Le «Divagazioni musicali» di Heinrich Heine

Nelle «Divagazioni musicali», Heinrich Heine fissa i ricordi del decennio 1837 – 1847, insieme ad alcune lettere dirette ad August Lewald  e le corrispondenze alla Gazzetta d’Asburgo.

Il primo numero riserva un vivace parallelo tra Rossini e Meyerbeer, di cui Heine si protesta caldo ammiratore, al di là delle simpatie per il compositore italiano. Meyerbeer è descritto quale «uomo del suo tempo», che con la sua musica corrispose ai desideri ed alle aspirazioni dei contemporanei, come ne Les Huguenots, di cui tesse ampie lodi, difendendola dall’accusa di mancanza di melodia.  Rossini, invece, «si sente monarca assoluto nel reame della musica e per volontà non di popolo, ma di Dio».

Con veduta precorritrice, accenna al genio di Hector Berlioz, «il musico maggiore e più originale fra i francesi del tempo», del quale delinea la figura artistica. Efficacemente è descritta la diversità di Liszt e del Thalberg, i due celebri pianisti antagonisti, che la limitatezza culturale del pubblico pose in conflitto tra loro. Pur rimanendo estasiato dalla bravura tecnica dei due, la sua preferenza è per Chopin, per cui «si deve parlare di genio nel più ampio significato della parola: è poeta e può largirci la poesia che vive nella sua anima; è musico e nulla uguaglia il godimento che ci procura quando siede al pianoforte e si mette ad improvvisare. Allora non è più polacco, né francese, né tedesco, ma tradisce un’origine più elevata e appare come un conterraneo del paese di Mozart, Raffaello, Goethe; la sua vera patria è il reame dei sogni, della poesia». Non si definisce, comunque, un amante della musica per pianoforte.

Nella corrispondenza del 1840, l’Heine ci parla della figura di Gaspare Spontini, ammirato dal Wagner, giunto a veneranda età, ma ancora non pago di procurare fastidi all’amato Meyerbeer.

Nella corrispondenza dell’anno successivo, l’Heine si lamenta per l’eccessiva offerta di concerti a Parigi; parla male di Anton Felix Schlinder, direttore d’orchestra ed amico di Beethoven, malgiudicato – a suo dire – dal pubblico francese.

Del violinista Henri Vieuxtemps narra causticamente: «Se sotto la vellosa criniera di questo leone vi sia davvero un re delle bestie o solo un povero can barbone, non sono in grado di decidere. A dire il vero io non approvo incondizionatamente le iperboliche lodi che gli sono largite. Sono d’avviso che sulla scala dell’arte egli non si sia arrampicato ad un’altezza molto elevata. Vieuxtemps sta circa alla metà di quella scala sulla cui cima appare solo Paganini e sul cui piuolo più basso è appollaiato il nostro eccellente Sina…Forse il Vieuxtemps è molto più vicino al signor Cina che a Nicolò Paganini».

Vivi elogi al soprano tedesco Sophie Löwe, per quanto non avesse riscosso molto successo  presso il pubblico francese, non avendo compreso la sua «anima tedesca». «Se fosse venuta fra un decennio avrebbe probabilmente trovato maggiore comprensione; sino ad ora la massa del pubblico è ancora immutata».

La corrispondenza del 1842 è particolarmente interessante, poiché narra del rapporto colla musica sacra del Rossini e del Mendelssohn; loda il dramma terribile della passione, manifesto nello Stabat rossiniano, pur negli squarci di dolcezza ed amabilità musicale superiore al Paolo del Mendelssohn, il cui «ingegno, pur essendo grande, presenta molte lacune ed è limitato da invalicabili confini, perché vi manca quella naturalezza senza la quale non può esistere in arte una geniale spontaneità».

Il 1843 è l’anno, in cui attacca I Burgravi di Victor Hugo: «La sua opera non mostra né pienezza poetica, né armonia, né entusiasmo, né libertà di spirito», armato di una passione simulata come «il ghiaccio fritto che i cinesi sanno cucinare in modo così raffinato, mantenendo qualche istante sul fuoco dei pezzettini di ghiaccio avvolto in un sottil velo di pasta; manicaretto paradossale che si deve inghiottire di colpo e che colla corteccia ardente brucia lingua e palato e poi, giunto nello stomaco, lo congela».

Del mondo operistico, affronta il Don Pasquale di Gaetano Donizetti, il cui «talento è grande, ma è superato dalla fecondità, nella quale non ha pari che i conigli». Sembri sopportare l’Halévy, perché «quando l’oro scarseggia, giova contentarsi dell’argento».

L’ultima parte comprende le stagioni del 1844 del 1847, divisa in tre puntate. Rinnova le entusiastiche parole per Berlioz, misurate lodi per Mendelssohn, caldi elogi per Liszt. Nella secondo, dopo un esordio umoristico sulle capacità culinarie del Rossini, narra del fiasco de Le lazzarone dell’Halévy; ritorna sulla gelosia dello Spontini nei riguardi del Meyerbeer; accenna ai grandi cantanti Mario e Giulia Grisi.

L’ultima parte si chiude coll’annuncio delle gravissime condizioni di salute, in cui versava Gaetano Donizetti, ormai inebetito e che sarebbe spirato l’anno seguente, nel 1848.

Note bizzarre, forse confuse e talvolta disordinate, seppur nelle loro manchevolezze o esagerazioni, contengono lampi d’intuizione geniali e sono sempre accompagnate da un umorismo caustico, che annota colore e vivacità: da un competente critico letterario e forse musicale.

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