — mi ami egli pure quanto vuole, non è affatto certo che io possa amarlo, che possa amare una persona tenuta da tutti per meschina in ogni genere: l’amore di una tal persona non ha nessun pregio agli occhi miei perché io non posso né stimarla, né amarla — e se un’occhiata della persona amata compensa di tutto, se, come dice la Stael, questa occhiata è una felicità tale che pare non vi sia forza per sostenerla, e bisogna chinare gli occhi, bisogna ch’essa sia realmente amata di fatto e non di solo diritto».

L’anno precedente, i Leopardi avevano offerto soggiorno ad un tenente degli usseri, un tal Lanyres; Paolina si dimostrò interessata, ma quando seppe delle campagne d’armi, che la sua coscienza non approvava, si allontanò recisamente.

Marianna Brighenti (1808 – 1883)

Nel 1834, un avvocato di Bologna, ottimo partito, era rimasto vedovo ed in cerca di una nuova moglie anche senza dote. Paolina fu informata e, a sua volta, chiese notizie a Marianna Brighenti, la quale le riferì che detto professionista si dimostrava assai avaro, difetto insopportabile alla contessina.

Paolina, ben spesso, prese a lamentarsi degli uomini, considerandoli indegni di un sospiro e meritevoli solo d’odio e di disprezzo. Ricordava il fiore dei suoi anni giovanili, così pieni di piacevoli aspettative, che presto si sarebbero trasformati in delusioni e sconfitte. Desiderava tanto incontrare un cuore, che l’amasse, pronta a corrisponderlo con tutto l’ardore della sua anima.

«Poi troviamo che questo mondo delizioso si converte in luogo pieno di spini, pieno di nemici, in cui non basta star immobili per non soffrire, e addio speranze, addio cari sogni de’ nostri primi anni; bisogna cangiar pensieri, bisogna prepararsi a combattere sempre, ad ogni momento, e stare in guardia sopra di noi stesse per non cambiar natura, per non diventar tutt’altro da quello ch’eravamo, poiché non v’ha dubbio che il rischio è grande», scrisse nel settembre del 1831.

Nonostante le tante delusioni patite, non cambiò affatto inclinazione, mostrando, anche in tarda età, un ingenuo desiderio di piacere.

Così come Giacomo, anche Paolina ebbe felicissime amicizie: col grande fratello, innanzitutto, il quale, tornato dai grandi viaggi, s’intratteneva la sera a colloquiare con la sorella.

Carlo Leopardi (1799 – 1878)

In età adulta, si legò alla cugina, Paolina Mazzagalli, colla quale trascorreva le lunghe serate, tanto da svegliare la gelosia di Adelaide. Carlo se ne innamorò pazzamente, cosicché la chiese in sposa contro la volontà dei genitori, i quali denunciavano la parentela ed anche la scarsa dote della ragazza. La Mazzagalli era molto bella, vivace, giovane, qualità che, secondo i Leopardi, non avrebbero favorito il ruolo di moglie e di madre. Carlo, comunque, portò a termine il suo progetto, approfittando dell’assenza di Monaldo, che era a Roma, il quale se ne sarebbe ampiamente lagnato coi figliuoli. Lasciò quindi la casa paterna e la sorella, che se ne dispiacque così tanto da chiedere ed ottenere dal padre la riammissione in casa del figlio ribelle per brevi visite. Monaldo alla fine cedette, imponendosi sulla Mazzagalli, che mai avrebbe ammesso, anche se Paolina continuò a coltivare quella bella amicizia, attraverso un ampio epistolario.

Il 1 ottobre del 1829, Giacomo, essendo assai malato, chiese a Paolina di scrivere a Marianna, cantante lirica, onde ottenere nuove dalla famiglia Brighenti, la quale le rispose con premura; fu l’inizio di una lunga amicizia epistolare. Adelaide aveva proibito la corrispondenza tra la figlia e la cantante lirica, sicché Paolina fu costretta a chiedere al Sanchini, di ricevere le lettere dell’amica; alla morte del buon amico, Paolina fu costretta a confessare l’inganno alla mamma, che si dimostrò incline al perdono, non opponendosi più alla relazione.

Marianna dimostrò molta premura ai racconti della noia provata a Recanati, ai rigori della madre, alla malinconia sempre più grande e soffocante, cui era sottoposta la sua anima. Marianna la consolava, le dedicava parole sincere, che la commuovevano nell’intimo:

«È venuta finalmente quest’altra lettera, ed io la tengo, e la metto sul mio cuore, cui fa provare della calma e delle sensazioni così nuove e così dolci, ch’io vorrei sapere e potervi ringraziare quanto lo meritate per tanta vostra bontà, per tanto amore che mi mostrate.» (15 giugno 1830.)

Più tardi, Anna, secondogenita del Brighenti, sarebbe entrata in corrispondenza con Paolina, che chiese alla mamma di poter ospitare le due sorelle a Recanati. Adelaide si oppose recisamente, provocando tanto dolore alla cara anima della figlia. Quando del 1837, Marianna dovrà recarsi all’estero, Paolina le scriverà:

«Quando tornerai in Italia chi sa se la tua Paolina sarà più viva; ma se n’è dato ne l’altra vita di pensare con amore a quelle persone che abbiamo amate in questa, oh sii certa che tu sarai sempre la mia diletta».

Marianna sarà la prima a raccogliere la disperazione di Paolina, devastata dal dolore per la morte di Giacomo.

Pierfrancesco Leopardi (1813 – 1851)

Nello stesso periodo, Pier Francesco decise di sposarsi una donna, ritenuta non degna dai genitori; egli lasciò la casa paterna, ed, al fine di far cessare lo scandalo provocato, che rischiava di travolgere la famiglia Leopardi, fu riammesso. La vergogna, provata da Monaldo ed Adelaide, per quell’atto così deciso, fu la principale preoccupazione, tanto da non mostrare dolore per la morte del Poeta. Solo Paolina fu immediatamente colpita tanto da anelare di raggiungere presto l’amatissimo fratello. Provò invidia per Antonio Ranieri, perché raccolse gli ultimi momenti di vita dell’amatissimo Giacomo.

«Per compiacere a Ranieri ho dovuto ricercare tra le sue carte rimaste a noi; tu non puoi mai figurarti il mio penare. Fra i pianti e gli urli io scorreva quei cari caratteri, poi rimetteva ogni cosa al suo luogo, precisamente com’egli le aveva lasciate, che mi pareva ch’ei dovesse tornare e voleva che trovasse a suo luogo ogni cosa, avendone lasciate le chiavi a me, e sperando che fosse contento della mia esattezza, poi io mi svegliava e mi dava pugni nella fronte per quell’orribile pensiero che tutto è già finito, e per quell’inganno che per un momento mi aveva trattenuta.» (Lettera 24 agosto 1837.)

Riavutasi, dopo tanto tempo, da quel brutto colpo, profuse il suo amore per i genitori, soprattutto verso il babbo; iniziò ad amare i nipoti: Luigia, figlia di Carlo; e Virginia, figlia di Pier Francesco.

Presto altre perdite funestarono l’animo della Paolina: la Mazzagalli, le due figlie di Carlo; furono l’occasione per cercare conforto negli studi, a riprendere gli approfondimenti nella letteratura francese, dalla cui lingua tradusse una vita di Mozart.

«Lessi la vita di Mozart in francese, una volta, e la ridussi in italiano; poi ad una signora che mi chiedeva qualche cosa da fare un libretto in occasione di nozze, diedi quella, poi la censura di costì ne tolse i più piccanti pezzi e mi fece gran rabbia; la nipote di Mozart che trovavasi in Bologna ne volle copia da mio fratello, e se la portò in Germania».

Quando Monaldo redasse La voce della ragione, Paolina lo aiutò nella lettura delle pubblicazioni francesi; le fu vicino fino agli ultimi tempi, curandolo amorosamente e così, quando il 30 aprile 1847 Monaldo raggiunse Giacomo, le si aprirono tutte le ferite del cuore:

«Quando ha veduto prossimo il suo fine, e se ne avvedeva più dalle lagrime nostre, che dal male istesso, ci ha chiamati d’intorno, ci ha dato serii ammonimenti, poi ne ha esortati ad imparare come si muore in conversazione, poiché egli ha parlato sempre con grandissima presenza di spirito, rimanendo noi tutti meravigliati di tanta pace, di tanta calma». (Lettera 7 maggio 1847.)

Ella poté quindi dedicarsi completamente al culto per la memoria del grande Fratello, di cui conosceva ampiamente la grandezza, soffrendo vivissima preoccupazione per la mancanza di motivi religiosi da parte di Giacomo.

Promosse studi e ricerche; chiese al Brighenti di scrivere una biografia, dichiarandosi ella stessa incapace di farlo.

«Io sarò certo tenuta da Lei, caro sig.or Viani, per una stupida e di cattivo cuore, non solo con Lei, ma con Giacomo ancora. No non lo faccia: stupida forse sì, ma di cattivo cuore non mi creda. Verso di Giacomo non potrei, che lo piango giorno e notte; verso di Lei neppure che…. Mi creda piuttosto disgraziata2».

Non fu d’accordo sulla pubblicazione delle lettere di Giacomo, ordinata dal Brighenti, perché la figura di Monaldo sarebbe stata assai deplorata dai lettori.

Nel 1851, scomparve Pier Francesco; nel 1857 Adelaide, che aveva conservato per la Paolina le stesse cure ed abitudini educative, non permettendole di uscire da sola, rimproverandola quando rincasava tardi. Rimasta sola, la contessa ebbe a gestire l’immenso patrimonio, conservando le abitudini frugali, cui era stata abituata dalla severità genitoriale. La sera la trascorreva, quando il tempo lo permetteva, in giardino, dove, forse, ripensava all’immagine del caro Giacomo.

Si spostò da Recanati nel 1867, per visitare la tomba del Poeta a Napoli, accolta da numerosi ammiratori del grande Fratello.

Nel 1869, temendo i freddi di Recanati, si trasferì a Pisa, città amatissima da Giacomo e, durante una gita a Firenze si ammalò di bronchite, che l’avrebbe condotta alla morte il 13 marzo.

La Teresa Teja Leopardi, moglie di Carlo, l’assistette negli ultimi momenti, scrisse:

«Mi fu concesso di accorrere al suo letto di morte. Giunsi in Pisa l’11 marzo nel mattino, e più non la lasciai.

Al mio arrivo essa mi mostrò una lettera che mi scriveva e che conservo, dicendomi con la sua grazietta infantile: hai fatto bene di venire, perché non so come avrei continuato a scrivere».

Ebbe l’ultimo saluto in Recanati, nella chiesa di Santa Maria di Varano; sulla tomba scrissero la seguente epigrafe:

PAOLINA LEOPARDI

NATA IN RECANATI IL 1° OTTOBRE 1800

MORTA IN PISA IL 18 MARZO 1869

VOLLE ESSERE QUI RICONDOTTA

A DORMIRE FRA I SUOI CARI

ANIMA DOLCE

TERESA TUA

CHE CORSE PER TROVARSI ALLA TUA PARTENZA

E CARLO

CHE PER ULTIMO NOMINASTI

POSERO QUESTO SEGNO DI UNA MEMORIA

CHE DURERA’ IN LORO QUANTO LA VITA

(1) E. Costa, Paolina Leopardi (nel Fanfulla della Domenica, 17 luglio 1887).

(2) Appendice all’Epistolario e agli scritti giovanili di Giacomo Leopardi, per cura di P. Viani. Firenze, Barbera, 1878, in 16°, di pagg. lxxxiv-258. Lettera 29 novembre 1844, a pagg. XXVII e XXVIII

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