L’esordio letterario di Gabriele D’Annunzio: «Primo vere»

Cortile del Convitto Cicognini di Orato

Nel 1874, Gabriele D’Annunzio iniziò gli studi liceali presso il Regio Convitto Cicognini di Prato, un tempo in gestione ai gesuiti, poi, nel corso degli anni, passato ai secolari. Risultò immediatamente uno studente brillante, versato anche in alcune materie parascolastiche come la musica (lezioni di violino, tromba e pianoforte), il disegno, la pittura, le lingue francese e tedesco. In secondo ginnasio, le sue note evidenziarono la «molta attenzione, buona condotta morale, buona disciplina – a cui si aggiunse – pulitezza la più ricercata»; fu promosso con una media dell’otto e mezzo. In terza ginnasio, si svegliò in lui l’amore ardente per i grandi classici: Virgilio, Catullo, Ovidio grazie al bravo insegnante di latino, don Angelo Tonini. Iniziò quindi a comporre brevi saggi, manierati sullo stile di De Amicis («Visita a una galleria») e del Giovagnoli («Descrizione d’una collina»).

L’anno scolastico 1876- 1877, fu assai importante per la sua formazione: a Natale conobbe Clemenza, che chiamerà Clematilde, quando fu invitato in casa dei Coccolini a Firenze, inviato dal padre a «toscanizzare» la lingua. Nella Pasqua 1877, visse la sua prima manifestazione di carica erotica, quando accompagnò nelle lunghe passeggiate la Clemenza, «grande amatrice dei profumi e leggitrice di romanzi, motteggiatrice temibile quando la malinconia non mutava i suoi motti in sospiri1». Gabriele s’incendiò per la bella, che non osò svelare altrimenti che con il suo «primo assalto a un mistero carnale», che avvenne all’interno del Museo etrusco, davanti alla statua della Chimera. Il Poeta inserì la sua mano nella bocca del «mostro» con furia tale da rovinarsi le nocche; la Clemenza gli prese  la mano e quel primo contatto fornì il giusto slancio a Gabriele, che incontrò le labbra dell’accompagnatrice. La situazione degenerò, notando la totale assenza di pubblico e di guardiani, e così poté, per la prima volta, conoscere il sesso della donna.

Forse, anche a seguito dell’improvviso risveglio dei sensi, il D’Annunzio mostrò i segni del suo temporalmente irrequieto e facile alle trasgressioni dalle regole, tantoché la sua condotta risultò appena sufficiente, pur essendo promosso con voti altissimi. Durante l’estate, fu ancora ospitato in casa dei Coccolini di Firenze, dove frequentò in diversi convegni amorosi Clemenza, fin quando la ragazza non fu costretta ad interrompere gl’impegni di Venere con Marte, fidanzandosi con un sottotenente di artiglieria. Gabriele allora si diede a letture disordinate ed affrontò per la prima volta «I promessi sposi».

L’anno scolastico 1877 – 1878, fu caratterizzato dall’assegnazione del secondo premio per le materie letterarie (il primo restò vacante) e per l’inglese, la menzione onorevole per la scherma e la ginnastica; infine un primo premio speciale per gli studi di latino e d’aritmetica compiuti durante le vacanze.

Il Poeta iniziò a studiare anche la notte, abitudine che manterrà per tutta la vita, non rinunciando alle piacevoli ore di fuga alla ricerca dell’ebbrezza amorosa, che tanto gli scaldava i sensi. E così, durante una gita scolastica a Firenze, col convittore Sguazzalotro, eluse la sorveglianza e si condussero presso un bordello, al fine di sacrificare la loro pubertà. Nel «Secondo amante di Lucrezia Buti», tra citazioni classiche ed erudite, convergerà le emozioni di quella prima volta: «Con quell’esperienza ebbi una nuova corda alla mia musica, una nuova corda al mio valore».

Promosso a pieni voti alla quinta ginnasiale, volle sostenere l’esame finale di licenza presso un istituto di Chieti, il Regio Liceo Ginnasio Giovan Battista Vico, dove fu ammesso con la media del nove. Nel nuovo istituto trascorse l’anno scolastico 1878 – 1879, dove risultò il primo della classe, tanto da esser promosso senza esame finale. Iniziò a leggere gli autori stranieri insieme ad alcuni minori italiani.

Giosuè Carducci

Nel 1879, sotto la spinta delle «Odi barbare», compose le poesie di «Primo vere», mentre in Italia divampava la polemica contro il Carducci, autore dell’ode «Alla Regina d’Italia». Il Gabriele non sentì esitazioni e si schierò dalla parte del Carducci, scrivendogli una lettera di manifesta solidarietà.

Promosso alla seconda liceale, tornò a Pescara con il libro ormai concluso e con un titolo ancora da decidere; trovato, dopo tante ricerche, un tipografo, siglò l’accordo per «Primo vere» per i tipi di Giustino Ricci di Chieti. Al rientro scolastico, consegnò le ultime bozze al suo insegnante di lingua italiana, don Gustavo Meniconi, che se ne adontò denunciandolo al rettore. Alla fine di dicembre, giunsero in collegio le prime copie, che non soddisfecero il D’Annunzio per la veste grafica, nonostante fossero destinate agli amici più intimi, cui erano dedicati i trenta componimenti. Quando il rettore lesse il libretto, provvide immediatamente al sequestro per «i seni d’etere su cui passar le notti», la «voluttà dei tuoi baci», ed il «pacifico crasso canonico – che osserva – le candide nudità». Il consiglio d’istituto comminò una multa all’allievo.

Giuseppe Chiarini

Intanto i giornali iniziarono ad interessarsi al libro, offrendo delle buone recensioni come sulla «Gazzetta della domenica» di Firenze; una nota meno elogiativa apparve su «La farfalla», mentre trovò buona accoglienza sulla «Nuova Antologia» e sull’abruzzese «Eco della gioventù». La recensione più importante fu di Giuseppe Chiarini, amico intimo del Carducci, sul «Fanfulla della domenica», che riconobbe una certa attitudine artistica ed un certo ingegno lirico. Così come Rimbaud ed Hugo, Il D’Annunzio fu consacrato poeta prima dei sedici anni.

L’eco del «Primo vere» arrivò in Svizzera colla nota della «Bibliotèque universelle et Revue Suisse», la quale considerò il meraviglioso talento del giovane autore.

Mentre l’Italia iniziava ad accorgersi di questo nuovo talento poetico, Gabriele iniziò la revisione dei suoi versi pubblicati, di cui avrebbe conservato appena undici delle ventisei liriche originarie coll’aggiunta di quarantatre  nuove composizioni. Nell’ottobre del ’79, spedì la versione rinnovata all’editore Rocco Carabba di Lanciano ed il 13 novembre uscì la pubblicazione, mentre la «Gazzetta della domenica» di Firenze diede la notizia della morte del D’Annunzio a seguito di una caduta da cavallo. La notizia terribile fu ripresa da molti quotidiani e settimanali. Il colpo, ideato da Gabriele, per il lancio della seconda edizione di «Primo vere» conseguì lo scopo pubblicitario. Una seconda ristampa dell’opera avvenne nel 1913 per i tipi di G. Carabba, quindi nell’edizione nazionale degli scritti del Poeta ed infine nell’edizione di Mondadori, mentre la prima versione rinnegata dall’autore, subì ben quindici ristampe non autorizzate.

La critica accolse favorevolmente questo secondo parto, ma il «Fanfulla della domenica» tacque, nonostante l’invio del libro al critico Chiarini.

Tornato in Liceo per l’ultimo anno di corso, portandosi dietro la malinconica infatuazione per Teodolinda Pomarici.

La storia era appena iniziata.

(1) G. D’ANNUNZIO. Faville

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